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La realtà storica dell'uomo: Marx
La critica di Hegel e del liberalismo
Marx sviluppa la propria concezione dell'uomo e della società anzitutto attraverso un confronto critico con i pensatori che hanno svolto un ruolo importante nella sua formazione: da una parte Hegel, dall'altra Feuerbach e altri autori appartenenti all'ambito della sinistra hegeliana. Al confronto con Hegel e, per suo tramite, a una riflessione sulla realtà socio-politica nell'età moderna, è dedicata la Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico, un'opera rimasta incompiuta e pubblicata solo nel 1927, ma importante per comprendere il rapporto di Marx con Hegel e la concezione marxiana della politica e dello stato.
In quest'opera, l'analisi di Marx muove da una critica del metodo attraverso cui Hegel aveva sviluppato la propria filosofia del diritto e dello stato. L'aspetto positivo del metodo hegeliano risiede per Marx nel suo carattere dialettico, consistente nel fatto che l'analisi prende sempre le mosse dalle contraddizioni che attraversano la realtà politica. Grazie a questa impostazione, Hegel ha potuto mettere in luce la distinzione tra stato e società civile come caratteristica fondamentale del mondo moderno. Ma questo aspetto positivo, secondo Marx, sarebbe vanificato dal carattere speculativo del metodo hegeliano, che fa della famiglia, della società civile e dello stato altrettanti momenti dell'idea, trasforma quest'ultima in un soggetto reale e, viceversa, fa del concreto un mero prodotto dell'astratto, qualcosa di derivato da esso. Si tratta, come aveva già osservato Feuerbach, di un'inversione del rapporto tra soggetto e predicato, che sostituisce l'ideale al reale, l'astratto al concreto, l'infinito al finito.
La natura mistificatoria di questo metodo, caratterizzato da Marx come un "misticismo logico" (cioè una sorta di divinizzazione del pensiero), consiste nel fatto che, per esso, i rapporti reali diventano una manifestazione o un fenomeno del processo di sviluppo dell'idea, e quest'ultima assume infine il ruolo di soggetto del processo storico. Ne deriva l'esaltazione e la giustificazione del finito e del presente, che diventano il riflesso di qualcosa di eterno e assoluto. L'idealismo hegeliano si rivela così, in realtà, una forma di empirismo inconsapevole o, come scrive Marx, di "crasso positivismo".
Nella Questione ebraica, Marx sviluppa il tema del rapporto tra stato e società nella direzione di una critica alle idee di rappresentanza, libertà e uguaglianza giuridica che si trovano alla base della concezione borghese e liberale della democrazia. Nella società borghese, la vita dell'individuo si trova ad essere scissa nelle due dimensioni del bourgeois e del citoyen. L'individuo è al tempo stesso un "borghese", cioè un membro della società civile impegnato nell'affermazione di sé e nel perseguimento dei propri interessi, e un "cittadino", vale a dire un membro dello stato che partecipa alla vita politica. Questa scissione è tipica della società moderna, mentre per esempio era sconosciuta nella polis greca, dove l'individuo si trovava in un rapporto di "unità sostanziale" con la comunità. In essa, si mostra il carattere illusorio dell'uguaglianza di diritti che la rivoluzione francese ha attribuito al cittadino. Questa uguaglianza sul piano formale si accompagna infatti a una disuguaglianza sul piano fattuale dei rapporti interni alla società civile, descrivibili nei termini della guerra di tutti contro tutti di cui parlava Hobbes. Mentre la realtà della società borghese è quella della separazione individualistica e atomistica degli individui dalla comunità, l'autentica emancipazione umana dovrà portare al superamento della scissione tra individuo, società e politica. E a questo si potrà arrivare solo attraverso la trasformazione delle strutture economiche e sociali che producono la disuguaglianza tra gli uomini.
La critica a Feuerbach
Alla progressiva presa di distanza di Marx dal liberalismo della sua gioventù e da Hegel, si accompagna però anche il distacco dai giovani hegeliani e, in particolare, da Feuerbach. Del pensiero di Feuerbach, Marx apprezza l'affermazione del carattere sensibile e naturale dell'uomo in opposizione all'idealismo hegeliano. Ma allo stesso Feuerbach egli rimprovera il misconoscimento della storicità e della dimensione attiva dell'uomo: nel materialismo naturalistico feuerbachiano l'uomo diventa un essere passivo, e la sua sensibilità è intesa come mera ricettività. Marx considera invece l'uomo non solo come essere naturale e «oggetto sensibile», ma anche come essere storico e «attività umana sensibile, prassi», riconoscendo che gli esseri umani non sono solo condizionati passivamente dalla natura, ma sono in grado di determinare e trasformare quest'ultima attraverso la propria attività. Un'altra differenza importante tra Marx e Feuerbach riguarda la concezione della religione. Il risultato positivo della critica di Feuerbach alla religione consiste per Marx nell'averne mostrato il carattere alienante: non è Dio che ha creato l'uomo a sua immagine e somiglianza, ma è l'uomo che ha creato Dio, nel senso che quest'ultimo non è altro che il risultato di una proiezione verso l'esterno di caratteristiche umane. Tuttavia, Feuerbach non avrebbe tenuto conto del fatto che l'uomo che produce la religione non è un uomo "astratto", "naturale", cioè un individuo isolato (che, in quanto tale, non esiste), ma un uomo che appartiene a un mondo, a una situazione storico-sociale determinata. L'«illusione religiosa», come condizione di scissione e dipendenza, è dunque per Marx il prodotto di una situazione storico-sociale, di un insieme di rapporti sociali in cui l'uomo vive una condizione miserevole e alienata senza poter realizzare la propria essenza. Se per Feuerbach la religione è un fatto relativo alla coscienza, per Marx la coscienza alienata è legata a un fatto reale, alla condizione di alienazione propria, in particolare, del lavoratore salariato nell'economia capitalistica.
La critica dell'ideologia e le dinamiche dell'evoluzione storica
Al confronto con i giovani hegeliani, in particolare con Feuerbach, Bruno Bauer e Max Stirner è dedicata un'altra opera, L'ideologia tedesca, scritta da Marx insieme a Friedrich Engels e non pubblicata dai due autori in quanto era stata scritta con il solo scopo di chiarire a se stessi la loro visione della realtà e il loro rapporto con i giovani hegeliani. Il vero obiettivo polemico di questo testo è però la visione hegeliana della storia, a cui Marx ed Engels oppongono la concezione materialistica della storia o materialismo storico. Con questa espressione, i due autori intendono un metodo critico in grado di fondare una comprensione non ideologica della storia. Quest'ultima viene intesa come processo obiettivo, regolato da leggi specifiche e radicato nella dimensione materiale dei bisogni umani. Nel lessico marxiano, il termine ideologia non significa semplicemente un insieme più o meno coerente e organico di idee, ma una rappresentazione rovesciata e mistificante della realtà, che vela la struttura effettiva e le vere forze motrici della storia sostituendo ai rapporti reali un'immagine deformata e deformante. Ideologia è, in particolare, la concezione dell'idealismo, che individua il motore della storia in fattori di carattere spirituale e ideale, considerati come autonomi rispetto alla loro base materiale. L'analisi storica deve prendere le mosse non da una astratta essenza dell'uomo (come facevano Feuerbach e i giovani hegeliani), ma da individui determinati, che agiscono in condizioni date e che entrano in rapporto con la natura e con altri uomini. Questo perché la dimensione fondamentale della storia non è quella spirituale o ideale, ma quella materiale dei bisogni e della loro soddisfazione tramite il lavoro. La prima differenza tra l'uomo e gli animali risiede infatti - piuttosto che nella coscienza, nella religione o in altre caratteristiche di ordine spirituale - nel fatto che gli uomini producono i propri mezzi di sussistenza. A questa, che costituisce la prima azione storica, si aggiungono altri aspetti fondamentali delle «condizioni storiche originarie»: la creazione e la soddisfazione di nuovi bisogni, la riproduzione, la cooperazione tra più individui. Solo a questo punto si può parlare del fenomeno della coscienza, che è legata al rapporto con altri uomini e al grado di sviluppo materiale di una determinata società: «gli uomini che sviluppano la loro produzione materiale e le loro relazioni materiali trasformano, insieme con questa loro realtà, anche il loro pensiero e i prodotti del loro pensiero. Non è la coscienza che determina la vita, ma la vita che determina la coscienza»
Per la concezione materialistica della storia, la base che permette di comprendere le vicende relative all'ambito della società civile è l'economia che, secondo una celebre espressione della Prefazione a Per la critica dell'economia politica (1859), costituisce «l'anatomia della società civile». Con una metafora architettonica, l'ambito fondamentale della vita umana, determinante per tutti gli altri, viene definito struttura economica. Con questo termine, Marx ed Engels intendono le forze produttive e i rapporti di produzione, cioè i rapporti materiali, economici e sociali nei quali gli uomini vivono e lavorano. Viene invece definito sovrastruttura l'ambito delle produzioni teoriche e spirituali, che include il modo di pensare degli uomini, le forme culturali, le istituzioni politiche e religiose. Per Marx e Engels, è la struttura che condiziona la sovrastruttura, nel senso che gli aspetti spirituali, ideali, giuridici, economici, filosofici, religiosi, artistici sono una conseguenza o un effetto delle vicende relative alla vita produttiva, ai rapporti di produzione e ai conflitti a essi inerenti.
Dalla società borghese alla società comunista
La visione della storia di Marx ed Engels trova un'ulteriore espressione, suscitata dalle vicende della lotta politica e sociale del tempo, nel Manifesto del partito comunista. Qui, all'esposizione della concezione della storia come lotta di classe, si aggiunge l'analisi delle tendenze sociali ed economiche che avrebbero dovuto portare alla fine della società borghese, a una fase di transizione in cui il proletariato sarebbe diventato la nuova classe dominante e, infine, all'instaurazione di una società senza classi, definita comunista in quanto basata sull'abolizione della proprietà privata e su un'associazione tra individui in cui «il libero sviluppo di ciascuno è condizione del libero sviluppo di tutti». Per Marx ed Engels, il conflitto tra le diverse classi sociali costituisce il fattore fondamentale e costante dell'intera dinamica storica.