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Opere fondamentali classe IV


La fenomenologia dello spirito



Obiettivo e metodo della Fenomenologia

La Fenomenologia dello Spirito doveva essere solo l'introduzione al sistema filosofico di Hegel, ma l'opera divenne presto un'ampia trattazione autonoma.
A Jena Hegel arrivò presto a progettare un sistema della filosofia. Tuttavia ci vollero alcuni anni perché il «sistema» assumesse la sua fisionomia definitiva. Nell'estate del 1805 Hegel annunciò ai suoi studenti che avrebbe tenuto un corso sull'intera scienza della filosofia, cioè la filosofia speculativa (logica e metafisica), la filosofia della natura e la filosofia dello Spirito». Il sistema doveva dunque comporsi di tre parti. L'anno dopo Hegel tornò sull'argomento, ma fece precedere la prima parte del sistema, cioè la logica e la metafisica, da una trattazione nuova, cui diede il nome di «fenomenologia dello Spirito». Mentre lavorava a quest'opera, Hegel l'arricchì di parti che inizialmente non aveva pensato di includervi. Quella che avrebbe dovuto essere un'introduzione al sistema divenne così una trattazione molto ampia e autonoma: Hegel decise di pubblicarla a parte, con il titolo di Fenomenologia dello Spirito (1807).

La «fenomenologia» esamina le forme in cui la coscienza si manifesta, mettendone alla prova la pretesa di cogliere l'essenza della realtà.
Perché Hegel scrisse la Fenomenologia? Per capirlo dobbiamo chiederci: quale compito svolge quest'opera? La Fenomenologia deve servire a portare la coscienza comune o empirica, che Hegel chiama «coscienza naturale», al punto di vista della scienza o del «puro sapere». Ciò equivale a dire che, affinché ci si possa occupare della scienza filosofica, occorre prima essersi liberati da una serie di false opinioni che sono connaturate al nostro modo abituale, "naturale", di vedere la realtà. Secondo Hegel, per arrivare al punto di vista della scienza occorre percorrere un lungo «cammino». Ciò vuol dire che la verità non può essere raggiunta di colpo, grazie a un'intuizione geniale, come avevano sostenuto i romantici e Schelling, ma solo a seguito di un processo lungo e difficile, che Hegel chiama «la fatica del concetto». Il cammino da percorrere per arrivare al sapere assoluto deve partire dalla coscienza comune, vale a dire dal nostro modo ordinario di pensare. Occorre verificare se il modo di vedere la realtà che è proprio della coscienza comune è capace di produrre una visione coerente, non contraddittoria, delle cose. Tale verifica avviene mediante una serie di "esperienze" compiute in prima persona dalla coscienza stessa. La fenomenologia viene quindi definita la «scienza dell'esperienza della coscienza». Ha il compito di studiare tutti i modi in cui la coscienza "appare", "si manifesta": da qui il titolo dell'opera (dal greco phainomenon, "che appare"). I modi di vedere la realtà sono in parte universali, cioè possono presentarsi in ogni epoca, in parte legati alla situazione particolare di un certo periodo storico e di una certa cultura. Tutti sono accomunati dalla pretesa di cogliere l'essenza del reale. Si tratterà allora di verificare tale pretesa.

Le "figure" della coscienza non vengono confutate in base a un criterio esterno, ma sulla base del loro svolgimento logico.
Ma in che cosa consiste, in concreto, la critica ai modi di apparire della coscienza? Come si fa a svelarne la falsità? E in che modo la coscienza naturale si trasforma in sapere assoluto? Hegel definisce «figura» o «configurazione» della coscienza ciascuna "tappa" dell'itinerario fenomenologico. Tutte le figure pretendono di cogliere la vera essenza della realtà ma, esaminandole in modo approfondito, ogni volta tale pretesa risulta illegittima. Questo esame consiste nel mettersi dal punto di vista della coscienza in ciascuno dei suoi momenti e nel mostrare che la pretesa che quel dato punto di vista riesca a esprimere l'essenza della realtà reca in sé una contraddizione e quindi è infondata. La critica delle posizioni della coscienza, dunque, non è condotta "dall'esterno", sulla base di tesi o principi già ammessi. Se così fosse si sarebbe già raggiunto il punto di vista del sapere, che invece sta al termine del percorso fenomenologico. Ogni "tappa" si confuta da sé, ovvero arriva da sola a "falsificare" il proprio punto di vista. Questo processo di autofalsificazione è ciò che Hegel chiama «esperienza della coscienza».

Il processo fenomenologico è costruito intorno al «movimento dialettico» che si fonda, a sua volta, sulla distinzione tra certezza e verità
Come si svolge, in concreto, l'esperienza della coscienza? Attraverso il «movimento dialettico». Per capire di che cosa si tratta occorre partire dal fatto che, per Hegel, la nostra coscienza è sempre coscienza di qualcosa, di un "oggetto". Questa posizione originaria della coscienza comprende due aspetti: L'esperienza della coscienza contiene quindi due aspetti: la distinzione tra soggetto e oggetto, e il loro rapporto. Con le parole di Hegel: la coscienza «distingue da sé un alcunché al quale in pari tempo si rapporta». Il primo aspetto, cioè il fatto che l'oggetto ci appaia distinto dalla nostra coscienza, è la sua «verità»: Hegel propone di chiamarlo l'«essere in sé» dell'oggetto. Invece il secondo aspetto, ovvero il rapporto tra la coscienza e l'oggetto, è ciò che normalmente chiamiamo «sapere» o «certezza», e che Hegel definisce l'«essere per la coscienza». La coscienza naturale separa rigidamente il sapere e la verità. Essa cioè immagina che da una parte stia il soggetto, dall'altra l'oggetto, e che la conoscenza consista nel far corrispondere l'uno all'altro. Le cose però, spiega Hegel, stanno in maniera diversa. In effetti, dire che un oggetto è indipendente da noi significa già attribuirgli un predicato, una qualità, cioè qualcosa che vale per la nostra coscienza; ma allora l'oggetto non è veramente indipendente da noi, altrimenti non potremmo dirne nulla. Di conseguenza non è solo la conoscenza dell'oggetto a ricadere all'interno della coscienza, ma anche il suo essere «in sé». «Certezza» e «verità» sono due diversi modi di essere della coscienza.

Il "cammino" della coscienza termina quando essa ha eliminato ogni differenza residua tra sé e la realtà
Ora è possibile spiegare il «movimento dialettico» compiuto dalla coscienza. A ogni tappa la realtà appare sotto una certa forma, che la coscienza esprime facendo ricorso a determinate categorie. Ma a un esame più attento essa scopre che tale immagine della realtà non è veritiera. Ciò che all'inizio si presenta come la verità dell'oggetto si rivela essere una semplice proiezione della coscienza: ciò che sembrava la verità, l'oggetto «in sé», è tale solo per la coscienza; la sua separatezza dalla coscienza era solo un'apparenza. Hegel chiama questa scoperta «rovesciamento della coscienza». In ciascuna fase del suo cammino la coscienza ripete tale scoperta, e ciò la porta ogni volta a costruirsi una nuova immagine della realtà. Pertanto ogni figura viene abbandonata per essere sostituita da una nuova figura, più complessa e più aderente alla realtà. Il percorso fenomenologico ha termine nel momento in cui la coscienza non trova più alcuna «cosa in sé» al di fuori di sé, e arriva così a comprendere che tutto ciò che le sembrava essenzialmente distinto da lei, puramente oggettivo, è in realtà un suo prodotto; un prodotto, si badi, non della coscienza singola di questo o quell'individuo, ma della coscienza universale, cioè dello Spirito. L'esito finale della Fenomenologia consiste quindi nello scoprire che la verità, l'Assoluto, che la coscienza comune colloca in una dimensione trascendente, è invece immanente al pensiero.


Coscienza, autocoscienza e ragione

Hegel sviluppa la Fenomenologia attraverso sei momenti, a loro volta articolati in varie "figure"
La Fenomenologia è suddivisa in sei «momenti»: Coscienza, Autocoscienza, Ragione, Spirito, Religione, Sapere assoluto (il primo momento è scritto con la maiuscola per distinguerlo dalla coscienza, che è la protagonista di tutta l'opera). Ciascuno di questi momenti si articola a sua volta in diverse «figure», cioè in forme determinate del pensiero e dell'esperienza. I primi tre momenti trattano la coscienza come facoltà del singolo individuo; negli ultimi tre, per contro, la Coscienza è intesa come coscienza collettiva, cioè come la cultura e la "visione del mondo" propria di una comunità. La coscienza esprime la relazione immediata del soggetto con la realtà esterna e si articola in «certezza sensibile», «percezione» e «intelletto»

L'autocoscienza è la coscienza che si ritrova nella realtà e che si imbatte in un oggetto diverso dagli altri: un'altra autocoscienza. La dialettica che ne deriva dà luogo ad alcune delle figure più celebri della Fenomenologia: «signoria e servitù» e «coscienza infelice»
Anche qui l'itinerario fenomenologico si articola in alcuni passaggi. All'inizio l'autocoscienza punta a superare l'apparente indipendenza dell'oggetto, a mostrare come esso dipenda dal soggetto. Diventa così «appetito», «concupiscenza», e sotto tale veste si appropria dell'oggetto. Ciò accade, banalmente, ogni volta che si consuma del cibo: dell'apparente indipendenza dell'oggetto non resta nulla. Potrebbe sembrare, a questo punto, che il dominio del soggetto sulla realtà sia completo, dato che l'oggetto viene consumato e quindi annientato. Invece proprio l'appagamento che si ricava dal consumare le cose presuppone che le cose ci siano e si rendano disponibili. Il soggetto quindi non elimina fino in fondo l'oggetto. Inoltre l'appetito, che è uno stato di passività, non appena viene soddisfatto rinasce di nuovo. Ha così inizio un processo inverso a quello che si è prodotto finora. Fin qui ciò che si presentava come realtà esterna alla coscienza si rivelava condizionato dalla coscienza stessa, cioè esisteva soltanto in quanto era «per» lei. Ora invece la coscienza deve fare i conti con l'indipendenza reale del suo oggetto che, dapprima, è solo una cosa inanimata, ma che in seguito si presenta come un'altra autocoscienza, come un soggetto. Si assiste così alla duplicazione dell'autocoscienza. L'oggetto della coscienza adesso è a sua volta un'autocoscienza e non più qualcosa di essenzialmente diverso da lei, com'è avvenuto finora. E c'è di più: l'autocoscienza non è veramente se stessa finché l'altra autocoscienza non la riconosce come tale. Con ciò Hegel vuol dire che noi diventiamo pienamente persone solo quando gli altri ci riconoscono come tali, e non come cose. Il confronto con gli altri genera dapprima spavento, perché l'altro soggetto è diverso da noi; ma poi ha un effetto positivo, poiché ciascuno amplia la propria idea dell'umano. Questa dialettica del riconoscimento reciproco, che prefigura il concetto di Spirito, si svolge attraverso tre passaggi principali.

La ragione è la coscienza certa della razionalità del reale. Dapprima tale razionalità viene ricercata nel mondo naturale, quindi nella sfera etica e politica, tanto a livello collettivo quanto a livello morale.


Spirito, religione e sapere assoluto

Lo Spirito è la coscienza che sa, non solo che la realtà è razionale, ma anche che è un prodotto dalla ragione: sa, cioè, che la realtà è ragione in atto

Sono due le novità che conducono dalla Ragione al momento successivo, lo Spirito:
la prima è che la coscienza non si limita più a "trovare" nella realtà un ordine e una razionalità "già pronti" (come quando, nella figura della "ragione osservativa", studiava le leggi naturali o psicologiche); ora ha la certezza che la razionalità del mondo è un suo prodotto. La realtà non è solo razionale, ma è ragione in atto, o, come scrive Hegel, «effettuale»;
la seconda novità consiste nel fatto che protagonista del percorso fenomenologico non è più la coscienza singola, astrattamente intesa, ma la coscienza collettiva: a un lo astratto, indefinito, si sostituisce un Noi concreto, questa comunità ben precisa. In tal senso Hegel osserva che «lo Spirito è la vita etica di un popolo». Ciò implica che le figure dello Spirito non sono più solo «figure della coscienza», cioè non si limitano a descrivere atteggiamenti o schemi mentali; sono anche «figure di un mondo», ovvero esprimono le forme di vita e di cultura che hanno accompagnato lo sviluppo storico dei popoli.
Il capitolo dedicato allo Spirito è il più lungo dell'opera. Contiene un'ampia esposizione delle fasi principali della storia dell'umanità, articolata in tre parti. Questi temi, come pure la riflessione sulla religione, l'arte e la filosofia ricompariranno nelle opere successive di Hegel, cioè in alcune parti del sistema: rimandiamo pertanto al prossimo capitolo per un esame più approfondito.



Nella Religione lo Spirito chiarisce a se stesso, attraverso simboli e rappresen-tazioni, la propria natura

Il concetto di Religione, spiega Hegel, può essere inteso in un senso generico e in uno più specifico. Nel primo caso si ha "religione" quando gli uomini credono a un'essenza assoluta, a una "verità" ultima. Tuttavia il concetto di Religione è ben più ricco e, a questo stadio di sviluppo, la coscienza ormai sa che l'Assoluto non è una sostanza immobi-le, un ordine oggettivo che trascende l'intelligenza, bensì è soggetto, «Spirito».
Ma come esprimere tale verità? La Religione dà una prima risposta a questa domanda: tutte le religioni hanno in comune l'idea che la realtà non si esaurisca nella dimensione della fi-nitezza, cioè che dietro al nascere e perire delle cose terrene operi un principio eterno. Tale intuizione corrisponde all'essenza dello Spirito. Nella Religione, pertanto, lo Spirito cerca di chiarire la propria natura, e per farlo propone una «rappresentazione» simbolica di se stes-so. Ciò avviene in modi diversi, via via più adeguati, che corrispondono ai principali generi, o forme, della Religione. In generale, comunque, il "limite" della Religione è che essa esprime la verità dello Spirito attraverso forme simboliche e non mediante concetti.


Il Sapere assoluto riformula il contenuto della Religione in forma scientifica: rappresenta pertanto il punto finale dell'itinerario compiuto dalla coscienza

Alla coscienza, dunque, resta da compiere solo un ultimo passo: reinterpretare in termini filosofici i simboli della Religione. Non appena riesce a farlo, lo Spirito conosce finalmente se stesso in una forma adeguata al suo concetto.
Tale forma corrisponde a quanto Hegel aveva scritto nell'Introduzione dell'opera:
Il compito della fenomenologia può quindi dirsi esaurito. L'esito finale del cammino della coscienza è il «Sapere assoluto» che accoglie in sé, come propri elementi costitutivi, tutte le singole «figure» o tappe della coscienza. Giunto a questo punto, però, il sapere non resta fermo, bensì ripercorre per intero l'esperienza fatta fin qui dalla coscienza, fermandosi su ciascuna tappa.
Il Sapere assoluto, pertanto, sarà da un lato la scienza dei momenti essenziali della cono-scenza, dall'altro l'esposizione storica della loro formazione.