CLASSE V - Sintesi di Storia (6) |
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Terminologia storica |
Le guerre balcaniche e lo scoppio del conflitto
Le guerre balcaniche del 1912-13
In particolare la situazione della penisola balcanica, fonte da ormai più di
un secolo di complicazioni internazionali, inaspriva le rivalità e aggravava la
tensione generale.
Una crisi balcanica si era avuta nel 1908-9 quando l'Austria-Ungheria,
appoggiata dalla Germania, aveva annesso la Bosnia-Erzegovina suscitando
violente manifestazioni nazionalistiche in Serbia, mentre la Russia non si
mostrava in grado di assumere un atteggiamento minaccioso per la
disorganizzazione delle sue forze armate.
Pochi anni dopo, nel 1912, la Bulgaria, la Serbia, il Montenegro e la Grecia,
per iniziativa russa, si allearono contro la Turchia per strapparle i
possedimenti che ancora le rimanevano in Europa, ossia nei Balcani: la Turchia,
vinta, conservò soltanto una piccola parte della Tracia intorno a Costantinopoli
e cedette anche l'isola di Creta alla Grecia (accordi di Londra, 30 maggio
1913).
Gli alleati balcanici, tuttavia, non riuscirono ad accordarsi circa la
spartizione dei territori conquistati e contro la Bulgaria, che pretendeva i
vantaggi più cospicui, si formò un'alleanza serbo-greca, mentre la Romania
attaccava a sua volta la Bulgaria da nord, e la Turchia, ansiosa di rifarsi,
l'attaccava da sud.
La Bulgaria fu costretta alla pace: il trattato di Bucarest (10 agosto 1913)
assegnò la Dobrugia meridionale alla Romania, restituì Adrianopoli alla Turchia
e diede Salonicco alla Grecia, mentre la Serbia si ingrandiva con l'annessione
di Monastir. La situazione balcanica rimase tuttavia instabile.
Secondo il trattato di Bucarest, infatti, i territori albanesi tolti alla
Turchia avrebbero dovuto formare uno stato indipendente sotto il tedesco
principe di Wied; ma la definizione delle frontiere del nuovo stato provocò
contrasti fra l'Austria e la Serbia. La situazione delle isole dell'Egeo, poi,
rischiava di provocare un conflitto fra la Turchia, che vi manteneva la
sovranità, e la Grecia, che aspirava a farle proprie rivendicando la loro antica
origine greca, mentre l'Italia manteneva il suo controllo su una parte di esse,
il Dodecanneso. Infine l'ingrandimento della Serbia (la quale dal colpo di stato
del 1903 e dall'avvento del nuovo sovrano Pietro I Karageorgevich era impegnata
in una vigorosa politica antiaustriaca), indusse i capi politici e militari
austro-ungarici a concepire il progetto di attaccarla e di eliminare così un
focolaio di nazionalismo iugoslavo che preoccupava la Duplice Monarchia.
I Balcani nel 1814
La Germania e l'Italia trattennero l'alleata dal dar corso al progetto; ma l'occasione presentatasi l'anno seguente – l'assassinio di Sarajevo – indusse il governo austro-ungarico a riprenderlo e ad applicarlo senza esitazione; e con ciò a far scoppiare la prima guerra mondiale.
Lo scoppio del primo conflitto mondiale
Il 28 giugno 1914 l'arciduca ereditario d'Austria-Ungheria, Francesco
Ferdinando, veniva assassinato con la consorte a Sarajevo, in Bosnia, da un
giovane serbo membro di un'organizzazione nazionalistica.
Il governo austro-ungarico, vedendo nell'attentato una ulteriore prova del
pericolo che il movimento nazionalista iugoslavo costituiva per l'esistenza
stessa della Duplice Monarchia, decise di cogliere l'occasione per eliminarlo.
Esso chiese quindi al governo tedesco l'assenso ad un'azione energica e
l'ottenne (5 luglio): la Germania ritenne necessario, a questo punto, sostenere
l'alleata, che correva il pericolo di soccombere ai movimenti nazionali; essa
riteneva d'altra parte che manifestando il suo appoggio all'Austria-Ungheria
avrebbe contribuito a “localizzare” un eventuale conflitto austro-serbo,
scoraggiando la Russia dall'intervenire a favore della sua protetta balcanica.
Incoraggiata dall'atteggiamento tedesco, l'Austria-Ungheria presentava alla
Serbia il 23 luglio un ultimatum deliberatamente concepito con
l'intenzione di provocare una guerra. Due giorni dopo infatti la Serbia
respingeva l'ultimatum, allegando che alcune delle dieci richieste fatte
dall'Austria (come l'impiego di funzionari austro-ungarici per sopprimere
l'agitazione nazionalistica e per condurre un'inchiesta sull'attentato) ledevano
la sovranità serba.
L'Austria rispose rompendo le relazioni diplomatiche e preparandosi alla guerra.
Nell'ultima settimana di luglio la diplomazia europea fu più o meno
seriamente impegnata a impedire un conflitto generale: gli sforzi maggiori in
tal senso vennero compiuti dal ministro degli esteri inglese, sir Edward Grey, e
dallo stesso cancelliere tedesco, Bethmann Hollweg, resosi infine conto che il
conflitto non era “localizzabile”.
Il governo zarista (sebbene il ministro degli interni fosse assai preoccupato
delle ripercussioni sociali interne di una eventuale guerra) decise dal canto
suo di impedire ad ogni costo una vittoria diplomatica o militare
austro-ungarica sulla Serbia, che avrebbe compromesso gravemente il prestigio
della Russia presso gli Slavi dei Balcani, e contava sull'appoggio francese per
affrontare ogni eventualità.
La Francia, dal canto suo, pur avendo promesso il 23 luglio di venire in aiuto
della Russia in caso di intervento tedesco, cercò di evitare che l'alleata
provocasse tale intervento, esortandola ad una mobilitazione parziale diretta
soltanto contro l'Austria.
L'Inghilterra, invece, che non era impegnata ad un aiuto militare né dall'Entente
Cordiale con la Francia, né, tantomeno, dall'accordo con la Russia, tentò
un'azione mediatrice, senza mostrare la propria solidarietà con le potenze
dell'Intesa, anche per non incoraggiarle ad assumere un atteggiamento
intransigente.
La situazione europea nel 1914
In tale situazione la dichiarazione di guerra austro-ungarica alla Serbia (28
luglio) mise in azione il giuoco degli interventi e contro-interventi.
Il 29 la Russia decise la mobilitazione parziale, che per ragioni tecniche fu
mutata in totale (quindi diretta anche contro la Germania) il giorno dopo. La
mobilitazione russa provocò un ultimatum tedesco sia alla Russia che alla
Francia (31 luglio), seguito (1 agosto) dalla mobilitazione generale. La Francia
rispose mobilitando a sua volta. L'Inghilterra entrò in guerra il 4 agosto.
Secondo il piano dell'ex capo di stato maggiore tedesco, Schlieffen, la
Germania, schierando sul fronte orientale (dove la Russia aveva contro di sé
anche la quasi totalità delle forze austro-ungariche) forze limitate e impegnate
in una azione soltanto difensiva, avrebbe invece dovuto concentrare i suoi
sforzi nell'ottenere rapidamente una vittoria decisiva in Francia. Solo in
seguito, avrebbe potuto occuparsi seriamente delle ostilità con la Russia, che
secondo le previsioni avrebbero richiesto maggior tempo e gran parte delle
risorse tedesche.
Il “piano Schlieffen” si ispirava, in effetti, a una concezione obsoleta e
ristretta esclusivamente agli aspetti militari: esso sopravvalutava, infatti, la
potenza militare russa considerando più il fattore numerico che quelli – tipici
della guerra moderna – rappresentati dagli armamenti, dai trasporti, dalla
meccanizzazione, dalla potenzialità economica e industriale e in genere dalla
organizzazione del “fronte interno”.
In linea generale la strategia tedesca non seppe calcolare gli eventuali
sviluppi della situazione internazionale: non tenne sufficiente conto della
portata della neutralità italiana, che consentì alla Francia di concentrare le
sue forze sul solo fronte occidentale (così come poi l'intervento italiano
impedì all'Austria di concentrare le sue forze sul fronte russo), e soprattutto
non previde un intervento dell'Inghilterra, che diede fin dall'inizio agli
Alleati il controllo del mare e quindi dei rifornimenti di materie prime,
prodotti industriali (fra cui materiale bellico) e generi alimentari.
Il piano Schlieffen prevedeva l'avanzata dell'esercito tedesco attraverso il
Belgio, che avrebbe permesso di estendere il fronte d'attacco contro la Francia.
L'invasione del Belgio (e la violazione, quindi, della sua neutralità,
sanzionata dalle grandi potenze europee nel 1839) da parte delle forze tedesche,
però, diede al governo inglese, già convinto che l'interesse della Gran Bretagna
le imponesse di non permettere una vittoria continentale della Germania,
impegnata d'altra parte in una ambiziosa politica di armamenti navali,
l'appoggio pressoché unanime dell'opinione pubblica: il 4 agosto, quindi, anche
la Gran Bretagna entrava in guerra.
L'Italia, che i recenti sviluppi della situazione balcanica avevano mantenuto in
una posizione di antagonismo e di rivalità verso l'Austria-Ungheria,
riconfermata dalla questione albanese ancora alla vigilia dell'attentato di
Sarajevo, affermò il carattere strettamente difensivo della Triplice e proclamò
la neutralità.
Il primo anno di guerra
Malgrado gli errori di calcolo del piano Schlieffen e in genere le molte
prospettive sbagliate della strategia tedesca, per i primi dieci mesi la
Germania conservò l'iniziativa delle operazioni.
Le forze tedesche, dopo aver superato la resistenza belga, battuti i francesi a
Charleroi e il corpo di spedizione britannico a Mons, avanzarono nella seconda
metà d'agosto verso Parigi, come nel 1870, mentre il governo francese si
trasferiva a Bordeaux.
I Francesi, però, riorganizzarono i loro effettivi, mentre l'esercito tedesco
veniva privato di alcune unità, inviate sul fronte orientale.
Il grosso delle truppe francesi, sotto il comando del generale Joffre, riusciva
a fermare l'avanzata tedesca sulla Marna e con una violenta controffensiva
faceva retrocedere i tedeschi fino al fiume Aisne (6 settembre), mentre le unità
del generale Gallieni da Parigi puntavano risolutamente verso il nord-ovest,
avviluppando l'ala destra dello schieramento tedesco.
La controffensiva francese non poté però proseguire per l'enorme e imprevisto
consumo di munizioni.
Gli eserciti si stabilirono su posizioni fisse, iniziando quella guerra di
trincea tipica della prima guerra mondiale, che senza portare per mesi a
spostamenti significativi logorava le forze avversarie con sistematici
bombardamenti o infliggeva perdite sanguinose in continui attacchi e
contrattacchi parziali o locali.
Il fronte occidentale
Il comando tedesco, a capo del quale il Falkenhayn sostituì ora il Moltke
(nipote del grande generale della guerra del 1870), tentò invano di riprendere
l'avanzata.
Non potendo superare la resistenza francese, la Germania concentrò allora i suoi
sforzi sul fronte orientale, dove i Russi erano avanzati nella Prussia orientale
e, verso l'Austria-Ungheria, in Polonia, Galizia e Bucovina, finché, in
settembre, si erano impadroniti di Leopoli, avevano assediato la fortezza di
Przemysl e minacciavano l'Ungheria.
Al nord la controffensiva tedesca guidata dal maresciallo Hindenburg e dal
generale Ludendorff ributtò indietro le forze russe (battaglie di Tannenberg e
dei Laghi Masuri, fine agosto-primi settembre 1914), ma al sud, nell'inverno
1914-15, gli Austro-ungarici non riuscirono a far fronte ai Russi, che
conquistarono Przemysl, né d'altra parte ad aver ragione della resistenza serba
(agosto-dicembre 1914).
Mentre sul fronte occidentale durante tutto l'inverno avvenivano (nelle Fiandre,
nelle Argonne, a Soissons) sanguinose ed estenuanti battaglie che non mutavano
sostanzialmente le posizioni degli avversari, i Tedeschi si disposero ad aiutare
direttamente gli Austro-ungarici; e infatti nella primavera-estate del 1915
l'esercito tedesco del maresciallo Mackensen fermava l'avanzata russa in
Ungheria e occupava tutta la Polonia.
Il fronte orientale
Nel frattempo l'intervento di altre potenze aveva ampliato l'ambito
geografico e mutato le condizioni strategiche ed economiche del conflitto.
L'intervento della Turchia a fianco delle potenze centrali il 31 ottobre 1914,
dopo che nell'estate il governo ottomano ne aveva favorito la causa con
l'impedire il passaggio dei rifornimenti alleati alla Russia attraverso gli
Stretti e con l'ammettere entro i Dardanelli due incrociatori tedeschi inseguiti
dalla flotta inglese, indusse l'Inghilterra a compiere due tentativi di
costituire altri fronti d'attacco, tentativi che entrambi fallirono: la
spedizione anglo-francese contro i Dardanelli e la spedizione anglo-indiana in
Mesopotamia.
La Russia, dal canto suo, che riusciva nel Caucaso a sbaragliare le forze
turche, si vedeva fortemente penalizzata dal blocco turco degli Stretti, che
quando i porti artici di Arcangelo e di Murmansk erano chiusi dai ghiacci, le
impediva di ricevere dagli alleati gli indispensabili rifornimenti di materiale
bellico.
Ripercussioni per il momento limitate alla sola situazione d'Estremo Oriente
ebbe invece l'intervento giapponese contro la Germania (23 agosto 1914) mirante
soltanto ad ottenere il controllo dei territori e degli interessi tedeschi in
Cina. Il Giappone raggiunse tale obiettivo facilmente, entro lo stesso anno
1914. Questa azione giapponese, però, non era che il preludio ad una
penetrazione in Cina, intrapresa l'anno seguente con l'imposizione del “Trattato
delle Ventuno Domande” e favorita dai gravi impegni bellici assunti dalle grandi
potenze in Europa.
Interventisti e neutralisti in Italia
Durante lo svolgimento della crisi che portò allo scoppio della guerra,
Austria e Germania tennero l'Italia completamente all'oscuro delle loro
intenzioni; fin dal 5 luglio decisero di non consultarla neppure. La noncuranza
dimostrata nei confronti dell'Italia giunse a tal punto che il testo dell'ultimatum austriaco alla Serbia venne ufficialmente comunicato al governo italiano con
notevole ritardo.
Era allora presidente del consiglio Antonio Salandra, succeduto in marzo a
Giolitti. Liberale conservatore, già membro di varie compagini ministeriali,
Salandra si presentava come il paladino di una politica nazionale, formula con
la quale mirava ad accrescere il prestigio dell'Italia in campo internazionale e
a imporre in politica interna metodi alquanto autoritari.
Nei mesi dell'estate-autunno 1914 il dibattito sulla neutralità italiana si
svolse al di fuori delle aule parlamentari. Per ben sei mesi, da luglio a
dicembre, nonostante le loro ínsístenti proteste, i deputati non furono neppure
convocati. Fautori e oppositori della Triplice Alleanza, neutralisti e
interventisti, si affrontarono sulle pagine dei giornali, nei comizi, nelle
manifestazioni di piazza, dappertutto, tranne che in Parlamento.
Tra i fautori di un immediato intervento a fianco degli austro-tedeschi si
dichiarò il gruppo dei nazionalisti facente capo all'Alleanza Nazionale e al
quotidiano“L'Idea Nazionale”. Tuttavia, se i nazionalisti costituivano l'unico
gruppo politico organizzato che si fosse inizialmente mostrato favorevole a un
intervento a fianco degli Imperi centrali, i sentimenti filogermanici erano
piuttosto diffusi in taluni ambienti politici e giornalistici italiani.
Peraltro, i sentimenti interventisti a favore degli Imperi centrali, infrantisi
di fronte all'apatia o all'aperta ostilità della gran parte della popolazione
italiana, confluirono, cambiando di segno, in un movimento destinato invece ad
attrarre l'attenzione di sempre più ampi settori politici e d'opinione:
l'interventismo a favore dell'Intesa.
Tra l'autunno del 1914 e la primavera del 1915, la vita politica italiana fu
scossa dai dibattiti che opposero gli interventisti ai neutralisti; ma nessuno
parlò più di fedeltà agli alleati della Triplice.
L'interventismo italiano fu una miscela molto variegata, nella quale
confluirono aspirazioni e disegni politici diversi, se non contrapposti. Al suo
interno si possono chiaramente delineare due grandi tendenze: quella
nazionalistica e quella democratica, alle quali si può aggiungere
l'interventismo di molti esponenti del sindacalismo rivoluzionario che scorsero
nella guerra l'occasione propizia per la rivoluzione.
Gli interventisti nazionalisti, infuocati dalla retorica dannunziana, traevano
la loro forza dalla capacità di mobilitare, in manifestazioni di piazza, la
media e piccola borghesia cittadina e specialmente gli ambienti studenteschi;
essi godevano di un certo credito anche presso gli ambienti di corte e
nell'esercito. Gli interventisti democratici, o di sinistra, che per primi si
pronunciarono a favore dell'intervento a fianco dell'Intesa, raccoglievano
socialisti irredentisti, come Cesare Battisti, socialisti riformisti, come
Leonida Bissolati, o democratici ex socialisti, come Gaetano Salvemini. In una
prospettiva di solidarietà internazionale tra Paesi retti da
sistemi-liberali-democratici, e memori delle tradizioni mazziniane, essi
vedevano nell'intervento un mezzo per sconfiggere il militarismo e
l'autoritarismo tedesco e per liberare i popoli ancora soggetti all'Austria.
Invocavano la guerra come necessaria per eliminare, per sempre, i motivi di
guerra: la“guerra per la pace”, proclamava Salvemini, sostenitore di un'alleanza
tra l'Italia e i popoli slavi liberati. Il dramma dell'interventismo democratico
fu però quello di non riuscire mai a imporre i propri ideali sul piano politico,
cioè sul piano delle scelte generali, delle prospettive e dei fini che ci si
proponeva di raggiungere con l'intervento. Tale carenza di peso politico gli
derivò dal fatto che la maggior parte delle forze politiche con basi popolari si
schierò invece su posizioni neutraliste.
L'idea della neutralità raccolse consensi in correnti d'opinione non più
omogenee di quelle che sorressero l'interventismo.
Il Partito socialista italiano giudicò la guerra uno scontro tra gli Stati
capitalistici europei. A differenza dei più importanti movimenti socialisti
aderenti all'Internazionale, che nei rispettivi Paesi avevano finito per
accettare la guerra in nome degli interessi nazionali, il PSI riaffermò le
proprie posizioni pacifiste e internazionaliste, senza tuttavia essere in grado
di mobilitare una decisa e vasta opposizione alla guerra. Venne così a trovarsi
in una situazione obiettivamente ambigua e difficile, espressa più tardi dalla
formula né aderire né sabotare, che rifletteva gli atteggiamenti dei suoi
esponenti, come Turati, non insensibili agli impegni patriottici.
D'altra parte, la scissione tra il neutralismo socialista e l'interventismo
democratico inflisse un colpo durissimo ai partiti della sinistra. Tanto più che
nell'autunno del 1914 uno dei leader del socialismo rivoluzionario,
Benito Mussolini, si schierò improvvisamente dalla parte degli interventisti,
fondando un nuovo giornale che chiamò“Il popolo d'Italia”.
Il mondo cattolico presentò, a sua volta, una certa varietà di posizioni.
In generale, tra i cattolici non ebbero molto seguito gli entusiasmi
interventisti; ma il neutralismo cattolico fu di un tipo tutto particolare. Da
una parte prevaleva l'obbedienza verso il neoeletto pontefice Benedetto XV
(1914-1922), che aveva assunto subito un atteggiamento pacifista e contrario
alla guerra, da lui denunciata come frutto dello scatenarsi degli egoismi
nazionali e di classe, e del“materialismo” imperante nel mondo moderno.
Dall'altra parte c'era la preoccupazione di mostrare che i cattolici italiani
erano ormai cittadini leali e obbedienti alle legittime autorità dello Stato,
cui toccava decidere qual era il bene della nazione.
Quest'appello alla disciplina dei cattolici si tradusse, al momento in cui fu
scelta dal governo italiano la via dell'intervento, in un indiretto appoggio
alle forze interventiste.
In campo liberale, infine, la più influente voce neutralista fu quella di
Giolitti, che si batté fino all'ultimo perché l'Italia restasse fuori dal
conflitto, guadagnandosi l'accusa di austriacantismo e vari insulti dagli
ambienti nazionalisti. L'uomo di Dronero, Giolitti, che aveva profetizzato una
guerra lunga e sanguinosissima, non riteneva che l'Italia fosse in grado di
sostenerla. Fu quindi fautore di una neutralità condizionata, corrispondente
anche alle preferenze di quei gruppi industriali esportatori, come la FIAT di
Torino, che si trovavano in piena espansione e consideravano la neutralità
italiana come la miglior occasione di sviluppo.
La visita a Roma dell'ex cancelliere tedesco von Bülow,
inviato con il compito di accertare l'eventuale prezzo della neutralità
italiana, persuase ancor più Giolitti che, restando neutrali, si potesse “molto
ottenere” (la versione ufficiale parlò di “parecchio”, e Giolitti venne
dileggiato da allora come “l'uomo del parecchio”).
Mentre neutralisti e interventisti si scambiavano roventi accuse, Salandra e
Sonnino imboccarono la strada della guerra.
Così facendo essi si rendevano interpreti sia delle preferenze politiche dei
liberali conservatori antigiolittiani, le cui tesi erano sostenute dal direttore
del“Corriere della Sera” Luigi Albertini, sia delle aspettative economiche di
una parte della grande industria, specialmente siderurgica (Ilva), meccanica
(Ansaldo) e tessile, che scorgeva nella guerra la possibilità di superare una
situazione di crisi perdurante dal 1907.
Dall'intervento italiano all'intervento americano
Il 3 agosto 1914 l'Italia aveva proclamato la neutralità.
Il ministero Salandra, costituitosi nel marzo 1914, si era appellato
all'articolo VII del testo del Trattato della Triplice secondo il rinnovamento
del 1891 e da allora conservato, che stabiliva compensi per l'Italia nel caso
che l'Austria-Ungheria (come aveva fatto attaccando la Serbia) avesse mutato a
proprio vantaggio la situazione nei Balcani; ma esso aveva tenuto conto
naturalmente sia dei sentimenti antiaustriaci di una buona parte dell'opinione
pubblica, sia delle prospettive strategiche nel Mediterraneo, che avrebbe
esposto le coste italiane, nel caso che l'Italia fosse scesa in campo accanto
agli Imperi centrali, all'azione offensiva della marina inglese.
Il problema cui la politica italiana si trovava di fronte era quindi quello di
scegliere fra la neutralità e l'intervento a fianco delle potenze dell'Intesa.
Per trarre dalla situazione creatasi con la guerra i migliori vantaggi per la
politica nazionale, il governo Salandra intraprese conversazioni diplomatiche
sia con l'una che con l'altra coalizione.
Le conversazioni italo-austriache dell'inverno 1914-15, cui la Germania
partecipò inviando a Roma quale ambasciatore straordinario un personaggio di
primo piano, l'ex cancelliere von Bülow,
fallirono non tanto per la riluttanza austriaca ad accettare le richieste
italiane di compensi nelle regioni «irredente» (l'Austria-Ungheria era ormai
rassegnata, alla metà di aprile 1915, a cedere all'Italia, in cambio della sua
neutralità, il Trentino e la parte italiana della Venezia Giulia con Gorizia,
mentre Trieste sarebbe divenuta territorio autonomo nell'ambito della Duplice
Monarchia; inoltre l'Italia avrebbe avuto libertà d'azione in Albania e nel
Dodecanneso), quanto per la preoccupazione italiana, che l'Austria-Ungheria non
tenesse fede alle sue promesse, e soprattutto per le prospettive
espansionistiche che l'Italia si vide offrire dagli Alleati nel caso che essa
fosse intervenuta al loro fianco.
Francia e Inghilterra avevano infatti offerto alla possibile alleata, oltre alle
regioni irredente, l'Alto Adige, tutta l'Istria, parte della costa dalmata,
Valona e l'isola di Saseno sulla costa albanese di fronte al Canale d'Otranto,
in caso di spartizione dell'Impero ottomano la regione di Adalia (nella quale
l'Italia aveva già ottenuto concessioni economiche prima dell'inizio della
guerra) e in caso di spartizione delle colonie tedesche, compensi territoriali
ai confini della Libia o dell'Eritrea.
Il governo Salandra, nel quale le tendenze nazionali-espansionistiche
prevalevano, trasse da queste conversazioni la conclusione che soltanto
l'intervento dalla parte dell'Intesa (contando naturalmente sul fatto che la
guerra terminasse con la vittoria) avrebbe potuto soddisfare completamente le
aspirazioni nazionali dell'Italia, garantendole in particolare il controllo
dell'Adriatico cui una parte attiva e intraprendente dell'opinione pubblica
aspirava.
Il 26 aprile 1915, pertanto, esso firmò così con le potenze dell'Intesa il patto
di Londra, che prometteva all'Italia i compensi sopra indicati in cambio
dell'impegno italiano ad intervenire contro l'Austria-Ungheria entro un mese.
Il
Patto era segreto; l'atto con il quale si stabilì la partecipazione dell'Italia alla guerra,
infatti, fu
deciso da tre persone: il re, Salandra e il ministro degli esteri
Sonnino.
Non solo il Parlamento e l'opinione pubblica furono tenuti all'oscuro di tutto,
ma pure gli altri membri del governo non conobbero che a grandi linee il
contenuto dell'accordo. Concepito in base a una visione dell'Europa nella quale
l'Impero austro-ungarico avrebbe dovuto restare unito e conservare un posto di
primo piano, il trattato di Londra non si prefiggeva unicamente il compimento
territoriale dell'unità nazionale, ma contemplava un programma espansionista.
Il 3-4 maggio il governo italiano denunciò il trattato della Triplice Alleanza e
la maggioranza neutralista del Parlamento, che aveva il suo più autorevole
esponente nel Giolitti, riuscì a provocarne la caduta.
Peraltro, l'opinione interventista extraparlamentare, in cui figuravano
i nazionalisti, l'ala destra del partito liberale, i democratici cristiani di
Romolo Murri, i socialisti riformisti del Bissolati e un gruppo di socialisti
rivoluzionari guidati da Benito Mussolini, all'oscuro degli impegni presi dal
governo con i paesi dell'Intesa, reagì con violenza, invocando la
guerra nella stampa e in manifestazioni tumultuose e entusiastiche (quali la
commemorazione dei Mille pronunciata a Quarto [Genova] il 5 maggio da Gabriele
d'Annunzio). Vittorio Emanuele III, personalmente incline all'intervento, invocò
tale movimento di opinione pubblica per respingere le dimissioni del ministero
Salandra. Allora il Parlamento si rassegnò e il 20 maggio votò i crediti per la
mobilitazione.
Il 24 l'esercito italiano, al comando del generale Luigi Cadorna, iniziava le operazioni contro l'Austria-Ungheria.
Il fronte italiano
Al momento dell'intervento italiano la Germania aveva iniziato una grande
offensiva sul fronte orientale consentitale dalla guerra di posizione sul fronte
occidentale e impostale dalla necessità di sostenere l'Austria-Ungheria,
duramente provata dall'offensiva russa.
Sotto l'urto tedesco l'esercito russo ripiegò evacuando la Lituania, la
Curlandia e la Polonia, mentre anche nei Balcani la Germania aiutava
l'Austria-Ungheria a schiacciare la Serbia, attaccata anche da sud dalla Turchia
e dalla Bulgaria, entrata in guerra a fianco degli Imperi centrali il 21
settembre 1915.
L'intervento italiano valse, se non a impedire, a rallentare le operazioni
contro la Serbia con le battaglie dell'Isonzo e del Carso (luglio-novembre
1915), mentre la marina italiana, al comando dell'ammiraglio Paolo Thaon di
Revel, ebbe parte accanto alle marine inglese e francese nel salvataggio
dell'esercito serbo, posto in salvo e trasportato dai porti albanesi a Corfù,
dove venne riorganizzato.
Alla fine del 1915 le sorti della guerra apparivano in complesso sfavorevoli
all'Intesa e nell'inverno gli Imperi centrali prepararono le offensive che
sferrarono nella primavera del 1916 sul fronte francese nella regione di Verdun
e sul fronte italiano sull'altopiano di Asiago. In entrambi i casi per altro le
offensive non riuscirono ad aver ragione della resistenza degli Alleati e furono
seguite da controffensive (battaglia della Somme e battaglia degli Altipiani,
giugno-luglio 1916).
I Tedeschi non ottennero i risultati sperati in altre
due azioni, l'una politica l'altra navale, vale a dire il tentativo di far insorgere l'Irlanda
contro la dominazione inglese nella Pasqua 1916, prontamente represso, e la
battaglia dello Jutland (31 maggio - 1 giugno) in cui la flotta tedesca dopo un
successo iniziale riparò nei porti per non uscirne più (a parte
l'azione dei sommergibili) per tutta la durata della guerra,riconoscendo così
implicitamente la superiorità marittima alleata.
Sul fronte orientale,
l'esercito russo compì un ultimo grande sforzo offensivo contro gli Austriaci,
occupando la Bucovina e gran parte della Galizia (giugno-luglio).
Il mutamento
in senso favorevole all'Intesa che pareva essersi verificato nell'estate del
1916 (coronato sul fronte italiano dall'occupazione di Gorizia dopo le azioni
del Sabatino e del Podgora, 6-9 agosto), si rivelò tuttavia temporaneo,
quando nell'ottobre la Romania, che era intervenuta nella guerra dalla parte
dell'Intesa in seguito agli eventi bellici dell'estate, venne invasa ed occupata
dai Tedeschi, che poterono stabilire un controllo diretto sulle sue risorse di
grano e di petrolio.
Nel complesso, tuttavia, la Germania non riuscì ad affermare la superiorità
militare su cui aveva fatto affidamento, prima che le superiori risorse
economiche di questi facessero sentire il loro peso. I fronti principali
(russo-tedesco; franco-anglo-tedesco; italo-austriaco) rimanevano in sostanza su
posizioni fisse o scarsamente variabili, malgrado le sanguinose offensive e
controffensive. La prospettiva di una lunga guerra preoccupava naturalmente più
gli Imperi centrali — isolati quasi completamente dal resto del mondo dal blocco
navale e impossibilitati quindi ad ottenere i rifornimenti di materie prime,
prodotti industriali e generi alimentari di cui avevano bisogno — che non gli
Alleati.
In parte per tali motivi, in parte per cercare di influire sul morale degli
Alleati (creando divisioni che rendessero loro difficile il tener fede
all'impegno di non concludere una pace separata, stabilito a Londra fin dal 5
settembre 1914), il governo tedesco nel dicembre 1916 avanzò proposte per una
pace di compromesso, basata però su notevoli vantaggi per le Potenze centrali
sopra tutto nell'Europa orientale. Gli Alleati respinsero tali proposte, che in
sostanza prevedevano un assetto di preminenza continentale tedesca ancora più
gravoso che nel 1914.
Poco dopo, quasi a sottolineare che la via della pace di compromesso era ormai
chiusa, il governo di Berlino, sotto la pressione dei capi militari e navali,
annunciò che a cominciare dal 1° febbraio i sommergibili tedeschi avrebbero
attaccato indiscriminatamente tutte le navi mercantili, nemiche o neutrali, che
si fossero trovate nelle acque intorno alle isole britanniche, alla Francia e
all'Italia.
Con ciò i capi militari e navali tedeschi contavano di porre rapidamente gli
Alleati, e specialmente la Gran Bretagna, in condizioni di non poter più
resistere per la mancanza di rifornimenti di ogni genere; la decisione tedesca
comportava sì il grave rischio di recar danno agli Stati Uniti inducendoli a
intervenire a fianco delle potenze dell'Intesa, ma a Berlino si riteneva che un
eventuale intervento americano non avrebbe portato ad un'effettiva
partecipazione degli Stati Uniti alle operazioni militari sul fronte
occidentale, bensì solo a un aiuto economico e navale che non avrebbe potuto
essere più impegnativo a favorire l'Intesa di quanto già non fosse.
Governo e opinione pubblica americani, dal canto loro, fin dall'inizio della
guerra avevano manifestato chiaramente l'intenzione di osservare la neutralità.
Peraltro, questa neutralità aveva assunto un carattere di «benevolenza» verso
gli Alleati dipendente da circostanze materiali e da motivi morali.
Le forniture ai belligeranti di materie prime, prodotti industriali (fra cui
munizioni) e generi alimentari, infatti, avevano procurato agli Stati Uniti un
notevole incremento della prosperità interna. Che poi tali forniture andassero
quasi esclusivamente a vantaggio degli Alleati, dipendeva dal fatto che essi
detenevano (salvo per l'insidia sottomarina) il controllo dei mari, e un
imponente sistema di legami economici, basato sia sulle forniture, sia sugli
ingenti prestiti lanciati dagli Alleati sul mercato americano per poter pagare
le forniture stesse, si era stabilito fra gli Stati Uniti e i paesi dell'Intesa.
Accanto a questi legami economici (che predisponevano larghi interessi americani
in senso favorevole agli Alleati, ma non, di necessità, all'intervento nella
guerra) si fecero poi strada elementi morali ed ideologici:
- l'indignazione per i metodi di guerra applicati dai Tedeschi (occupazione del
Belgio, siluramento senza preavviso di navi mercantili alleate spesso con
perdite di vite umane, a volte di cittadini americani, come nel caso del Lusitania, bastimento affondato già nel maggio 1915);
- la crescente consapevolezza degli ambienti politici che la Germania imperiale
rappresentava un pericolo per la pace e per la democrazia, valori
statutariamente sostenuti dagli Stati Uniti.
La situazione precipitò quando la Germania annunciò l'inizio della guerra
sottomarina indiscriminata e quando, poco dopo, venne reso pubblico un progetto
tedesco per indurre il Messico ad attaccare gli Stati Uniti da sud,
possibilmente insieme con il Giappone, così da impedire alla Repubblica
nordamericana di dedicare le sue forze alla probabile guerra con la Germania.
Di fronte a tali fatti e alla conseguente ondata di sentimenti bellicosi
nell'opinione pubblica, il presidente Woodrow Wilson, che ripetutamente si era
adoperato per ottenere una pace di compromesso fra i belligeranti fino al
dicembre 1916, chiese al Congresso di dichiarare la guerra alla Germania.
La decisione fu presa a grande maggioranza il 5 aprile 1917.
Il giorno seguente il presidente inoltrava la dichiarazione di guerra.
L'intervento degli Stati Uniti (seguito da quello del Brasile, della Bolivia, di
Cuba e di Haiti in America; della Grecia, in seguito ad agitate vicende interne,
in Europa; della Cina e del Siam in Asia) procurò all'Intesa nell'anno in corso
sostanziali aiuti economici e una potente flotta, che permise agli Alleati di
ridurre sensibilmente il danno procurato condotta dai sommergibili tedeschi.
Soltanto nel 1918, tuttavia, gli Stati Uniti poterono contribuire alle
operazioni militari inviando in Europa cospicui effettivi. Nel frattempo gli
Alleati attraversarono un periodo molto difficile, che durò per gran parte
dell'anno 1917.
La rivoluzione di marzo in Russia
La guerra di posizione e le sue conseguenze politiche, sociali ed economiche
Il 1916, dunque, era stato l'anno delle grandi offensive; tentate ora da una
parte, ora dall'altra, risoltesi immancabilmente in stragi di dimensioni
impressionanti che sul piano militare non avevano prodotto rilevanti vantaggi
per nessuno dei contendenti.
Era mancata per entrambe le parti la battaglia decisiva e, rimanendo inalterato
il quadro generale degli schieramenti, si riteneva ormai piuttosto improbabile
che la soluzione della guerra avvenisse sui campi di battaglia.
Sul teatro principale del conflitto, cioè il fronte occidentale, e sul fronte
italiano, alla guerra di movimento si era dunque sostituita la guerra di
posizione. Era questo un nuovo e inatteso modo di combattere che colse
impreparati innanzitutto i capi militari. Per sfondare le linee avversarie e
ritornare ai sistemi“classici” di guerra, vennero compiuti massicci quanto vani
sforzi.
Oltre all'adozione di nuovi e micidiali mezzi bellici come le mitragliatrici, le
bombe a mano e i gas venefici e gli aerei, la guerra di trincea, conseguenza
della cristallizzazione dei fronti, aveva già di per sé significato un radicale
peggioramento delle condizioni dei soldati. La presenza continua del nemico,
l'estenuante attesa dell'attacco, i bombardamenti delle artiglierie che
rendevano insicure anche le trincee, la disciplina fatta valere anche con metodi
disumani, provocarono infatti nei soldati un logoramento innanzitutto
psicologico.
La guerra di posizione e il prolungamento del conflitto investirono pure le
strutture politiche, economiche e sociali che sostenevano lo sforzo bellico.
Gli spaventosi vuoti prodottisi nelle file di tutti gli eserciti posero
innanzitutto il problema degli effettivi. Infatti, a mano a mano che la guerra
si protraeva nel tempo, si imponeva la necessità di mobilitare nuove classi e di
restringere le esenzioni; ma il soddisfacimento di queste esigenze comportava
una diminuzione della manodopera industriale proprio in un momento in cui era
necessario un incremento della produzione per far fronte alla guerra. Per
sostenere questa mobilitazione economica i governi dei vari Paesi si adoperarono
a dare un indirizzo unitario allo sforzo produttivo e si volsero a un sempre più
attivo intervento statale nell'economia.
La guerra, però, portò pure a un ampliamento rilevante della potenza economica
di certi gruppi industriali e finanziari privati. Durante il conflitto, infatti,
le commesse militari favorirono e stimolarono ovunque lo sviluppo industriale e
i profitti degli imprenditori risultarono notevolmente accresciuti. Questo
fenomeno non ebbe la stessa portata in tutti i Paesi: in Inghilterra, ad
esempio, il Comitato dei conti consuntivi della Camera dei Comuni fissò i prezzi
alle industrie fornitrici di materiale bellico, riducendo i profitti, ma
imponendo una razionalizzazione del processo produttivo; in Italia, invece,
mancando ogni controllo governativo, gli industriali fornivano
all'amministrazione statale il materiale indispensabile allo sforzo bellico a
prezzi altissimi.
Il problema più grave posto dal protrarsi della guerra fu quello delle materie
prime, e più in generale degli approvvigionamenti, che finì per diventare
decisivo per le sorti del conflitto.
L'Intesa, sfruttando la superiorità navale inglese, attuò un blocco economico
che, col tempo, mise in seria difficoltà gli Imperi centrali. Questo vero e
proprio assedio economico mostrò la fragilità del diritto bellico, giacché
Inghilterra e Francia non solo contrastarono i trasporti tedeschi, ma
insidiarono pure le navi di Stati neutrali, come l'Olanda e la Danimarca, che si
sapevano fornitori della Germania.
Il protrarsi della guerra al di là delle iniziali attese ebbe importanti
conseguenze anche per la situazione politica degli Stati belligeranti.
La crisi morale e le difficoltà militari, serpeggianti un po' dovunque, vennero
di solito affrontate con un'ulteriore concentrazione dei poteri nelle mani dei
governi, a scapito dei Parlamenti.
Nei regimi liberali ciò avvenne attraverso l'allargamento delle compagini
governative, in modo da comprendervi anche le forze d'opposizione: governi di
unione nazionale furono formati in Francia con Briand (ottobre 1915) e in
Inghilterra con Lloyd George (dicembre 1916), i quali riuscirono a non cedere ai
militari la direzione politica del conflitto.
Anche in Italia, dopo la Strafexpedition (spedizione punitiva) austriaca
del 1916, Salandra fu costretto a lasciare il potere al vecchio Paolo Boselli
(giugno 1916), che formò un governo con la partecipazione di tutti i gruppi
politici, tranne il Partito socialista rimasto su posizioni neutraliste. Nel
ministero Boselli entrò ufficialmente anche un cattolico come Filippo Meda,
quasi a simboleggiare la conclusione della lunga marcia di avvicinamento del
movimento cattolico italiano allo Stato liberale. Ma in Italia i contrasti tra
governo e stato maggiore restarono acuti, anche per il temperamento autoritario
e sospettoso di Cadorna; il quale non esitava a servirsi di metodi crudeli nella
conduzione della guerra, come il ricorso sempre più frequente a processi sommari
per codardia e tradimento, o al sistema delle decimazioni per i reparti accusati
di non aver obbedito agli ordini.
Negli Imperi centrali il dissidio tra militari e politici si risolse invece a
vantaggio dei primi, favorevoli, ad esempio, alla guerra sottomarina
indiscriminata, mentre tra i secondi incominciavano ad affiorare tendenze
pacifiste. Nell'Austria-Ungheria si temette anche la dissoluzione dell'Impero,
sotto la spinta dell'indipendentismo slavo, specialmente cecoslovacco: il nuovo
imperatore Carlo I, succeduto a Francesco Giuseppe nel 1916, si fece promotore
di un'iniziativa di pace separata che venne respinta.
In Russia, infine, la guerra accelerò il processo di disgregazione del regime
autoritario zarista.
Al di fuori delle parti in lotta, le voci pacifiste si levarono più forti.
Tra esse si devono distinguere quelle favorevoli alla tesi di una soluzione
diplomatica del conflitto, senza vincitori né vinti ma che desse soddisfazione
alle aspirazioni dei popoli oppressi, e quelle favorevoli alla tesi di una
soluzione rivoluzionaria del conflitto stesso.
Nella prima direzione si mossero specialmente il presidente americano Wílson e
il pontefice Benedetto XV. Questi, grazie all'indubbio prestigio acquisito dalla
Santa Sede nel tentativo umanitario di rendere meno crudele la sorte dei
prigionieri e delle loro famiglie, tentò a più riprese di promuovere negoziati
di pace fino alla nota del 1° agosto 1917 rivolta ai governi delle potenze
belligeranti, in cui la guerra veniva definita come “inutile strage”.
Di una soluzione rivoluzionaria, invece, si incominciò a parlare all'interno del
movimento socialista. In esso, dopo le primitive adesioni alla politica di
unione nazionale seguita dai vari governi, si verificò un progressivo
rafforzarsi delle correnti pacifiste. La guerra e le sue tragiche esperienze
provocarono un dibattito che coinvolgeva ormai tutta la strategia del socialismo
di fronte agli “Stati borghesi”.
Pochi anni prima, dissoltasi ormai la Seconda Internazionale, erano state tenute
due importanti riunioni con la presenza delle minoranze di quasi tutti i più
importanti partiti socialisti europei (solo quello italiano fu ufficialmente
rappresentato). In tali conferenze svoltesi in Svizzera, a Zimmerwald e a
Kienthal, nel 1915 e nel 1916, si ebbero vari richiami a una pace basata
sull'autodeterminazione dei popoli; ma si espressero anche, per opera della
frazione bolscevica della socialdemocrazia russa rappresentata da Lenin, tesi
più radicali circa la necessità di trasformare la guerra in rivoluzione.
La rivoluzione di marzo e la caduta del regime zarista
Un primo grave scacco per l'Intesa fu il crollo interno e quindi il ritiro dalla guerra dell'Impero russo.
Già dopo i primi mesi del conflitto, i segni di decomposizione dell'Impero
russo si erano fatti più evidenti; non solo si era accentuato il fenomeno della
diserzione al fronte, ma erano diventate insostenibili, per la mancanza di cibo
e di combustibile, le condizioni del proletariato urbano concentrato nelle
grandi città (tra le quali primeggiava Pietroburgo, ribattezzata nel 1914
Pietrogrado).
Nel marzo 1917 la dissoluzione del regime
zarista, che fino ad allora era riuscito a resistere grazie alle divisioni
interne dei movimenti rivoluzionari, acuite dallo scoppio della guerra,
giunse a compimento.
Tra le forze di opposizione allo zar si potevano distinguere:
- i "social-patrioti", che ritenevano necessaria la continuazione della
guerra contro l'imperialismo tedesco, la cui vittoria avrebbe segnato la
fine del socialismo internazionale, anche a costo di un temporaneo
riavvicinamento allo zarismo;
- i "defensisti" o "social-rivoluzionari", tra i quali il Kerenskij, i
quali, pur volendo respingere l'invasione straniera, desideravano nello
stesso tempo proseguire nella lotta al regime;
- gli "internazionalisti", tra cui il Trotzkij, che rifiutavano la
partecipazione alla guerra, anche soltanto difensiva, giudicando tutti i
governi ugualmente responsabili della conflagrazione mondiale (questi
ultimi, assieme a socialisti di tutti i paesi europei, avevano lanciarto
da Zimmerwald, nel settembre 1915, un proclama contro la guerra);
- i "disfattisti", come Lenin, i quali sostenevano che ogni
rivoluzionario dovesse agire per la sconfitta del proprio paese.
Tale frazionamento e le iniziali vittorie dell'esercito zarista avevano
temporaneamente chiuso ogni possibilità alla rivoluzione, ma essa riprese quota col passare del tempo e con le prime sconfitte, causate
dalla violenta offensiva tedesca, ma addebitate dalle popolazioni
all'inefficienza del regime.
Ai primi di marzo 1917 (o alla fine di febbraio secondo il calendario russo,
in ritardo di 13 giorni sul calendario gregoriano), il malcontento
popolare, aumentò in conseguenza dell'accrescersi delle privazioni imposte
alla popolazione dallo sforzo bellico e del manifestarsi d'altra parte
delle scarse qualità della burocrazia e dell'organizzazione militare.
L'esercito subì perdite enormi e gli abitanti delle città soffrirono
spesso la fame per la paralisi dei trasporti ferroviari che non consentiva
di avviare ai centri di consumo i generi alimentari, di cui la Russia era
peraltro ricca; l'opposizione, inoltre, cominciava a manifestarsi anche a
corte, dove alcuni membri dell'aristocrazia, come il principe L'vov,
propendevano per l'attuazione di un regime monarchico-parlamentare.
Dall'8 al 12 marzo 1917 imponenti scioperi di operai, seguiti da cortei
pacifici, si succedettero a
Pietroburgo, senza peraltro presentare un carattere particolarmente
sovversivo, finché Nicola II, sospesa la sessione della Duma, volendo far
cessare gli scioperi, ordinò che i soldati sparassero sui manifestanti.
L'uccisione di 40 persone suscitò, nella notte tra l' 11 e il 12 marzo, la
ribellione dei soldati della guarnigione militare, tra i quali da tempo
serpeggiava la rivolta. Essi fraternizzarono con gli operai dei sobborghi,
affluiti nel centro la mattina del 12 per una nuova manifestazione, e, formato
un nuovo corteo, penetrarono nel Palazzo d'inverno, simbolo e centro
dell'autocrazia russa, issandovi una bandiera rossa. Questo atto sanciva la
caduta dell'Impero, la cui classe dirigente e burocratica non fu in grado di
organizzare alcuna resistenza.
Mentre la Duma si rifiutava di obbedire all'ordine dello Zar, a
Pietroburgo si costituì, lo stesso 12 marzo, un «consiglio di operai», o soviet, ai cui ordini si posero i soldati.
In questa situazione, il 15 marzo, Nicola II abdicava a favore del
fratello, granduca Michele, il quale però rinunciava subito all'ormai
impossibile compito di mantenere la dinastia zarista; il potere passò
nelle mani di un governo provvisorio, con a capo il principe L'vov e in
cui entrò a far parte anche il Kerenskij (17 marzo).
In tutta la Russia si moltiplicarono i soviet, collegati con quello di Pietroburgo e guidati da socialisti menscevichi moderati; godendo della fiducia degli operai delle grandi fabbriche avevano la forza di controllare l'operato del governo provvisorio, spesso agendo in concorrenza con esso. Quest'ultimo non aveva alcuna intenzione di mutare l'ordine economico e sociale, ma desiderava solo procedere al rinnovamento in senso liberal-democratico dello Stato, mediante l'opera di una Assemblea costituente, e portare a termine vittoriosamente la guerra. L'altra corrente socialista, del resto, quella dei bolscevichi, era ancora largamente convinta che nella situazione russa si dovesse favorire lo sviluppo della rivoluzione in senso liberal-democratico piuttosto che giungere subito alla creazione di uno Stato socialista.
Varie cause, peraltro, contribuirono a far fallire questo tentativo della classe
media russa di stabilire un governo democratico:
- l'esistenza entro l'impero di numerose nazionalità scarsamente collegate e
solidali fra di loro;
- lo scarso entusiasmo popolare per le istituzioni democratiche;
- le diverse, e in parte contrastanti, aspirazioni delle masse che formavano il
proletariato, vale a dire, operai, contadini e soldati.
Dalle "tesi di aprile" alla rivoluzione di ottobre
Questa convinzione venne però effettivamente rovesciata dalle tesi di
aprile, presentate da Lenin, tornato in Russia dalla Svizzera su di un
vagone piombato messogli a disposizione dal governo tedesco che sperava nel
crollo della sua avversaria orientale sotto i colpi della rivoluzione interna.
Lenin aveva presentato le sue tesi, pubblicate il 7 aprile 1917 sul giornale del
Partito socialdemocratico "Pravda", suscitando più dissensi che consensi. Le
tesi di aprile sostenevano principalmente che non era possibile «metter fine
alla guerra senza abbattere il capitale» e proponevano:
- il passaggio alla seconda tappa rivoluzionaria che doveva dare il potere «al
proletariato e agli strati poveri dei contadini»;
- nessun appoggio al governo provvisorio;
- necessità del passaggio di tutto il potere ai soviet;
- soppressione della polizia, dell'esercito, del corpo dei funzionari;
- nazionalizzazione di tutte le terre e controllo della produzione agricola e
industriale da parte dei soviet degli operai e dei contadini;
- mutamento del nome del partito (che assumerà poi quello di Partito comunista
russo).
Lenin non accettava la tesi menscevica che la Russia dovesse passare per un
periodo di sviluppo industriale capitalistico e che solo alla fine di questo
periodo la classe operaia avrebbe conquistato il potere. Egli riteneva invece
che per varie ragioni fosse possibile in Russia il passaggio diretto dalla
rivoluzione borghese alla rivoluzione proletaria, senza che tra le due fosse
necessaria una pausa.
La classe operaia avrebbe quindi dovuto, al più presto possibile, isolare i
liberali e assumere la direzione del movimento sotto la guida del partito.
Inoltre Lenin affermava che i contadini erano gli alleati naturali del
proletariato e che la conquista del potere sarebbe stata impossibile senza la
loro collaborazione. Agli scopi di guerra tradizionali perseguiti dal governo
provvisorio, infine, Lenin contrappose insistenti richieste di una pace «senza
annessioni né indennità».
Nel maggio 1917 il ministro degli esteri del governo provvisorio, Miljukov,
il più deciso sostenitore della continuazione della guerra, fu sostituito da un
fautore della pace, mentre nel ministero, che subiva un rimpasto, entravano
elementi socialisti in posti di responsabilità.
Nel frattempo il ministro della guerra, Kerenskij, dopo aver ristabilita la
disciplina delle truppe che si era sensibilmente allentata, disponeva la
continuazione dello sforzo bellico in Galizia (giugno 1917), ma dopo un effimero
successo iniziale l'offensiva si arrestò, contribuendo a far crescere il
malcontento sociale, che si manifestava con grandi scioperi operai e con
l'occupazione di terre da parte dei contadini.
I bolscevichi, guidati da Lenin
aumentarono la loro influenza opponendosi tanto al governo provvisorio quanto
alla incerta politica del soviet di Pietroburgo, e rivendicando a sé tutto il
potere.
Governo e soviet allora repressero nel sangue le manifestazioni
bolsceviche e iniziarono una campagna diffamatoria contro Lenin, accusato di
essere un traditore al servizio del Kaiser; il leader bolscevico fu costretto a
riparare in Finlandia, altri esponenti del suo partito furono arrestati, mentre
L'vov dava le dimissioni, incaricando Kerenskij di ricostituire un governo
(luglio 1917) che assisteva quasi impotente alla disgregazione dello Stato e
dell'esercito e non era in grado di assumere iniziative per la conclusione della
guerra, pur dopo avere fatta propria la tesi di Lenin.
La temporanea sconfitta bolscevica, tuttavia, rinvigorì i controrivoluzionari che nel settembre
tentarono un colpo di forza sotto la guida del comandante in capo dell'esercito, Kornilov, ma l'azione fallì per l'intervento delle masse popolari
guidate dai soviet e dei
bolscevichi.
Il governo dunque era finora riuscito a salvarsi ricorrendo all'aiuto ora
dell'uno, ora dell'altro dei suoi avversari, ma ormai l'esercito era in
decomposizione e nessuno aveva più la forza e l'autorità di controllare operai e
contadini: tutti i poteri dello Stato cessarono di funzionare.
Kerenskij sperava tuttavia di mantenersi al potere fino al 6 dicembre, giorno in
cui avrebbero dovuto aver luogo le elezioni per la Costituente, che avrebbero
probabilmente confermato la sua linea politica e rafforzato la sua debole
autorità.
I bolscevichi, tuttavia, che si rendevano conto di questa prospettiva ed
erano riusciti a riguadagnare terreno dopo il fallito putsch (colpo di
mano militare) di Kornilov, tanto da avere ora la maggioranza in diversi soviet, tra cui quelli di Pietrogrado e di Mosca, si preparavano all'azione,
sebbene divisi al loro interno.
Dalla Finlandia Lenin incitava a prendere il potere, ma a Pietrogrado Kamenev
raccomandava agli aderenti la prudenza. Lenin allora tornò segretamente in
Russia e fece votare dal Comitato centrale del partito bolscevico il principio
dell'insurrezione.
La rivoluzione bolscevica. Il 1917 sui fronti italiano e occidentale
La rivoluzione bolscevica
Il 6 novembre (24 ottobre secondo il calendario ortodosso che vigeva in Russia) iniziava l'insurrezione bolscevica, sostenuta dalla guarnigione di Pietrogrado. Il giorno successivo il soviet di Pietrogrado e i bolscevichi s'impadronirono del potere quasi senza incontrare resistenza. Il fatto compiuto venne riconosciuto dal Congresso panrusso dei soviet, convocato in quei giorni a Pietrogrado, che ratificò la nomina di un Consiglio dei commissari del popolo, con poteri di governo, presieduto da Lenin, con Trotzkij commissario alla guerra e Josif Stalin commissario alle nazionalità, deciso a trasformare la rivoluzione politica del marzo in rivoluzione sociale ed economica.
Trai primi atti del governo sovietico vi furono la legalizzazione delle
occupazioni di terre, avvenute in gran numero fin dal marzo, e l'invito a tutti
«i popoli in guerra ed ai loro governi ad intavolare dei negoziati immediati, in
vista di una pace giusta e democratica».
In realtà la Russia non era più materialmente in grado di continuare a
combattere e il nuovo governo doveva far fronte agli spaventosi problemi
interni, mentre incominciava a estendersi un'aperta guerra civile che sottraeva
intere regioni al controllo del governo bolscevico.
Lenin decise quindi di intavolare trattative di pace con gli Imperi centrali; il 15 dicembre venne firmato l'armistizio
e circa tre mesi dopo, con il
trattato di Brest Litovsk (3 marzo 1918), l'Estonia, la Lituania, la Lettonia,
la Polonia, la Finlandia, la Georgia e l'Ucraina venivano scorporate dalla
Russia.
Sul piano interno il governo sovietico si dedicò all'applicazione del programma
leninista mediante:
- la nazionalizzazione della terra (con l'eccezione della piccola proprietà),
affidata ai soviet di villaggio per la distribuzione ai contadini, il che
suscitò gravissimi problemi e notevoli resistenze;
- il controllo operaio delle fabbriche, attuato da comitati di fabbrica
elettivi;
- la nazionalizzazione delle banche e delle imprese commerciali;
- la dichiarazione dei diritti delle nazionalità comprese nell'ex Impero.
Un'ulteriore minaccia al potere del Consiglio dei commissari del popolo e a
quello del Partito bolscevico poteva essere rappresentata dall'Assemblea
costituente, convocata dopo le elezioni di novembre, che avevano visto la netta
sconfitta dei bolscevichi (specialmente nelle campagne e nei piccoli centri) a
favore dei socialisti rivoluzionari e dei gruppi moderati. L'Assemblea fu perciò
sciolta con la forza appena convocata, nel gennaio 1918, per precisa volontà di
Lenin, il quale ribadì che il nuovo ordine socialista riconosceva ormai due sole
strutture portanti, quella dei soviet e quella del Partito bolscevico.
La Rivoluzione bolscevica, tuttavia, non aveva ancora vinto. Le sue sorti erano legate all'andamento dell'iniziata guerra civile e, a giudizio di molti, esse parevano dipendere anche dalla possibilità di un'estensione dell'ondata rivoluzionaria nei più progrediti Paesi europei.
Dall'altra parte alcuni generali controrivoluzionari (bianchi) proseguirono la lotta contro i bolscevichi, che opposero loro l'«Armata Rossa», organizzata su base volontaria da Trotzkij.
La crisi del 1917
Mentre la crisi russa fece sentire rapidamente i suoi effetti favorevoli per gli Imperi centrali sul piano militare, più lenti a manifestarsi furono gli effetti, positivi per gli occidentali, dell'intervento americano. D'altra parte, a più lungo termine, l'esempio della Rivoluzione bolscevica ebbe non poca importanza nel favorire lo sgretolamento degli Imperi di Germania e d'Austria-Ungheria i quali, in seguito anche all'intervento americano, andarono poi incontro a un definitivo crollo politico-militare.
Il contraccolpo degli eventi
russi sulla situazione militare (fin dall'estate gli Imperi centrali
poterono sguarnire il fronte orientale, rafforzando gli altri fronti) si
fece sentire sopra tutto sul fronte italiano, dove lo stato maggiore
tedesco, libero ormai dalla pressione russa sul fronte orientale, poté
inviare agli Austro-ungarici cospicui rinforzi. Dopo aver subìto durante
la primavera e l'estate un'offensiva italiana che portò le truppe
italiane ad ottenere con perdite ingenti notevoli successi sul fronte dell'Isonzo,
fra cui la conquista dell'altipiano della Bainsizza, gli Austro-ungarici,
ricevuti rinforzi dalla Germania, passarono alla loro volta all'offensiva
(ottobre). Sfondate le linee italiane presso Caporetto, sull'alto Isonzo,
penetrando sul fondo delle valli, le forze tedesche poterono aggirare
completamente le posizioni degli italiani, provocandone una rovinosa
ritirata fino al Piave.
Alla riuscita di questa operazione contribuirono le gravi incertezze e
manchevolezze del comando italiano, che si lasciò sorprendere impreparato.
Cadorna si affrettò allora a rovesciare la responsabilità della rotta
sulla propaganda (che venne da allora definita disfattista) contraria alla
guerra. In effetti, le vicende russe avevano avuto eco anche in Italia;
nell'agosto 1917 si era verificata, a Torino, una grave sommossa popolare
contro la guerra, che era stata soffocata dopo tre giorni di scontri per
le strade. Fu facile accusare i socialisti e i gruppi pacifisti di aver
spinto il Paese e l'esercito verso la disfatta. Non vi è dubbio, però, che
il crollo di Caporetto fu la conseguenza dello stato di stanchezza e di
disagio dell'esercito.
Le preponderanti responsabilità del comando
militare non tardarono però ad affiorare, insieme con quelle politiche del
debole governo Boselli. Alla fine di ottobre del 1917, quando l'esercito
italiano aveva ormai perso 400 000 uomini tra morti, feriti e prigionieri,
e un'enorme quantità di materiale, Boselli fu sostituito da Vittorio
Emanuele Orlando, che dopo pochi giorni tolse a Cadorna il comando,
sostituendolo con il generale Diaz, il quale riuscì ad organizzare una tenace resistenza
sul Piave e sul Morite Grappa, che vide impegnata tutta la nazione in uno
sforzo bellico e in un'unità morale senza precedenti (novembre - dicembre 1917).
Sul fronte occidentale, invece, i Francesi nella primavera-estate 1917 avevano attaccato nel settore fra Reims e Soissons, ottenendo a prezzo, anche qui, di ingenti perdite, soltanto successi parziali; gli Inglesi dal canto loro erano avanzati nelle Fiandre, ma in seguito erano stati duramente contrattaccati e costretti ad abbandonare parte dei territori conquistati.
La
situazione difficile del 1917 non era però caratterizzata soltanto dalle
conseguenze per la situazione militare portate dal ritiro della Russia
dalla guerra, dalla ritirata italiana di Caporetto, dagli sforzi
sostanzialmente vani dei Franco-inglesi per spostare innanzi il fronte occidentale.
Se lo sforzo bellico aveva portato ad esprimere in forma
rivoluzionaria il malcontento del popolo russo, anche negli altri
paesi popoli ed eserciti cominciarono a rivelare chiari sintomi di
depressione morale e psicologica: in Italia la ritirata di Caporetto
fu occasione di scene di panico e di defezione, che ebbero per altro breve
durata; in Francia le sanguinose, inutili offensive della primavera
incisero sul morale delle truppe in seno alle quali si manifestarono gravi
casi di ammutinamento; in Inghilterra e in Germania il disfattismo
si diffuse; nell'Austria-Ungheria, infine, che non aveva una compagine
nazionale unitaria come gli altri stati belligeranti e quindi era più
esposta alle conseguenze del logorio morale portato dallo sforzo bellico,
la necessità della pace cominciò a imporsi.
L'imperatore Carlo, successo a
Francesco Giuseppe nel novembre 1916, prese nella primavera 1917
l'iniziativa di proporre agli Alleati una pace di compromesso, che
sembrava offrire prospettive più serie delle proposte tedesche della fine
del 1916, ma anch'essa finì nel nulla per la manifesta intenzione degli
Imperi centrali di riservarsi ampi vantaggi nell'Europa orientale, e per
il rifiuto della Germania di cedere se non una piccola parte dell'Alsazia-Lorena
alla Francia.
Le ultime offensive e il crollo degli Imperi centrali. I XIV punti
La vittoria dell'Intesa
L'alto comando tedesco si dispose quindi a compiere un
supremo sforzo prima che il peso dell'intervento americano si facesse
sentire e che l'Austria-Ungheria cedesse alla corrosione operata dalle
diverse forze centrifughe sul suo organismo politico e sociale.
Fra
il marzo e il maggio 1918 il generale Ludendorff lanciò successivamente
tre offensive nella zona di Amiens, nelle Fiandre e sullo Chemin des Dames.
Si ebbero sfondamenti parziali, i Franco-inglesi ebbero quasi 800.000
morti (ma le perdite tedesche furono altrettanto gravi) e abbandonarono
ingenti quantità di materiale.
Ancora una volta, però, sulla Marna, gli
Alleati opposero una tenace resistenza, tramutatasi presto in
controffensiva. In ciò essi furono potentemente aiutati da un esercito
americano di più di un milione d'uomini, il cui arrivo sul fronte
occidentale era stato preceduto da un atto politico di grande importanza,
che rivelava la volontà degli Stati Uniti di avere parte preminente nel
regolamento della futura pace: la formulazione da parte del presidente
Wilson, 1'8 gennaio, di Quattordici punti in cui venivano elencati gli
scopi di guerra americani e i criteri che avrebbero dovuto regolare il
futuro assetto europeo e mondiale.
Gli armistizi e i paesi dell'Austria-Ungheria
La controffensiva dell'Intesa, diretta dal comandante supremo che gli Alleati avevano infine designato nella persona del generale francese Foch, costrinse i Tedeschi al progressivo abbandono del territorio francese; nello stesso tempo gli Italiani, dopo la vittoriosa battaglia del Piave (giugno 1918), avanzavano a loro volta sul territorio invaso fino alla vittoria di Vittorio Veneto (fine ottobre).
La svolta conclusiva della guerra si ebbe dall'estate del 1918, e non si manifestò tanto sul piano militare quanto in conseguenza della crisi interna che investì gli Imperi centrali.
In
Germania il conflitto tra potere civile e potere militare, rappresentato
dal nuovo capo di Stato maggiore Hindenburg, si era concluso a favore del
secondo, con le dimissioni del cancelliere Bethmann-Holweg e con la
creazione di un "gabinetto di guerra". Furono i militari, ormai dotati di
un potere libero da ogni controllo, a fare e disfare i governi e a
decidere poi, con improvviso voltafaccia reso necessario dalle
circostanze, di chiedere al cancelliere di trattare la pace e
all'imperatore Guglielmo II di abdicare (novembre 1918).
La lunghezza e i sacrifici
della guerra avevano colpito soprattutto quei ceti contadini che avevano
tradizionalmente agito in senso conservatore e antisocialista: essi si
accostarono allora più numerosi al partito moderatamente progressista del
Centro cattolico, il cui leader, Erzberger, era stato uno dei fautori di
una pace senza vincitori né vinti. Anche gli strati operai delle città,
e di riflesso il loro maggior partito, il Partito socialista tedesco
(SPD), avevano però avvertito le terribili conseguenze del protrarsi della
guerra.
Mentre i capi del partito, come Ebert e Scheidemann, avevano
votato a favore dei crediti di guerra, fin dagli inizi del 1916 si era
costituito un gruppo autonomo e dissenziente della sinistra socialista, sotto la guida di Karl Liebknecht e Rosa Luxemburg.
Tale gruppo aveva
formato la Lega di Spartaco (Spartakusbund), assai vicina alle tesi
leniniste sulla natura imperialistica della guerra in corso e sulla
necessità di porvi termine con la rivoluzione e nonostante le persecuzioni
dell'esercito e della polizia e i numerosi arresti, riuscì a svolgere un'opposizione attiva sia contro il
governo sia contro la direzione del Partito socialista, raccogliendo un
certo seguito operaio nelle grandi città e soprattutto a Berlino.
A lato
degli spartachisti si rafforzò tra i socialisti tedeschi un altro gruppo,
guidato da uomini come Bernstein e Kautsky, che esprimeva a sua volta il
senso di stanchezza di fronte alla guerra.
Tutte queste tendenze premevano
ormai decisamente per la fine del conflitto, anche se erano tra loro molto
discordi sulla soluzione politica che ne sarebbe dovuta scaturire.
Di
natura parzialmente diversa fu la crisi che, dapprima serpeggiante, finì
per travolgere l'Impero austriaco.
L'ascesa al trono di Carlo I (novembre
1916) parve dar luogo a qualche novità nella politica austriaca. La
convocazione del Parlamento (maggio 1917) sembrò rispondere a questa
logica, ma il Parlamento divenne ben presto una cassa di risonanza delle
tradizionali rivendicazioni delle nazionalità assoggettate. Infatti, alla
generale usura delle strutture politiche, si aggiunsero in Austria-Ungheria specifici fattori di disgregazione costituiti dalle
tendenze centrifughe dei vari gruppi nazionali. Se i magiari avevano dato
il loro totale contributo allo sforzo bellico, i cechi, tradizionalmente
antitedeschi, i nuclei polacchi racchiusi nei confini dell'Impero, e i
croati, soggetti al dominio ungherese, si mostravano sempre più restii a
sostenere, senza concrete contropartite, la causa del governo di Vienna.
Nel luglio 1917 il governo serbo in esilio stipulava con croati e sloveni
il patto di Corfù, che prevedeva la creazione di uno Stato degli slavi del
Sud, la futura Jugoslavia. Nel frattempo si era anche costituito un
governo cecoslovacco in esilio, per opera di Masaryk e Beneg.
Le potenze
dell'Intesa, dal canto loro, dapprima esitanti sulla politica da seguire verso l'Impero
austriaco, avevano ormai sposato la causa delle nazionalità slave, alle
quali apertamente si rivolsero il nuovo primo ministro francese Clemenceau
e lo stesso Wilson, che incoraggiò «le aspirazioni dei cechi e degli
jugoslavi alla libertà».
Inutile e tardivo risultò perciò il tentativo di
Carlo I di trasformare l'impero in uno Stato federale (16 ottobre 1918),
perché la dissoluzione dell'Austria-Ungheria era a quell'epoca già in
atto.
Mentre infatti l'esercito italiano, attraversato il Piave, sfondava le linee
nemiche a Vittorio Veneto (22 ottobre-3 novembre 1918), in una vittoria
finale ottenuta contro un avversario in grave crisi, venivano proclamate a
breve intervallo di tempo, tra la fine di ottobre e il 12 novembre,
l'indipendenza della Cecoslovacchia, dei serbi, dei croati e degli sloveni, dei
polacchi di Galizia e infine la Repubblica austriaca.
L'armistizio di Villa Giusti (3 novembre) segnò insieme la sconfitta austriaca e la fine
dell'Impero austro-ungarico.
Già qualche tempo prima avevano ceduto sia la
Bulgaria (settembre) sia l'Impero ottomano, occupato dagli inglesi nei
territori periferici asiatici (Mesopotamia, Siria)dopo avere aizzato gli Arabi
contro il sultano, costretto all'armistizio di Moudros, 31 ottobre).
Quanto alla Germanía, la necessità di aprire trattative di pace fu riconosciuta dai capi militari alla fine di settembre, quando l'esercito tedesco non aveva ancora subìto irreparabili rovesci, ma era stato costretto a un lento e inarrestabile ripiegamento. Il nuovo cancelliere Max von Baden, operate alcune riforme costituzionali in senso democratico, inviò a Wilson la seguente nota: «Il governo tedesco invita il presidente degli Stati Uniti d'America a presiedere al ristabilimento della pace». Ma la speranza dei gruppi dirigenti tedeschi di trattare la pace in condizioni di relativa normalità e favore, venne vanificata da un'ondata rivoluzionaria che, partita dalla flotta della base di Kiel, si estese a tutto il Paese e culminò a Berlino. Sembrò si ripetessero gli stessi eventi della Rivoluzione russa. Guglielmo II, che aveva poco prima rifiutato di abdicare, fu costretto ad abbandonare il potere e il Paese. Con la proclamazione della Repubblica (9 novembre) i partiti che avevano maggior seguito tra le masse popolari tedesche, cioè il Partito socialista e il Centro cattolico, presero rapidamente in mano la situazione. Un nuovo governo, presieduto dal socialdemocratico Ebert e con la partecipazione del cattolico Erzberger, firmò l' 11 novembre l'armistizio di Réthondes. Al momento dell'armistizio l'esercito tedesco non si era ancora ritirato oltre il Reno.
La Germania i trattati di pace
IL PRIMO DOPOGUERRA
L'assetto del 1919
La sconfitta degli Imperi centrali coincise e fu dunque in parte provocata da movimenti rivoluzionari interni di natura sia politico-sociale che nazionale.
In Austria-Ungheria il governo asburgico, che durante tutta la guerra
aveva dovuto tenere a freno le nazionalità soggette (slave e italiana), negli
ultimi mesi del 1918 perdette ogni parvenza di autorità.
Le sconfitte militari, il disagio economico e la sempre più intensa propaganda
disfattista, procurarono il crollo morale interno dell'ormai decrepito Stato
asburgico. Il 17 ottobre il governo fece un supremo sforzo per salvare lo stato
accettando di ricostituirlo su base federale ; ma era ormai troppo tardi. L' 11
novembre l'imperatore Carlo abdicò, e una coalizione di social-democratici,
cristiano-sociali e nazionalisti tedeschi stabilì un governo provvisorio e
proclamò la Repubblica austriaca, mentre le altre parti dello Stato
asburgico seguivano ciascuna la propria sorte:
- l'Ungheria, privata dei territori dipendenti su cui aveva esercitato
il suo controllo durante la Duplice Monarchia, si costituì in Repubblica
ungherese sotto la guida di Michele Karolyi e del suo Partito dell'indipendenza,
a tendenze liberali; seguì a questo regime, durato appena tre mesi, una
dittatura comunista sotto Bela Kun, abbattuta anch'essa dopo pochi mesi dalle
forze contro-rivoluzionarie, a capo delle quali l'ammiraglio Horthy assunse la
reggenza, mentre i legittimisti asburgici si adoperavano per una restaurazione
della decaduta dinastia nel solo Regno d'Ungheria;
- i territori ex-asburgici della Boemia, Moravia e Slovacchia costituirono la Repubblica cecoslovacca a struttura democratica-federalista
sotto la presidenza di Tomaso Masaryk;
- gli slavi meridionali (Sloveni, Croati) si unirono alla Serbia e al Montenegro e formarono il Regno dei Serbi, Croati e
Sloveni o Regno di Jugoslavia sotto la dinastia serba.
In Germania l'imperatore Guglielmo II, di fronte alla pressione delle
tendenze pacifiste e radicali, aveva tentato di ristabilire l'unità interna
concedendo (30 settembre 1918) il regime parlamentare e nominando cancelliere (3
ottobre) il liberale principe Massimiliano (Max) del Baden, ma alla fine di
ottobre movimenti popolari e ammutinamenti di marinai nella base di Kiel resero
la situazione interna così incerta, che il 10 novembre l'imperatore fuggì in
Olanda.
Seguì, quando i rappresentanti tedeschi avevano ormai firmato l'armistizio, una
situazione confusa caratterizzata dalla lotta fra socialisti-democratici,
guidati dall'Ebert e dallo Scheidemann e «spartachisti» o comunisti, guidati da
Karl Liebknecht e da Rosa Luxemburg.
Nel gennaio 1919 i socialisti democratici tuttavia prevalsero. Un'assemblea
nazionale, eletta il 9 gennaio, si riunì un mese dopo a Weimar nominando
presidente l'Ebert ; in pochi mesi venne elaborata una costituzione repubblicana
che venne introdotta alla fine di luglio.
Al momento del crollo militare ed interno degli Imperi centrali, ossia nel novembre 1918, si ricostituì pure con territori appartenuti fin dal secolo XVIII alla Russia, alla Germania (Prussia) e all'Austria, lo Stato nazionale polacco o Repubblica polacca sotto la presidenza del Pilsudski.
La sconfitta portò infine al crollo interno dell'Impero ottomano. Mentre infatti gli Alleati sottraevano alla Turchia tutti i suoi territori asiatici salvo l'Anatolia, si sviluppò un movimento rivoluzionario guidato da Mustafà Kemal che si concluse nel 1923 con la deposizione dell'ultimo sultano, Maometto VI, e la costituzione della Repubblica turca.
L'assetto europeo del 1919
Contrasti tra i vincitori
Una guerra che molti avevano creduto o sperato breve, limitata e non troppo
dispendiosa, si era così conclusa dopo cinque anni con un vero bagno di sangue e
un bilancio complessivo di più di dieci milioni di morti.
Le sue conseguenze immediate, per non parlare di quelle a più lungo termine,
erano state assai diverse dagli obiettivi che gli stessi governi dei Paesi
vincitori si erano inizialmente proposti.
Avvenimenti come la Rivoluzione russa o il tracollo dell'Impero austriaco, con
il relativo affermarsi delle nazionalità slave, introducevano nella situazione
europea elementi nuovi e in larga misura imprevedibili, che rendevano più
difficile il ristabilimento di un durevole equilibrio.
Il prezzo altissimo della guerra e la logica della resa "senza condizioni" cui
erano stati costretti i vinti, accrescevano le pretese delle potenze vincitrici
e il loro desiderio di rivalsa, soprattutto verso la Germania, che era l'unico
Paese uscito dalla guerra battuto ma non disgregato, anzi con un governo e un
sistema politico notevolmente rinnovati.
Il primo problema che si pose agli "Alleati e associati" (con questa seconda
formula veniva indicato il rapporto fra gli Stati Uniti e le potenze
dell'Intesa) fu quello dei principi da cui far discendere un nuovo ordine
internazionale. Wilson aveva tentato fin dal famoso discorso dei 14 punti di
dare una sua risposta, rifacendosi ai due capisaldi ideologici che le forze
democratiche occidentali avevano posto alla base della guerra: nazionalità e
autodeterminazione dei popoli.
Su questa linea la prima guerra mondiale poteva in teoria essere vista come la
conclusione dei "risorgimenti" di molti popoli europei, iniziati nel secolo
precedente. L'enunciazione dei principi wílsoniani, però non solo dava adito a
possibili interpretazioni divergenti e si scontrava con la difficoltà
insormontabile di tracciare in Europa nette linee di confine tra diversi gruppi
etnici e linguistici, ma anche e soprattutto non poteva soddisfare le diplomazie
dei maggiori Paesi europei ancora legate, per interessi e tradizioni, a una
politica di potenza.
Di fatto, alcuni dei 14 punti, per quanto indiscutibilmente innovatori,
sfioravano l'utopia, se riportati al momento storico in cui avrebbero dovuto
essere applicati: così quelli riguardanti la fine della diplomazia segreta, la
soppressione delle barriere doganali, la riduzione di tutti gli armamenti al
minimo indispensabile per la sicurezza interna. Altri erano poi in qualche
misura contraddittori, come il punto 5, relativo alle questioni coloniali, in
cui si affermava che gli interessi delle popolazioni dovevano avere ugual peso
delle richieste eque dei governi. Altri ancora erano effettivamente
inapplicabili, come la pretesa di regolare i nuovi confini nell'interesse e a
vantaggio delle popolazioni interessate, tenuto conto del fatto che esistevano
nazioni vinte e nazioni vincitrici.
Queste ultime si riunirono dal gennaio 1919, alla conferenza della pace di Parigi, dove non furono ammessi i rappresentanti degli sconfitti né quelli della Russia, ormai isolata per opera degli Alleati dal resto del mondo, e per la quale era difficile dire se dovesse sedere al tavolo dei vincitori. Proprio questi due fatti, l'assenza degli Stati vinti, che accentuò i caratteri d'imposizione (Diktat) dei regolamenti di pace, e l'assenza della Russia sovietica, spiegano sufficientemente il rapido deteriorarsi del nuovo ordine europeo e mondiale nel periodo successivo al conflitto.
D'altronde tra gli stessi Alleai, affiorarono presto molti elementi di discordia, soprattutto tra la Francia da un lato e l'Inghilterra e gli USA dall'altro, sulle condizioni da porre alla Germania, nonché tra l'Italia e gli USA sul futuro assetto della penisola balcanica. Quest'ultimo contrasto fu particolarmente drammatico, provocò il temporaneo ritiro dalle trattative della delegazione italiana guidata da Orlando, contribuì a diffondere in Italia la persuasione di una "vittoria mutilata", cioè incompleta.
La maggior difficoltà nell'assumere un coerente atteggiamento e nel fare una scelta politica precisa fu incontrata dai vincitori nei riguardi della Germania. Il ministro francese Clemenceau ne pretendeva l'annientamento come grande potenza; il ministro inglese Lloyd George e Wilson guardavano invece con preoccupazione a un totale rovesciamento dell'equilibrio europeo, considerata anche la minaccia della Russia rivoluzionaria all'Est. Fu scelta una via di compromesso, che infliggeva alla Germania durissime umiliazioni, con alcune clausole che alla prova dei fatti si dimostrarono inapplicabili.
La Conferenza di pace e i singoli trattati
La Conferenza della Pace, che doveva sanzionare il trionfo degli Alleati ed Associati, ebbe inizio nel palazzo reale di Versailles il 18 gennaio 1919, esattamente quarantotto anni dopo che, nello stesso luogo, era stato proclamato l'Impero tedesco.
Malgrado fossero convenuti a Parigi, come al congresso di Vienna poco più di
cento anni prima, rappresentanti di tutti i paesi belligeranti e dei nuovi stati
che andavano costituendosi in applicazione del principio di nazionalità, le
decisioni vennero prese dai «Quattro Grandi», ossia dai primi ministri dei tre
maggiori alleati europei (essendo rimasta esclusa la Russia, il francese Georges
Clemenceau, l'inglese David Lloyd George, l'italiano Vittorio Emanuele Orlando)
e dal presidente degli Stati Uniti Woodrow Wilson. L'Orlando ebbe per altro
nelle discussioni una parte di minore rilievo, intervenendo soltanto quando gli
interessi italiani erano direttamente in causa.
Quando i Quattro Grandi, con l'aiuto di esperti militari, politici ed economici,
ebbero definito le condizioni da imporre alla Germania, i rappresentanti della
maggiore potenza vinta vennero invitati ad accettare il trattato di pace non
senza aver invano protestato che quello loro imposto non era un trattato ma un Diktat, rilevando fra l'altro che i Quattordici Punti del presidente
Wilson non erano stati applicati nei confronti della Germania.
Vennero successivamente stabiliti e firmati i trattati di pace con le potenze alleate della Germania.
Il trattato di Versailles (28 giugno 1919), fra gli Alleati e la
Germania, stabiliva:
- la cessione dell'Alsazia-Lorena alla Francia e di altri territori meno estesi
al Belgio;
- la cessione alla Francia delle miniere della Saar;
- l'amministrazione del territorio della Saar, per quindici anni, da parte
della Società delle Nazioni, dopo di che la sua sorte sarebbe stata decisa da un
plebiscito;
Confine occidentale nel 1919
- la cessione alla Polonia di una fascia di territorio, la Posnania e il
cosiddetto «Corridoio polacco», larga 80 km che doveva aprire alla Polonia uno
sbocco sul mar Baltico, ma che separava la Germania dalla Prussia orientale;
- la costituzione di Danzica, città di popolazione tedesca al termine del
Corridoio polacco, in città libera sotto il controllo della neocostituita
Società delle Nazioni;
- la cessione di Memel agli Alleati che l'assegnarono in seguito alla Lituania,
uno dei tre nuovi stati (Estonia, Lettonia e Lituania) costituitisi nei
territori baltici già facenti parte dell'Impero russo;
Confine orientale nel 1919
- la cessione di tutte le colonie, quelle africane a vantaggio di
Inghilterra, Francia e Belgio, e quelle asiatiche e del Pacifico a vantaggio
soprattutto del Giappone (dalla spartizione restò esclusa l'Italia, anche per i
contrasti insorti con gli alleati);
- la cessione, dopo plebisciti, di territori quali lo Schleswig settentrionale
(passato alla Danimarca) e l'Alta Slesia (passata alla Polonia);
- il ridimensionamento dell'esercito tedesco a un totale di 100.000 uomini, con
l'abolizione del servizio militare obbligatorio (ad impedire che si formassero
delle riserve) e la durata del servizio estesa a 12 anni (25 per gli ufficiali);
- la riduzione della marina da guerra a poche unità leggere;
- la proibizione del mantenimento di sommergibili e di areoplani;
- il controllo di una commissione interalleata sulla fabbricazione di armi;
- lo smantellamento delle fortificazioni di Helgoland e del canale di Kiel;
- la smilitarizzazione dei territori sulla riva sinistra del Reno e di una
fascia della larghezza di 50 km. sulla riva destra.
A norma dell'articolo 231 del trattato, la Germania accettava la responsabilità
di «aver causato tutte le perdite e i danni subiti dai governi alleati ed
associati e dai loro cittadini, in conseguenza della guerra che era stata loro
imposta».
A titolo di «riparazione» o risarcimento per i danni da essa causati, le venne
richiesta un'esorbitante indennità di 27 miliardi di dollari (132 miliardi di
marchi-oro).
Infine, a garantire l'esecuzione delle clausole territoriali, militari ed
economiche del trattato, il territorio a sinistra del Reno (Renania), con le
teste di ponte di Colonia, Coblenza e Magonza, sarebbe stato occupato dagli
Alleati per quindici anni.