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Tra successi e sconfitte

La conquista della Libia
Giolitti, spinto da interessi politici ed economici e dall'opinione pubblica, riprese la politica coloniale con la guerra di Libia. Nel 1911 l'Italia dichiarò guerra alla Turchia che dominava la Libia. Non riuscendo a piegare la resistenza libica, l'Italia attaccò direttamente la Turchia che firmò nel 1912 il Trattato di Losanna con il quale di fatto cedeva la Libia.

Un bilancio negativo
L'avventura coloniale comportò notevoli spese a cui non corrispose la creazione di grandi opportunità per gli emigranti italiani. La Libia, infatti, non era la terra rigogliosa descritta dalla propaganda. A trarre vantaggio dalla conquista furono solo le banche, gli armatori e l'industria militare.

Il suffragio universale maschile
Nel 1912 venne introdotto il suffragio universale maschile. In questo modo Giolitti intendeva avvicinare alle istituzioni i due grandi movimenti di massa presenti nel paese: i socialisti e i cattolici.

Giolitti e i cattolici
Nel 1913 Giolitti stipulò con l'Unione elettorale cattolica il Patto Gentiloni: i cattolici promettevano di votare quei candidati liberali che avessero sottoscritto l'impegno di difendere la Chiesa. Grazie a questo patto nelle elezioni del 1913 Giolitti riuscì a ottenere nuovamente la maggioranza.

1914: finisce l'età giolittiana
La guerra in Libia e la crisi economica avevano indebolito il governo guidato da Giolitti, che nel 1914 preferì dare le dimissioni. Gli succedette Antonio Salandra, con cui l'Italia tornò a un clima di tensione sociale. L'età giolittiana era finita.


La cultura italiana

Fra originalità o provincialismo
Durante l'età giolittiana si diffuse definitivamente in Italia la cultura di massa, con la pubblicazione di molti giornali, la diffusione della pubblicità, un'attiva industria editoriale. Furono anni di grande fermento, in cui videro la luce riviste letterarie e di divulgazione culturale e filosofica. L'Italia non rimase esclusa dalle grandi correnti culturali europee dell'epoca, con particolare riferimento al clima antipsicologistico e irrazionalista diffusosi alla fine dell'Ottocento. Tuttavia pochi fra gli scrittori e gli intellettuali italiani furono in grado di imporsi a livello internazionale, mentre per molti la fama non varcò i confini del paese.

D'Annunzio il "superuomo" e la costruzione del proprio mito
Gabriele D'Annunzio divenne presto uno dei protagonisti della vita culturale italiana ed europea dell'epoca, grazie alle sue opere letterarie ma anche a una sapiente regia delle proprie azioni per poter essere sempre al centro dell'attenzione. Egli interpretò in modo superficiale la dottrina del «superuomo» espressa da Nietzsche: per D'Annunzio, il «superuomo» è un uomo superiore, che vive una vita «impossibile» e «incredibile» agli occhi delle masse. Nonostante la società dei mass media fosse agli esordi, D'Annunzio seppe reclamizzare e ben amministrare il mito che si creò attorno a sé, influenzando larghi strati della società italiana che vagheggiava il suo modello di vita imitabile. Inoltre, fu tra i primi intellettuali italiani a intuire il nuovo carattere di spettacolarità e ostentazione della società contemporanea per sfruttarne le opportunità, senza mai rinunciare alla ricerca del piacere come principale scopo della vita.

Lombroso e l'antropologia criminale
Medico e psichiatra, Cesare Lombroso fu l'inventore dell'antropologia criminale, una disciplina che tentava di applicare il metodo scientifico ai comportamenti umani, in particolare a quelli criminali. Il suo Trattato antropologico sperimentale dell'uomo delinquente ebbe un successo clamoroso e fu oggetto di ristampe e traduzioni. Per Lombroso esistono due tipi di delinquenti: il «delinquente nato», nel quale si trovano tutte le anomalie involutive e nel quale il comportamento criminale è insito per natura, e il «delinquente d'occasione», recuperabile perché portato al delitto da fattori esterni e non congeniti. I delinquenti nati, dunque, delinquono per le loro innate tendenze malvagie. Il successo di questa teoria durò finché Lombroso visse. Ma quando nel 1909 morì, i suoi libri e le sue teorie furono presto dimenticati. La psichiatria, infatti, scartò ben presto e con decisione l'approccio lombrosiano al fenomeno della delinquenza: venne giudicato non solo infondato scientificamente ma anche pericoloso, in quanto fonte di gravi pregiudizi.

Il futurismo
internazionale. L'atto di nascita è il Manifesto del futurismo pubblicato da Filippo Tommaso Marinetti (1876-1944) il 20 febbraio 1909 sul giornale «Le Figaro» di Parigi. L'ideologia che il Manifesto voleva esprimere era l'aggressività e la violenza distruttiva nei confronti di tutto il passato e di ciò che lo rappresentava. Al contrario celebrava l'amore per il pericolo, la ribellione, la guerra come «sola igiene del mondo». Il futurismo esaltava la nuova civiltà della macchina, cercava di attingere sensazioni nuove dal mondo della scienza e della tecnica, come l'ebbrezza per la velocità, rifiutava il mondo dell'interiorità.