LA LOGICA

pollettozzolo

La logica è lo studio dell'ente di ragione, ossia del pensato in quanto pensato.

Ciò significa che la logica studia il pensiero, la conoscenza; ma la conoscenza può essere considerata in due modi:

Nel primo modo la conoscenza è considerata nel suo essere, infatti, in quanto attività del soggetto che conosce, la conoscenza è una realtà come un'altra, come, per esempio, la funzione respiratoria o il battito cardiaco.

Nel secondo modo, invece, cioè in quanto manifestazione di un oggetto, la conoscenza è considerata nel suo essere ideale o intenzionale; in questo senso essa è l'oggetto della logica.

Si consideri la proposizione: «Il segmento di retta è la linea più breve fra due punti».

Un conto è il giudizio, cioè l'atto con cui affermo, l'atto di intelligenza, altra cosa è il significato della proposizione giudicata.

Il giudizio può essere pronunciato oggi, domani, dopodomani, in tanti atti diversi, oppure da Tizio, da Caio o da Sempronio, ma il significato resta il medesimo.

Nel pensato, poi, può esser considerato:

In questo secondo senso il pensato è ente ideale (intentio secunda), ed è l'oggetto della logica.

Si consideri ora la proposizione: «Tutti gli uomini sono mortali».

È possibile occuparsene pensando di costruire ospedali più attrezzati per ospitare i malati terminali, ma è anche possibile occuparsene osservando che tale proposizione è affermativa, universale e necessaria.

Nel primo caso non è in gioco una considerazione di ordine logico, nel secondo caso sì. Nel primo caso si considera l'oggetto pensato per quei caratteri che esso ha o può avere in se stesso, a fini pratici; nel secondo caso si considera l'oggetto pensato per quei caratteri che gli sono propri per il fatto di esser pensato. Infatti, l'esser mortale compete all'uomo in quanto uomo, mentre l'essere proposizione universale, assertoria, ecc., non compete a nessuna cosa di questo mondo in se stessa, ma solo ad un oggetto pensato.

Le tre forme del pensare

Tra l'atto di pensare e il termine pensato esiste una corrispondenza: ad ogni tipo di attività conoscitiva corrisponde un tipo di pensato.

Possiamo distinguere tre tipi di attività conoscitiva intellettuale:

La pura apprensione è l'atto di pensiero attraverso il quale un oggetto è presente alla coscienza, ma senza ancora affermare nulla di esso. "Cavallo", "firmamento", "virtù" sono apprensioni che ancora non affermano o negano alcunché.

Se, invece, si dicesse: «il cavallo è una bestia», «il firmamento riempie l'animo di stupore» o «la virtù deve essere praticata», si formulerebbero dei giudizi. Il giudizio è l'atto con il quale si afferma o si nega qualcosa.

Il ragionamento è, poi, l'attività con la quale si connettono enunciazioni, con la quale si passa da una enunciazione ad un'altra, come quando si dica: «Uscendo da quest'aula ho spento la luce, ora la luce è accesa, dunque qualcuno è entrato durante la mia assenza in quest'aula».

A tali attività conoscitive fondamentali corrispondono rispettivamente, nell'ordine logico, il concetto, la proposizione o enunciazione, l'argomentazione.

Il concetto

Il concetto si dice anche termine in quanto lo si considera come elemento della proposizione.

Distinguiamo termine mentale, orale e scritto. Il primo è il termine in quanto pensato, ossia il concetto, il secondo è la parola che esprime il concetto, il terzo è il segno grafico esprimente il concetto.

La logica si occupa del termine mentale. Tuttavia, siccome il pensiero si esprime nella parola orale e nello scritto e siccome noi possiamo studiare il pensiero solo quando è espresso, così la logica ha a che fare anche col termine orale e con il termine scritto.

Il termine orale e lo scritto sono segni del termine mentale. Segno è, infatti, tutto ciò che fa conoscere un'altra cosa.

Il linguaggio è un segno convenzionale; non già perché la capacità di parlare non sia inerente alla natura dell'uomo, ma perché la corrispondenza fra una determinata parola e un determinato oggetto è stabilita dall'intelligenza e dalla volontà umana. Il parlare è, in un certo senso, una creazione dell'uomo. In questo senso il linguaggio è un segno convenzionale.

Concetto ed enunciazione

Il concetto può essere:

Concetto semplice è quello che non si può ulteriormente scomporre, come per esempio "cielo"; complesso è, invece, quel concetto che risulta costituito di più termini semplici, per esempio, "cielo stellato".

Il concetto complesso non deve essere confuso con la proposizione o enunciazione. Esso, infatti, non contiene una affermazione o una negazione, la proposizione sì. Quindi l'espressione "cielo color di porpora all'ora del tramonto", benché abbastanza lunga, è semplicemente un concetto, mentre l'espressione "Dio è" costituisce una enunciazione.

Estensione e comprensione

Si chiama estensione di un termine la quantità numerica dei soggetti dei quali esso è predicabile; si dice comprensione l'insieme degli aspetti significati dal termine.

L'estensione del termine "uomo" è l'insieme degli uomini, la sua comprensione è l'insieme dei caratteri disponibili alla mente quando pensa "uomo": "animale ragionevole", "mortale", "capace di attività artistiche", "socievole", ecc.

Estensione e comprensione sono inversamente proporzionali: quanto maggiore è l'una tanto minore è l'altra. Per esempio, il termine "animale", che è più esteso di "uomo" (perché oltre agli uomini ci sono tanti altri soggetti ai quali si applica) è meno comprensivo, in quanto non comprende, ad esempio, i caratteri "ragionevole", "capace di attività artistiche" ecc. che competono soltanto all'uomo e non a tutti gli altri animali.

Quanto alla estensione il termine si distingue in:

Termine singolare è quello che si applica a un solo soggetto, per esempio "Pietro", "questa tavola"; termine universale è quello che si applica distributivamente a più soggetti, vale a dire a tutti e ad ognuno, come per esempio "uomo", infatti, di tutta l'umanità presa insieme posso dire "gli uomini", ma anche di ogni individuo preso singolarmente posso dire che è uomo.

Il termine universale si distingue dal termine collettivo, per esempio "esercito", che si applica sì a più soggetti, ma solo quando siano presi insieme.

Quanto alla comprensione il termine si distingue in:

Il termine finito dice l'appartenenza di un oggetto ad un determinato insieme; il termine infinito esclude l'oggetto dall'appartenenza ad un determinato insieme. È finito il termine "intelligente", è infinito il termine "non intelligente", da non confondere con il termine negativo, in questo caso "inintelligente". È possibile dire che una pietra è "non intelligente", ma non è possibile dire che sia "inintelligente"; inintelligente, infatti, può essere soltanto l'uomo scemo;

Il termine concreto significa una cosa dotata di un certo carattere, quindi significa una cosa come composta di soggetto e determinazione. Il termine "uomo", ad esempio, significa "l'ente umano", "ciò che detiene l'umanità"; analogamente il termine "bianco" significa "la cosa bianca", "ciò che ha la bianchezza". Il termine astratto, invece, significa la determinazione come staccata dalla cosa determinata. I termini "umanità" e "bianchezza", per esempio, sono astratti, in quanto non significano un soggetto singolare, ma la determinazione comune a tutti i soggetti singolari così caratterizzati;

Il primo significa un oggetto come per sé stante, sia che l'oggetto possa star da sé, sia che l'oggetto non possa in realtà star da sé. Ad esempio, sono termini assoluti sia "uomo" sia "bianchezza", perché sebbene in realtà la bianchezza, staccata dalla cosa bianca, non sussista, tuttavia è significata come per sé stante. Il termine connotativo invece significa un oggetto come determinativo di un altro (adiacens alteri), ad esempio "bianco", "dritto";

Il primo è quello che ha un significato indipendente, che può esser pensato per sé, per esempio: "rosso", "sensazione", "gatto", "soffrire", ecc.; il secondo è quello che preso per sé non ha un significato, ma va solo a determinare un termine categorematico, ha solo un significato dipendente, per es.: "con", "qualche", "e". Sono termini categorematici i nomi, i verbi, gli aggettivi; sono sincategorematici i pronomi, le preposizioni, le congiunzioni, gli avverbi.

Le funzioni proposizionali del concetto

Nella proposizione il termine può fare da soggetto o da predicato.

Soggetto è il termine di cui si dice qualche cosa, predicato è il termine che dice qualche cosa, che determina.

Soggetto e predicato stanno fra loro come elemento determinabile ed elemento determinatore.

Il Predicato. Univoco, equivoco, analogo

Il predicato è univoco se dice la medesima cosa di tutti i soggetti dei quali si predica (praedicatur de diversis secundum rationem totaliter eamdem): per esempio il termine "uomo" predicato dei diversi uomini. Quando infatti dico: «Tizio è uomo», «Caio è uomo», «Sempronio è uomo» intendo dire la medesima cosa di Tizio, di Caio e di Sempronio.

Il predicato è equivoco se dice cose totalmente diverse dei diversi soggetti dei quali si predica: (praedicatur de diversis secundum rationem totaliter diversam). L'esempio ricorrente di termine equivoco è il termine "cane", predicato dell'animale, della costellazione e del percussore della pistola a tamburo.

Il predicato è analogo se dice qualche cosa che in parte è uguale e in parte è diverso nei diversi soggetti dei quali si predica (praedicatur secundum rationem partim eamdem, partim diversam). L'esempio aristotelico di predicato analogo è il termine "sano" predicato del cibo, del colorito, dell'animale: nell'animale la sanità indica un certo stato fisiologico, nel cibo e nel colorito invece non ci può essere uno stato fisiologico, ma solo la capacità di produrre o di manifestare un tale stato.

Naturalmente, lo stesso termine che è univoco rispetto a certi soggetti può essere equivoco e analogo rispetto ad altri. Il termine "cane", ad esempio, è univoco se predicato di diversi cani, equivoco se predicato di un cane (animale), della costellazione e del percussore, analogo se predicato di un cane e di un padrone esoso verso i suoi dipendenti. Quindi, di un termine isolatamente preso non si può dire se sia univoco, equivoco o analogo, ma occorre vederlo nell'esercizio della funzione di predicato.

Categorie o predicamenti

Sono i concetti più universali sotto i quali sono unificati i diversi aspetti della realtà, i supremi generi dei predicati che si possono attribuire alle cose. Ciò, sotto il profilo logico.

Le categorie, tuttavia, possono essere considerate anche da un punto di vista reale o ontologico

Dal punto di vista logico, per esempio, il predicato "sostanza" non interessa in quanto significa l'ente in sé, che sta a fondamento delle determinazioni accidentali, ma in quanto e' il genere supremo dei predicati "corpo", "animale", "gatto", ecc. Da ogni categoria, intesa in senso metafisico, si può poi dedurre una serie di predicati che costituisce la categoria in senso logico. Ad esempio, tutti i predicati che esprimono la sostanza, l'essenza costitutiva di una cosa, come "uomo", "animale", "vivente", "corpo" costituiscono la categoria logica della sostanza.

Secondo Aristotele le categorie sono dieci (in omaggio a Pitagora):

Kant, però, rimproverò a questo elenco di categorie di essere «rapsodico», da cantastorie, ossia senza un filo conduttore, e di esser derivato dall'esperienza.

Circa le obiezioni di Kant si potrebbero fare alcuni rilevi, ma si rimanda per questo alla trattazione degli autori in questione.

Categoremi o predicabili

Sono i modi in cui un predicato si predica di un soggetto.

Si può dire di Tizio che è animale, uomo, rosso di capelli, intelligente, musicista, padre di due figli, ecc.

Secondo Porfirio, nell'Isagoge (=introduzione) alle Categorie di Aristotele, i predicabili sono cinque:

Parlando di Tizio o di Caio, il genere esprime l'essenza presa indeterminatamente ("animale", "vivente"), la specie esprime l'essenza in modo completo ("uomo"), la differenza esprime ancora l'essenza, ma considerata nell'aspetto che la determina ("razionale"), il proprio è quel predicato che compete a tutti gli individui di una specie, soltanto ad essi e sempre ("capace di ridere"), l'accidente è quel predicato che esprime un carattere non necessariamente connesso con l'essenza, ossia ciò che può esserci e non esserci senza che tuttavia il soggetto cessi di essere specificamente quello che è ("biondo", "bruno", "rosso").

Il soggetto: la suppositio dei termini

Sempre se considerato nella proposizione, come soggetto, il termine "suppone" (supponit) in diversi modi. La suppositio è il modo in cui un termine tiene il posto di una cosa nel discorso.

Se si dice, per esempio, «l'uomo è una specie del genere animale» e «l'uomo zappava la terra», il termine "uomo" sta in luogo di soggetti diversi nell'una e nell'altra proposizione, ossia ha una suppositio diversa nelle due proposizioni. L'uomo che zappava la terra può essere Tizio, mentre Tizio non può essere una specie del genere animale. Nella prima proposizione il termine "uomo" sta in luogo di un concetto, nella seconda sta in luogo di un individuo.

La suppositio di un termine può essere:

È materiale quando il termine sta in luogo della parola stessa: nella proposizione: «uomo è una parola di quattro lettere» il termine "uomo" ha una suppositio materiale, espressiva della considerazione del grammatico.

È formale, invece, quando il termine sta in luogo di ciò che è significato dalla parola.

La suppositio formale si distingue in:

È logica quando il termine sta in luogo del pensato in quanto pensato, del concetto come intentio secunda; è reale quando il termine sta in luogo del contenuto reale significato.

Nella proposizione: «uomo è un concetto universale» il termine "uomo" ha una suppositio logica, mentre nella proposizione: «l'uomo è un animale socievole» il termine "uomo" ha una suppositio reale.

La suppositio reale può essere:

È assoluta quando il termine sta in luogo dell'essenza significata, senza che si abbia riguardo agli individui nei quali tale essenza si realizza; è personale quando il termine sta in luogo di tutti o di alcuni degli individui ai quali è applicabile.

Nella proposizione: «gli uomini hanno un'anima immortale» il termine "uomo" ha una suppositio assoluta perché l'avere un'anima immortale compete a qualsiasi uomo, per il fatto che ha la natura umana, non è una prerogativa di questi o questi altri individui. Invece, nella proposizione: «gli uomini vanno al lavoro» il termine "uomo" ha una suppositio personale, perché con essa intendo riferirmi ad un certo gruppo di individui umani che si recano al loro posto di lavoro.

La suppositio personale può essere:

a seconda che il termine stia in luogo di tutti («l'uomo è socievole») o solo di alcuni degli individui ai quali si applica («l'uomo è musicista»).

La suppositio discreta può essere:

È determinata quando indica certi determinati individui, è confusa quando indica un individuo qualunque di una data specie.

Se si dice: «il cibo è sulla tavola» si intende riferirsi ad un determinato cibo; se invece si dice: «il cibo è necessario per vivere» non si intende riferirsi a questo piuttosto che a quell'altro cibo.

La definizione

È il discorso con il quale significhiamo che cosa è un oggetto.

Quando si ottiene una nozione dall'esperienza, dopo l'imposizione del nome, occorre poi precisare la nozione stessa e questo si fa con la definizione.

Essa può essere:

La definizione è nominale quando spiega solo il significato del nome sostituendo una parola ad un'altra con significato equivalente («il tachimetro è il misuratore della velocità»).

È reale quando spiega che cosa sia l'oggetto significato dal nome.

La definizione reale può essere:

La definizione essenziale si distingue ancora in:

La definizione più perfetta è la definizione essenziale metafisica. Se si prende questa definizione nel senso stretto, cioè come quella che esprime gli elementi costitutivi dell'essenza di una cosa, si deve convenire che di ben poche cose si ha una definizione metafisica.

Non si possono, poi, definire né i generi supremi, che non hanno nessun concetto più universale del loro, né gli individui, perché le differenze individuali non sono esprimibili in concetti. L'individuo può sì essere definito, ma come specie, non come individuo: