Turna indré
PREPARAZIONE ALL'ESAME DI STATO
Idealismo

dai che è venerdì
J.G.F. Fichte o dell'Idealismo etico
1. Qual è la genesi del pensiero di Fichte?
La «cosa in sé» rappresenta, per Kant, un principio altro, interno alla conoscenza. Qualcosa che non può essere né spiegato né totalmente afferrato da questa.
Solo rifiutando il carattere noumenico (inconoscibile, indecidibile) della «cosa in sé» è possibile superare lo scetticismo kantiano e il carattere dogmatico della sua affermazione circa l'impenetrabilità della «cosa in sé». Solo superando questo assioma è possibile ridare libertà e ricchezza al potenziale conoscitivo del soggetto.
2. Quale è la differenza tra l'idealismo di Fichte e il dogmatismo di Kant?
Nell'idealismo di Fichte l'attività dello Spirito condiziona i procedimenti di conoscenza della Natura. Nel dogmatismo kantiano la struttura conoscitiva dello Spirito è condizionata dal carattere inconoscibile della Natura («cosa in sé»).
3. Come Fichte cerca di superare questa contraddizione?
La filosofia di Fichte non si occupa di cose (oggetti) bensì di atti, azioni. Cerca cioè di studiare le modalità (i modi) con i quali noi raggiungiamo la conoscenza e la realizzazione delle nostre intenzioni.
La filosofia, come tentativo scientifico, deve essere in grado di illustrare i naturali procedimenti con i quali si realizzano, nell'uomo, conoscenza e consapevolezza.
La filosofia di Fichte è anche una prima elementare forma di psicologia.
4. Come Fichte descrive il processo di realizzazione della consapevolezza?
Il principio originario (genetico) ed unificante è l'Io Puro, ovvero l'astratta e naturale potenzialità, presente in ogni uomo, di voler realizzare se stesso ed i propri progetti, come elementi di conoscenza e presenza nel Mondo. L'Io Puro pone la sua volontà in qualcosa fuori di sé creando così un prodotto (Oggetto) che aliena l'Io in un Non-Io empirico e reificato. Io e Non-Io (tesi ed antitesi) sono forme materiali, oggettualità dello Spirito. Da un punto di vista più astratto, Io e Non-Io possono essere esclusivamente considerati come momenti e movimenti dell'Io Puro.
5. In che cosa consiste l'Io Puro di Fichte?
L'Io Puro di Fichte è l'Idea astratta ed universale delle potenzialità contenute nelle virtù etiche di volontà e libertà. L'Io individuale e particolare è, nel suo agire quotidiano, espressione e manifestazione reale delle generali ed astratte idee di volontà e libertà: senza mai completamente esaurirle, svuotarle.
6. Quali sono le modalità di sviluppo dell'Io Puro?
Le modalità di espressione dell'Io Puro si realizzano nei tre momenti dialettici (Tesi, Antitesi, Sintesi).
a) Affermazione: Tesi. L'Io pone se stesso. La fenomenologia dell'Io Puro (la persona, l'uomo storico nella sua esistenza quotidiana) si pone come libera (incondizionata) volontà espressiva ed espansiva.
b) Negazione: Antitesi. L'Io pone il Non-Io. L'Attività astratta, latente, potenziale, diventa cosciente, attiva, pratica, in quanto il soggetto (Io) tende a porre davanti a sé un oggetto (prodotto, predicato) particolare, determinato, individuabile. Tale oggetto o azione è il Non-Io che rappresenta un'entità esterna al soggetto: contrapposta, opposta all'Io.
c) Limitazione: Sintesi. L'Io oppone nell'Io all'Io parziale un Non-Io parziale (limitato). Si supera l'alienazione del soggetto nell'oggetto (la contraddizione tra Io Puro infinito e Non-Io finito) rico-
noscendo il carattere parziale sia del soggetto empirico che del suo oggetto. Le parole di Fichte a questo proposito sono: «L'Io oppone nell'Io all'Io divisibile un Non-Io divisibile». La contraddizione tra l'attività infinita dell'Io ed il carattere parziale delle sue rappresentazioni, è così ricomposta. L'Io, nella sua fase sintetica, dopo aver posto fuori di sé l'oggetto, tende a considerarlo come un elemento necessario per la sua espressione. Soggetto ed oggetto sono osservati come unità indifferenziata, come Uno indivisibile. Il prodotto viene affermato come illusione inevitabile, opera necessaria della ragione ma sintomo della finitezza della vita e dell'attività umana.
7. È possibile esprimere questa Sintesi da un altro punto di vista?
L'Io Puro nel suo incessante movimento, con il suo continuo reificarsi (frantumarsi) nel mondo come Non-Io, si pone come Non-Io materiale e parziale di fronte all'astratta, indivisa capacità produttiva e creativa.
La consapevolezza del limite oggettuale, fattuale, relazionale, determinato dalla realtà materiale del Non-Io empirico, deve simultaneamente essere vissuta dall'Io in forma cosciente, come atto di necessaria autoaffermazione e autoconsapevolezza (come conoscenza di sé). L'Io deve necessariamente tendere a svincolarsi dall'oggetto prodotto, deve superarlo per raggiungere il senso della vera ed illimitata libertà e volontà di se stesso, la sua tendenza a realizzarsi in eterno.
L'immaginazione produttiva con la quale l'Io realizza il mondo empirico (cose, fatti, relazioni) è di carattere inconscio. Con la riflessione sul carattere limitato dell'oggetto, l'attività inconscia dell'Io Puro diventa attività cosciente, autoaffermazione del proprio valore. Autoaffermazione che deve continuamente ed incessantemente manifestarsi, realizzarsi e riconoscersi superando i limiti imposti dal Non-Io all'Io empirico.
La sintesi tra il carattere infinito ed astratto dell'immaginazione creativa dell'Io Puro (progetto) e il carattere finito del Non-Io (prodotto) consiste nel considerare l'astratta potenzialità produttiva dell'Io Puro come l'unica forma di vera consapevolezza e conoscenza.
Ancora una volta l'accento viene posto sulla simmetria (analogia) rilevabile tra l'illimitata capacità espressiva dell'attività teoretica
8. Quale è la differenza tra l'attività teoretica e l'attività pratica?
a) Nell'attività teoretica, l'azione dell'Io (puro) determina i valori del Non-Io.
b) Nell'attività pratica, l'azione dell'Io (empirico) è determinata dai valori del Non-Io.
9. Perché Fichte parla di superiorità dell'attività teoretica rispetto a quella pratica?
L'attività teoretica fa conoscere all'Io l'ostacolo che lo limita e gli indica il percorso che deve seguire per superare i limiti derivanti da ciò in cui si è oggettivato.
L'Io deve dunque saper vincere gli attriti che impediscono la completa realizzazione della sua libertà e volontà subordinando ciò che limita la sua realtà interiore, l'estrinsecazione del suo vero essere, la realizzazione della totalità dei suoi Desideri e Progetti.
10. Perché Fichte parla di superiorità dell'attività pratica su quella teoretica?
Perché la volontà di illimitata libertà del soggetto pone, come sua esigenza morale imprescindibile, la speculare, identica volontà di libertà di tutti gli altri: come concetto astratto di libertà pura, assoluta, non-individuale, universale. La libertà ed il desiderio di volontà individuale devono tendere a rispettare e realizzare anche quella di tutti gli altri: ovvero la felicità generale.
11. C'è un limite alla libera attività creativa dell'Io?
Il limite alla libera attività produttiva ed inventiva dell'Io risiede nella legge morale intesa come attività etica e benefica. Ciò rappresenta il punto di equilibrio tra carattere potenzialmente infinito della libertà individuale e la sua estensione come azione reale (pratica). Il Non-Io (come coscienza di un uguale ed illimitato desiderio di libertà in tutti) agisce come attrito, resistenza, freno, al potere assoluto della volontà e libertà individuale.
12. Fichte oltre ad una filosofia morale (etica) ha sviluppato una filosofia politica?
Sì. Fichte partendo dalla realtà di molti Io empirici, afferma il principio della necessità, per ciascun uomo, della presenza di altri uomini (cfr. Aristotele: uomo come «animale politico»). Tra i molti Io empirici, particolare importanza assume per la filosofia di Fichte la figura del Saggio, del «Dotto», il cui compito non è solo quello di diffondere il sapere, ma soprattutto, rivestirsi di una qualità morale superiore, capace di promuovere l'ordine spirituale nel Mondo.
13. Qual è il fondamento del Diritto e dello Stato per la filosofia di Fichte?
L'uomo è un essere libero accanto ad altri esseri liberi di cui deve saper rispettare l'identica, comune volontà di libertà. Deve quindi saper limitare il suo diritto individuale alla libertà assoluta (pura) con il riconoscimento della presenza di un egual diritto in tutti gli altri.
14. In che cosa consiste il concetto di Stato Commerciale Chiuso?
Lo Stato (che si forma per garantire a tutti i cittadini un'uguale possibilità nella estrinsecazione delle loro volontà e libertà) deve essere in grado di garantire agli «inabili» la possibilità di sopravvivere e agli «abili» la possibilità di lavorare. C'è inoltre, nel pensiero politico di Fichte, una dura condanna di qualsiasi forma di parassitismo, oziosità, accidia.
Il diritto di proprietà deve essere garantito e così pure il diritto all'educazione e all'assistenza. Il valore sociale dello Stato, nello svolgimento dell'attività degli scambi economici, è principalmente quello di subordinare gli interessi individuali e particolari a quelli generali della collettività nazionale. In virtù del carattere pubblico e collettivo delle sue scelte, lo Stato, ipotizzato da Fichte, deve chiudere le proprie frontiere agli scambi internazionali abolendo così la concorrenza tra Stati e Nazioni. Per tali originali osservazioni sul possibile carattere «autarchico» della produzione economica, il pensiero politico di Fichte può aver influenzato la scelta di Stalin della «costruzione del socialismo in un solo paese» (E.H. Carr).
15. Quali sono le contraddizioni che Schelling individua nel pensiero di Fichte?
Schelling riprende il concetto kantiano della «cosa in sé», che Fichte con il suo Io Puro riteneva d'aver superato. Schelling dimostra che la «cosa in sé», nel sistema filosofico di Fichte, si presenta con le caratteristiche materiali del Non-Io e condiziona il grado di sviluppo coscienziale e cognitivo dell'Io.
L'Io Puro di Fichte non può essere tale se ha bisogno della materialità fenomenica del Non-Io per realizzare le sue due universali virtù etiche: la libertà e la volontà. L'Io trascendente (Puro) di Fichte non può essere dunque puro (assoluto) se per attuarsi e riconoscersi ha bisogno di una realtà oggettiva o materiale (Non-Io) che lo limiti.
Tale realtà materiale, per Schelling, sembra mal conciliarsi con il principio unico, spirituale, immateriale, universale, eterno al quale l'Idealismo di Fichte sembra pensare nello sviluppare la sua filosofia dell'Io Puro.
16. Come Schelling cerca di superare le difficoltà della relazione Spirito/Natura, Soggetto/Oggetto, Progetto/Prodotto, Io/Non-Io, che si incontrano nella filosofia di Fichte?
Schelling attribuisce un valore inconscio al progetto spirituale pensato dal Soggetto. Cioè considera il Non-Io di Fichte come unità indistinta di Spirito e Natura sulla base di un valore inconscio e astratto comunemente presente in entrambe le categorie della Natura e dello Spirito (Soggetto e Oggetto). Ciò consente di affermare che entrambe le categorie possono esser pensate unitamente, simultaneamente. L'essere materiale (Non-Io, Natura) è valutato, nella filosofia di Schelling, indifferentemente come Oggetto e Soggetto, come reale e ideale, simultaneamente conscio e inconscio. Questa nuova unitaria interpretazione di Io e Non-Io avanzata da Schelling è conosciuta anche come Filosofia dell'Identità.
17. Come è possibile che la Natura sia contemporaneamente Soggetto ed Oggetto?
Nella natura si può notare un processo di evoluzione che tende a passare da forme organizzate in maniera semplice, elementare a
strutture più complesse, ricche, gerarchicamente organizzate. La Na-tura sembra dunque muoversi da una situazione inconscia (primitiva, indifferenziata) ad una conscia (complessa, differenziata). Entrambe le determinazioni dell'Assoluto (il Soggetto e l'Oggetto) presentano processi evoluzionistici analoghi. Entrambe tendono a seguire un movimento legato alla dialettica del conscio e dell'inconscio. Il Sog-getto non può essere pensato senza Oggetto e l'Oggetto non può es-sere pensato senza il Soggetto. Per questo motivo l'Idealismo di Schelling può essere anche chiamato Idealismo Realistico.
18. Qual è il carattere spirituale della Natura?
Il carattere spirituale della Natura risiede nell'incessante movi-mento dall'Inconscio al Conscio. La Natura è la prima manifestazio-ne dell'Assoluto e si presenta come determinazione dialettica dove le singole componenti (conscio ed inconscio) costituiscono un Tutto or-ganico, unitario, originario, non ulteriormente divisibile. La Natura, poi, attraverso successivi passaggi, tende ad attuarsi in forme sempre più perfette e complete: dalle forme inorganiche (indifferenziate) a quelle organiche (differenziate).
Quindi anche la realtà materiale tende a diventare sempre più cosciente, sviluppata, organizzata. Da questo punto di vista il concet-to di Natura assume una nuova luce: non più un oggetto inerte, un ostacolo statico ed immobile, un impedimento sul percorso spirituale dell'Io Puro di Fichte. Nella Natura si presenta anche l'elemento sog-gettivo: un movimento autonomo, indipendente, spirituale che spin-ge la stessa materia verso forme più evolute, coscienti. Non ha perciò quei caratteri di estraneità ed alterità al Soggetto, tipici della rifles-sione filosofica di Kant e Fichte.
19. Schelling è influenzato dagli studi scientifici del suo tempo nel pro-porre un nuovo concetto di Natura?
La filosofia della Natura di Schelling si oppone al meccanicismo di origine newtoniana. Le contemporanee scoperte dei fenomeni elet-tromagnetici e i progressi della biologia, suggeriscono la presenza di un'organizzazione finalistica della materia sia organica che inorgani-ca, cioè la presenza di forze organizzanti nella stessa Natura Naturata o Res Extensa.
La Natura può definirsi anche come la preistoria dello Spirito, Spirito Pietrificato, Spirito in Letargo, che attraverso una serie di successivi sviluppi giunge alla propria realizzazione e compiutezza.
20. Perché Schelling respinge la causalità meccanica della filosofia di Newton?
La causalità è un assioma che, come ha dimostrato Hume, non permette di spiegare né di prevedere e si basa su una generale predi-sposizione umana verso la figura psicologico-esistenziale dell'attesa: attesa di un evento probabile, statisticamente possibile; un tipo parti-colare di esperienza abituale, ripetitiva e consueta, vissuta come ine-vitabile. Comprendere la Natura significa mostrare l'evoluzione delle sue forme (strutture) partendo dall'analisi del «complesso» per giun-gere alla comprensione del «semplice» della «genesis».
21. Qual è lo scopo della Natura e lo scopo dello Spirito?
Lo sviluppo delle sue intrinseche possibilità sembra essere il fine della Natura. Nella piena consapevolezza del proprio Essere sembra risiedere lo scopo del mondo organico e dell'uomo in particolare (au-tocoscienza, riflessione).
22. Secondo quali modalità si realizza la Natura?
Nella Natura esistono due tendenze opposte: una organica ed una inorganica; una passiva ed una attiva; una produttiva ed una an-tiproduttiva.
Quando si rompe l'equilibrio tra queste due forze, e una ha il sopravvento sull'altra, si ha la formazione di una realtà diversa e il suo sviluppo: in continua mutazione.
23. Qual è lo scopo della filosofia di Schelling rispetto a quella di Fichte?
Schelling cerca di dimostrare che l'Assoluto e Io Puro di Fichte sono due termini antitetici.
Nell'Assoluto di Schelling tra Natura e Spirito c'è identità (A = A) e non c'è differenza o negazione (come nel rapporto tra Io Puro e Natura esaminato da Fichte dove A, cioè l'Io, è diverso da Non-A, cioè la Natura).
La stessa Natura è per Schelling invece una struttura indifferen-ziata e simultanea di Natura e Spirito. Nella filosofia dell'Io Puro di Fichte, la Natura è perciò vista come un «nemico», un ostacolo che tende a limitare la libera estrinsecazione ed espansione della creativi-tà umana.
24. Quali sono le caratteristiche dello Spirito di Schelling?
Dopo aver esaminato come la Natura arrivi all'intelligenza delle forme complesse, Schelling passa ad esaminare il movimento oppo-sto, cioè il passaggio dallo Spirito alla Natura. Questo è l'obiettivo della sua Filosofia Trascendentale. Parlare del Soggetto come elemen-to primordiale e unico per ritrovare la Natura, l'Oggetto. In tal modo la filosofia della Natura e la filosofia dello Spirito, dopo essere state distinte in due possibili direzioni, nella realtà di due apparenti forme diverse e dissimili, si ricompongono e si identificano nell'unità indif-ferenziata e infinita dei progetti dello Spirito.
25. Come si svolge il ragionamento seguito da Schelling per dimostrare gli sviluppi del suo Io Puro (Spirito)?
Il movimento di sviluppo dell'Io Puro di Schelling è esattamente opposto a quello seguito dalla Natura. Questa si espande partendo dal momento inconscio per raggiungere un livello più elevato: co-sciente.
L'attività spirituale del Soggetto si muove, invece, dal momento cosciente a quello inconscio (materiale). L'intelligenza si trasforma così infinitamente in Natura tendendo a ricostruire, coscientemente, il processo di attività inconsapevole dal quale essa è sorta, a ritrovare l'origine di se stessa, la sua preistoria.
Parafrasando le parole di Schelling si potrebbe inoltre affermare che: date due attività contrapposte, una delle quali si sviluppa all'infi-nito, l'intero sistema sarà infinitamente capace di rappresentazioni.
26. Qual è il concetto di limite e di superamento nella filosofia di Schelling?
L'attività originaria dello Spirito si rinnova sempre e si propone come infinita. Tale è la funzione della sua potenziale ed astratta atti-
vita produttrice che forma gli oggetti di se medesima nel mondo la pura attività creativa (produttrice), per non rimanere solo fine a se stessa (teorica), ma per essere anche pratica, deve oggettivarsi in una forma.
Deve dare cioè forma alla sua astratta capacità di produrre. Deve opporre a sé una cosa. Si chiama attività teoretica quella relativa all'infinita, eterna ed astratta capacità di produrre e creare. Attività pratica o reale è invece quella che prende coscienza mentre realizza il suo limite ontologico: l'oggetto artistico (Opera d'Arte). In esso Soggetto ed Oggetto interagiscono e si riflettono; si presuppongono e dalla loro infinita, necessaria relazione nasce il meccanismo incrociato di identificazione e sviluppo dello Spirito e della Natura.
27. Con quale metodo si raggiunge la piena identità di Spirito e Natura?
La piena identità di attività creativa e attività pratica si realizza nella produzione dell'Oggetto o Cosa Artistica. Questo è insieme volontà e sensibilità soggettiva dell'uomo che esprime se stessa e, nello stesso tempo, è materia che «reifica» l'assoluto originario, cioè la potenziale ed eterna attività creativa dell'uomo.
In questo senso Schelling afferma che l'Opera d'Arte, l'intuizione e la produzione artistica, sono le vere ed uniche giustificazioni di ogni filosofia. Per questo l'Idealismo di Schelling è noto come Idealismo Estetico.
28. Perché l'Idealismo di Schelling si chiama Realistico ed Estetico?
L'Idealismo di Schelling può definirsi Realistico per il particolare punto di vista dal quale si osserva l'Oggetto, ossia la Natura, che non è come per Fichte un limite, un ostacolo, un impedimento e neppure un oggetto inconoscibile (come per Kant), ma una realtà partecipe ai valori dello Spirito da cui è diversa per quantità ed attività.
Nell'Oggetto Estetico poi, è possibile cogliere l'unità-identità dei valori del Soggetto e dell'Oggetto (il rispecchiamento del Soggetto nell'Oggetto come eterno complemento) come essenziale e necessaria manifestazione dell'Assoluto. L'Oggetto di Schelling, poi, non è più opposto all'Io ma ne rappresenta l'espressione, il prolungamento: è il mezzo della sua espansione nel Mondo.
G.W.F. Hegel o dell'idealismo logico-dialettico
29. Quali critiche Hegel rivolge al pensiero filosofico di Fichte?
L'Io Puro di Fichte pone il Non-Io che rappresenta il limite che l'Io deve continuamente superare. Ma questo procedimento risulta essere indefinibile oppure infinito, non giunge mai ad un vero compimento. Questo tipo di sviluppo, dice Hegel, può essere rappresentato da una semiretta che ha un punto di origine ma non una fine e quindi sta ad indicare un procedimento non risolto ed irrisolvibile. Essere e dover essere rimangono sempre come elementi separati, scissi, estranei l'uno all'altro. Di conseguenza, dice Hegel, Fichte non riesce a risolvere le opposizioni dialettiche di Io e Non-Io (di Infinito e Finito, di Soggetto e Oggetto) in una sintesi efficace, positiva, unitaria. La relazione tra Spirito e Natura, nel pensiero di Fichte, può, prosegue Hegel, essere anche definita come asintotica.
30. Quale critica Hegel rivolge alla filosofia di Schelling?
Hegel critica l'Assoluto di Schelling in quanto la sua soluzione sintetica di Spirito e Natura (come identità indifferenziata, simultaneamente conscia ed inconscia) appare come ingenua, confusa, oscura.
La concezione di Schelling sembra ad Hegel fondamentalmente vuota. In essa tutto ciò che è differenziato, distinto, diverso, scompare come «nella notte quando tutte le vacche sono nere» (Hegel).
Il sistema filosofico di Schelling, prosegue Hegel, sembra essere paragonabile ad un punto geometrico, indifferente nelle sue direzioni, allo spazio che lo circonda.
31. Che cosa intende Hegel per Assoluto?
Per Assoluto Hegel intende la possibilità e libertà per il Soggetto di diventare autocosciente, di poter riflettere esclusivamente su se stesso, sui suoi contenuti interiori per trovare, in se medesimo, l'oggetto delle proprie speculazioni e realizzazioni.
La figura geometrica che può essere accostata a tale proposta filosofica è quella del cerchio, dove principio e fine, nascita e morte coincidono: non possono essere materialmente separati.
32. La concezione filosofica di Hegel deve essere osservata secondo un punto di vista statico o dinamico?
Hegel attribuisce a questo suo particolare procedimento di analisi trascendentale (ovvero il Soggetto che riflette esclusivamente su se stesso) un connotato dinamico perché l'Assoluto tende così a rappresentare (nel tempo, attraverso l'Uno) il Molteplice: le molteplici forme di rappresentazione o manifestazione.
Il momento di quiete rappresenta solo l'intero del movimento, il movimento considerato nella sua globale totalità finita. Questo movimento concettuale e trascendentale del pensiero che osserva il suo movimento, che riflette su se stesso, viene definito da Hegel come dialettica.
33. Di quanti momenti è composta la dialettica?
La dialettica di Hegel si sviluppa secondo tre momenti: a) Tesi; b) Antitesi; c) Sintesi.
Questi tre termini non sempre però compaiono negli scritti di questo filosofo. La Tesi è spesso denominata come Spirito in Sé oppure «lato astratto od intuitivo». L'Antitesi può essere definita come Negazione, opposto, non-essere, essere altro da sé. Comunemente l'Antitesi viene indicata come Spirito per Sé, ma Hegel chiama spesso quest'elemento della sua triade «forma dialettica in senso stretto» oppure «momento negativo razionale». Inoltre nel linguaggio di Hegel l'espressione «per sé» è anche usata nel senso di «in sé».
La Sintesi, come Spirito in Sé e per Sé (autoriflettente, autoconoscente, autosufficiente), viene definita da Hegel come «forma speculativa o positivamente razionale». Il terzo momento della dialettica, la Sintesi, può essere anche definito come Essere in Sé e per Sé (l'essere che ha completato il suo percorso, l'essere che ha compiuto il suo dovere) oppure come «negazione della negazione».
I tre momenti della dialettica di Hegel sono anche noti come: a) Tesi: Idea; b) Antitesi: Natura; c) Sintesi: Spirito.
34. Quali sono gli attributi o predicati dei tre momenti della dialettica di Hegel?
Hegel affianca a ciascuno dei tre elementi (forme, figure, momenti etc.) della dialettica una scienza particolare che sia in grado di studiarli.
Così la struttura dell'Idea (le sue singole parti e le loro relative relazioni) deve essere studiata dalla filosofia del pensiero astratto: la Logica.
La Natura deve essere, invece, esaminata da un'appropriata filosofia della Natura intesa come Pensiero Scientifico; mentre le articolazioni e lo sviluppo dello Spirito devono essere analizzate secondo le regole della filosofia intesa nel suo momento più elevato: la Metafisica (scienza della filosofia).
35. Che cosa rappresenta la Metafisica nel pensiero filosofico di Hegel?
La metafisica è lo studio delle caratteristiche dello Spirito, dell'Assoluto, della Ragione, dell'Idea, ciò da cui tutto nasce e prende forma. Le manifestazioni del mondo animale, vegetale e minerale precedono l'Idea. Ma è questa stessa Idea che anima le singole cose del mondo, le rende visibili, dà loro un senso. Ciò era già stato in parte affermato da Fichte e Schelling ma Hegel va più lontano. Afferma che è possibile notare nella stessa struttura morfologica della Natura e del Mondo (inteso come Storia), similitudini ed analogie con la struttura dialettica dell'Idea. L'Idea è dunque un principio immanente in tutta la realtà considerata nella sua complessa totalità. La struttura dialettica dell'Idea può infatti essere ritrovata nelle molteplici e laboriose costruzioni della Realtà (come Natura e Mondo), nel suo perenne divenire, nel suo continuo trasformarsi.
Inoltre il movimento dialettico è la «causa» del divenire della realtà: è la sua più probabile possibilità di realizzazione e di sviluppo.
La critica dell'Idealismo
J.F. Herbart (1776-1841, tedesco) o dell'opposizione psicologica
Herbart rifiuta il carattere puramente astratto del sistema dialettico elaborato da Hegel e contesta la struttura esclusivamente formale (logica) del movimento dell'Idea che, riflettendo se stessa, si manifesta nel Mondo.
Herbart, invece, tende a riaffermare l'esistenza di una realtà oggettiva (materiale) esterna all'individuo. Questo non può essere concepito contemporaneamente come principio unico ed universale; ma la realtà, intesa come totalità, deve anche comprendere le relazioni tra gli oggetti materiali considerando le loro concrete specificità e la loro autonomia particolare, distinta e separata dalla persona del soggetto (lo).
Herbart continua la trasformazione della filosofia in psicologia. Egli considera l'esperienza fenomenica come manifestazione o riflessione della struttura della «cosa in sé». L'universo dell'esperienza risulta essere esclusivamente il campo dei fenomeni; con i soli metodi della riflessione trascendentale la struttura della «cosa in sé» (come in Kant) continua a rimanere inconoscibile.
a) La contraddizione è in ogni aspetto dell'esistenza poiché questa è insieme molteplicità di qualità e parzialità.
b) La contraddizione è nel divenire come movimento naturale dell'essere perché, in queste condizioni, ogni soggetto tende continuamente a trasformarsi in qualcosa di completamente diverso: «ciò nemmeno è una mutazione, e ciò non può mutare». Sono le stesse contraddizioni dell'esistenza che ci costringono a porre questa come apparenza dell'esistenza che ci costringono a porre questa come apparenza dell'esistenza. Mentre l'esperienza risulta essere la vera reale essenza del fenomeno (Esistenza come apparenza. Esperienza come realtà).
c) Il concetto di cosa (il suo segno, il suo valore astratto) è contraddittorio perché indica contemporaneamente la molteplicità delle qualità che si possono attribuire alla cosa stessa. La cosa (l'oggetto) può essere definita in virtù di due categorie:
- il denotato (nome, segno o immagine) di tutte le sue proprietà.
- la collezione (elenco, serie, inventario) di tutte le sue proprietà.
d) Il concetto dell'Io è di per sé contraddittorio perché è e nello stesso tempo si trasforma continuamente.
Herbart considera la realtà sempre identica a se stessa, eterna, uguale. Le variazioni qualitative della realtà sono considerate come accidentali o apparenti. Le cose hanno la possibilità di autoaffermarsi tendendo costantemente allo sviluppo della propria specifica identità. La concezione che Herbart propone della cosa in sé come oggetto immutabile non deve sorprendere in una concezione del divenire inteso come continuo passaggio dalle figure (empiricamente non comunicanti e separate) del non essere a quelle dell'essere. È necessario divenire nel Mondo realizzando compiutamente il molteplice manifestarsi dell'identico e del semplice.
Il compito di ogni metafisica, dice Herbart, è quello di far conoscere la vera realtà. La via per raggiungere questo fine è il metodo della «elaborazione dei concetti». Ciò allarga la dimensione della nostra coscienza: il metodo consiste in una «correzione ed integrazione dei principi», cioè nell'analisi di quei principi e concetti che strutturano la nostra esperienza e il loro grado di utilizzazione nella realtà.
La Metafisica non ha altro scopo che rendere comunicabili operativi i concetti che l'esperienza impone come necessari.
Il compito del filosofo sembra essere dunque quello di dover separare ciò che è apparente (falso) da ciò che è reale (vero). Ma la nostra esperienza rimane piena di contraddizioni o di false rappresentazioni. Le stesse apparenze possono assumere aspetti del reale; possegono, in questo senso, le stesse caratteristiche della «cosa in sé», il suo stesso valore di irrinunciabile certezza.
Tutta la vita dell'anima, come teoria del movimento dei sentimenti può essere ridotta al meccanismo rappresentativo. Che cosa sia il meccanismo rappresentativo può essere detto con le parole di George Berkeley (1685-1756): «Tutti ammettono che né i nostri pensieri né le nostre azioni né le idee formate dalla nostra immaginazione esistono senza la mente [...]. Affermo che questo tavolo esiste; vale a dire, lo vedo e lo tocco; e se fossi fuori del mio studio, ovvero intendendo dire che potrei percepirlo se fossi attualmente lo percepisce» che c'è qualche altro spirito che attualmente lo percepisce.
Più specificamente le rappresentazioni sono per Herbart, le sensazioni di un'anima turbata, cioè le reazioni istintive che l'anima mette in atto di fronte a tutto ciò che tende a disturbarla. Queste rappresentazioni sono dunque forze, atti di autoaffermazione dell'anima che compenendosi con le altre anime, danno luogo a situazioni di scontro oppure di incontro, di giochi «a somma zero».
Le rappresentazioni consolidate nella coscienza formano le cosiddette masse appercipienti (nel senso che possono percepire sempre nuove rappresentazioni) e le nuove rappresentazioni si chiamano masse appercepte.
L'esistenza dell'anima risulta evidente per il fatto che, altrimenti, non potremmo riconoscere le nostre personali rappresentazioni come individuali, irripetibili, uniche.
Dal caos delle nostre rappresentazioni l'anima deve cercare un principio di unità. Herbart conclude che l'indagine scientifica sulla realtà naturale (biologia) mostra un finalismo organizzativo, unitario, strutturale ed innato, che resterebbe inspiegabile senza l'affermazione dell'esistenza progettuale di un essere assoluto.
Herbart parla di estetica intendendo la valutazione soggettiva che l'uomo compie in relazione ad oggetti, azioni e situazioni (bello/brutto, spiacevole/piacevole, agitato/calmo, etc.). Sovrapponendo estetica ed estetica, definisce il metodo della seconda come affermazione etica, definisce di concetti e principi (Idee, Tipi, Modelli) i quali, una volta purificati da ogni elemento estraneo al sistema considerato, possono funzionare da criteri di valutazione, di giudizio, di comportamento.
Per Herbart i modelli della morale sono cinque: a) Idea della Libertà; b) Idea della Perfezione; c) Idea della Benevolenza; d) Idea della Giustizia; e) Idea dell'Equità.
A. Schopenhauer (1788-1860, tedesco) o dell'opposizione romantica
La filosofia nelle mani di Hegel, dice Schopenhauer, è diventata «mezzo di governo» e «mezzo di lucro». Dall'altro, questa filosofia sembra essere la risultante di interessi di Stato, dal basso, di interessi personali ed egoistici. Nella concezione filosofica di Hegel, continua Schopenhauer, gli interessi della Chiesa, della Burocrazia, dello Stato, tendono nel complesso a prevalere, soffocando la struttura dei bisogni individuali. Anzi è la vocazione spirituale stessa dell'Idealismo a venirne soffocata.
Si chiede Schopenhauer: «La filosofia così degradata non degna in sofistica». E nella sofistica la regola non è quella «di chi io «una buffonata della filosofia», «una tronfia vacuità».
Schopenhauer riprende la distinzione di Kant tra Noumeno e Fenomeno attribuendo però a queste due categorie un significato differente.
ferente. Per Schopenhauer il Fenomeno è inteso come pura apparenza oppure falsa rappresentazione; il Noumeno è invece inteso come Volontà Istintiva che pure essendo di qualità astratta, è in qualche modo esperibile e riconoscibile.
11. Le categorie «a priori» di Schopenhauer differiscono dagli «a priori» di Kant?
In Kant gli «a priori», oltre alla fondamentale struttura dello spazio/tempo, risultano essere: quantità, qualità, relazione e modalità.
Schopenhauer, per contro, considera, come «a priori», tre categorie: lo spazio, il tempo e la causalità (quest'ultima considerata come ciò che non può non essere, come ciò che deve necessariamente avverarsi).
12. Cosa intende per Rappresentazione Schopenhauer?
Schopenhauer concepisce la rappresentazione principalmente come rapporto tra soggetto e soggetto o tra soggetto ed oggetto, valorizzando l'attimo e la forma dell'intuizione come assolutamente anteriore oppure al di sopra sia dello spazio e del tempo come della causalità: «Se c'è una verità che si può affermare a priori è proprio questa: essa infatti esprime la forma di ogni esperienza possibile [...]. La forma più universale di tutte le altre; e cioè del tempo, dello spazio, della causalità perché tutte queste implicano già la prima».
La rappresentazione è dunque l'eterna possibilità dell'intuizione.
13. Qual è il procedimento di sviluppo delle figure della Rappresentazione?
Nel procedimento di rappresentazione l'oggetto viene ad esistere per il soggetto solo in base alle relazioni specifiche che si possono sviluppare nelle categorie dello spazio e del tempo. Questa azione di rappresentazione tende a svilupparsi secondo la catena della causa e dell'effetto. Dunque solo conoscendo le leggi che governano i rapporti di causalità si può giungere al possesso di un comportamento razionale rappresentativo. Il principio di causalità deve essere inteso, nel
pensiero di Schopenhauer, come sinonimo del principio di necessità: «Essere necessario e seguire da una data causa sono perciò concetti sinonimi, i quali come tali possono essere scambiati». Solo applicando razionalmente il principio di causalità si possono congiungere le fenomenologie dello spazio e del tempo che altrimenti andrebbero considerare come entità nettamente separate. Inoltre, la catena dei rapporti di causalità tende ad instaurare una relazione lineare tra i fenomeni che annulla il valore circolare del procedimento logico-dialettico di Hegel.
14. Quali sono per Schopenhauer le quattro modalità della «ragion sufficiente»?
I quattro princìpi necessari alla comprensione del mondo dei fenomeni (modalità della ragion sufficiente), che squarciano, come afferma il filosofo, «il velo di Maya» che ci rende ignoranti, torpidi e ciechi sono:
a) Principium rationis sufficientis fiendi. È il principio del divenire che si manifesta nella legge di causalità tra le cose naturali.
b) Principium rationis sufficientis cognoscendi. Cioè del conoscere, quel tipo di conoscenza che regola le relazioni logiche tra le premesse e le conclusioni.
c) Principium rationis sufficientis essendi. Cioè quel principio nell'essere che tende a regolare le relazioni delle parti nello spazio/tempo, fondando la necessità dei rapporti geometrici.
d) Principium rationis sufficientis agendi. Cioè dell'azione che regola i rapporti di causalità naturale tra motivazione e atto; esaminata non dal punto di vista dell'oggetto ma bensì dal punto di vista del soggetto. Ovvero, le rappresentazioni evocate da stimoli, eccitazioni, impulsi morali (necessità etiche).
Secondo Schopenhauer tutta la filosofia precedente fraintende il valore del quattro elementi (modalità, figure) del «principio di ragion sufficiente» ponendoli o esclusivamente nell'oggetto (empismo, materialismo) o unicamente nel soggetto (idealismo, razionalismo) avvalendosi perciò di una sola delle quattro modalità in cui si articola il «principio di ragion sufficiente».
15. Che cos'è per Schopenhauer il «velo di Maya»?
Per poter raggiungere la vera realtà, per conoscere la realtà non illusoria, bisogna liberarsi dal «velo di Maya» che ci avvolge. Questo,
nella religione indiana, è il «fumo» o «vapore» o «nebbia» di cui si servono gli dei per far assumere alla realtà aspetti mistificanti; ingannevoli, falsi che allucinano l'uomo come in un sogno impedendogli di arrivare alla vera essenza delle cose.
16. Quali sono le obbiettivazioni della volontà?
La via d'accesso della volontà nel mondo è, per il soggetto, il corpo. Il volere e l'azione del corpo che ne consegue, non si rapportano secondo Schopenhauer, tra loro come relazione causale, ma rappresentano l'Uno Indifferenziato e Assoluto. Il corpo sembra dunque, la rappresentazione figurata della volontà, la sua conoscenza a posteriori.
Se la struttura del comportamento e rappresentata dal coordinamento delle quattro modalità del principio di ragion sufficiente, la struttura della volontà appare invece come unitaria, indivisibile e irrazionale. Se la volontà individuale appare come irrazionale, cieca ed istintiva, nella propria essenza più profonda, esiste anche la manifestazione di una «Volontà Cosmica» che si rivela con delle caratteristiche costanti (invarianze) che sembrano contraddire il carattere caotico ed anarchico della libertà individuale.
Le obbiettivazioni della Volontà Cosmica si succedono gerarchicamente e tendono a disporsi in forme ordinate e organizzate. Tale rappresentazione, come già diceva Aristotele, nel mondo organico, può evidenziarsi nei differenti regni: vegetale e animale.
17. Da dove deriva, secondo Schopenhauer, la sensazione di Dolore?
L'essenza del mondo è volontà insaziabile. Volere significa desiderare e desiderare implica uno stato di bisogno immediato, senso di privazione, minorazione, smarrimento, infelicità.
Appena un desiderio è soddisfatto, nasce inesorabilmente un altro desiderio e così si prosegue all'infinito, per tutta la durata della nostra vita: «Non c'è nessun fine ultimo al tendere, dunque nessuna misura e nessun fine al soffrire».
Desiderio ed appagamento, dolore e noia, sono le sensazioni prevalenti per il filosofo.
18. Può l'uomo liberarsi dal Dolore?
Nonostante l'oscuro pessimismo che anima la concezione filosofica di Schopenhauer, questo afferma che l'uomo può liberarsi dal dolore e quindi dall'insaziabile voracità della sua volontà e del mondo attraverso l'arte (estetica) e la religione (etica).
19. Qual è la concezione estetica di Schopenhauer?
L'arte e la sua valutazione estetica, costituiscono una rappresentazione indipendente dai principi di ragion sufficiente, cioè dai nessi causali e necessari che regolano la conoscenza e producono il movimento e gli antagonismi. La contemplazione dell'Idea, nella sua dimensione estetica, assume un carattere mistico ed è sottratto ai principi di razionalità. Tale valutazione estetica non permette all'individuo di pervenire ad una conoscenza pratica ma bensì a sviluppare una sensibilità intuitiva, immediata, illuminante.
«Il piacere estetico — scrive Schopenhauer — consiste in gran parte nel fatto che, immergendoci nello stato di contemplazione pura, noi ci liberiamo per un istante da ogni desiderio e preoccupazione; ci spogliamo in un certo qual modo di noi stessi, non siamo più l'individuo che pone l'intelligenza al servizio del volere [...] ma bensì purificati da ogni volontà, siamo il soggetto eterno della conoscenza, il corrispettivo dell'Idea».
L'esperienza estetica è dunque l'annullamento temporaneo della volontà, del desiderio e (quindi) del dolore.
20. Che cosa significa etica nel pensiero di Schopenhauer?
La contemplazione estetica costituisce una liberazione dalla tirannia della volontà. Quest'appagamento è però solo parziale e transitorio. Un senso di liberazione permanente e prolungato può essere avvertito solo ponendosi all'interno dell'etica. Il problema che si pone Schopenhauer è come l'uomo possa affrancarsi dalla schiavitù della volontà attraverso l'etica. A questo scopo il filosofo scompare l'etica in tv: rigure fondamentali.
La prima figura è rappresentata dal senso di Giustizia e d'Equità che deve rappresentare un freno agli egoismi parziali e all'incontrollata volontà di potenza di ciascun individuo. Cioè la Volontà di vivere deve poter essere libera in ciascun uomo.
La seconda figura è rappresentata dal sentimento di Bontà, intesa come amore e compassione per gli altri che sono sempre uguali a noi stessi nel loro diritti.
Il terzo elemento è quello dell'Ascesi o Noluntas (distacco) che si suddivide a sua volta in altre quattro singole figure: a) Castità; b) Rassegnazione; c) Povertà; d) Spirito di Sacrificio.
21. Che cos'è la Storia secondo Schopenhauer?
Se la vita è dolore, la Storia è cieco caso, avventura impossibile. Ogni idea di progresso non è altro che illusione, falsa rappresentazione. La Storia, non è come pretende Hegel, razionalità o continuo sviluppo, ogni finalismo e qualsiasi ottimismo sono del tutto ingiustificati. La Storia non è altro che un tragico destino che ripete continuamente la stessa vicenda in forme diverse.
L. Feuerbach (1804-1872, tedesco) o dell'opposizione antropologica
22. Qual è lo scopo della filosofia di Feuerbach?
Secondo Feuerbach i contenuti della coscienza umana non sono finiti oppure limitati perché l'essere, nella sua totalità, è di per se stesso infinito, omnicomprensivo. La conoscenza dell'essere è l'oggetto della speculazione filosofica dell'uomo. Nella filosofia di Feuerbach il rapporto tra l'Idea come puro pensiero e l'Essere, tende ad invertirsi: l'Essere, cioè l'uomo, diventa il Soggetto ed il pensiero puro (lo Spirito) il suo predicato (l'oggetto) che deriva ed è determinato dai bisogni del corpo biologico: «La teoria degli alimenti è di grande importanza etica e politica. Essi si trasformano in sangue, il sangue si trasforma in cuore e cervello. L'alimento umano è il fondamento della cultura: l'uomo è ciò che mangia».
23. Quale rapporto esiste tra la dialettica di Hegel e la filosofia di Feuerbach?
Feuerbach capovolge l'affermazione di Hegel che l'idea sia l'essenza assoluta che, riflettendo su se stessa, si sviluppa nel mondo. Per Feuerbach è la qualità reale (materiale) che precede la qualità pensante; la dialettica di Hegel viene considerata come puro movimento logico senza oppure al di fuori del tempo, che invece deve essere considerato la vera misura delle cose umane. Da ciò deriva il termine Umanesimo Integrale che spesso viene usato per indicare la filosofia di Feuerbach. Questo pensatore condivide l'ipotesi di Hegel sull'identità di finito ed infinito; di continuo e discontinuo. Ma questa unità indistinta non si realizza nella figura di Dio o dell'Idea assoluta, ma nell'uomo considerato nella sua integrale totalità di pensiero e corpo, di «testa» e «calcagni».
24. Quali sono i significati della rivoluzione antropologica di Feuerbach?
Feuerbach sviluppa il concetto di natura umana rivolgendosi alla compiutezza materiale delle cose e guidato da un interesse essenzialmente pratico, trasforma la teologia e la filosofia in antropologia. Più specificamente, l'atteggiamento di questo filosofo verso la teologia formale, dogmatica, liturgica, rivelata non è assimilabile all'atteggiamento conciliante e giustificatorio di Hegel, ma deve essere inteso come un atteggiamento originale e critico, tutto teso a destrutturare l'apparato religioso istituzionale, ricercando in precisi bisogni umani e materiali le radici profonde delle rappresentazioni religiose.
25. Qual è l'essenza della religione in Feuerbach?
Il fondamento o meccanismo di formazione (genesi) della religione è nel «sentimento di dipendenza»: il timore, il dubbio, l'incertezza dei risultati, il rimorso di un peccato commesso, fa nascere nell'uomo il senso del divino. Il fine della religione è dunque quello di risolvere, a livello astratto, le contraddizioni tra rappresentazioni e realtà, tra aspirazioni e risultati, tra pensare e fare.
26. Nel sistema filosofico di Feuerbach l'uomo può vivere isolato?
Il singolo uomo, considerato di per sé come entità autonoma, non racchiude e non comprende né l'essenza dell'essere etico né quella dell'uomo politico. L'essenza dell'uomo è contenuta esclusivamente nella comunicazione dell'uomo con l'uomo. Nel sistema filosofico di Feuerbach, l'uomo pur essendo elevato a concetto e ragion generale, non viene mai considerato come singolo ma in relazione alla comunità delle altre persone. Occorrono almeno due uomini per creare un uomo: «la sicurezza che esistano altre cose al di fuori di me può essere contenuta da me solo attraverso la certezza che esiste al di fuori di me un altro uomo. Di quello che io vedo da solo non posso fare a meno di dubitare: è certo soltanto quello che anche l'altro vede».
27. Che cos'è il concetto di alienazione per Feuerbach?
Secondo Feuerbach, Dio non esiste; è un puro fantasma della mente che si agita nel pensiero dell'uomo come ombra evidente dei suoi limiti. Dio è quindi una creazione fantastica dell'uomo, la forma consolatoria del suo senso di finitezza materiale. L'uomo sentendosi frustrato nelle sue aspettative, limitato nelle sue possibilità, deluso nelle sue speranze, immagina ciò che vorrebbe essere, proiettando al di fuori di sé la totalità dei suoi desideri. Tale meccanismo di integrazione psicologica viene definito da Feuerbach come «alienazione».
28. Quale rivoluzione filosofica comporta tale concezione dell'alienazione?
Il soggetto, guardando se stesso come essere finito, tende a proiettare l'insieme infinito delle sue aspirazioni fuori di sé costruendo così l'immagine di Dio, come essere onnipotente e onnipresente. Ma in realtà, pur credendo di adorare Dio come l'essere supremo e totale, continua ad adorare esclusivamente se stesso.
29. Qual è il presupposto della vera religione secondo Feuerbach?
Il presupposto della vera religione per questo filosofo è nel contrasto tra volere e possibilità materiale di realizzazione, tra desiderare ed ottenere, tra intenzione ed esito, tra rappresentazione e realtà. In questa concezione, è evidente il capovolgimento del concetto hegeliano di oggettivazione.
Non più le cose, i gesti, le azioni dell'uomo, sono le manifestazioni dello spirito assoluto, ma l'uomo nella sua totalità ed unità integrale: «nel volere, nel desiderare, nel rappresentare, l'uomo appare come illimitato, libero, onnipotente: Dio».
Solo nel rappresentare nel mondo la sua specifica realtà, solo nella soddisfazione integrale di tutti i suoi bisogni l'uomo può annullare la condizione alienante derivante dalla sua costruzione mentale della figura-persona (totale) di Dio.
S.A. Kierkegaard (1813-1855, danese) o dell'opposizione religiosa
30. Quali sono le principali affermazioni innovative che Kierkegaard avanza rispetto alla precedente storia della filosofia?
In opposizione al Panlogismo di Hegel, che risolve nello Spirito Assoluto tutte le possibili contraddizioni assorbendo l'Io individuale nello sviluppo storico della Società Civile, nel Diritto e nello Stato, Kierkegaard afferma l'irriducibilità e l'unicità delle singole esistenze quotidiane. Nella vita quotidiana le contraddizioni non si risolvono nella dialettica della ragione, nel movimento del puro logos, ma si impongono spesso come alternative inconciliabili tra le quali l'uomo deve saper operare le sue scelte: accettando o rifiutando.
31. Qual è il concetto di Sistema secondo Kierkegaard?
La pretesa della formulazione di un sistema onnicomprensivo, totale, è considerata come aberrante. La pretesa di comprendere con un'analisi oggettiva (momento teoretico) la totalità e vastità dei fenomeni psicologici, storici, naturali in un unico sistema è illusoria e rappresenta una fuga dalle nostre possibilità e responsabilità individuali (momento etico).
L'antitesi dialettica ed esistenziale tra male e bene, dolore e felicità, non può essere risolta da una sintesi intellettuale o astratta ma è presente in ogni momento della vita quotidiana e sentimentale dei singoli individui.
Il contrasto irriducibile tra il senso di finito e il concetto di infinito, tra l'essere reale e l'essere possibile (l'uomo con l'infinità delle sue ambizioni, proiezioni, rappresentazioni) comporta l'esperienza di un senso d'angoscia come mancanza, solitudine, dipendenza e incapacità di risposta di fronte agli enigmi della vita: miseria, malattia, morte.
32. Che cosa intende Kierkegaard quando scrive della figura del Singolo?
Kierkegaard parla della categoria del Singolo come unica realtà effettiva ed oggettiva, aperta ad infinite e continue possibilità di scelte (sì/no — successo/insuccesso).
Tali realtà umane, uniche e singolari, presentano qualità continuamente diverse, separate, irriconducibili l'una all'altra. La contrapposizione degli opposti può essere risolta solo dalla scelta di uno dei caratteri delle opposizioni.
33. Può nel sistema filosofico di Kierkegaard l'uomo vivere isolato?
Un individuo isolato non è in grado di elaborare un tipo di espressione concettuale o intellettuale e questo fenomeno genera in lui un perenne senso di frustrazione, impotenza, angoscia. La finalità ultima della filosofia diventa dunque la comunicazione esistenziale che Kierkegaard chiama «comunicazione di esistenza».
34. Come considera Kierkegaard lo sviluppo della stampa e dell'opinione pubblica?
Kierkegaard combatte l'informazione di massa in quanto ulteriore espressione del principio dell'«anonimo» che vige nella società moderna ed al quale il filosofo contrappone la specificità individuale del singolo.
35. Che cosa Kierkegaard contrappone alla filosofia dialettica di Hegel?
Kierkegaard afferma che il filosofo come uomo non può estraniarsi dallo spazio e dal tempo della sua esistenza contemplandoli dal di fuori: oggettivamente.
Kierkegaard oppone dunque al sistema hegeliano la figura del filosofo come «pensatore soggettivo esistente»; interessato alla filosofia esclusivamente quando questa coincida con l'esistenza. Le caratteristiche del «pensatore soggettivo esistente» sono: 1. attenzione rivolta ai contenuti della comunicazione; 2. sviluppato senso del comico; 3. attenzione intermittente (ciò significa che non si può pretendere dal «pensatore soggettivo esistente» un'attenzione assoluta, costante, cioè come pensiero puro).
36. Che cosa significano nel linguaggio filosofico di Kierkegaard le espressioni «comunicazione di sapere» e «comunicazione di potere»?
La prima è orientata sulla forma della comunicazione, la seconda verso il possesso di un oggetto. La prima forma di comunicazione privilegia la domanda «a che scopo?», «con quale risultato?», la seconda risponde alla domanda «che cosa?». La prima presenta un carattere diretto, mentre la seconda formulazione risulta essere tendenzialmente indiretta, allusiva, metaforica.
37. Qual è la proposta religiosa di Kierkegaard?
La proposta religiosa di Kierkegaard è di annunciare un nuovo cristianesimo esterno alla chiesa ufficiale, la cui teologia prevede uno scambio diretto e non mediato tra «peccatore» e Dio attraverso una lettura autonoma ed individuale delle Sacre Scritture.
38. Che cos'è l'estetica per Kierkegaard?
Nella scelta estetica l'uomo si affida al godimento dell'Attimo; nel puro edonismo egli cerca di allontanare l'angoscia esistenziale. Figura emblematica del godimento estetico è la figura del «seduttore». Questi vive solo esperienze eccezionali che consuma in un istante che non possono né devono ripetersi.
39. Quanti sono i caratteri dell'angoscia?
I caratteri dell'angoscia sono tre:
a) angoscia della mancanza di spiritualità: incapacità di prendere coscienza della relatività del concetto di peccato;
b) dialettica dell'angoscia orientata dialetticamente verso il destino: sensazione di incapacità, senso di impotenza;
c) dialettica dell'angoscia orientata verso la colpa: sensazione di nullità, non esistenza.
K. Marx (1818-1883, tedesco), F. Engels (1820-1895, tedesco) o dell'opposizione politica.
40. Qual è il rapporto tra la filosofia di Marx e quella di Hegel?
Marx riprende la concezione dialettica di Hegel della Storia intesa, in senso sacrale, come destino ineluttabile di ogni essere umano. Ogni cambiamento che si verifica nella stessa è regolato dal principio dialettico della contraddizione nelle sue tre figure indicate da Engels:
a) Legge della conversione della quantità in qualità: il modello può evolversi lentamente da una figura (situazione, stato) ad un'altra cambiando però segno e significato.
b) Legge della compenetrazione degli opposti: secondo questa legge esistono nella realtà storica e naturale elementi diversi (separati) ma interrelati che cioè non possono essere osservati separatamente l'uno dall'altro.
c) Legge della negazione della negazione: secondo la quale il processo dialettico si svolge per successive negazioni, come nel caso del proletariato, che negando la struttura economica borghese, tende ad affermare una società completamente nuova, che Marx definisce «comunista e senza classi».
Marx rifiuta però l'interpretazione idealistica di Hegel negando al movimento dialettico un valore puramente logico per attribuirgliene uno materiale, politico, storico. La dialettica non è dunque autorealizzazione dello Spirito Assoluto (riflessione dell'Idea su se stessa) ma è azione individuale e collettiva: empirica, pratica, sociale: è «lotta tra le classi».
41. Quali sono le altre critiche che Marx muove al pensiero di Hegel?
Per Hegel l'Idea (lo Spirito) è l'unica realtà, la vera essenza di tutte le cose; ciò non viene condiviso da Marx: reali sono le azioni empiriche considerate come fenomeni, i quali non sono manifestazioni accidentali dell'Idea ma bensì sue parti essenziali.
Il sistema di Hegel sembra agli occhi di Marx caratterizzato da una forma di misticismo logico a carattere onnipresente, tale cioè da condizionare lo sviluppo del Tutto (Panteismo). La proposizione di
Hegel: «ciò che è reale è razionale e ciò che è razionale è reale», è per Marx un'affermazione circolare, non dialettica ma tautologica, in cui si annulla ogni forma di antitesi, di contrasto, di conflitto, di sviluppo.
I fatti, la realtà sociale, il mondo umano ridotto a puro movimento dalla razionalità assoluta dell'Idea, perdono la propria natura e così i fenomeni sociali «sussunti» nella categoria astratta dello Spirito, perdono qualsiasi valore oggettivo, negano il valore materiale della Storia. Il processo oggettivo della Storia è determinato principalmente dall'incontro/scontro di forze materiali che Marx definisce come «forze produttive» e «rapporti di produzione».
La motivazione all'azione nasce da bisogni individuali e sociali, e si risolve nello sforzo che l'uomo, come classe, compie per appagarli. Marx, dunque, capovolge le ipotesi di Hegel ponendo l'uomo con i piedi ben piantati per terra e, contemporaneamente, affermando che i gradi o livelli di coscienza sono il risultato di condizioni sociali storicamente determinate. In altre parole, secondo Marx, è la vita sociale che determina le attività della coscienza (le sue rappresentazioni, le sue idee) e non viceversa. La Storia così considerata si anima, si concretizza: diventa Politica. Inoltre, l'identità assoluta e necessaria di Soggetto ed Oggetto è intesa come tensione progettuale, come fine, come Utopia e non come Storia.
42. Com'è concepito il lavoro in Hegel e Marx?
Secondo Hegel il lavoro è l'antitesi, l'oggettivazione del soggetto, la sua estraneazione, alienazione, reificazione, fossilizzazione. Attraverso l'Oggetto, il Soggetto, autoproducendosi, si nega e si sviluppa. Hegel prosegue affermando che la separazione dell'Oggetto dal Soggetto si ricompone in una sintesi astratta (Spirito Assoluto) nella quale l'uomo tende a superare la realtà empirica da lui stesso prodotta e si riappropria, come autocoscienza, della proprietà del suo personale progetto, come eterna attività creativa. Nel sistema di Hegel, dunque, la reificazione del Soggetto nell'Oggetto, dell'uomo nel suo lavoro, non è effettiva, reale, permanente perché ha inizio nel pensiero e ritorna nel pensiero.
Marx, invece, analizzando la categoria della produzione capitalistica considera il lavoro dell'operaio come alienato in quanto questa
figura sociale perde il controllo sul risultato del proprio lavoro (prodotto), privandolo così di una tradizionale caratteristica del lavoratore: esercitare il controllo sul prodotto, atto conclusivo del processo di produzione. L'infinita produzione di merci è dunque la moderna condanna epocale di ogni lavoratore.
43. Che cosa significano i termini di reificazione e alienazione nel pensiero di Marx?
Alienazione significa che il soggetto produttore aliena se stesso (la sua forza lavoro) nel processo produttivo, nei procedimenti di produzione e circolazione della merce. L'operaio come figura sociale non è più in grado di scambiare e controllare autonomamente gli oggetti che lui stesso ha contribuito a produrre, anzi questi stessi oggetti (merci) si ergono di fronte a lui come forme estranee, ostili, minacciose (estraneazione). Da questo particolare punto di vista, il lavoro nella società capitalistica, nella fabbrica anziché essere strumento di sviluppo della creatività umana, tende a rimanere sacrificio, dolore e sfruttamento dell'uomo sull'uomo, degradando la coscienza umana alla condizione di oggetto.
Dunque Marx innova la categoria dell'alienazione, connotata da Feuerbach in senso religioso (come perdita della grazia a causa del peccato) per farle assumere un carattere economico-sociale. L'uomo nell'organizzazione del lavoro capitalistico è ridotto a cosa, è costretto a diventare un'appendice dei tempi e funzioni imposti dalla macchina e dal suo sistema organizzato. Così utilizzato e strumentalizzato, il lavoratore salariato è infine costretto a presentarsi nel mercato del lavoro come una delle tante merci possibili.
La parola reificazione viene ad assumere due diversi significati. Da una parte viene a coincidere con il concetto di alienazione: trasformazione dell'astratta capacità lavorativa del soggetto in oggetto (prodotto); dall'altra lo «scambio» del soggetto in oggetto, ovvero la sua trasformazione in cosa o merce.
44. Che cos'è la teoria del plusvalore?
Marx osservando quale sia il valore monetario del salario di un operaio conclude che quest'ultimo subisce, nell'erogazione del suo sforzo produttivo, un vero e proprio furto da parte del capitalista o
borghese che risulta (giuridicamente) essere proprietario dei mezzi di produzione e acquirente dello sforzo produttivo dell'operaio.
Il procedimento di quantificazione del furto (indice dello sfruttamento) consiste nella valutazione della differenza tra il valore di quanto l'operaio ha aggiunto nel prodotto con il suo lavoro, e il valore del suo salario, che è invece il prezzo della forza-lavoro calcolato come quella quantità di moneta sufficiente a soddisfare i bisogni riproduttivi dell'operaio stesso.
Marx avverte che il valore del lavoro fornito dall'operaio è solitamente più alto del valore del salario: cioè della somma di denaro necessaria a mantenere in vita l'operaio e la sua famiglia. Il salario, inoltre, tende, in condizioni di concorrenza perfetta (ovvero senza l'esistenza, nel libero mercato, di oligopoli sindacali oppure industriali) a scendere in presenza di un numeroso «Esercito Industriale di riserva» (quantità di disoccupati). Tecnicamente le modalità di individuazione degli elementi di calcolo di questi indici sono state indicate da P. Sraffa (1898-1983) nel 1960.
45. Che cos'è il proletariato?
Sono definiti come proletari, nel linguaggio di Marx, quei lavoratori salariati che, pur essendo liberi, sono costretti per sopravvivere ad offrire, sul mercato del lavoro, la loro generica e specifica capacità lavorativa. Come tale, la capacità lavorativa dell'operaio tende a coincidere con quella di una cosa, un prodotto, una merce.
46. Quando compare per la prima volta nella storia dell'umanità il modo di produzione capitalistico?
Lo sviluppo dell'industria laniera in Inghilterra, attorno al 1750, rende sempre più vantaggiosa l'attività di allevamento degli ovini. Ciò provoca l'ingresso di nuovi numerosi concorrenti (operatori) all'interno di questo mercato facendo crescere il prezzo delle terre da pascolo. Il Parlamento inglese, nello stesso tempo, decidendo la privatizzazione delle terre comunali comunitarie, le recinta e le lottizza. Ciò provoca un progressivo allontanamento degli abitanti (agricoltori e artigiani) dai villaggi, costretti a trasferirsi in città per trovare un lavoro nelle nascenti manifatture e fabbriche.
Il concetto di fabbrica, nel pensiero di Marx, è caratterizzato da