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Opere fondamentali classe IV


La critica della ragion pratica

Il problema della morale

La Critica della ragion pratica (1788) indaga la ragione pratica, cioè la ragione che opera nell'ambito dell'azione, allo scopo di chiarire quando essa è morale e quando non lo è.
Il punto di partenza dell'indagine morale è costituito dall'esistenza di una legge morale assoluta che, secondo Kant, è un fatto della ragione.
La vita morale deriva dal contrasto tra sensibilità e ragione: l'uomo può infatti seguire i propri impulsi sensibili oppure gli ordini della ragione.
Il presupposto necessario della morale è la libertà. Secondo Kant, infatti, che esista una legge morale è certo: se non esistesse, infatti, L'uomo agirebbe sempre e soltanto d'istinto, e non vivrebbe invece quel travaglio interiore che fa parte della sua natura.
La "rivoluzione copernicana morale" consiste nel fondare la morale sulla sola ragione: la morale non consiste nell'agire in vista di un qualche fine, ma nel far determinare la volontà esclusivamente dalla ragione.
Kant respinge, dunque, tutte le morali eteronome (cioè fondate su motivazioni varie ma comunque diverse dal semplice comando della ragione, come il piacere o il volere di Dio) a favore di una morale del tutto autonoma.
La morale kantiana si configura come un'etica dell'intenzione dal momento che ciò che ha rilevanza morale non è il risultato dell'azione ma l'intenzione con cui l'azione è compiuta.
In questo modo l'ambito del dover essere risulta chiaramente distinto dall'ambito dell'essere, nel senso che ciò che si deve fare non viene determinato da ciò che di fatto si fa.

La legge e i suoi caratteri

I principi pratici si dividono in massime, cioè regole che hanno valore soggettivo, e imperativo, ovvero leggi dotate di validità universale.
A loro volta gli imperativi ipotetici ("se vuoi..., allora devi...") indicano i mezzi più adatti per conseguire un determinato fine (uno scopo soggettivo nel caso delle regole dell'abilità e la felicità nel caso dei consigli della prudenza); l'imperativo categorico ("devi") prescrive un dovere assoluto e incondizionato.
La legge morale si identifica con l'imperativo categorico che esprime un dovere assoluto, un comando perentorio che dal profondo della coscienza mi dice: "Devi, perché devi".
La legge morale è universale (cioè è valida sempre e per tutti), formale (ossia non prescrive alcun contenuto ma dà solo la forma della legge), incondizionata (cioè è assoluta e non subordinata ad alcuna condizione), autonoma (perché è espressione dell'autodeterminazione della ragione), necessaria (nel senso che tutti la avvertono come legge).
Kant elabora tre diverse formulazioni dell'imperativo categorico, ognuna delle quali sottolinea un diverso aspetto della legge morale.

Le tre formulazioni dell'imperativo categorico

La prima formulazione mette l'accento sull'universalità della legge morale:
"Agisci come se la massima della tua azione dovesse, per tua volontà, divenire una legge universale". Il soggetto, prima di agire, è chiamato a verificare la moralità della massima che guida la sua azione attraverso un test di universalità.
La seconda formulazione sottolinea l'eguale dignità di ogni essere umano: "Agisci in modo da trattare l'umanità tanto nella tua persona, quanto nella persona di ogni altro uomo, sempre come fine e mai come mezzo".
Il "regno dei fini" è la comunità ideale di persone libere che, vivendo moralmente, si rispettano a vicenda riconoscendosi pari dignità. Come tale il "regno dei fini" è istituito dalla vita morale.
La terza formulazione evidenzia l'autonomia della ragione legislatrice, cioè la sua capacità di dare la legge a se stessa: "Agisci in modo tale che la tua volontà possa istituire una legislazione universale" .
L'autonomia si contrappone all'eteronomia di quelle etiche fondate su moventi esterni alla morale (come l'utile o la felicità).

Il carattere noumenico della vita morale

Il rigorismo consiste nel fatto che la legge morale non può fondarsi su alcun movente diverso dal dovere.
L'unico sentimento accettabile in ambito morale è il rispetto, che ha carattere razionale perché scaturisce dalla stessa legge morale. Ogni altro sentimento è escluso perché, qualunque sia, è comunque irrazionale e quindi inquinerebbe la purezza dell'azione morale.
La morale kantiana è una morale deontologica in quanto è tondata sul puro dovere: affinché un'azione sia morale non è infatti sufficiente che sia conforme al dovere, ma deve essere anche compiuta per dovere. L'agire morale consiste quindi nel dovere per il dovere.
La differenza discende dal diverso movente: se l'azione, pur essendo esteriormente coerente con la legge morale, non è dettata dal solo dovere per il dovere ma da qualche altro scopo, l'azione non sarà morale ma solo legale.
Il carattere noumenico della vita morale consiste nel fatto che il dovere per il dovere innalza l'uomo al di sopra del meccanicistico mondo fenomenico, per condurlo alla dimensione noumenica della libertà.

I postulati della ragion pratica

I postulati della ragion pratica sono verità che, pur senza poter essere dimostrate, devono necessariamente essere assunte affinché possa esistere la morale.
Il postulato fondamentale è la libertà: la libertà è la condizione stessa della vita morale, perché fa sì che il dovere sia una libera scelta ("devi, dunque puoi"); senza la libertà, infatti, la volontà sarebbe sottoposta al determinismo del mondo fenomenico.
La legge morale costituisce poi a sua volta la prova dell'esistenza della libertà, perché attraverso la legge morale l'uomo acquisisce la consapevolezza di essere libero. Il sommo bene consiste nell'unione tra il bene supremo, cioè la virtù, e la felicità.
L'antinomia fondamentale della morale consiste nel contrasto tra virtù e felicità: per un verso, la felicità costituisce un movente eteronomo e quindi non può mai essere il fine della vita morale, ma al contempo per sua stessa natura l'uomo aspira alla felicità; per l'altro, vivere secondo virtù non genera di per sé la felicità, anzi tra virtù e felicità c'è spesso conflitto.
Per risolvere l'antinomia della morale, ossia per realizzare la coincidenza tra virtù e felicità che è impossibile in questo mondo, occorre postulare una dimensione ultraterrena.
Il secondo e il terzo postulato affermano l'immortalità dell'anima e l'esistenza di Dio. L'immortalità dell'anima permette di soddisfare la prima condizione del sommo bene, cioè la virtù perfetta (santità), non realizzabile in questa vita.
L'esistenza di Dio consente di soddisfare la seconda condizione del sommo bene, cioè la felicità: solo Dio può infatti garantire il giusto premio della virtù.
Per Kant è la morale a fondare la religione e non viceversa. Con i postulati dell'esistenza di Dio e dell'immortalità dell'anima viene capovolta la tradizionale convinzione secondo cui sarebbe la religione a fondare la vita morale: al contrario per Kant è la vita morale a essere il fondamento della religione.
Il "primato della ragion pratica" consiste nella sua capacità di oltrepassare I Limiti della ragione teoretica: i tre postulati della ragion pratica, che corrispondono alle tre idee della ragione teoretica, aprono infatti una finestra sul mondo noumenico.
No, tali postulati rimangono solo espressione di esigenze morali: noi non sappiamo che cosa siano la libertà, l'anima e Dio, postuliamo solo che esistano.

confronto critica della ragion pura e critica della ragion pratica