CLASSE V - Sintesi di Storia (7) |
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Terminologia storica |
Il trattato di Saint Germain (10 settembre 1919), fra gli Alleati e la Repubblica austriaca, stabiliva che non sarebbe stata consentita l'unione fra l'Austria e la Germania e che l'esercito austriaco sarebbe stato ridotto a 30.000 uomini. L'Austria riconosceva la frontiera del Brennero con l'Italia (cedendo quindi a quest'ultima, oltre al Trentino, l'Alto Adige di lingua tedesca, Trieste e l'Istria) e l'indipendenza del Regno di Ungheria, della Repubblica Cecoslovacca, della Repubblica Polacca, del Regno di Jugoslavia, stati costituitisi in tutto o in parte da territori dell'ex Stato asburgico.
Il trattato di Neuilly (27 novembre 1919), fra gli Alleati e la Bulgaria, stabiliva che questa avrebbe ceduto alla Romania la Dobrugia, alla Jugoslavia buona parte della Macedonia, alla Grecia la Tracia occidentale.
Il trattato del Trianon (4 giugno 1920) fra gli Alleati e l'Ungheria, sanzionava la cessione da parte di questa (che le deteneva nell'ambito della Duplice Monarchia) delle provincie slovacche alla Cecoslovacchia, della Transilvania alla Romania, della Croazia alla Jugoslavia.
Il trattato di Sèvres (10 agosto 1920) fra gli Alleati e la Turchia,
stabiliva la rinuncia di questa ai territori arabi dell'Hegiaz, della
Mesopotamia e della Palestina, posti sotto il controllo della Gran
Bretagna quali «mandati» della Società delle Nazioni; la
Francia avrebbe avuto il «mandato» della Siria e una zona d'influenza
economica in Cilicia; l'Italia avrebbe avuto la sfera d'influenza
economica di Adalia, in Anatolia; la Grecia avrebbe avuto la Tracia con Adrianopoli, Gallipoli e le isole di Imbro e Tenedo, mentre i Dardanelli
sarebbero stati posti sotto controllo internazionale.
Il sultano firmò il
trattato, ma le forze rivoluzionarie nazionali, che guidate da Mustafà
Kemal si impadronirono poco dopo del potere, lo respinsero.
Nel luglio
1923 dopo che i Turchi ebbero estromesso i Greci, gli Alleati riconobbero
con il trattato di Losanna alla nuova Repubblica turca la sovranità su
tutta l'Anatolia e, in Europa, su Gallipoli e la Tracia orientale.
L'Italia ottenne dall'assetto del 1919 gran parte degli intenti per i
quali era intervenuta nella guerra.
A norma del Patto di Londra essa aveva avuto oltre al Trentino, a Trieste, alle parti
dell'Istria e della Dalmazia la cui popolazione era in maggioranza di
lingua e sentimenti italiani, anche l'Alto Adige (Tirolo meridionale) con
una popolazione di circa 200.000 abitanti di lingua tedesca. Con ciò essa
aveva portato il suo confine nordorientale al Brennero e come nel caso di
altri confini fra potenze vincitrici e potenze vinte, al principio di
nazionalità (malgrado la contrarietà del presidente Wilson, che già nei
suoi Quattordici Punti del 9 gennaio 1918 aveva affermato i criteri cui si
sarebbe attenuta l'America nella futura pace) vennero anteposte
considerazioni strategiche e l'adempimento di precedenti accordi (in
questo caso il Patto di Londra) fra gli Alleati. Il più importante degli
obiettivi della politica italiana venne quindi completamente raggiunto:
con il crollo dello Stato asburgico, infatti, l'Italia si era definitivamente
sottratta alla pressione esercitata sulle sue frontiere nord-orientali
dall'Austria-Ungheria, di cui per trentatre anni aveva accettato e subìto
l'alleanza; essa inoltre aveva incorporato le terre irredente nel territorio
nazionale e si era costituita un solido confine nord-orientale e
orientale.
La politica interventista italiana aveva però perseguito due altri
obiettivi importanti: assicurarsi la preminenza politico-strategica
nell'Adriatico e un'influenza economica nel Mediterraneo orientale.
Per
quanto riguarda l'Adriatico, la delegazione italiana alla Conferenza della
Pace, diretta dal presidente del consiglio Orlando e dal ministro degli
esteri Sidney Sonnino, rivendicò, oltre all'adempimento delle promesse
degli Alleati nel Patto di Londra, anche il porto di Fiume, che aveva una
popolazione in maggioranza italiana, ma incontrò l'opposizione, oltre che della delegazione jugoslava (che rilevò come i
sobborghi della città fossero abitati da slavi e come Fiume rappresentasse
un porto necessario per il retroterra jugoslavo) del presidente Wilson,
che propose una soluzione di compromesso secondo la quale Fiume sarebbe
divenuta, come Danzica, una «città libera».
L'opinione nazionalistica
italiana si mostrò tuttavia estremamente sensibile: il 19 giugno 1919 la Camera
rovesciò il ministero Orlando per non aver saputo difendere gli interessi
dell'Italia nell'Adriatico; il 12 settembre un corpo di volontari al
comando di Gabriele d'Annunzio si impadronì di Fiume e il governo di
Roma, sotto la pressione nazionalistica, non accettò il compromesso
proposto da Wilson.
Quando poi nel giugno 1920 il trattato del Trianon definì
la situazione dei territori un tempo dipendenti dall'Ungheria nell'ambito
della Duplice Monarchia, lasciò in sospeso la questione della Dalmazia,
che venne risolta il 12 novembre dal trattato italo-iugoslavo di Rapallo:
l'Italia rinunciava alla Dalmazia, salvo Zara, e annetteva tutta l'Istria; Fiume veniva riconosciuta quale città libera.
L'espansione italiana nel
Mediterraneo orientale non ottenne invece i risultati sperati dal governo
di Roma quando aveva stabilito il Patto di Londra (costituzione della zona
d'influenza di Adalia) e, in seguito, quando nell'aprile 1917 aveva
sottoscritto con Francia e Inghilterra gli accordi di San Giovanni di
Moriana, che avevano promesso all'Italia anche la regione di Smirne. Ciò
soprattutto a motivo della ripresa dello Stato nazionale turco
dopo la deposizione del sultano: la nuova Repubblica turca sotto Mustafà
Kemal, pur abbandonando le regioni del Vicino e Medio Oriente arabo, seppe
eliminare qualsiasi ingerenza straniera dall'Anatolia, e ottenne il
riconoscimento di tale situazione da parte francese e italiana nel
trattato di Losanna del 1923.
Scarsi, e comunque inferiori alle
aspettative, furono pure i vantaggi ottenuti dall'Italia in campo
coloniale africano. Essi consistettero infatti nel territorio dell'Oltregiuba
(ceduto dall'Inghilterra, che lo staccò dai suoi possedimenti dell'Africa
orientale), che venne ad ampliare verso sud la Somalia italiana, e in
una modifica, a vantaggio dell'Italia, della frontiera interna fra la
Libia e l'Africa occidentale francese nel Sahara.
La Società delle Nazioni
Il progetto, più o meno vagamente formulato nel corso degli ultimi secoli, di
un'organizzazione internazionale che riunisse gli stati d'Europa e del mondo
curando la soluzione pacifica dei conflitti e l'indipendenza politica e
l'integrità territoriale dei singoli stati, fu per la prima volta concretato nel
1919 con la costituzione della Società delle Nazioni.
Durante la guerra il movimento per la «società delle nazioni» aveva assunto
notevole importanza in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, e al principio del
1918 il presidente Wilson aveva posto la creazione di un'organizzazione di tale
natura fra gli scopi di guerra degli Stati Uniti, facendone l'ultimo dei suoi
Quattordici Punti. Così, ad ostilità terminate, gli Alleati ed Associati ne
definirono gli scopi, le norme e gli organismi, e a ciascuno dei trattati con le
potenze vinte fecero precedere i ventisei articoli del Patto della Società delle
Nazioni.
La Società delle Nazioni fu costituita originariamente fra le potenze alleate
e diversi stati neutrali espressamente invitati ad aderirvi. Nel 1920 gli stati
membri erano quarantadue, nel 1931 sessantadue. Nell'ultimo decennio, fino allo
scoppio della seconda guerra mondiale, alcuni stati membri (fra cui il Giappone,
membro originario, e la Germania, ammessa nel 1926) si ritirarono, altri (fra
cui la Russia sovietica, che venne però successivamente espulsa quando attaccò
la Finlandia) entrarono a far parte della Società. Due membri, l'Etiopia nel
1936 e l'Austria nel 1938, cessarono di farne parte perché assorbiti
rispettivamente dall'Italia e dalla Germania.
Per un ventennio la Società delle Nazioni svolse fra alterni successi ed
insuccessi la sua opera, che i suoi promotori volevano rivolta
- a mantenere la pace promuovendo la soluzione delle contese internazionali
attraverso metodi legalitari e rendendo possibile la riduzione degli armamenti;
- a sviluppare una più intensa collaborazione internazionale in campo
giuridico, economico, sociale, culturale.
L'aspetto di importanza più immediata era naturalmente quello della
conservazione della pace, contenuto sopra tutto negli articoli 10 e 16 del
Patto.
L'articolo 10 impegnava gli stati membri a rispettare e a difendere contro
attacchi esterni l'integrità territoriale e l'indipendenza politica di ciascuno
di essi, rinviando al Consiglio della Società delle Nazioni le decisioni circa i
provvedimenti comuni da adottare in caso di crisi.
L'articolo 16 stabiliva che se un membro fosse ricorso alla guerra, violando gli
impegni da esso assunti con l'aderire al Patto, sarebbe stato considerato
responsabile di un atto di guerra verso tutti i membri, che avrebbero subito
interrotto con esso ogni rapporto commerciale e finanziario, mentre il Consiglio
avrebbe «raccomandato» ai singoli governi quali azioni militari si sarebbero
dovute intraprendere contro di esso.
La Società delle Nazioni non aveva il potere di imporre automaticamente con la
forza la pace internazionale: in ultima analisi ogni governo poteva accettare o
meno le «raccomandazioni» del Consiglio di agire militarmente contro lo stato
aggressore. Un'ulteriore debolezza venne a questo primo esperimento di
organizzazione internazionale dall'assenza della Russia e — circostanza ancora
più grave sia dal punto di vista materiale che da quello morale — degli Stati
Uniti, il cui presidente ne era pur stato il più convinto e attivo artefice. Le
elezioni congressuali americane del 1919 sanzionarono infatti la ripresa del
partito d'opposizione, il Partito repubblicano; al Congresso oppositori
incondizionati alla Società delle Nazioni, sostenuti da una opinione pubblica in
cui le tendenze isolazioniste si erano riaffermate, e oppositori che intendevano
proporre emendamenti al Patto, finirono con l'unirsi e con il decidere (come era
potere del Congresso) la non adesione degli Stati Uniti.
Nel suo difficile compito di risolvere pacificamente le contese
internazionali senza disporre dei poteri coercitivi necessari, la Società delle
Nazioni ottenne risultati soddisfacenti in questioni di importanza secondaria,
quale il contrasto sui confini albanesi fra Grecia, Italia e Jugoslavia (1921),
o quello circa le isole Aland fra la Svezia e la Finlandia (1931); fallì,
invece, nei casi più gravi, quali il conflitto cino-giapponese (1931 e 1937), il
conflitto italo-etiopico che portò alla conquista italiana dell'Etiopia e
all'applicazione delle sanzioni economiche contro l'Italia da parte della
Società (1935-36), e, infine, le successive mosse aggressive della Germania
contro l'Austria e la Cecoslovacchia che precedettero la seconda guerra
mondiale.
In campi d'importanza meno immediata e vitale, benché profonda, quali quello
sociale ed economico, la Società poté invece assolvere con successo diversi
compiti, che difficilmente si sarebbero potuti adempire in assenza di essa:
- l'assistenza economica all'Austria (1922) e all'Ungheria (1923) rovinate
dalla guerra;
- l'assistenza ai profughi greci dalla Turchia (1924) e dalla Bulgaria (1926).
Non vanno inoltre dimenticate le utilissime funzioni delle organizzazioni
internazionali create dalla Società quali la Corte permanente di giustizia
internazionale e l'Ufficio internazionale del lavoro.
Anche nel campo coloniale l'opera della Società non fu inutile.
Le colonie tedesche e i territori arabi dipendenti dall'Impero ottomano vennero
divisi fra le potenze alleate. Le colonie tedesche andarono alla Gran Bretagna
(o a stati membri del Commonwealth britannico, come l'Africa sud-occidentale
tedesca che andò all'Unione sud-africana) o alla Francia. Le due potenze
occidentali ottennero pure il controllo sui paesi arabi: la Siria alla Francia e
il resto (Mesopotamia, Palestina) alla Gran Bretagna. In effetti, non si trattò
soltanto di un trasferimento di sovranità: i nuovi territori vennero
amministrati in nome e sotto il controllo della Società delle Nazioni come
«mandati», con l'intesa, benché poi molto spesso elusa, che sarebbero stati
preparati dalle potenze mandatarie all'indipendenza.
La situazione postbellica europea
Il clima socio-economico nel dopoguerra
La prima guerra mondiale aveva provocato, direttamente o indirettamente, un
mutamento profondo di tutte le realtà politiche, sociali, economiche e
culturali, in modi così rapidi e radicali che molti dei contemporanei tardarono
a rendersene conto.
Sul piano internazionale, la guerra segnò la crisi del primato dell'Europa
occidentale. Tre nuove potenze affacciatesi alla ribalta mondiale (Stati Uniti,
Russia sovietica e Giappone) influirono da allora più decisamente sui destini
dell'umanità intera, pur senza intervenire in modo diretto, per alcuni anni,
nelle vicende europee.
Sul piano delle istituzioni politiche, la guerra mise in luce molti limiti dei
sistemi di tipo liberale favorendo la diffusione di nuovi metodi di azione
politica (extraparlamentari o antiparlamentari) e la nascita di nuove forme di
organizzazione e di nuovi strumenti di lotta.
In certi casi (Inghilterra, Francia, Paesi scandinavi) si trattò di una
trasformazione del sistema parlamentare e dei tradizionali partiti politici in
senso più democratico; in altri casi (Italia, Germania, Austria) si assistette
invece, in un quindicennio, al tracollo dei regimi liberal-democratici.
Le crisi politiche del dopoguerra furono la conseguenza di profondi
sconvolgimenti sociali, prodotti, da un lato, dalla nuova forza organizzativa e
politica assunta dalle classi popolari coinvolte massicciamente nel conflitto e,
dall'altro lato, dalla modifica dei precedenti rapporti di potere e delle
tradizionali gerarchie sociali.
L'aspetto più clamoroso di questa trasformazione, che toccò la struttura
stessa della società europea, fu la crisi dei ceti medi (impiegati, piccoli
proprietari, artigiani, piccoli commercianti), schiacciati tra la forza
organizzativa del proletariato operaio e la potenza economica della grande
borghesia capitalistica.
Mentre una parte del proletariato industriale dell'Europa continentale assumeva
la Rivoluzione bolscevica come modello, i ceti medi, impauriti e delusi,
diventavano spesso preda del nazionalismo, che usciva ovunque rafforzato dalla
guerra, o di nuovi movimenti antidemocratici e antiparlamentari, come il
fascismo.
Nel complesso, le vicende della guerra e gli avvenimenti russi, accelerando e
aggravando tutti i conflitti sociali, ridussero in molti Paesi lo spazio di
azione dei tradizionali movimenti riformisti. Le diffuse e deluse aspirazioni
verso un "ordine nuovo" si trasformarono in tensione rivoluzionaria dai contorni
spesso imprecisi e ambigui
Nello stesso tempo una generale crisi economica, protrattasi fino al 1921,
colpì tutti i Paesi europei ed ebbe due conseguenze di rilievo. In primo luogo
dimostrò l'impossibilità di riprendere nel dopoguerra la via dello sviluppo
senza allargare ulteriormente gli interventi degli Stati in materia economica e
senza rinsaldare i collegamenti, già imposti dalle necessità belliche, tra
gruppi capitalistici e poteri pubblici. In secondo luogo la crisi economica
accelerò inizialmente il processo di impoverimento e di declassamento degli
strati sociali intermedi, gravemente colpiti nei loro redditi dall'inflazione
galoppante.
Sia i gruppi capitalistici, sia i ceti medi, per motivi diversi ma collimanti,
espressero allora una comune e crescente aspirazione verso regimi politici forti
e autoritari, anche di tipo dittatoriale, che tenessero a freno i movimenti
operai e contadini, stabilizzassero la situazione economica, garantissero la
restaurazione dell'ordine sociale.
Così, mentre i movimenti operai europei si trovarono dovunque indeboliti (tranne
che in Inghilterra e nei Paesi scandinavi) dalla frattura avvenuta tra le
tendenze riformistiche del socialismo e le nuove organizzazioni rivoluzionarie
d'ispirazione comunista, si verificò una temporanea saldatura tra gli interessi
dei gruppi economici più forti e le speranze e i timori della piccola e media
borghesia.
Il quadro internazionale
Subito dopo il conflitto fu chiaro per tutti che la concezione democratica
della guerra e della pace, riassunta nei 14 punti del presidente americano
Wilson, aveva in pratica scarsi sostenitori.
I grandi principi della libertà dei popoli e dell'autodeterminazione furono in
larga misura disattesi. I nuovi confini degli Stati europei vennero tracciati
senza grande rispetto delle individualità nazionali e senza quasi mai attivare
il principio di autodecisione. Il vecchio criterio dell'equilibrio, negato a
parole, dominò invece nella pratica.
Gli egoismi nazionali, esaltati lungo tutto il conflitto, perdurarono nel
dopoguerra, alimentando nuovi immediati contrasti.
Il modo in cui si era svolta la conferenza di pace di Parigi aveva dimostrato che le nazioni vincitrici non erano affatto disposte a rinunciare a tutti i frutti della vittoria e che, per di più, non erano d'accordo tra loro. La pace punitiva, riservata specialmente alla Germania (condannata a riconoscersi responsabile del conflitto, a perdere territori di lingua e ceppo tedesco, al pagamento di colossali riparazioni di guerra, a cedere in garanzia di tale pagamento zone di vitale interesse economico come la Saar) non tardò ad alimentare i sogni di rivincita.
Tra le nazioni vincitrici l'Italia vide frustrate le sue aspirazioni alla
Dalmazia e all'espansione coloniale, anche per lo scarso realismo e gli errori
dei suoi rappresentanti alla conferenza di pace. I trattati di pace erano appena
stati firmati che già nell'opinione pubblica tedesca e italiana correvano slogan
preoccupanti (quali "revisione dei trattati", "vittoria mutilata"), abilmente
sfruttati dai nazionalisti.
La Società delle Nazioni dimostrò rapidamente la debolezza degli ideali
pacifisti che l'avevano fatta nascere. Il suo vizio d'origine più grave fu
quello di essere un organo di controllo privo di reali strumenti d'intervento,
il che favoriva il ritorno alla vecchia politica fondata sui rapporti di
potenza. La Società, inoltre, subì l'influenza preponderante della Francia, che
vi perseguì per qualche tempo i propri disegni di umiliazione della Germania e
di egemonia europea, e dell'Inghilterra, che, più realisticamente, vide in essa
uno strumento per garantire la sopravvivenza della propria funzione di grande
potenza internazionale, affidandosi alla proverbiale abilità della sua
diplomazia.
L'atteggiamento dell'Inghilterra, che guardava ora con maggior interesse
all'Europa parallelamente al manifestarsi delle prime difficoltà nel suo impero
coloniale, rispondeva alla percezione che erano mutati i rapporti di forza sulla
scena mondiale, a vantaggio soprattutto di due Stati non europei, gli Stati
Uniti e il Giappone. Tale mutamento aveva il suo fattore determinante nella
situazione economica.
Mentre, infatti, le nazioni europee faticavano a risollevarsi dalla guerra, gli
Stati Uniti e il Giappone avevano sostenuto uno sforzo militare ridotto ed erano
in grado di approfittare largamente delle circostanze. La Repubblica americana,
da nazione debitrice si trasformò nel maggior centro di finanziamenti e di
crediti per le economie europee, mentre sempre nuovi mercati si aprivano ai suoi
capitali.
Tutti i Paesi europei dovettero invece affrontare due gravissimi problemi che travagliarono a lungo la loro vita economica: quello della ricostruzione, e quello ancor più grave della riconversione di una economia di guerra in una economia di pace.
Difficoltà economiche e fermenti sociali
La guerra era stata uno stimolo potente allo sviluppo industriale, protetto e
sollecitato dagli Stati.
Le commesse statali avevano provocato un'artificiosa dilatazione di certi
settori (metallurgico, meccanico, chimico, tessile) e favorito enormi profitti,
resi possibili dalle eccezionali condizioni in cui gli imprenditori agivano
(scarso controllo sui costi di produzione, bassi salari, assorbimento di
manodopera femminile e minorile). Tutte le norme della libera concorrenza e del
libero mercato erano state travolte. Erano fiorite le grandi concentrazioni.
Alla fine del conflitto, in fase di relativa normalizzazione economica, gli
apparati produttivi presentavano paurosi squilibri, dominati come erano dai
gruppi monopolistici dell'industria pesante con impianti da riconvertire a nuove
produzioni.
I licenziamenti, dovuti al blocco della produzione bellica, e la smobilitazione
degli eserciti riempirono poi le città di disoccupati. Al ristagno produttivo si
accompagnò una generale inflazione, già iniziata durante il conflitto. La lira
italiana, ad esempio, aveva perso nel 1920 circa i tre quarti del suo valore
d'anteguerra.
Accanto ai pochi che si erano arricchiti con i profitti di guerra stavano le
masse dei reduci, che, dopo aver pagato duramente per il conflitto, pagavano ora
per la pace. Le speranze di una distribuzione delle terre, alimentate durante la
guerra, vennero deluse dai governi. L'esasperazione dei conflitti sociali,
quindi, favoriva la ricerca di soluzioni estreme.
Il vecchio ordine era stato inghiottito dal conflitto, ma del nuovo ordine
non si scorgevano ancora i lineamenti.
La guerra era, stata ovunque un'esperienza che aveva coinvolto tutti gli strati
sociali, un'esperienza nazionale e popolare. Classi sociali rimaste finora ai
margini, che conoscevano dello Stato solo gli aspetti più vessatori, le tasse e
la leva obbligatoria, avevano acquisito la coscienza del loro ruolo nella
compagine sociale. La disciplina militare e i sacrifici della guerra avevano
fatto maturare uno spirito di solidarietà che si tradusse immediatamente in un
rafforzamento delle organizzazioni di classe o di gruppo sociale: i partiti
operai e popolari, e, più ancora, i sindacati registrarono ovunque nel
dopoguerra un imponente incremento di iscrizioni.
Accanto alle organizzazioni di massa sorsero gruppi armati, pronti a far valere
nella lotta sociale le tattiche e i metodi appresi durante la guerra. I reduci e
gli ex combattenti dettero vita ad associazioni pronte a intervenire sul terreno
politico. Si diffusero metodi d'azione usati in precedenza solo sporadicamente,
come le occupazioni delle terre o delle fabbriche. La Rivoluzione bolscevica,
d'altronde, offriva modelli di lotta anche per coloro che non accettavano il
bolscevismo.
Più in generale, le istituzioni parlamentari e rappresentative vennero
intaccate da una crisi di sfiducia. Gli strati sociali esclusi dal potere
ritennero di aver definitivamente conquistato il diritto di agire direttamente
in campo politico e di essere ormai padroni dei propri destini.
Fiorirono gli istituti e le organizzazioni di base: consigli operai, autonomie
locali, cooperative, organismi sindacali e associazioni di ogni genere. Queste
esperienze potevano prefigurare assetti politici e sociali del tutto nuovi.
Il regime comunista in Russia
Il gruppo bolscevico stava ormai concentrando nelle sue mani tutto il potere, anche mediante l'eliminazione fisica dei membri degli altri partiti ancora presenti sulla scena, come i menscevichi e i socialisti rivoluzionari. Tre gravissime questioni, però, rendevano precario il suo potere: l'esplosione della guerra civile, le rivolte contadine e il totale collasso dell'economia.
Di fatto l'area geografica su cui il governo rivoluzionario esercitava la
propria autorità era e restava limitata.
Anche dopo il ritiro dell'esercito tedesco e la conclusione della prima guerra
mondiale con la sconfitta degli Imperi centrali (che consentì al governo di
Mosca di denunciare come non valido il trattato di Brest Litovsk), vastissimi
territori già appartenenti all'Impero russo sfuggivano al controllo del governo
comunista: oltre ai Paesi baltici, alla Finlandia e ai territori polacchi, anche
l'Ucraina, gli Stati del Caucaso (Georgia, Armenia, Azerbaigian) e la maggior
parte della Russia asiatica. Per di più, alcune di queste aree territoriali
costituivano la base di vari eserciti in guerra aperta con il governo comunista,
le cosiddette armate bianche comandate da generali zaristi o comunque contrari
alla Rivoluzione sovietica (Denikin, Kolèak, Judenié, Wrangel), sostenute dagli
Stati vincitori della guerra mondiale mediante lo sbarco di contingenti di
proprie truppe in vari punti del territorio russo, e talora appoggiate da
insurrezioni contadine.
Una terribile guerra civile venne così ad aggiungersi ai massacri provocati
dalla guerra mondiale e allo stato di disfacimento in cui la Russia era
precipitata.
La guerra civile si protrasse per tutto l'anno 1919 (con alcuni prolungamenti
nel 1920), e si concluse con la vittoria dell'Armata rossa, cioè dell'esercito
del governo rivoluzionario, ricostituito e organizzato in particolare da
Trotzkij.
Battute le armate bianche, fu la volta della Polonia, dov'era salito al potere
nel 1919 il maresciallo Josef Pilsudski, che mirava al controllo dell'Ucraina.
Dopo varie vicende, che videro l'Armata rossa avanzare fino alle porte di
Varsavia e poi ritirarsi di fronte alla controffensiva polacca, la pace di Riga
(1920) delimitò le frontiere tra i due Stati e segnò nel contempo la rinuncia
dei governi occidentali a rovesciare il governo comunista russo. Questo
riconobbe l'indipendenza degli Stati baltici (Lituania, Estonia e Lettonia) e
della Finlandia, mentre riconquistò l'Ucraina, abbatté con la forza delle armi e
riannetté le repubbliche caucasiche, riunificò i territori asiatici, anche a
costo di spostamenti forzati di interi gruppi etnici.
All'inizio del 1921 il governo sovietico aveva dunque esteso e consolidato il
suo potere sulla maggior parte del territorio del vecchio Impero, ora delimitato
da una catena di Stati tendenzialmente ostili, che vennero a costituire una
specie di "cordone sanitario" (come fu chiamato) nei riguardi di potenziali
minacce rivoluzionarie. Tale situazione di isolamento ebbe notevoli conseguenze
sull'evoluzione del regime comunista, sui suoi orientamenti in politica estera e
sui suoi rapporti con i partiti comunisti di altri Paesi.
La questione dei contadini e il comunismo di guerra
La situazione interna continuava a rimanere precaria, in particolare per le
perduranti resistenze delle classi contadine e per le difficoltà a rimettere in
moto la macchina produttiva.
La distribuzione delle terre dei grandi proprietari ai contadini poveri, se
permetteva alla rivoluzione di legare a sé le campagne e di usufruire degli
approvvigionamenti per le città e per l'Armata rossa impegnata nella guerra
civile, non rispondeva ai progetti di Lenin, che aveva proclamato: «La
coltivazione su piccola scala non riuscirà a liberare l'umanità dalla miseria di
massa... È indispensabile passare alla coltivazione collettiva di grandi aziende
modello».
Le esigenze politiche (alleanza delle forze rivoluzionarie con i contadini)
entrarono quindi in conflitto con i principi del comunismo. Il disegno di creare
grandi unità produttive agricole sotto direzione e controllo statale non
raccolse il consenso dei contadini, divenuti in buona percentuale (circa il 60%)
possidenti, grazie alla distribuzione o alla occupazione di terre. Di qui il
sorgere di forti resistenze alle requisizioni di viveri e un generale
malcontento nelle campagne.
Il prezzo pagato alla guerra civile era stato in generale molto alto e, per
l'industria russa, quasi rovinoso. Pertanto, il progetto della sua rapida
riconversione all'economia di pace dovette essere abbandonato. La guerra civile
accrebbe invece la necessità di una centralizzazione e di un controllo rigoroso
da parte del partito per ottenere la massima efficienza. Ciò, però, poneva
fatalmente in secondo piano il problema della riorganizzazione del lavoro
secondo il modello dei soviet e i principi socialisti.
Anche in questo campo, quindi, l'alternativa tra le necessità immediate e i
programmi ideali e teorici suscitò vaste discussioni nel partito.
La base operaia non condivideva l'utilizzazione dei vecchi quadri dirigenti e
dei tecnici ai posti di comando, ma Lenin, dopo un breve tentativo fatto nel
1918, dovette constatare che senza la loro esperienza non si poteva per il
momento procedere.
Uno scontro ancora più forte si ebbe a proposito dei sistemi di conduzione aziendale. I bolscevichi avevano sempre sostenuto il principio della direzione collegiale e i sindacati al riguardo si mostravano inflessibili, ma la direzione collegiale finiva spesso per essere in contrasto con le direttive del governo e scarsamente efficiente. In teoria Lenin riteneva «indispensabile la direzione collegiale», ma ammoniva sulla necessità che essa non diventasse «un ostacolo all'efficienza».
I dilemmi fondamentali della rivoluzione vennero quindi risolti con compromessi, rispondenti alle enormi difficoltà incontrate in questa prima fase del regime bolscevico, poi definita del comunismo di guerra. Si trattava, in realtà, di fare i conti con uno Stato e un apparato economico da ricostruire interamente, su basi nuove, nel bel mezzo di una guerra condotta senza esclusione di colpi.
Stato e partito
A questo punto i capi rivoluzionari si confrontarono con due questioni
fondamentali, che implicavano precise scelte strategiche, vale a dire:
- quale fosse la vera funzione del Partito comunista e quali rapporti dovevano
esserci tra il partito, i soviet e l'apparato statale;
- quali rapporti dovessero intercorrere tra il Partito comunista russo e i
Partiti comunisti e i movimenti rivoluzionari stranieri.
Sul primo punto, la linea di Lenin ebbe ragione delle opposizioni interne, da
lui definite «anarchiche e sindacaliste». La lotta, culminata nel 1920-1921,
aveva accentuato il processo di accentramento del potere al vertice del partito
(Comitato centrale), ma nello stesso tempo era iniziato un processo di
compenetrazione tra organismi di partito e strutture statali che caratterizzò il
successivo sviluppo delle istituzioni sovietiche.
In un primo momento Lenin si mostrò perplesso sull'opportunità di una così
stretta fusione, e ancora nel 1922 deplorò la tendenza degli organismi statali e
dei soviet a scaricare sul partito una quantità enorme di incombenze, ma
nel 1923 si arrese alla realtà dei fatti. Si verificavano così, parallelamente,
due fenomeni densi di future conseguenze: il monolitismo del Partito comunista,
con il divieto delle correnti al suo interno, da un lato, e, dall'altro, la
formazione di un apparato burocratico di partito, distinto e separato dalle
masse.
Questi fattori influirono anche sui rapporti tra il Partito comunista russo e i
movimenti comunisti sorti in quell'epoca in molti Paesi, per distacco dal
movimento socialista. L'organo di coordinamento tra i diversi movimenti
comunisti, creato a Mosca nel 1919 con il nome di Comintern (Internazionale
comunista o Terza Internazionale), era stato concepito come un unico partito
internazionale e formato sulla ipotesi di un'imminente rivoluzione mondiale,
alla quale i movimenti comunisti avrebbero dovuto fornire la guida. Tuttavia, il
rapido allontanarsi delle prospettive rivoluzionarie in Europa, già constatato
nel terzo congresso del Comintern (1921), e la relativa ristrettezza della base
dei partiti comunisti occidentali (oltre ai loro insuccessi) accrebbero
enormemente nel Comintern il peso del Partito comunista russo, che incominciò a
influire pesantemente nella vita degli altri partiti comunisti.
Il bilancio dei primi quattro anni della rivoluzione si presentava dunque
contraddittorio.
Era stata varata una costituzione (1918) fondata, almeno formalmente, sul potere
dei soviet, ed era stata istituita la Repubblica socialista federativa sovietica
(RSFSR), divenuta nel 1922 Unione delle Repubbliche socialiste sovietiche
(URSS), con il riconoscimento delle varie Repubbliche «storicamente distinte e
diverse».
Il partito si assumeva però il compito dì assicurare l'unità dell'intero sistema
sovietico.
La rivoluzione si era affermata all'interno, e la normalizzazione dei rapporti
con l'estero era vicina, ma l'organizzazione degli apparati statali,
dell'esercito e della polizia era avvenuta nel senso di una stretta dipendenza
dall'apparato del partito, il quale rivendicava a sé una delega permanente della
classe operaia, come sua avanguardia rivoluzionaria.
Il Partito comunista si era enormemente rafforzato, acquistando anche con la
forza un effettivo predominio su ogni altro gruppo organizzato, ma si era
imposto, di fronte alle gravi urgenze del Paese, come struttura monolitica e
centralistica. Il regime comunista si era così trasformato in una stabile
dittatura di partito.
L'economia, infine, tardava a riaversi dal collasso della guerra e si
avvertivano nuovi segni di scontento e di rivolta.
La nuova politica economica. Stalin
La Nuova Politica Economica
Nel 1921 i marinai della base navale di Kronstadt, "onore e gloria" della
rivoluzione, si ribellarono.
Nelle loro rivendicazioni politiche essi lamentavano la carenza di vita
democratica: i soviet erano stati traditi e boicottati, i sindacati soffocati,
repressa la sollevazione degli operai di Pietroburgo, spente le voci
dell'opposizione operaia. Era urgente, insomma il ritorno alla formula (peraltro
leninista): «tutto il potere ai soviet».
Facendo seguito a ben 118 rivolte contadine nei mesi precedenti, la rivolta di
Kronstadt apparve al governo comunista come un attentato alle conquiste della
rivoluzione. Si denunciò la controrivoluzione, puntando il dito sugli aiuti
forniti dall'esterno alla rivolta dei marinai. Lenin e Trotzkij presentarono
l'intervento dell'Armata rossa come una "tragica necessità" e la ribellione fu
domata nel sangue.
L'episodio di Kronstadt accelerò tuttavia il processo di revisione della
politica del partito. Nello stesso mese fu varata la Nuova Politica Economica
(NEP) e con essa
- le requisizioni obbligatorie di viveri furono sostituite con una tassa in
natura e ai contadini fu concesso il diritto di vendere le loro eccedenze sul
mercato libero;
- fu ripristinato il commercio libero tra città e campagna e poste le basi per
la riattivazione dei negozi privati al minuto;
- In campo sindacale si garantì alle organizzazioni dei lavoratori il diritto
di eleggere i loro capi e di sottoporre a dibattito tutte le questioni del
lavoro;
- la mobilitazione obbligatoria della manodopera venne abolita.
Siccome la reintroduzione di forme dell'economia di mercato, sia pure sotto
controllo statale, parve ad alcuni negativa, visto che i kulaki, cioè i
contadini proprietari, tornavano a crescere, mentre ricompariva il fenomeno
dell'affittanza e del salariato contadino, Lenin ricorse ancora all'argomento
della necessità, non essendosi verificate le due condizioni indispensabili per
la vittoria del socialismo, cioè la definitiva alleanza operai-contadini e
l'allargamento del fronte rivoluzionario in Europa.
Anche la classe operaia accolse dapprima con diffidenza la NEP, benché questa
influisse meno decisamente sull'industria che nel settore agricolo; essa ,
infatti, rispondeva alla stessa logica, dando fiato alla piccola industria
mediante un sistema misto, pubblico e privato, dal momento che, per costruire la
grande industria, occorreva uno sforzo di capitali e di uomini impossibile in
un'economia così debole. Per questo, mentre a tempi lunghi si pianificava lo
sviluppo della grande industria, si tentava nell'immediato uno sviluppo «della
piccola industria che non ha bisogno di macchine, non ha bisogno di riserve di
materie prime, di combustibile, di vettovaglie e che può subito dare un certo
aiuto all'economia contadina e aumentarne le forze produttive».
Tutto ciò fu perseguito con provvedimenti che prevedevano da un lato
l'abolizione di impacci burocratici e dall'altro il ritorno alla direzione e al
controllo individuali mediante la concessione agli ex proprietari delle loro
aziende. Nello stesso tempo anche la grande industria usufruì di provvedimenti
liberalizzanti: non fu più controllata direttamente dallo Stato, le fu garantito
funzionamento autonomo su base commerciale, nel senso che lo Stato non si
ritenne più responsabile diretto dell'andamento delle aziende che rientravano in
concorrenza sul mercato libero. Fu così che, nonostante le opposizioni,
sollevate all'interno del partito da una minoranza di sinistra capeggiata da
Molotov, la NEP ottenne un sensibile miglioramento della produzione a partire
dal 1922, la scomparsa delle insurrezioni contadine e il miglioramento
dell'industria leggera.
La successione di Lenin e il socialismo in un solo Paese
Una delle ultime dichiarazioni pubbliche di Lenin, alla fine del 1922,
riguardava la necessità di impegnarsi totalmente nei settori chiave
dell'industrializzazione, come i trasporti, le miniere, la metallurgia, le
centrali elettriche: «L'industria pesante ha bisogno di sussidi statali. Se non
troveremo questi sussidi, saremo perduti, non dico come Stato socialista, ma
come Paese civile».
Oramai gravemente ammalato, fu costretto a ritirarsi progressivamente dal
governo. La sua azione politica si era svolta tra la necessità di creare a ogni
costo un'economia efficiente, mediante l'accordo con i contadini, e il desiderio
di effettuare il passaggio al sistema socialista, che avrebbe dovuto realizzarsi
attraverso la radicale trasformazione della stessa economia contadina. Anche nei
rapporti con il resto del mondo la politica leninista si era sviluppata su due
piani diversi e spesso poco conciliabili: da una parte il Comintern, cioè
la solidarietà, il coordinamento (e poi il controllo) di tutti i movimenti
comunisti, con il proposito, almeno dichiarato, di promuovere il rovesciamento
dei regimi borghesi-capitalistici; dall'altra parte l'apertura di relazioni
diplomatiche volte a normalizzare i rapporti con quegli stessi regimi,
soprattutto ai fini degli scambi economici e commerciali necessari al rilancio
dell'economia russa.
Il mancato scoppio della "rivoluzione mondiale" aveva dunque avuto due
conseguenze: all'interno della Russia, il rafforzarsi della prospettiva del
socialismo in un solo Paese; all'esterno, la tendenza a normalizzare i rapporti
diplomatici con l'Occidente, a partire dal trattato di Rapallo del 1922, con cui
URSS e Germania ristabilivano normali relazioni diplomatiche.
Le speranze rivoluzionarie di Lenin non si erano tuttavia dissolte; si erano
proiettate in un futuro più lontano e, soprattutto, si erano concentrate sopra
un futuro conflitto armato tra l'Occidente controrivoluzionario imperialista e
l'Oriente rivoluzionario e nazionalista, cioè tra gli Stati più avanzati del
mondo e gli Stati più arretrati, come quelli dell'Oriente.
Veniva così aperto il problema dei rapporti tra rivoluzione sovietica e popoli
coloniali.
Alla morte di Lenin (gennaio 1924) venne in primo piano il problema della sua
successione, lasciato fino ad allora in sospeso.
I più titolati aspiranti alla guida del partito e quindi dello Stato, Trotzkij,
Stalin, Zinoviev, Kamenev, dovevano misurare la loro forza su questioni cruciali
di sviluppo economico e politico e sul potere da loro conquistato nel Partito
comunista.
A due anni di distanza dalla NEP (Nuova Politica Economica) la situazione della
società sovietica presentava non poche contraddizioni. Gli iniziali programmi
della rivoluzione erano stati sacrificati alla necessità di rimettere in moto
l'economia, che aveva costretto il governo ai compromessi della NEP.
Un certo ripiegamento riguardava, però, anche altri campi. Dopo aver duramente
perseguitato i gruppi religiosi, infatti, il governo sovietico scarcerò il
patriarca ortodosso Tichon e tollerò per qualche tempo una certa pratica
religiosa nella Chiesa russa. Questo non significava che lo Stato sovietico
rinunciasse alla sua natura antireligiosa. Il pensiero di Lenin a proposito
della funzione alienante della religione nella società era troppo chiaro per non
vedere nell'esperienza sovietica uno sforzo cosciente di camminare verso una
società senza religione. La religione continuava a essere considerata da Lenin
«una specie di acquavite nella quale gli schiavi del capitalismo affogano la
loro personalità umana e le loro rivendicazioni». Comunque, anche ammesso che la
religione potesse continuare a essere un affare privato del cittadino nei
confronti dello Stato, non altrettanto poteva essere ritenuta nei confronti del
partito, in quanto «avanguardia di militanti per la liberazione della classe
lavoratrice». E in uno Stato come quello sovietico, in cui erano fortissimi i
poteri del partito, i poteri pubblici si assumevano in ogni caso, come compito
primario, quello di "liberare" i cittadini da ogni "ignoranza", "oscurantismo" e
"pregiudizio" religioso, svolgendo attiva propaganda e inculcando come
obbligatori i principi dell'ateismo scientifico sulla base delle dottrine
marxiste-leniniste.
Il processo di trasformazione rivoluzionaria della società russa risultava di
fatto più lento del previsto e in questa situazione solo la forza dinamica del
partito avrebbe potuto trarre la rivoluzione dalle secche, secondo le
prospettive di Lenin.
Il primato del politico sull'economico si doveva esprimere nel rafforzamento e
nell'egemonia incontrastata del Partito comunista, poiché con la rivoluzione era
stata realizzata «la metà politica del socialismo», mentre restava da realizzare
«la metà economica». Il progresso futuro, secondo Lenin, non poteva però essere
affidato alla forza di una classe minoritaria e debole come il proletariato
operaio russo, ma a un organismo politico che, impadronitosi del potere statale,
se ne servisse ai fini rivoluzionari, trainando tutta la società sovietica. Ciò
spiega l'enorme importanza della lunga lotta per la successione di Lenin, che si
combatté all'interno del Partito comunista dell'Unione Sovietica (PCUS).
L'uomo di maggior prestigio era allora Trotzkij e lo stesso Lenin l'aveva
riconosciuto tale in un suo "testamento", da cui emergeva invece un giudizio
negativo su Stalin. Quest'ultimo era però il capo della segreteria del partito,
il che gli dava un potere rilevante.
Alla morte di Lenin, Trotzkij si trovava già isolato e in minoranza, ma la sua
sconfitta si delineò chiaramente nel corso della disputa sul "socialismo in un
solo Paese", tesi che fu formulata da Stalin per la prima volta verso la fine
del 1924 e poi definita all'inizio del 1926.
Trotzkij, pur avendo affermato tra i primi che la rivoluzione socialista avrebbe
preso le mosse dall'arretrata Russia, aveva sempre posto come condizione della
sua riuscita che essa valicasse le frontiere nazionali, investendo i Paesi
progrediti dell'Occidente e manifestandosi come "rivoluzione permanente". Per
Trotzkij la Rivoluzione d'ottobre aveva senso come prima tappa della rivoluzione
mondiale; egli negava, in termini marxisti, la possibilità stessa di costruire,
in modo autosufficiente, una società socialista nazionale.
Stalin, al contrario, prendendo atto della mutata situazione internazionale e
puntando la sua attenzione sui problemi interni dell'URSS, aveva affermato la
necessità di edificare una "società socialista integrale" in Russia. Egli poneva
tale obiettivo come prioritario non per il solo Partito comunista russo, ma per
tutto il movimento comunista internazionale, e ammetteva, di conseguenza, che un
regime socialista "nazionale" potesse convivere anche per lunghi periodi (e
intrecciare rapporti di collaborazione) con Paesi capitalistici.
Il "socialismo in un solo Paese" costituiva un'applicazione delle dottrine
leniniste inconciliabile con il trotzkismo, ma dotata di una maggior capacità di
adeguamento alla situazione reale. Si trattava di una scelta di tale portata da
influire su tutta la successiva storia del comunismo.
Dopo il progressivo esautoramento di Trotzkij, Stalín si liberò anche di
Kamenev e Zinoviev, i quali nel XIV congresso del PCUS (dicembre 1925) avevano
attaccato la segrete- ria del partito, sostenendo la necessità di «buttare a
mare la NEP» e opponendosi allo strapotere di un solo capo.
Battuti al congresso, Zinoviev e Kamenev furono privati delle loro cariche e
quindi, riavvicinatisi a Trotzkíj, furono espulsi dall'Ufficio politico (1926) e
messi in minoranza nel Comintern. Trotzkíj, espulso a sua volta dal partito e
mandato al confino (1927), riuscì a stento a fuggire in Turchia e poi in Messico
(dove fu ucciso nel 1940 da un sicario di Stalin).
L'opposizione di sinistra a Stalin poteva così dirsi battuta: essa venne
rapidamente isolata anche nel comunismo internazionale.
Nel Comintern la lotta per la successione a Lenin era stata vissuta con
diretta partecipazione: essa non poteva non riflettersi all'interno dei partiti
comunisti occidentali e sui loro atteggiamenti più generali.
Il Comintern si trovava fin dal suo V congresso (1924) in una situazione
abbastanza paradossale. Mentre l'URSS, riconosciuta ormai da alcune delle
maggiori potenze, si preparava a una politica di ulteriori intese e accordi
anche con governi apertamente ostili al socialismo, dalle tribune del Comintern
echeggiavano le più accese esortazioni alla distruzione finale del capitalismo,
e una ventata di radicale intransigenza ideologica si scatenava contro le
tendenze socialdemocratiche occidentali, accostate al fascismo: «I fascisti –
disse Zinoviev nella relazione introduttiva al V congresso del Comintern – sono
la mano destra e i socialdemocratici la mano sinistra della borghesia. Ecco il
fatto nuovo... Il fatto essenziale è che la socialdemocrazia è divenuta un'ala
del fascismo».
Questa dottrina sfociò nella formula, che ebbe largo corso per un decennio, del
"socialfascismo" (socialdemocrazia = fascismo); a essa non si opposero i
rappresentanti dei movimenti comunisti occidentali, neppure gli italiani
Gramsci, Togliatti e Bordiga, presenti al V congresso, che pure avevano appena
vissuto l'episodio dell'assassinio del socialista Matteotti per mano dei
fascisti. Semmai qualche elemento di dissenso incominciava a manifestarsi sul
ruolo dominante del PCUS nel Comintern e sulla tendenza dei dirigenti sovietici
a servirsi del Comintern come strumento delle loro lotte intestine. Ciò apparve
evidente in occasione del conflitto che oppose Stalin a Bucharin.
Movimenti rivoluzionari in Germania
L'Impero tedesco, prima ancora di essere sconfitto militarmente, era stato
travolto da un'ondata rivoluzionaria, dagli scioperi politici nelle industrie
belliche, dalle rivolte esplose nell'esercito e dalla ribellione della flotta di
Kiel, che il 5 novembre 1918 aveva alzato la bandiera rossa.
Dal Baltico l'ondata aveva investito Berlino, il Reno, Monaco di Baviera. Si
erano formati consigli operai sul modello dei soviet, che chiedevano la
fine della guerra e l'instaurazione di una Repubblica socialista. La rivoluzione
era dunque nel cuore dell'Europa.
L'abdicazione dell'imperatore e la formazione del governo del principe Max del
Baden, nel quale erano entrati i socialdemocratici, non aveva potuto impedire
che molte città cadessero sotto il controllo dei soviet. D'altro canto,
negli stessi soviet, i gruppi propriamente rivoluzionari, comunisti e
socialisti indipendenti (USPD), erano di solito in minoranza e osteggiati dai
gruppi collegati alle forze politiche tradizionali, come la socialdemocrazia.
Tra i gruppi appartenenti alla sinistra rivoluzionaria la maggior popolarità
era stata raggiunta dalla Lega di Spartaco (Spartakusbund), che aveva
assunto una posizione intransigente verso la guerra. I suoi leader si erano
sempre più differenziati dai socialdemocratici per la polemica sul dilemma
"Riforma sociale o rivoluzione?", come suonava il titolo di un'opera di Rosa
Luxemburg (1870-1919), una socialista polacca emigrata in Germania e divenuta la
maggior teorica del comunismo tedesco. Sviluppando una teoria marxista in molti
punti originale, la Luxemburg aveva sostenuto la necessità di fare la
rivoluzione con il consenso delle masse e aveva messo in guardia dal rischio che
la concezione leninista del partito, come avanguardia della classe operaia,
generasse un apparato burocratico di partito, chiuso, centralistico e
scarsamente democratico.
Dittatura del proletariato doveva dunque significare «applicazione e non
abolizione della democrazia», e solo la costante presenza politica delle masse
avrebbe permesso di realizzare una «democrazia illimitata».
Il marxismo libertario degli spartachisti non era però riuscito a soppiantare,
sul piano dell'organizzazione politica e sindacale, la forza della
socialdemocrazia riformista, che era contraria alla soluzione rivoluzionaria di
tipo sovietico e si era schierata a difesa del sistema parlamentare: da qui una
frattura nel movimento operaio tedesco non più colmata, destinata anzi ad
aggravarsi in seguito.
La Repubblica di Weimar
Il nuovo cancelliere, il socialdemocratico Ebert, anche in seguito alle
pressioni delle potenze occidentali, si prefisse di mettere termine alla
rivoluzione.
Ebert concluse un accordo segreto con il feldmaresciallo Hindenburg,
stringendo legami con i gruppi conservatori della burocrazia statale e
dell'esercito. Il ministro della guerra Noske, avuti ampi poteri, consenti la
formazione di gruppi armati, detti "corpi franchi", dediti al terrorismo e
all'assassinio politico; inoltre ottenne di riarmare 400 000 uomini, con
funzioni di polizia interna.
Trucidati dai corpi franchi la Luxemburg e
Liebknecht, capi della Lega di Spartaco (trasformatasi in Partito comunista), la
repressione si abbatté sulla Repubblica sovietica proclamata a Monaco
(marzo-maggio 1919) e sulla insurrezione di Berlino. Nel giro di pochi mesi la
rivoluzione era soffocata quasi dovunque: gli ultimi sussulti si ebbero con le
insurrezioni comuniste di Plauen e della Ruhr (maggio 1920).
Le conseguenze di
quelle tragiche vicende furono durature: i centri tradizionali di potere dello
Stato germanico, l'esercito, la burocrazia, i grandi gruppi economici, ne
uscirono rafforzati, tanto quanto si erano trovati divisi i partiti operai,
nonostante il clamoroso successo elettorale della socialdemocrazia nelle prime
elezioni del dopoguerra.
Nell'Assemblea nazionale tedesca, eletta a suffragio
universale e apertasi nella città di Weimar (in Turingia) nel febbraio 1919, il Partito
socialdemocratico aveva la maggioranza relativa e deteneva con Ebert, divenuto
presidente della Repubblica, e con Scheidemann, nuovo cancelliere, le maggiori
cariche dello Stato, pur formando coalizioni di governo con altre formazioni
politiche, come il Partito cattolico del Centro e il Partito democratico.
Nell'agosto 1919 fu approvata dall'Assemblea nazionale la nuova costituzione
della Repubblica. Essa era il frutto dell'apporto teorico di famosi
costituzionalisti, ma risultava piuttosto macchinosa. Il potere risultava
suddiviso tra l'Assemblea nazionale (Reichstag) e il presidente della
Repubblica, eletto a suffragio universale diretto, mentre il governo godeva di
scarsa autonomia politica. Mentre l'attività del Parlamento risultava inceppata
dal gran numero di partiti (si giunse a contarne ben venticinque), il presidente
della Repubblica poteva nominare e revocare i ministri, sciogliere il
Parlamento, sospendere le garanzie costituzionali in casi eccezionali,
sottoporre a referendum popolare le leggi approvate dal Reichstag.
Tutto ciò non toglie che per la prima volta nella sua storia di Stato nazionale
la Germania perveniva, con la Repubblica di Weimar, a un sistema
democratico-parlamentare. Per di più l'estensione del diritto di voto alle donne
poneva lo Stato tedesco all'avanguardia nell'Europa continentale in fatto di
applicazione effettiva del suffragio universale. Inoltre la struttura federale
del vecchio Impero risultava ampiamente riformata ma sostanzialmente mantenuta,
e resa anch'essa più democratica. Sparivano gli Stati che, sotto l'egemonia
prussiana, avevano concorso alla formazione dell'Impero, anche in conseguenza
dell'avvenuta abdicazione dei loro sovrani (là dove ancora esistevano nel 1918
dinastie regnanti, come in Sassonia, Baviera, ecc.), ma prendevano il loro
posto, nell'ambito della Repubblica, diciotto regioni storiche, chiamate Länder,
dotate di organismi politico-amministrativi con notevole autonomia, e
rappresentate in un Consiglio del Reich.
Le umiliazioni della sconfitta unite ai timori suscitati dall'ascesa politica
delle masse popolari resero critica una situazione nella quale già dominava la
violenza come metodo di lotta politica. Lo stesso ordine costituzionale fu
minacciato da tentativi di colpi di Stato della destra, come quello di Kapp
(marzo 1920), fallito per l'intervento dell'esercito, e lo sciopero delle
maestranze operaie.
I gruppi armati e terroristici di cui l'estrema destra poteva disporre,
tuttavia, continuarono a perpetrare una serie di assassinii politici di cui
restarono vittime esponenti della sinistra rivoluzionaria, dirigenti
socialdemocratici o cattolici, come il ministro Erzberger, e infine il ministro
degli esteri Rathenau (1922), un grande industriale che aveva assunto una
posizione conciliante sul problema delle riparazioni di guerra.
Quest'ultimo restava uno dei principali nodi della politica tedesca di quegli
anni. Il disegno della Francia era quello di far pagare alla Germania i propri
debiti contratti con gli USA, di annientare la potenza industriale tedesca,
eliminando un temibile concorrente sui mercati mondiali, e di servirsi delle
riparazioni per ricostruire la propria economia.
Questi progetti erano tuttavia contraddittori con la politica di isolamento
della Rivoluzione russa e con la volontà di creare intorno all'URSS un solido
baluardo, di cui la Germania diventava necessariamente il principale punto di
forza. Del conflitto tra chi aspirava all'annientamento tedesco, come il
presidente francese Poincaré, e chi aspirava a una rapida ricostruzione tedesca,
come i governanti americani e inglesi, cercarono di approfittare i ministri di
Weimar, rifiutandosi di pagare le riparazioni o chiedendone continue dilazioni.
Da ciò la Francia e il Belgio trassero l'occasione per occupare militarmente la
regione mineraria e industriale della Ruhr (1923) incontrando però la resistenza
passiva dei tedeschi. Per reazione crebbe in Germania l'ondata nazionalistica,
parallela al precipitare della crisi economica (inflazione, blocco delle materie
prime, disoccupazione). Ne approfittarono ancora una volta i gruppi di destra,
tra cui faceva la sua apparizione il nuovo Partito nazional-socialista di Adolf
Hitler, autore nel 1923 di un tentativo di colpo di Stato a Monaco, con
l'appoggio di un gruppo di generali capeggiati da Ludendorff.
Sin dagli anni Venti, l'acutizzarsi delle difficoltà economiche su scala di
massa generava consenso nei confronti dei movimenti che operavano in senso
eversivo nei riguardi delle istituzioni repubblicane, e più in particolare verso
le tendenze, come quella rappresentata dal partito di Hitler, in cui si
mescolavano la polemica contro i gruppi capitalistici e "plutocratici", indicati
come i responsabili della crisi, la lotta contro il "socialismo internazionale",
di matrice socialdemocratica o comunista, e infine il rifiuto del sistema
parlamentare e in genere della democrazia rappresentativa.
Il fallimento del putsch di Monaco, i cui autori furono condannati a miti pene
(Hitler se la cavò con un anno di carcere, speso nella preparazione del suo
libro-manifesto Mein Kampf), segnò una svolta positiva per la situazione
tedesca, grazie all'abilità del nuovo cancelliere Stresemann, appartenente al
Partito liberalnazionale, e al prevalere nell'ambito internazionale della linea
anglo-americana su quella francese.
Con l'aiuto di massicci prestiti americani, e con la riduzione delle riparazioni
sanzionata dal piano Dawes (1924), Stresemann fu in grado di ristabilire il
valore della moneta, divenuto pressoché nullo in seguito all'inflazione del
1922-1923, con gravissime conseguenze sui salariati e sui ceti a reddito fisso.
In breve tempo si verificarono tutte le condizioni per una rapidissima ripresa
del capitalismo e dell'industria tedesca. L'inflazione, tenendo bassi i salari e
rendendo più competitivi i prodotti industriali tedeschi, già aveva costituito
una prima molla al rilancio produttivo.
Vi si aggiunse una valanga di capitali stranieri, soprattutto americani,
riversatisi di colpo in Germania alla ricerca di buoni impieghi; le nuove
concentrazioni industriali vennero a consolidare le posizioni dei grandi gruppi
della siderurgia, della metallurgia, della chimica, che tornarono a guidare la
rinascita tedesca.
Sul piano internazionale, dopo i favorevoli trattati con gli USA e con l'URSS
(1921-1922), anche i nuovi governanti radicali francesi mutarono atteggiamento
verso la Germania. I buoni rapporti tra Stresemann e il ministro francese Briand,
ambedue convinti pacifisti, resero possibili la fine dei disordini nella Ruhr e
la firma del trattato di Locarno (1925): esso garantiva l'integrità territoriale
tedesca, il rispetto delle frontiere, il disarmo della frontiera renana, poneva
le premesse per lo sgombero delle truppe straniere e apriva alla Germania le
porte della Società delle Nazioni (1926).
Quello che fu definito "lo spirito di Locarno" parve aprire per l'Europa un
periodo di distensione e chiudere definitivamente il dopoguerra.
Il riassetto delle democrazie occidentali (Inghilterra, Francia, Stati Uniti)
La crisi del dopoguerra non fu meno grave per le nazioni europee uscite vincitrici dal conflitto, ma dove più radicate erano le tradizioni liberali e da più lungo tempo vigevano gli ordinamenti parlamentari, le violente trasformazioni economiche e sociali prodotte dalla guerra non provocarono il crollo dei precedenti regimi politici. Essi si mostrarono in grado di incanalare e assorbire le nuove aspirazioni politiche delle classi popolari, sia per la maggior flessibilità delle istituzioni di quei Paesi (rafforzamento dei partiti della sinistra non rivoluzionaria, riforme sociali e così via), sia in ragione della grande riserva di ricchezza e di potenza economica che continuavano a costituire per quegli Stati gli imperi coloniali.
In Inghilterra il riassetto del proprio impero coloniale e
commerciale, e l'apertura delle istituzioni di governo alle forze politiche
della classe lavoratrice, come il Partito laburista, furono i due problemi
dominanti del dopoguerra.
Il tradizionale controllo inglese dei mercati mondiali aveva subito un duro
colpo da parte degli Stati Uniti e del Giappone, proprio mentre le
trasformazioni delle tecniche produttive e la sostituzione dell'energia
elettrica e del petrolio al carbone avevano messo in crisi il settore minerario,
una delle maggiori fonti di esportazione inglesi.
I mutati rapporti di equilibrio tra le grandi potenze marittime furono
sanzionati con la conferenza di Washington (1921-1922), che segnò la fine della
supremazia inglese negli oceani. Gli USA ottennero in quell'occasione la parità
navale con la Gran Bretagna, mentre il Giappone raggiunse un potenziale navale
pari ai tre quinti di quello delle altre due nazioni.
Anche la questione, sollevata a Washington, della penetrazione giapponese in
Cina, fu risolta con un compromesso.
Quasi tutte le principali colonie inglesi, divenute durante la guerra il
retroterra decisivo per la sopravvivenza stessa della madrepatria, risultavano
ormai percorse da movimenti per l'autogoverno o per la completa indipendenza e
attendevano l'attuazione delle promesse fatte nel periodo bellico. La Gran
Bretagna, pur tra molte contraddizioni, fu costretta a correre ai ripari, sia
allargando a nuovi popoli gli statuti privilegiati dei dominions (cioè
dei territori ex coloniali dotati di autogoverno), sia riconoscendo
l'indipendenza dell'Egitto (1922), con l'eccezione del canale di Suez, sia
attuando qualche limitata riforma in India.
Nel 1926 lo statuto di Westminster venne a regolamentare i rapporti tra
l'Inghilterra e i dominions, nell'ambito del Commonwealth,
federazione di entità statali autonome associate tra loro mediante larghi legami
di dipendenza dalla Corona britannica.
All'interno del Commonwealth fu trovata una soluzione anche all'annosa questione
dell'Irlanda, ripresentatasi in tutta la sua gravità nel 1919, quando l'esercito
di liberazione irlandese (IRA) iniziò una sanguinosa guerriglia. Due anni dopo,
il premier inglese Lloyd George concedette lo statuto di dominion alla
parte centrale e meridionale del territorio irlandese (Eire), prevalentemente
cattolico e agricolo, staccandola dal Nord industriale e a maggioranza
protestante (Ulster).
Insieme con una più elastica politica coloniale, l'Inghilterra tentò di
risollevare la propria economia cercando nuovi sbocchi per le proprie merci e i
propri capitali in Europa. Ciò spiega il suo interesse per la distensione internazionale,
per la rinascita della Germania, per un diretto controllo sulla Società delle
Nazioni.
Tale politica distensiva fu accelerata anche dall'ascesa del Partito laburista,
giunto in pochi anni a soppiantare quasi completamente il Partito liberale in
Parlamento. Tuttavia, dopo la brevissima parentesi laburista, il governo ritornò
nelle mani del conservatore Baldwin (1925-1929), che per risolvere i gravi
problemi economici appoggiò le richieste degli ambienti industriali di tenere
bassi i salari. Nel 1926, allora, uno sciopero, iniziato dai lavoratori delle
miniere, divenne generale, interessando ben 4 milioni di operai. Il duro
intervento del governo e il progressivo sfaldarsi del fronte dello sciopero, non
impedirono ai minatori di resistere ottenendo migliori condizioni di lavoro e
preparando la riscossa del Partito laburista che culminò nelle elezioni del
1929.
Come l'Inghilterra cercò nel riassetto coloniale la via per uscire dalle
difficoltà del dopoguerra, così la Francia puntò tutto, inizialmente, sul
pieno sfruttamento della vittoria contro la Germania e sulle riparazioni di
guerra di fronte alla crisi finanziaria dello Stato e alla svalutazione.
Questa linea corrispondeva alle tendenze nazionalistiche che allignavano nelle
coalizioni di centrodestra succedutesi al potere in Francia dal 1919 al 1924.
D'altronde, le nuove acquisizioni coloniali e il mandato sulla Siria, sanciti
dai trattati di pace, alimentarono l'illusione della Francia di poter ritornare
a esercitare una funzione di potenza dominante. La diplomazia francese si
atteggiò ad arbitra della pace, almeno in Europa, guardando alla Germania come a
una terra di conquista e legando a sé i nuovi Stati ugualmente interessati al
pieno rispetto dei trattati: Polonia e "piccola Intesa" (Cecoslovacchia,
Jugoslavia e Romania).
Le forze politiche conservatrici e nazionaliste avevano tratto anche vantaggi
dalla spaccatura intervenuta nel Partito socialista (SFIO) al congresso di Tours,
con la formazione del nuovo Partito comunista francese (1920). Il correlativo
indebolimento del movimento sindacale aveva reso più facile il contenimento
delle richieste operaie, in parte mediante riforme (giornata lavorativa di 8
ore, concessa nel 1919), in parte con l'uso della forza. Tuttavia, il tentativo
di Poincaré (1922-1924) di far pagare ai salariati il risanamento del bilancio
statale e della moneta rese possibile la formazione di un cartello delle
sinistre (repubblicani, radicali e socialisti della SFIO), che trionfò nelle
elezioni del 1924.
Il nuovo ministero del radicale Herriot (1924-1925), caratterizato da una
politica distensiva all'estero (patto di Locarno) e da propositi riformatori in
campo scolastico, finanziario e fiscale, provocò la reazione della destra
economica, con relativa fuga di capitali all'estero e crollo della moneta. In
tal modo, dopo un periodo di continue crisi di governo, il potere tornò
saldamente nelle mani di Poincaré (1926-1929), il quale con l'appoggio della
grande finanza e dei circoli industriali ristabilì il valore del franco
(consolidandolo a un quinto del valore d'anteguerra), ponendo le premesse per
una ripresa dello sviluppo economico su basi capitalistiche.
Il fatto più significativo del tormentato periodo postbellico fu il rifiuto
degli Stati Uniti, che avevano tratto i maggiori vantaggi dal conflitto,
di assumere il ruolo di nazione guida dell'Occidente, almeno sul piano politico.
I tentativi di Wilson di imporre la propria visione di una "pace democratica"
gli erano costati non solo l'ostilità di alcuni governi delle nazioni vincitrici
(Italia e Francia), ma la stessa fiducia dell'elettorato americano, deluso dalle
vicende europee.
La vittoria del Partito repubblicano su quello democratico nelle elezioni per il
Congresso del 1918 e poi in quelle presidenziali del 1920, quando Harding
(1921-1923) prese il posto di Wilson, segnarono il trionfo della tendenza
isolazionista, con il rigetto del trattato di Versailles e il rifiuto di entrare
nella Società delle Nazioni.
Si trattava di una rivincita del nazionalismo, che non contrastava, ma in certo
modo accompagnava il predominio economico e finanziario americano sui mercati
mondiali. Sotto la presidenza Harding questa politica isolazionistica e insieme
imperialistica fu perseguita fino in fondo. Mentre le merci e i capitali
statunitensi si riversarono in tutto il continente americano, la conferenza di
Washington venne a sanzionare l'egemonia marittima degli USA nel Pacifico e ad
accrescere la loro presenza in Estremo Oriente (ponendo le basi della rivalità
con il Giappone).
In Europa, invece, i governi americani si mostrarono interessati al mantenimento
dell'equilibrio postbellico e al tamponamento della minaccia comunista, anche
mediante l'assistenza finanziaria ai popoli vinti come la Germania, o a regimi
autoritari come il fascismo in Italia.
All'interno, dopo l'approvazione delle prime leggi d'emergenza sulle tariffe
doganali (1920), richieste dagli industriali e dai sindacati, dazi sempre più
elevati vennero imposti alle merci straniere, soprattutto agricole. Nello stesso
tempo fu drasticamente limitata l'immigrazione (1921), fatto che contribuì a
rendere ancor più drammatica la disoccupazione in Europa.
Il nazionalismo americano, accresciuto da un esasperato timore, per le "novità
sovversive" d'origine europea, scorgeva nei lavoratori stranieri dei potenziali
rivoluzionari. L'America visse per alcuni anni in un clima che favoriva
l'intolleranza ideologica e che culminò con la ingiusta condanna morte dei due
anarchici italiani Sacco e Vànzetti (1927).
La pretesa d'imporre per legge una rigida ma esteriore moralità puritana si
espresse nel divieto dello spaccio di alcoolici (proibizionismo), in un contesto
in cui si moltiplicavano invece le speculazioni, gli scandali, i sanguinosi
scontri tra bande rivali di gangsters. Ripresero forza il razzismo e
l'antisemitismo.
Nel complesso l'economia americana conobbe dal 1922 un altro periodo di
accelerata espansione. Le grandi concentrazioni industriali proliferarono,
aggirando le leggi antitrust. Il finanziere e imprenditore Henry Ford
aveva fatto scuola: le tecniche di razionalizzazione del lavoro vennero
applicate su larga scala, la pubblicità moltiplicò i consumi e le vendite a rate
dominarono il campo. I salari aumentarono, le banche fecero crediti illimitati,
la borsa di Wall Street salì vertiginosamente. Il nuovo presidente repubblicano
Coolidge (1923-1928) era convinto che tale prosperità non potesse subire pause o
arretramenti proclamò.
L'economia americana è ormai un'economia industriale "matura", nella quale gli
addetti all'agricoltura sono meno del 22% della forza lavoro, gli addetti
all'industria il 31% e gli addetti ai servizi il 47%. La produzione di
autoveicoli supera, nel 1929, i 5 milioni di unità, contro le 700.000 unità
prodotte dalla Gran Bretagna, dalla Germania, dalla Francia e dall'Italia messe
insieme. Gli apparecchi radio raggiungono gli 8 milioni tra il 1922 e il 1929.
La popolazione risiede ormai in maggioranza nei centri urbani: New York sfiora i
7 milioni di abitanti; Detroit, la città dell'auto, raggiunge i 3.500.000.
I fermenti rivoluzionari in Italia
il fascismo in Italia
Nel primi anni del dopoguerra prese corpo in Italia, sino a giungere alla
conquista del potere e all'instaurazione di una dittatura, una forza politica
nuova: il fascismo. Il fenomeno, che non aveva precedenti diretti nel passato,
si configurava caratterizzato dall'applicazione sistematica e generalizzata del
metodo della violenza alla lotta politica.
Il fascismo si faceva interprete a proprio modo del desiderio mitizzato della
"rivoluzione", cioè dell'esigenza diffusa di una radicale rottura con il
passato, largamente condivisa all'indomani della prima guerra mondiale.
Mussolini, capo del fascismo, già militante nelle fila del socialismo
rivoluzionario, di ascendenze soreliane, uno dei fautori più accesi
dell'intervento italiano nella guerra mondiale, fu colui che trasformò le
confuse attese rivoluzionarie in un disegno politico che egli stesso definì,
alcuni anni dopo, come totalitario, intendendo dire che lo sbocco della
rivoluzione fascista conduceva alla costruzione di uno Stato onnipotente, in
grado di controllare la vita sociale e il destino di tutti i cittadini.
Ciò significava sottrarre i detentori del potere politico a qualsiasi verifica
democratica, escludere ogni possibilità di un reale ed efficace dissenso,
combattere le autonomie, esercitare un rigido controllo e un continuo intervento
in tutti i campi della vita civile e privata.
Lo Stato, così come i fascisti lo concepirono e cercarono di realizzare, finiva
pertanto per assorbire totalmente in se stesso tanto gli individui quanto i
gruppi sociali, le comunità locali e le voci della cultura, le Chiese e le
correnti d'opinione.
Lo Stato assumeva l'aspetto di un nuovo idolo, cui tutto doveva essere
subordinato.
Il fascismo si impose come regime politico sfruttando una situazione favorevole e godendo di appoggi più ampi e potenti del nucleo di uomini, relativamente piccolo, che l'aveva generato. Il fascismo, infatti, trovò supporti e consensi in una realtà sociale, politica e culturale che aveva lontane radici nella storia d'Italia e di cui alcuni tratti si considerano acquisiti.
In primo luogo il fascismo poté e seppe sfruttare le tendenze
antiparlamentari e antidemocratiche già presenti nella cultura del Novecento,
diffuse largamente anche in settori della media e piccola borghesia attratta dal
nazionalismo, frustrata e impaurita dal clima del dopoguerra.
Si trattava di strati sociali numericamente consistenti percorsi da una violenta
crisi di orientamento e di identità, oltre che investiti dà un reale
declassamento nella situazione economica e nella rappresentanza politica.
Il fascismo interpretò a suo modo questa crisi e utilizzò quegli sbandamenti,
facendo dell'ambiguità ideologica il proprio programma. Mussolini, nel 1921,
proclamò questa ambiguità quando disse in Parlamento: «Noi ci permetteremo il
lusso di essere aristocratici e democratici, conservatori e progressisti,
reazionari e rivoluzionari, legalisti e illegalisti, a seconda delle circostanze
di tempo, di luogo e di ambiente».
Non solo, dunque, giovani in prevalenza di estrazione piccolo borghese,
conquistati ai metodi della violenza e ai miti nazionalisti, fornirono
l'iniziale personale politico del movimento e poi del Partito fascista; il
fascismo trovò anche una sua base di massa nei gruppi sociali del ceto medio e
del popolo minuto meno organizzati politicamente. In queste classi si parlava
magari di "rivoluzione", ma in effetti si aspirava soprattutto a riportare
l'ordine nella difficile situazione postbellica; e il fascismo seppe presentarsi
nello stesso tempo come rivoluzionario e come restauratore dell'ordine.
Il fascismo fu inoltre alimentato e sempre più sostenuto da una parte
consistente delle forze conservatrici, di varia natura, ma ugualmente
preoccupate dal rafforzarsi del movimento operaio e contadino e, in genere,
dall'ascesa tumultuosa dei partiti popolari. Tali forze non aspiravano ad alcuna
rivoluzione, e pertanto guardarono con iniziale diffidenza al fascismo; solo in
un secondo tempo si convinsero che il movimento fascista potesse essere
condizionato e utilizzato ai fini della restaurazione della pace e dell'ordine
sociale come esse lo intendevano.
Tra questi gruppi un peso preponderante ebbero la proprietà terriera,
specialmente della Pianura Padana, e la parte della borghesia industriale
sviluppatasi grazie al protezionismo, alle commesse statali e alla guerra, cioè
i settori economici cresciuti in una situazione di favori e di agevolazioni cui
non erano disposte a rinunciare, e che vedevano minacciati dall'acuirsi delle
lotte sociali.
Sullo sfondo c'era poi la paura della Rivoluzione russa, che poté essere
utilizzata per chiamare a raccolta, sotto le insegne del fascismo o in suo
sostegno, tutti coloro che paventavano il bolscevismo.
In tal modo, nel momento stesso in cui le forze socialiste si dividevano
(nasceva anche in Italia il Partito comunista, nel 1921), molte delle tendenze
conservatrici individuavano nel fascismo una comune garanzia di ordine e di
sicurezza.
Al di là di questo, tuttavia, fu necessario che lo Stato e la classe politica
liberale cedessero le armi di cui disponevano per difendere la legalità; in
effetti, la classe politica liberale fu impari ai compiti di riforma dello Stato
in senso democratico, lasciando spazio o rendendosi complice dell'illegalità
fascista, decretando, peraltro, proprio in tal modo la propria fine.
Per questi aspetti il fascismo trovava radici profonde nella storia italiana,
esprimendo i limiti
- di un sistema politico rimasto chiuso all'apporto di nuove forze popolari,
- di una concezione di Stato ancora oligarchica e naturalmente percorsa da
tentazioni autoritarie,
- di un predominio di ceti dirigenti che già si erano spaventati di fronte al
riformismo di Giolitti.
Il fascismo sembrava quindi incarnare i mali antichi d'Italia ed era, a suo
modo, un'«autobiografia della nazione» (Gobetti).
La situazione di fermento sociale in Italia
L'Italia era uscita vittoriosa dalla guerra, ma priva del senso della
vittoria.
La guerra, dopo i primi entusiasmi per Trento e
Trieste finalmente italiane, aveva lasciato un lungo strascico di amarezza e
aveva deluso la speranza di una società postbellica più giusta, più pacifica e più
democratica.
Per le masse popolari, specialmente contadine, gli unici frutti della guerra,
dopo le facili promesse di distribuzione delle terre, erano stati le campagne
abbandonate, le centinaia di migliaia di morti e di mutilati, la febbre spagnola
(un'epidemia che tra 1917 e 1919 fece più vittime della stessa guerra), la fame e il
carovita.
La fame di terre era rimasta insoddisfatta, le grandi riforme fondiarie neppure
abbozzate.
Il movimento socialista, ne trasse occasione per ribadire la validità
del proprio neutralismo, peraltro dimostratosi incerto, giungendo a disinteressarsi delle clausole di pace,
chiudendosi in un'attesa quasi fatalistica di un prossimo crollo dello "Stato
borghese", e trattando in certi casi con rancore e disprezzo gli ufficiali
reduci dal fronte, quasi fossero i responsabili dell'inutile massacro.
Gli ufficiali i e sottufficiali di complemento, dal canto loro, sulle cui spalle era
gravata la responsabilità del comando diretto della truppa, appartenenti quasi
tutti alla piccola e media borghesia, trovarono difficile reinserirsi in una
società di pace e rinunciare all'autorità della divisa; sentendosi interpreti
dell'Italia combattente e dei veri interessi nazionali, andarono in gran numero
a costituire il fulcro dei movimenti degli ex combattenti.
Essi rivendicavano
per l'Italia maggiori compensi territoriali, diffondevano il mito della
"vittoria mutilata", prestavano orecchio agli appelli d'Annunziani per la
conquista della città di Fiume (che aveva proclamato in un plebiscito la propria
volontà di unirsi all'Italia).
Anche la vecchia classe dirigente liberale, rappresentata alle trattative di
pace da Orlando e Sonnino, aveva contribuito con il proprio comportamento alla
conferenza di Parigi ad alimentare irrealistiche attese e violente frustrazioni.
La fine della guerra aveva mostrato inoltre quanto profonde fossero rimaste le
fratture nella classe politica liberale; dal suo interno il Giolitti non
esitava a porre sotto accusa gli autori dell'intervento e a proporre un deciso
mutamento di rotta in politica interna e internazionale.
I segni d'irrequietezza e di crisi profonda della società e dello Stato si
moltiplicano di fatto nel 1919, sotto l'urgere in una situazione economica che
annovera, nel novembre, due milioni di disoccupati, una drastica riduzione dei
raccolti agricoli, l'accelerazione dei fenomeni inflazionistici prodotti dalla
guerra e la crescita dello squilibrio tra importazioni ed esportazioni (nel 1919
il deficit della bilancia commerciale con l'estero raggiunge il quintuplo
di quello del 1913 ed è dovuto per buona parte all'importazione di prodotti
alimentari).
Il mondo del lavoro risulta in fermento, impegnato in una serie di lotte
sociali, di scioperi e di manifestazioni, che talora sfuggono al controllo delle
organizzazioni sindacali, benché rafforzate da un notevole afflusso di aderenti.
Si sciopera nelle fabbriche, nelle campagne, nei servizi pubblici (ferrovieri) e
persino tra il ceto impiegatizio; in alcune zone si procede all'occupazione
delle terre.
Benché non accade nulla di paragonabile alla proclamazione delle "repubbliche
sovietiche" in Germania, si parla molto di rivoluzione, ma il concetto resta
avvolto nell'ambiguità. Accanto alle concezioni rivoluzionarie d'impronta
socialista, rilanciate dall'attualità della Rivoluzione russa, proliferano altri
confusi fermenti di ribellione che si radicano nel clima di violenza bellico e
postbellico, che esprimono un diffuso malcontento dei reduci e delle classi
medie, che riprendono i temi propri del sindacalismo rivoluzionario
dell'anteguerra, mescolati ora con spunti nazionalistici e dannunziani.
Trai gruppi di ex-combattenti si segnalano i nuclei di ex-arditi, che pretendono
di applicare anche in periodo di pace rituali e filosofia della violenza da loro
appresi al fronte come truppe d'assalto. Sorgono i Fasci italiani di
combattimento, fondati a Milano nel marzo 1919, primo nucleo del futuro
Partito fascista che da essi prende il nome. Il fondatore, Mussolini, offre loro
un complesso di postulati, semplici e contraddittori:
A)
- lotta alla monarchia e alla Chiesa,
- suffragio universale,
- partecipazione operaia alla gestione delle fabbriche,
- terra ai contadini,
- lotta ai profitti di guerra e imposte progressive,
- disarmo generale e politica di distensione;
B)
- rivendicazione di Fiume e della Dalmazia,
- riduzione dei compiti e delle funzioni dello Stato in materia economica e
sociale,
- antisocialismo.
D'Annunzio e l'impresa di Fiume
Mentre la tensione sociale nel Paese cresce, con le manifestazioni del giugno
1919 contro il carovita e lo sciopero generale di luglio, proclamato dalla
Confederazione generale del lavoro in segno di solidarietà con la Russia
sovietica, l'opinione pubblica è scossa dall'occupazione di Fiume attuata nel
settembre, con un colpo di mano, da Gabriele D'Annunzio.
Postosi a capo di un gruppo di ex-combattenti, arditi, irredentisti, ma anche di
ufficiali e soldati dell'esercito regolare, D'Annunzio "vate" occupa la città
contesa. Per la prima volta, come sottolinea Nitti, presidente del consiglio, lo
spirito di sedizione entra nell'esercito regio.
Non solo gli ambienti nazionalisti salutano con entusiasmo il colpo di mano; anche gruppi di sindacalisti rivoluzionari guardano con interesse e
speranza al governo dannunziano di Fiume, che prende il nome di Reggenza del Carnaro, e collaborano alla stesura della Carta costituzionale del Carnaro.
Essa prospetta una nuova organizzazione della società, basata sul superamento
della contrapposizione tra lavoratori e datori di lavoro, e incentrata sulle
corporazioni, che raccolgono tutti gli addetti a un'attività economica e
produttiva.
Si mescolano confusamente, nella costituzione della piccola
città-Stato, spunti del sindacalismo rivoluzionario, elementi propri del
nazionalismo, aspirazioni dannunziane da signorotto cinquecentesco; tale
convergenza di forze disparate testimonia di un clima favorevole a grandi
equivoci e alla diffusione di tendenze eversive che si ammantano di etichette
rivoluzionarie.
Difficoltà del sistema parlamentare e ascesa dei partiti di massa
Di fronte a queste tendenze eversive e illegali, che trovavano per ora nel
dannunzianesimo un elemento di coagulo, stava il potenziamento irruente e
improvviso dell'apparato statale, provocato dalla guerra.
Gli apparati dello Stato erano enormemente cresciuti sottraendosi al controllo,
già limitato, del Parlamento. Come aveva rilevato Giolitti, la guerra aveva
visto in Italia l'esautoramento delle rappresentanze parlamentari, la
soppressione di ogni diritto di critica, l'annullamento del principio della
sovranità popolare. In compenso, erano cresciuti i poteri dell'esecutivo, cioè
del governo, nonché dei corpi dello Stato (burocrazia, esercito) e dei gruppi di
pressione, specialmente economici.
La crisi del Parlamento e del sistema rappresentativo si aggravò nel dopoguerra
per tre sostanziali motivi:
- perché il successo elettorale dei nuovi partiti di massa (il Partito
socialista, il Partito popolare e, dal 1921, il Partito comunista) rese
impossibile la prosecuzione della pratica trasformistica degli accordi
personali, senza riuscire a sostituire ad essa salde coalizioni di governo tra
partiti diversi;
- perché la lotta politica e sociale assunse un dinamismo che sfuggiva alle
possibilità di mediazione e di coordinamento delle strutture parlamentari;
- perché si moltiplicarono, a destra e a sinistra, le forze politiche che, per
opposti motivi, vedevano nel Parlamento un'istituzione superata, simbolo di uno
Stato che si diceva di voler abbattere.
A parte i liberali, i radicali, i socialisti riformisti e i popolari, dunque,
gli altri partiti e le varie correnti (socialisti massimalisti e rivoluzionari,
nazionalisti, fascisti) affermavano di voler superare il sistema parlamentare.
Le elezioni politiche del 1919, svoltesi per la prima ma volta con il sistema
proporzionale, avevano visto una sconfitta dei liberali.
Un inatteso successo ottenne invece il Partito popolare, d'ispirazione
cattolico-sociale, fondato all'inizio del 1919 da don Sturzo, nel solco del
movimento della democrazia cristiana di circa vent'anni prima, ma con due
importanti novità:
- il consenso della Santa Sede e di papa Benedetto XV
ad abolire ufficialmente il non expedit, permettendo l'inserimento del
movimento cattolico nella vita politico-parlamentare in posizione non più
subordinata;
- la professione di aconfessionalità, voluta personalmente
da Sturzo, il quale, rinunciando a un'etichetta cattolica per il suo partito,
intendeva sottolinearne l'indipendenza dalla Chiesa e il suo impegno a difendere
le libertà e gli interessi religiosi nel quadro più ampio delle libertà civili e
politiche.
Con queste premesse il Partito popolare ottenne nelle elezioni del
1919 un centinaio di deputati.
L'altro grande partito di massa uscito vincitore dalle elezioni del 1919 fu
quello socialista, che portò i suoi seggi da 52 a 156. Nel caso dei socialisti,
però, il successo elettorale nascondeva la crisi del partito, diviso tra i
riformisti e massimalisti. I riformisti si trovavano presi in una morsa tra la
forte spinta popolare di rinnovamento, innescata dalla crisi economica, e
l'irrigidimento delle forze liberali fattesi più conservatrici. I massimalisti,
che prevalevano nelle strutture organizzative del partito, in parte attendevano
in modo fatalistico la rivoluzione, in parte si esaurivano in agitazioni
sporadiche e isolate o in violente polemiche verbali che celavano l'incapacità
di giungere a una soluzione rivoluzionaria.
La situazione parlamentare dopo il 1919 era dunque che nessuno dei grandi
gruppi politici – liberale, socialista, popolare – era in grado di dar vita da
solo a una maggioranza di governo, ma ciascuno di essi trovava forti remore, di
natura storica e ideologica, ad allearsi con uno degli altri o con tutti e due.
Ciò contribuì a rendere precaria la vita dei governi: tra il 1919 e il 1922 se
ne succedettero cinque, variamente orientati.
A Orlando, dimessosi nel giugno 1919, subentrò Francesco Saverio Nitti, un noto
economista, studioso del problema meridionale, che cercò d'impostare un piano
innovatore in campo economico-finanziario. Vi erano, tuttavia, diversi ostacoli
che bloccavano ogni politica di riforme: la non disponibilità politica dei
socialisti ad avviare un dialogo, la pesante situazione finanziaria e il
diffondersi della crisi economica.
Problemi di riconversione industriale e crisi bancaria
La guerra aveva accelerato le concentrazioni industriali e finanziarie, rafforzando i potenti complessi siderurgici, meccanici e chimici. Questi avevano operato in un regime di privilegio, consentito dalla situazione bellica. Ciò aggravò i limiti della rivoluzione industriale italiana, compromise lo sviluppo dell'industria leggera, accrebbe il divario tra industria e agricoltura.
Insieme alle concentrazioni erano cresciuti i collegamenti strettissimi tra
settore industriale e settore bancario.
Le grandi banche si erano impegnate oltre ogni limite di prudenza in attività
finanziarie-industriali a lungo termine e i gruppi industriali tendevano a
impossessarsi delle banche.
L'inflazione galoppante del dopoguerra, mentre da un lato significò la rovina
dei ceti medi a reddito fisso e dei piccoli risparmiatori, dall'altro favorì una
sfrenata speculazione sui titoli di borsa. I profitti del periodo bellico
vennero investiti nell'acquisto di azioni a fini speculativi o di controllo, o
nella dilatazione di impianti industriali in settori già pletorici.
In questo complesso sistema di interrelazioni tra industrie e banche, il periodo
critico di riconversione delle industrie belliche provocò una serie di
sconvolgimenti.
Il crollo, avvenuto nel 1921, di alcune grandi società industriali (come la
siderurgica Ilva e la meccanica Ansaldo), provocò il fallimento di grandi
banche, come la Banca di Sconto, proprio mentre si scatenava la lotta tra gruppi
concorrenti per il controllo delle maggiori banche nazionali: la cosiddetta
"scalata alle banche".
Gli eccessivi impegni finanziari, le speculazioni e il fallimento della Banca di
Sconto si rifletterono negativamente su altre grandi banche, come il Banco di
Roma, legato agli ambienti cattolici.
Le conseguenze della crisi bancaria e industriale degli anni 1920-1922 furono di
tre tipi
- annientò gli ultimi risparmi dei piccoli
investitori, già colpiti dall'inflazione, accrescendo la sfiducia e il desiderio
di "cose nuove";
- rese più stretti e stabili i legami tra lo
Stato e il sistema bancario-industriale, poiché fu lo Stato a intervenire per
salvare le banche in crisi, con un aggravamento del proprio già critico
bilancio;
- accrebbe in alcuni gruppi finanziari il desiderio di
rivincita, la volontà di stabilizzare la situazione a proprio favore, che doveva
ben presto portarli a fiancheggiare e a finanziare il fascismo.
La volontà di rivincita e di stabilizzazione derivava anche dalle effettive
conquiste che il movimento operaio e sindacale ottenne nell'immediato
dopoguerra:
- le otto ore lavorative,
- le commissioni interne con maggiori poteri,
- i contratti collettivi periodici e gli aumenti salariali.
Se nel 1918 le retribuzioni reali (cioè comprensive della svalutazione) erano
scese a circa il 64 per cento rispetto a quelle del 1913, nel 1920 risalirono al
114 per cento e nel 1921 al 127 per cento.
Di fronte alle conquiste salariali e normative dei lavoratori divenne di
primaria importanza per gli industriali stabilizzare i profitti, congelare i
salari, bloccare il movimento sindacale, contrastare gli scioperi.
Nel 1919, d'altronde, gli imprenditori più dinamici già avevano provveduto a
darsi una nuova organizzazione, la Confederazione dell'industria, che raggruppò
ben 6000 aziende.
Dopo un nuovo sciopero generale proclamato nell'aprile 1920 a Torino sotto la
guida della sinistra socialista ispirata dal giornale "Ordine nuovo", diretto da
Granisci, Togliatti e Tasca, si venne nel settembre dello stesso anno a uno
scontro frontale.
L'occupazione delle fabbriche
Al centro dell'azione di "Ordine nuovo" c'erano i consigli di fabbrica, i
quali, sul modello dei soviet russi, dovevano rappresentare il
superamento dei vecchi organismi sindacali e delle commissioni interne per
diventare la cellula fondamentale della futura organizzazione politica ed
economica, la guida delle masse operaie, il punto di incontro tra operai,
tecnici e intellettuali. I consigli corrispondevano in qualche misura al
principio leninista secondo cui toccava a un'avanguardia operaia guidare il
proletariato alla rivoluzione, dandogli precisi obiettivi di lotta. Avevano
dunque un significato politico oltre che economico-sindacale.
Furono i consigli di fabbrica che promossero nell'autunno 1920 il movimento,
estesosi a tutto il triangolo industriale, dell'occupazione delle fabbriche da
parte delle maestranze. Le occupazioni dovevano anche dimostrare che gli stessi
operai erano in grado di far fronte ai problemi produttivi e di organizzarsi
autonomamente.
Il movimento, tuttavia, dopo i primi tempi, rimase isolato alla sola Torino e
soprattutto restò privo di una guida politica nazionale, per il rifiuto del
Partito socialista di intraprendere una via così rivoluzionaria. L'occupazione
delle fabbriche segnò dunque la definitiva frattura tra le dirigenze socialiste
e sindacali e il gruppo di "Ordine nuovo", che infatti l'anno successivo (1921),
in occasione del congresso socialista di Livorno, contribuì alla fondazione del
Partito comunista d'Italia, raccogliendo altri gruppi rivoluzionari come quello
napoletano di Amadeo Bordiga. Il nuovo partito si presentava, come ebbe a dire
Antonio Granisci (1891-1937), come l'unico vero partito della classe proletaria,
investito della stessa funzione liberatrice che nel Risorgimento era stata
propria dei liberali.