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La rivoluzione Americana
Con il termine di "Rivoluzione americana" si designa un lungo processo di trasformazione politica, economica e sociale delle colonie britanniche dell'America settentrionale. che iniziò negli anni immediatamente successivi alla "guerra dei sette anni" (o "guerra franco-indiana", 1756-1763), messo in moto dai pesanti condizionamenti economici e fiscali imposti dall'Inghilterra, raggiunse il culmine con la dichiarazione di indipendenza e la guerra contro gli inglesi (1775-1783), e si concluse con l'approvazione della Costituzione del 1787 e la democrazia politica negli Stati Uniti d'America.
Le cause della rivoluzione - La funzione delle colonie - e non solo di quelle inglesi nell'America settentrionale - era quella di favorire lo sviluppo economico della madrepatria.
Gli inglesi infatti si conservarono il monopolio del commercio da e con le colonie americane, le quali erano costrette a fornire a basso prezzo materie prime (pellame, cotone, ecc.) e ad acquistare manufatti provenienti dall'Inghilterra; numerose leggi infatti ostacolavano l'impianto di manifatture nelle colonie. La situazione di dipendenza economica fu aggrava- ta, nel periodo successivo alla guerra dei sette anni, dai decreti che vietavano ai coloni di insediarsi nelle terre di nuova conquista come il Canada e la Louisiana, dall'inaspri-mento dei diritti di dogana su un gran numero di prodotti che le colonie importavano (1764), e dall'imposizione di un diritto di bollo (1765) sulle carte legali e commerciali e sui giornali.
L'esperienza della guerra contro i francesi e gli indiani aveva però dato alle popolazioni delle colonie una certa coscienza dei comuni interessi e sviluppato la capacità di organizzarsi per farli valere; ebbe così inizio una protesta fiscale contro l'Inghilterra, basata sul boicottaggio delle merci tassate, l'evasione da alcune imposte e quindi gli scontri sempre più frequenti con i funzionari incaricati della riscos-sione, e soprattutto alcuni parlamenti locali dichiararono illegali le imposte introdotte dal parlamento della madrepa-tria, nel quale i coloni non erano rappresentati. Le proteste dei coloni costrinsero il governo inglese ad abolire parecchie imposte nel 1770, ma ormai l'agitazione fiscale si era trasformata in agitazione politica che spingeva le colonie sulla strada dell'emancipazione.
L'occasione per far esplodere i sentimenti indipendentisti si presentò nel 1773, quando la decisione inglese di assegnare il monopolio del commercio del tè alla Compagnia delle Indie, spinse un gruppo di coloni al clamoroso gesto di protesta di assalire una nave mercantile nel porto di Boston, rovesciandone il carico di tè in mare (il cosiddetto "Boston tea party", del 16 dicembre). E quando il governo inglese decise di permettere ai francesi residenti in Canada di praticare la religione cattolica e di mantenere le proprie istituzioni (con il Québec Act, del 1774), i coloni americani ebbero la conferma della volontà della madrepatria di impedire l'assimilazione delle nuove conquiste nella Nuova In-ghilterra, e inviarono i propri rappresentanti a Filadelfia (settembre 1774), per un congresso nel quale venne manifestato con fermezza il dissenso delle colonie per la politica imperiale inglese, e si decise di considerare legittime solo le leggi approvate dalle assemblee legislative americane.
La guerra d'Indipendenza - Nel 1775 incominciarono le ostilità. Re Giorgio III dichiarò infatti ribelli gli americani e ordinò la repressione, mentre un secondo Congresso continentale delle colonie, riunito a Filadelfia nel maggio 1775, decise la costituzione di un esercito continentale, posto sotto il comando di George Washington (1732-1799). Le sorti della guerra volsero inizialmente a favore dell'In-ghilterra, che si impadroni di New York e di Filadelfia, mentre a sostenere la causa americana vennero dall'Europa parecchi volontari, sensibilizzati dall'opera di propaganda compiuta dall'ambasciatore Benjamin Franklin durante un lungo giro per il continente; più tardi anche Francia, Olanda e Spagna, ostili all'Inghilterra, intervennero nella guerra a favore degli americani.
Intanto i rappresentanti delle tredici colonie decisero di spingere alle estreme conseguenze la loro ribellione, approvando (4 luglio 1776) la Dichiarazione di indipendenza, redatta da Thomas Jefferson (1743-1826). Si trattava di un documento importantissimo, anche perché conteneva per la prima volta una formulazione dei diritti dell'uomo (alla vita, alla libertà e alla ricerca della felicità), che sarebbe stata ripresa dalla Rivoluzione francese.
Nell'ottobre 1777 l'esercito americano ottenne la sua prima importante vittoria a Saratoga, e quindi ad avere definitivamente ragione dell'esercito inglese nella battaglia di Yorktown (ottobre 1781), che pose fine alla guerra. Il 3 settembre 1783 venne firmato a Versailles il trattato di pace, in virtù del quale la Francia otteneva dei territori nei Caraibi che aveva perso durante la guerra dei sette anni per opera degli inglesi, e soprattutto la Gran Bretagna riconosceva l'indipendenza delle colonie americane, la cui unione federale aveva assunto nel 1781 il nome di Stati Uniti d'America.
La Costituzione degli Stati Uniti - Ottenuta l'indipen-denza, gli Stati Uniti pensarono a darsi una costituzione; a tal fine si radunò a Filadelfia nel 1787 una Convenzione, cioè una assemblea straordinaria dei singoli Stati. L'accordo tra i delegati della Convenzione non fu facile, poiché infatti alle posizioni federaliste di Washington e di Alexander Hamilton (1757-1804), favorevoli a un forte governo centra-le, si contrapponevano quelle dei repubblicani, che difendevano la sovranità dei singoli Stati e tendevano a dare un valore puramente simbolico al potere federale. Con ampie concessioni al compromesso (tra cui quello di lasciare ai singoli Stati la decisione di abolire o mantenere la schiavitù dei neri), prevalse complessivamente l'ipotesi federalista, e il 17 settembre 1787 venne approvata la Costituzione degli Stati Uniti d'America, che dopo l'approvazione da parte delle assemblee dei singoli Stati entrò in vigore in tutta l'unione nel 1789, quando George Washington fu eletto presidente della repubblica.
La Costituzione del 1787, integrata nel 1791 da una Carta dei diritti (Bill of Rights) che regolava i diritti dei cittadini, e da successivi numerosi emendamenti, adottati per adeguarla allo sviluppo politico e civile del paese, è tuttora in vigore. La costituzione istituì una repubblica federale di tipo presidenziale, all'interno della quale fu però lasciata ampia autonomia ai singoli Stati, ognuno dei quali mantenne la propria costituzione e i propri organi legislativi.
Il potere esecutivo federale fu affidato al presidente, eletto ogni quattro anni e dotato di ampi poteri: nominare e revocare il governo, porre un veto sospensivo sulle leggi, gestire la politica estera, designare i giudici della Corte suprema, l'organo di massimo grado del potere giudiziario, incaricata di valutare la legittimità costituzionale delle leggi federali e di quelle dei singoli Stati Il potere legislativo federale fu affidato ad un Congresso composto dalla Camera dei deputati (in cui il numero dei rappresentanti è proporzionale agli abitanti dei singoli Stati), eletta a suffragio diretto con restrizioni basate sul censo (diverse da Stato a Stato), e dal Senato, inizialmente composto da 2 rappresentanti per ogni Stato, scelti dai parlamenti locali.
Il bilancio federale si assunse dunque tutti i debiti di guerra degli Stati e impose dazi assai consistenti sulle merci per saldare i deficit di bilancio; il controllo sulla politica monetaria fu accresciuto con la fondazione nel 1791 della Banca degli Stati Uniti, a cui nel 1792 seguì l'apertura della Borsa di New York. Questa politica di interventismo economico e di accentramento di poteri nel governo federale suscitò il malcontento di diversi settori della popolazione, che trovò espressione a partire dal 1791 nel partito repubblicano (in seguito denominato partito repubblicano-democratico, da non confondersi con l'odierno partito repubblicano), un organismo politico assai articolato che radunava i piantatori degli Stati meridionali, favorevoli ad un maggior decentramento e alla abolizione del protezionismo che ostacolava i loro commerci, e dava voce anche al desiderio di maggiore democrazia da parte dei piccoli artigiani delle città settentrionali, irritati dai privilegi delle elites federaliste.
Lo sviluppo economico si accompagno a un considerevole incremento demografico e quindi alla tendenza all'espansione territoriale verso le terre vergini dell'ovest (West); nuovi Stati vennero così aggiunti alla federazione (un territorio poteva costituirsi in Stato quando raggiungeva i 60.000 abi-tanti): Vermont (1791), Kentucky (1792), Tennessee (1796), Ohio (1802), Louisiana (1803).
Nel 1801 divenne presidente il principale esponente dei repubblicani, Thomas Jefferson, a cui nel 1809 succedette l'altro repubblicano James Madison (1809-1817). In questa fase gli Stati Uniti instaurarono rapporti commerciali preferenziali con la Francia napoleonica, provocando quindi la reazione della Gran Bretagna, che cercò di ostacolare con azioni militari e di pirateria marina il flusso di commerci franco-statunitensi. Nel 1812 scoppiò dunque una nuova guerra anglo-americana, nel corso della quale gli statunitensi cercarono senza successo di conquistare il Canada; la pace fu firmata nel 1814, senza nessuna modifica territoriale.
Uno dei capi più rappresentativi della rivolta nera, François-Dominique Toussaint detto l'Ouverture (1743- 1803), fu allora posto a capo delle truppe francesi, che con l'appoggio degli schiavi liberati riuscirono a scacciare dall'isola gli anglo-spagnoli. Nel 1301 Toussaint fu proclamato presidente della colonia di Saint Dominique, uno Stato costituzionale formalmente sottoposto alla Francia.
L'ascesa al potere di Napoleone Bonaparte portò però ad un conflitto tra la colonia e la Francia imperiale; la guerra durò dal 1802 al 1803, e questa volta i neri ottennero l'appoggio strumentale della flotta inglese, finché il tentativo di invasione francese fu sventato, e nel gennaio 1804 lo Stato di Haiti proclamò la propria completa indipendenza.
Il timore che l'esempio della rivoluzione nera potesse diffondersi negli altri paesi dell'America, determinò negli anni successivi l'isolamento internazionale di Haiti, che del resto non trovò mai un proprio equilibrio politico e sociale interno.
Le cause della rivoluzione - La funzione delle colonie - e non solo di quelle inglesi nell'America settentrionale - era quella di favorire lo sviluppo economico della madrepatria.
Gli inglesi infatti si conservarono il monopolio del commercio da e con le colonie americane, le quali erano costrette a fornire a basso prezzo materie prime (pellame, cotone, ecc.) e ad acquistare manufatti provenienti dall'Inghilterra; numerose leggi infatti ostacolavano l'impianto di manifatture nelle colonie. La situazione di dipendenza economica fu aggrava- ta, nel periodo successivo alla guerra dei sette anni, dai decreti che vietavano ai coloni di insediarsi nelle terre di nuova conquista come il Canada e la Louisiana, dall'inaspri-mento dei diritti di dogana su un gran numero di prodotti che le colonie importavano (1764), e dall'imposizione di un diritto di bollo (1765) sulle carte legali e commerciali e sui giornali.
L'esperienza della guerra contro i francesi e gli indiani aveva però dato alle popolazioni delle colonie una certa coscienza dei comuni interessi e sviluppato la capacità di organizzarsi per farli valere; ebbe così inizio una protesta fiscale contro l'Inghilterra, basata sul boicottaggio delle merci tassate, l'evasione da alcune imposte e quindi gli scontri sempre più frequenti con i funzionari incaricati della riscos-sione, e soprattutto alcuni parlamenti locali dichiararono illegali le imposte introdotte dal parlamento della madrepa-tria, nel quale i coloni non erano rappresentati. Le proteste dei coloni costrinsero il governo inglese ad abolire parecchie imposte nel 1770, ma ormai l'agitazione fiscale si era trasformata in agitazione politica che spingeva le colonie sulla strada dell'emancipazione.
L'occasione per far esplodere i sentimenti indipendentisti si presentò nel 1773, quando la decisione inglese di assegnare il monopolio del commercio del tè alla Compagnia delle Indie, spinse un gruppo di coloni al clamoroso gesto di protesta di assalire una nave mercantile nel porto di Boston, rovesciandone il carico di tè in mare (il cosiddetto "Boston tea party", del 16 dicembre). E quando il governo inglese decise di permettere ai francesi residenti in Canada di praticare la religione cattolica e di mantenere le proprie istituzioni (con il Québec Act, del 1774), i coloni americani ebbero la conferma della volontà della madrepatria di impedire l'assimilazione delle nuove conquiste nella Nuova In-ghilterra, e inviarono i propri rappresentanti a Filadelfia (settembre 1774), per un congresso nel quale venne manifestato con fermezza il dissenso delle colonie per la politica imperiale inglese, e si decise di considerare legittime solo le leggi approvate dalle assemblee legislative americane.
La guerra d'Indipendenza - Nel 1775 incominciarono le ostilità. Re Giorgio III dichiarò infatti ribelli gli americani e ordinò la repressione, mentre un secondo Congresso continentale delle colonie, riunito a Filadelfia nel maggio 1775, decise la costituzione di un esercito continentale, posto sotto il comando di George Washington (1732-1799). Le sorti della guerra volsero inizialmente a favore dell'In-ghilterra, che si impadroni di New York e di Filadelfia, mentre a sostenere la causa americana vennero dall'Europa parecchi volontari, sensibilizzati dall'opera di propaganda compiuta dall'ambasciatore Benjamin Franklin durante un lungo giro per il continente; più tardi anche Francia, Olanda e Spagna, ostili all'Inghilterra, intervennero nella guerra a favore degli americani.
Intanto i rappresentanti delle tredici colonie decisero di spingere alle estreme conseguenze la loro ribellione, approvando (4 luglio 1776) la Dichiarazione di indipendenza, redatta da Thomas Jefferson (1743-1826). Si trattava di un documento importantissimo, anche perché conteneva per la prima volta una formulazione dei diritti dell'uomo (alla vita, alla libertà e alla ricerca della felicità), che sarebbe stata ripresa dalla Rivoluzione francese.
Nell'ottobre 1777 l'esercito americano ottenne la sua prima importante vittoria a Saratoga, e quindi ad avere definitivamente ragione dell'esercito inglese nella battaglia di Yorktown (ottobre 1781), che pose fine alla guerra. Il 3 settembre 1783 venne firmato a Versailles il trattato di pace, in virtù del quale la Francia otteneva dei territori nei Caraibi che aveva perso durante la guerra dei sette anni per opera degli inglesi, e soprattutto la Gran Bretagna riconosceva l'indipendenza delle colonie americane, la cui unione federale aveva assunto nel 1781 il nome di Stati Uniti d'America.
La Costituzione degli Stati Uniti - Ottenuta l'indipen-denza, gli Stati Uniti pensarono a darsi una costituzione; a tal fine si radunò a Filadelfia nel 1787 una Convenzione, cioè una assemblea straordinaria dei singoli Stati. L'accordo tra i delegati della Convenzione non fu facile, poiché infatti alle posizioni federaliste di Washington e di Alexander Hamilton (1757-1804), favorevoli a un forte governo centra-le, si contrapponevano quelle dei repubblicani, che difendevano la sovranità dei singoli Stati e tendevano a dare un valore puramente simbolico al potere federale. Con ampie concessioni al compromesso (tra cui quello di lasciare ai singoli Stati la decisione di abolire o mantenere la schiavitù dei neri), prevalse complessivamente l'ipotesi federalista, e il 17 settembre 1787 venne approvata la Costituzione degli Stati Uniti d'America, che dopo l'approvazione da parte delle assemblee dei singoli Stati entrò in vigore in tutta l'unione nel 1789, quando George Washington fu eletto presidente della repubblica.
La Costituzione del 1787, integrata nel 1791 da una Carta dei diritti (Bill of Rights) che regolava i diritti dei cittadini, e da successivi numerosi emendamenti, adottati per adeguarla allo sviluppo politico e civile del paese, è tuttora in vigore. La costituzione istituì una repubblica federale di tipo presidenziale, all'interno della quale fu però lasciata ampia autonomia ai singoli Stati, ognuno dei quali mantenne la propria costituzione e i propri organi legislativi.
Il potere esecutivo federale fu affidato al presidente, eletto ogni quattro anni e dotato di ampi poteri: nominare e revocare il governo, porre un veto sospensivo sulle leggi, gestire la politica estera, designare i giudici della Corte suprema, l'organo di massimo grado del potere giudiziario, incaricata di valutare la legittimità costituzionale delle leggi federali e di quelle dei singoli Stati Il potere legislativo federale fu affidato ad un Congresso composto dalla Camera dei deputati (in cui il numero dei rappresentanti è proporzionale agli abitanti dei singoli Stati), eletta a suffragio diretto con restrizioni basate sul censo (diverse da Stato a Stato), e dal Senato, inizialmente composto da 2 rappresentanti per ogni Stato, scelti dai parlamenti locali.
GLI STATI UNITI D'AMERICA TRA SETTECENTO E OTTOCENTO
Il presidente federale George Washington rimase in cari-ca, in virtù di una rielezione, fino al 1797, quando gli succedette il federalista John Adams (1797-1801). In questi primi anni di indipendenza la giovane repubblica federale fu protagonista di un rapido sviluppo economico, che trovò impulso nell'attivismo della presidenza federale. La necessità di stabilizzare e sviluppare l'economia dopo la guerra d'indipendenza, spinse infatti il governo a una politica di interventismo economico, che si tradusse in impulso alle industrie manifatturiere e alla cantieristica, e in una politica finanziaria condotta con criteri centralistici.Il bilancio federale si assunse dunque tutti i debiti di guerra degli Stati e impose dazi assai consistenti sulle merci per saldare i deficit di bilancio; il controllo sulla politica monetaria fu accresciuto con la fondazione nel 1791 della Banca degli Stati Uniti, a cui nel 1792 seguì l'apertura della Borsa di New York. Questa politica di interventismo economico e di accentramento di poteri nel governo federale suscitò il malcontento di diversi settori della popolazione, che trovò espressione a partire dal 1791 nel partito repubblicano (in seguito denominato partito repubblicano-democratico, da non confondersi con l'odierno partito repubblicano), un organismo politico assai articolato che radunava i piantatori degli Stati meridionali, favorevoli ad un maggior decentramento e alla abolizione del protezionismo che ostacolava i loro commerci, e dava voce anche al desiderio di maggiore democrazia da parte dei piccoli artigiani delle città settentrionali, irritati dai privilegi delle elites federaliste.
Lo sviluppo economico si accompagno a un considerevole incremento demografico e quindi alla tendenza all'espansione territoriale verso le terre vergini dell'ovest (West); nuovi Stati vennero così aggiunti alla federazione (un territorio poteva costituirsi in Stato quando raggiungeva i 60.000 abi-tanti): Vermont (1791), Kentucky (1792), Tennessee (1796), Ohio (1802), Louisiana (1803).
Nel 1801 divenne presidente il principale esponente dei repubblicani, Thomas Jefferson, a cui nel 1809 succedette l'altro repubblicano James Madison (1809-1817). In questa fase gli Stati Uniti instaurarono rapporti commerciali preferenziali con la Francia napoleonica, provocando quindi la reazione della Gran Bretagna, che cercò di ostacolare con azioni militari e di pirateria marina il flusso di commerci franco-statunitensi. Nel 1812 scoppiò dunque una nuova guerra anglo-americana, nel corso della quale gli statunitensi cercarono senza successo di conquistare il Canada; la pace fu firmata nel 1814, senza nessuna modifica territoriale.
LA RIVOLTA DEGLI SCHIAVI E L'INDIPENDENZA DI HAITI
Le idee di uguaglianza portate alla ribalta dalla Rivoluzione francese ebbero una immediata eco anche nelle colonie di Parigi. Nel 1791 esplose nell'isola antillana di Hispaniola (Haiti per gli indigeni), nella colonia francese di Saint Domi-nigue, una grande rivolta di schiavi neri, impiegati nelle locali coltivazioni di canna da zucchero e cotone. Di fronte al-l'insurrezione la Francia rivoluzionaria decise nel 1792 la liberazione di tutti gli schiavi, ma i piantatori bianchi, temendo di dover rinunciare ai presupposti dei loro privilegi e della loro ricchezza, invocarono l'intervento armato di Inghilterra e Spagna.Uno dei capi più rappresentativi della rivolta nera, François-Dominique Toussaint detto l'Ouverture (1743- 1803), fu allora posto a capo delle truppe francesi, che con l'appoggio degli schiavi liberati riuscirono a scacciare dall'isola gli anglo-spagnoli. Nel 1301 Toussaint fu proclamato presidente della colonia di Saint Dominique, uno Stato costituzionale formalmente sottoposto alla Francia.
L'ascesa al potere di Napoleone Bonaparte portò però ad un conflitto tra la colonia e la Francia imperiale; la guerra durò dal 1802 al 1803, e questa volta i neri ottennero l'appoggio strumentale della flotta inglese, finché il tentativo di invasione francese fu sventato, e nel gennaio 1804 lo Stato di Haiti proclamò la propria completa indipendenza.
Il timore che l'esempio della rivoluzione nera potesse diffondersi negli altri paesi dell'America, determinò negli anni successivi l'isolamento internazionale di Haiti, che del resto non trovò mai un proprio equilibrio politico e sociale interno.