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Il fronte interno e la mobilitazione totale

Il coinvolgimento dei civili
Anche le popolazioni civili, oltre ai combattenti, furono coinvolte nel conflitto. In primo luogo a subire danni e perdite furono gli abitanti delle zone in cui si svolgevano i combattimenti. Ma anche le popolazioni che vivevano lontano dal fronte subirono le conseguenze del conflitto: pesanti limitazioni della libertà personale, razionamento del cibo, rialzo dei prezzi, diffusione di epidemie, aumento dei carichi di lavoro. In pratica tutta la popolazione fu militarizzata: non solo, ovviamente, i soldati che combattevano (fronte esterno), ma anche le persone che lavoravano nelle fabbriche e che sostenevano lo sforzo bellico senza imbracciare le armi (fronte interno).

Il predominio dello stato
La riorganizzazione dell'assetto produttivo avvenne grazie a un massiccio intervento dello Stato, con un serie di misure che il liberismo di stampo ottocentesco non avrebbe mai previsto: settori industriali sottoposti a controllo governativo, requisizione e controllo dei prezzi per i prodotti agricoli, razionamento dei beni di consumo.

Il nemico interno e la propaganda
Per ottenere l'obiettivo del successo finale i governi sottoposero le rispettive popolazioni a uno sforzo di mobilitazione totale: tutte le forze del paese dovevano puntare alla vittoria. Venne imposta una stretta censura su tutte le manifestazioni di «disfattismo». Per mobilitare la popolazione i governi ricorsero massicciamente alla propaganda: essa era rivolta alle truppe per sostenerne il morale, ma anche ai civili.

I socialisti e la guerra
Negli anni immediatamente precedenti la guerra, la Seconda internazionale socialista lanciò numerosi appelli per la pace, fra cui lo slogan «guerra alla guerra». A livello locale, però, le scelte furono diverse e in molti partiti socialisti, nell'estate del 1914, prevalsero le ragioni degli interessi nazionali rispetto a quelle dell'internazionalismo operaio. Nel corso del conflitto, i socialisti pacifisti ribadirono con forza la condanna della guerra e chiesero una pace «senza annessioni e senza indennità».


Il genocidio degli armeni

Le vicende del popolo armeno
Il coinvolgimento delle popolazioni civili nelle vicende del primo conflitto mondiale raggiunse il suo tragico culmine nel genocidio degli Armeni. Gli Armeni abitavano un territorio diviso fra l'impero russo e l'Impero ottomano, dove erano presenti anche in diverse città. Già oggetto di persecuzioni nei decenni precedenti, nel 1914, allo scoppio del conflitto, gli Armeni sudditi nell'Impero ottomano si trovarono a dover combattere contro i loro fratelli cittadini della Russia. Alcuni disertarono e il governo turco ebbe seri motivi per dubitare della lealtà degli altri.

Le vicende del popolo armeno
Nel febbraio del 1915 fu decisa dal governo turco l'eliminazione sistematica della popolazione armena. Gli Armeni furono deportati verso zone periferiche dell'Impero. Molti Armeni sparirono nel deserto della Mesopotamia o della Siria, vittime della fame, del tifo e del colera. Secondo fonti turche, dall'agosto del 1915 le vittime armene furono 300.000; ma, secondo altre fonti, furono più di 800.000 nel solo mese di ottobre del 1916. Una stima seria si attesta attorno al milione di morti, ossia la metà degli Armeni presenti nel 1914 nell'Impero ottomano.


Dalla svolta del 1917 alla conclusione del conflitto

1917: la svolta
Nel 1917 i Tedeschi intensificarono la guerra sottomarina. Ciò danneggiò anche i rapporti commerciali degli Stati Uniti con l'Europa. Il 6 aprile gli USA entrarono in guerra con l'Intesa secondo dal tradizionale isolamento. A seguito della rivoluzione dell'ottobre 1917, la Russia decise di uscire dal conflitto. Concluse con i tedeschi una pace che comportò pesanti perdite territoriali. In Italia. Grazie alla crisi della Russia, Austriaci e Tedeschi si concentrarono sul fronte occidentale e italiano. Sfondate le linee italiane il 24 ottobre a Caporetto, gli Austriaci penetrarono in Italia. Diaz, succeduto alla guida dell'esercito, li bloccò sul fiume Piave. I soldati al fronte, ormai sfiniti, iniziarono a rifiutarsi di combattere.

1918: la conclusione del conflitto
Nella primavera del 1918 l'Intesa respinse l'attacco dell'Alleanza sul fronte occidentale. Dopo le battaglie della Marna e di Amiens tutti i fronti degli Imperi centrali crollarono.

I caduti della Prima Guerra Mondiale
Le cifre sono impressionanti: circa 8 milioni e mezzo di morti, di cui 615.000 italiani. A questi occorre aggiungere i 21 milioni di feriti più o meno gravi. Fra questi, milioni di uomini ebbero una percentuale d'invalidità permanente superiore al 50% e molti subirono delle amputazioni. Inoltre, ben 500.000 soldati morirono subito dopo la guerra in seguito a malattie contratte in trincea.


I trattati di pace

La Conferenza per la pace e la nuova situazione internazionale
Il 18 gennaio 1919 iniziò a Parigi una Conferenza per la pace. Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti e, in minor misura l'Italia assunsero le decisioni più importanti; gli altri Stati furono convocati solo per la firma finale dei trattati, che avvenne tra il 1919 e il 1920. I principi di democrazia e convivenza pacifica tra Stati suggeriti dal presidente americano Wilson non furono seguiti. Prevalse la linea punitiva che prevedeva risarcimenti ai vincitori e una pesante penalizzazione degli sconfitti. Con l'applicazione dei trattati la Germania, riconosciuta responsabile del conflitto, dovette pagare ingenti danni di guerra e perse le colonie; la continuità del suo territorio fu interrotta da una striscia di terra che collegava la Polonia al mare. L'Italia ottenne Trento, l'Alto Adige, la Venezia Giulia, Trieste. Quattro Imperi furono cancellati (russo, austro-ungarico, tedesco e turco) e nacquero nuove nazioni: Ungheria, Cecoslovacchia, Jugoslavia, Finlandia, Lituania, Estonia e Lettonia. In seguito alla guerra l'Europa perse il primato economico e politico a vantaggio degli Stati Uniti.