CLASSE V - Sintesi di Storia (5) |
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Terminologia storica |
La Chiesa e la questione sociale; il nazionalismo
La Chiesa cattolica
Ligia ad una rigida politica di appoggio reciproco tra «trono» e «altare»
con il pontefice Gregorio XVI, con l'elezione di Pio IX (1846-78) la Chiesa
cattolica aveva attraversato un breve periodo di equivoca accettazione del
liberalismo, terminato peraltro con la fuga del pontefice a Gaeta del novembre
1848. Da allora Pio IX assunse un atteggiamento di opposizione e ostilità al
liberalismo, tanto più intransigente in quanto il movimento liberale e nazionale
italiano minacciava da vicino il potere temporale.
Tale atteggiamento venne espresso nel 1864 dalla enciclica Quanta Cura,
in cui veniva affermata la necessità del potere temporale, e dal Syllabus,
in cui venivano elencati principi e forme della società politica moderna
liberale e democratica che la Chiesa condannava.
Con tale atteggiamento la Chiesa infliggeva un colpo fatale al cattolicesimo
liberale sorto nella prima metà del secolo, mentre le tendenze anticlericali
entro il liberalismo si rafforzarono.
L'anticlericalismo divenne anzi uno dei tratti caratteristici dei movimenti
liberali dei paesi cattolici (Francia, Italia, Belgio, Spagna ecc.), mentre
rimase d'importanza trascurabile nei paesi protestanti, sia perché le chiese
protestanti non possedevano la struttura unitaria e l'organizzazione
internazionale della Chiesa cattolica, sia perché o per la natura dei suoi
principi o per le necessità della situazione contingente, nessuna chiesa
protestante assunse un atteggiamento altrettanto negativo verso il liberalismo,
sia perché alcune di tali chiese (le Chiese «dissidenti» anglosassoni sopra
tutto) avevano contribuito addirittura a stabilire i principi spirituali del
liberalismo.
L'atteggiamento intransigente del Papato venne confermato e anzi accentuato nel
Concilio vaticano del 1869-70, che malgrado l'opposizione di numerosi vescovi
francesi e tedeschi proclamò il dogma dell'infallibilità papale, dando alla
Chiesa una struttura più rigidamente gerarchica. Oltre ad accentuare il distacco
fra la Chiesa cattolica e il mondo liberale moderno, l'atteggiamento di Pio IX
portò pure il pontefice a urtarsi con le potenze conservatrici, la Germania
bismarckiana, che nel Kulturkampf combatté il cattolicesimo
considerandolo forza corrosiva dell'autorità dello stato prussiano e dell'unità
del Reich tedesco, la stessa Austria-Ungheria, potenza cattolica per eccellenza,
che annullò il concordato da esso stabilito con la Santa Sede nel 1855,
dichiarando che con la proclamazione dell'infallibilità papale la Chiesa
cattolica aveva mutato la sua struttura.
La politica di Pio IX venne tuttavia abbandonata dal suo successore, Leone
XIII (1878-1903), mente aperta e politicamente avveduta.
Senza abbandonare alcuno dei dogmi cattolici, Leone XIII, come si adoperò per
conciliare la tradizione religiosa con la scienza, cercò pure di neutralizzare
l'opposizione politica alla Chiesa.
Compiendo un passo audace il pontefice intese portare la Chiesa su posizioni
sociali altrettanto e, sotto certi aspetti, più avanzate di quelle del
liberalismo. Espressione principale di tale atteggiamento fu l'enciclica Rerum novarum (1891), che affermava l'opportunità di una collaborazione fra
capitale e lavoro. Sostenendo, come i liberali, il diritto di proprietà,
l'enciclica denunciava, d'altra parte, il concetto, proprio del liberalismo
economico, del lavoro come bene economico, e affermava la necessità di una
legislazione sociale che attuasse una più giusta distribuzione della ricchezza.
Dalla nazionalità al nazionalismo
Con il compimento dell'unificazione tedesca il movimento delle nazionalità
subì, almeno in Europa, una profonda trasformazione.
Il movimento nazionale italiano, pur compiendosi sotto l'egida conservatrice
della monarchia sabauda era stato in gran parte l'espressione di forze liberali
e democratiche. Questo carattere andò in gran parte perduto, dopo il 1849, nel
movimento nazionale tedesco: la potenza militaristica e conservatrice della
Prussia assunse la guida del movimento al fine di affermare la propria
preminenza in Germania e in Europa.
Venne così ad attuarsi una scissione fra le due forze spirituali — libertà e
nazionalità — che avevano insieme operato la corrosione e il rovesciamento
dell'assetto del 1815.
Il trionfo della Prussia bismarckiana e di ciò che essa rappresentava colpì
profondamente la coscienza liberale europea.
In particolare l'annessione dell'Alsazia-Lorena senza che venisse rispettato un
principio fondamentale del liberalismo nazionale del secolo XIX, quello
dell'autodecisione dei popoli, venne intesa sia come una violazione del diritto
delle nazioni, sia come un'offesa all'Europa in quanto tale, considerata dagli
stessi liberali-nazionali un'entità etnica e storica comune entro la quale le
nazioni dovevano liberamente affermarsi e svilupparsi.
Una concezione aggressiva della nazione, comunque, si afferma nei decenni
seguenti anche negli altri paesi, assumendo tratti distintivi a seconda delle
particolari tradizioni e situazioni storico-politiche.
Elemento dottrinario di primaria importanza di tale nuova concezione è quello
etnico o razzistico. La dottrina razzistica delle nazionalità, che in questo
periodo solleva molte critiche in Francia, sebbene vi si manifesti in seguito
sotto altra forma, trova facile rispondenza in Germania e anche, verso la fine
del secolo, nei paesi anglosassoni, Inghilterra e Stati Uniti. Essa trova un
complemento e un appoggio nella applicazione alla specie umana — ai popoli come
agli individui —, della teoria della selezione biologica. Questa viene applicata
indiscriminatamente da volgarizzatori dell'opera del Darwin senza tener conto
degli elementi di cultura e di civiltà che avevano trattenuto lo scienziato dal
procedere egli stesso per questo cammino.
I rapporti fra i popoli (come quelli fra gli individui) vengono concepiti come
una spietata «lotta per l'esistenza», che deve necessariamente terminare con
l'eliminazione (o l'asservimento) del più debole e con la sopravvivenza del più
capace.
Favorita dal progresso della democrazia e dell'educazione popolare, che estende
a un'opinione pubblica scarsamente preparata ed eminentemente emotiva
l'interesse per la politica internazionale, questa dottrina contribuisce a porre
i rapporti fra i popoli su una base di diffidenza, di antagonismo e di reciproca
gelosia; essa contribuisce a creare una nuova etica nazionale dominata da un
sacro egoismo che deve prevalere sulla giustizia astratta e obiettiva, ed è più
spietata, perché accettata con convinzione da intere popolazioni, dell'antica
Ragion di stato; infine, essa conferisce un'importanza sproporzionata a
considerazioni di prestigio e onore nazionale.
Sotto l'influenza di questi elementi, fra il 1870 e il principio del secolo
XX si diffonde e si impone in tutti i paesi europei quel movimento politico —
sviluppo e involuzione del movimento delle nazionalità della prima metà del
secolo — che si usa chiamare nazionalismo.
Il nazionalismo tedesco viene a identificarsi col movimento propugnante
l'annessione di popolazioni affini fuori dei confini della Germania, ossia con
il pangermanesimo. Analogamente, il nazionalismo russo viene ad identificarsi
con il panslavismo. Nel primo l'elemento razzistico è più forte che nel secondo,
mentre nel panslavismo c'è un forte elemento religioso (la comunità della
religione ortodossa o greco-scismatica con gli stati balcanici) che nel
pangermanesimo non esiste.
Il nazionalismo inglese si identifica più di qualsiasi altro movimento
nazionalistico con l'imperialismo «messianico», ossia con la nozione di una
nazione britannica particolarmente destinata a esercitare il suo dominio sui
popoli coloniali e a guidarne il progresso verso la civiltà.
Il nazionalismo fuori d'Europa ebbe una caratteristica particolare: pur facendo proprio il «sacro egoismo» e l'intransigenza propria dei nazionalismi europei più maturi, si accompagnò a quelle forme di costituzionalismo liberale che nell'Europa occidentale si erano imposte nella prima metà del secolo, e che ora i movimenti nazionalistici, con minore o maggiore intransigenza consideravano superate, perché inadeguate a esprimere e a potenziare l'unità nazionale. Tipico, in tal senso, è il caso del movimento nazionale turco. Il movimento liberale dei Giovani Turchi era riuscito nel 1876 a introdurre una costituzione e altre riforme ispirate alle istituzioni occidentali, che vennero soppresse l'anno seguente. Quando, però, nel 1908 i Giovani Turchi riuscirono a reintrodurre stabilmente il loro programma costituzionale-liberale, la loro dottrina nazionale, pur accompagnandosi a una dottrina liberale appartenente al secolo XIX, aveva ormai assunto la medesima aggressiva intransigenza, la stessa tendenza a valutare e ad auspicare lo «stato forte», dei nazionalismi europei contemporanei.
I decenni che precedono la prima guerra mondiale possono quindi considerarsi
un'epoca di fervidi, talora esasperati sentimenti nazionalistici, che portano a
considerare i popoli stranieri come dei concorrenti da superare o addirittura
dei rivali da vincere.
Per altro non bisogna dimenticare che, probabilmente come reazione al
diffondersi di questi sentimenti e come tentativo di porre riparo a una corsa
agli armamenti che minaccia di impoverire i popoli e infine di precipitarli in
un micidiale conflitto, si sviluppa e si afferma in diversi paesi (sopra tutto
negli Stati Uniti e in Inghilterra, ma anche in Francia) un movimento
internazionalista che, oltre a riaffermare i sempre validi concetti umanitari,
insiste anche su argomenti sociologici, economici e finanziari, e cerca di
risolvere soprattutto il problema della limitazione degli armamenti, come prima
tappa verso un disarmo generale, e quello del ricorso all'arbitrato per la
soluzione dei contrasti internazionali.
Scopo ultimo è quello di costituire un «Congresso permanente delle nazioni» di
ambito mondiale o almeno europeo, l'idea cioè che sarà poi applicata dopo la
prima guerra mondiale con la costituzione della Società delle Nazioni, e dopo la
seconda con la costituzione dell'Organizzazione delle Nazioni Unite.
L'imperialismo
Con il termine imperialismo s'intende, in senso specifico, il movimento
espansionistico degli stati europei (ma anche degli Stati Uniti e del Giappone)
verso i paesi extraeuropei, che ebbe luogo tra la seconda metà dell'Ottocento e
i primi del Novecento.
L'imperialismo è inteso spesso come sinonimo di colonialismo. D'altra parte il
movimento imperialistico si appoggia a dottrine ed è animato da impulsi e da
sentimenti che si ritrovano nel nazionalismo, al punto che sotto questo aspetto
dottrinario-sentimentale si può considerare l'imperialismo uno sviluppo e una
proiezione del nazionalismo fuori dell'ambito nazionale.
Sono da considerarsi movimenti imperialistici il pangermanesimo e il
panslavismo, come manifestazioni tipiche dei nazionalismi tedesco e russo,
mentre in Inghilterra, paese tipico dell'espansione extraeuropea e coloniale, il
nazionalismo tende naturalmente ad esprimersi come imperialismo.
Il movimento imperialistico si configurò secondo due principali aspetti, spesso
strettamente congiunti, quello sentimentale-nazionalistico e quello economico.
Le iniziative economiche dei governi e dei privati e sopra tutto le iniziative
militari e annessionistiche dei governi, ricevettero impulso dall'atteggiamento
entusiastico dell'opinione pubblica, spesso eccitata dalla stampa popolare e
sensazionale che allora cominciava a diffondersi e speculava liberamente sui
sentimenti delle masse.
Quanto all'aspetto sentimentale-nazionalistico dell'imperialismo, esso assunse
caratteri diversi a seconda dei paesi. In Inghilterra si ebbe l'elaborazione di
una dottrina religioso-umanitaria (non disgiunta, tuttavia, da contraddittori
impulsi eroici ed esaltazioni della violenza) che imponeva agli Inglesi, quale
grande popolo coloniale, il compito di avviare i popoli arretrati verso la
civiltà, assumendo quello che, con parole divenute classiche, il poeta
dell'imperialismo britannico, Rudyard Kipling, definì «il fardello dell'uomo
bianco». In Francia l'espansione imperialistica, oggetto di appassionate
polemiche parve ad alcuni, guidati dallo statista Jules Ferry, un opportuno
sfogo per la nazione ferita dalla vittoria tedesca del 1870, impossibilitata a
riversare le sue cospicue risorse e le sue ancora notevoli energie nazionali su
un'Europa tenuta ferma dalla potenza germanica, e ansiosa, d'altra parte, di
conservare con una grande espansione extraeuropea il rango di grande potenza. In
Italia, l'esponente più rappresentativo dell'imperialismo, Francesco Crispi,
vide in esso un mezzo per animare e rinvigorire il sentimento nazionale.
Quanto all'aspetto economico, la grande industria moderna si trovò nella
necessità di trovare nuovi sbocchi, nuovi mercati per la sua crescente
produzione. Dopo che i grandi stati europei, ad eccezione dell'Inghilterra,
adottarono nel penultimo decennio del secolo XIX un regime doganale
protezionistico, divenne difficile penetrare nei mercati europei, e si impose
quindi la necessità di trovare nuovi mercati fuori d'Europa. D'altra parte
l'espansione della produzione aveva procurato e procurava ai paesi industriali
ingenti capitali, che non potevano più trovare impiego vantaggioso entro i
confini nazionali e anche entro l'ambito europeo. Banche e privati cercarono
quindi investimenti in paesi «nuovi», che abbisognavano di capitali per
costruire ferrovie, per sfruttare le loro risorse agricole e minerarie ecc. Tali
investimenti erano a volte rischiosi, ma nella maggior parte dei casi davano
grandi profitti, specie quando i governi delle grandi potenze intervenivano a
proteggerli con le loro forze armate.
L'ESPANSIONE EXTRAEUROPEA
DELLE POTENZE EUROPEE
LO SVILUPPO DEI PAESI EXTRAEUROPEI
(1870-1914)
L'Impero e il Commonwealth britannico
L'Impero britannico, il più ampio e il più popolato impero coloniale
all'inizio dell'epoca dell'imperialismo, si ampliò e consolidò in Asia e sopra
tutto in Africa.
D'altra parte durante quest'epoca si sviluppò e si perfezionò la struttura
federalistica del Commonwealth, ossia dell'organismo formato dalla madrepatria e
dai Dominions autonomi.
L'espansione britannica in Asia si volge prevalentemente verso
territori confinanti con l'India, la Birmania e l'Afghanistan.
Dopo aver assunto direttamente (1858) l'amministrazione dell'immenso territorio
indiano (che una ventina d'anni dopo fu proclamata «Impero dell'India») il
governo britannico si preoccupò di garantirne la sicurezza contro le rivali
dell'Inghilterra nell'espansionismo asiatico, Francia e Russia.
Nel 1885-87 l'Inghilterra, che già da qualche decennio controllava la foce dell'Iravaddi,
estese il suo dominio a tutta la Birmania.
Già precedentemente, la ripresa dell'espansionismo russo nell'Asia centrale
aveva indotto il governo di Londra a rafforzare l'influenza britannica
nell'Afghanistan, che da quasi mezzo secolo fungeva da «stato cuscinetto» fra il
Turchestan russo e la frontiera di nord-ovest dell'India. Nel 1879 l'Inghilterra
aveva imposto all'Afganistan un semiprotettorato, ma soltanto dopo una terza
guerra afgana e l'insediamento di un nuovo emiro essa era riuscita ad avere
partita vinta (1883).
Tuttavia, le iniziative russe ai poco definiti confini settentrionali
dell'Afghanistan minacciarono di procurare una guerra anglo-russa, che venne
evitata grazie all'accordo del 10 dicembre 1885 in cui si definivano i confini
russo-afgani su una base di compromesso.
Il continente in cui l'Impero britannico compì la sua maggiore espansione
durante l'epoca dell'imperialismo fu l'Africa.
L'espansione si svolse nel settore settentrionale (Egitto, Sudan), nel settore
centrale (Somalia britannica, Uganda, Kenya, Nyassaland e Nigeria, che vennero
ad aggiungersi alle preesistenti colonie della Sierra Leone e della Costa
d'Oro), nel settore meridionale (Rhodesia e territori vecchi e nuovi costituiti
nel 1910 in Unione sudafricana).
Il complesso dei territori africani dipendenti in una forma o nell'altra
dall'Inghilterra tendeva a costituire una fascia ininterrotta di territori dal
Cairo al Capo; la realizzazione di questa espansione ininterrotta da nord a sud
non poté però essere realizzata perché le iniziative coloniali del re belga
Leopoldo II e della Germania avevano nel frattempo portato alla costituzione
rispettivamente dello Stato libero del Congo e dell'Africa orientale tedesca,
dividendo così i territori britannici dell'Africa centrale da quelli dell'Africa
meridionale.
I settori in cui l'espansione britannica sollevò maggiore opposizione sia locale
che internazionale, furono quello settentrionale e quello meridionale.
L'occupazione inglese dell'Egitto, iniziata sotto il secondo ministero di
William Gladstone nel 1882, fu il risultato non di una premeditata politica
espansionistica, ma di una serie di situazioni per cui il governo britannico si
trovò costretto prima ad attuare l'occupazione e poi a mantenerla, non senza
peraltro soddisfare considerevoli esigenze strategiche.
Nel 1875 il Disraeli, allora primo ministro, aveva acquistato in nome del
governo britannico le azioni della Compagnia del canale di Suez, di proprietà
del Khedivé d'Egitto. L'operazione, che poi si rivelò anche un affare
finanziario assai vantaggioso, aveva per l'imperialista Disraeli soprattutto
l'intento politico di affermare la posizione dell'Inghilterra accanto a quella
della Francia nell'amministrazione del Canale, vitale via di comunicazione per
l'India.
D'altro lato, la critica situazione finanziaria che aveva indotto il Khedivé
alla vendita delle azioni non migliorò, dato il disordine amministrativo dello
stato egiziano e le abitudini dispendiose del principe, e il governo egiziano si
indebitò in modo sempre più oneroso con banche francesi e inglesi. Queste
ultime, quindi, sostenute dai creditori privati che avevano sottoscritto i vari
prestiti egiziani lanciati sui mercati finanziari di Parigi e di Londra,
preoccupate dalla situazione, fecero pressione sui rispettivi governi finché ne
ottennero l'intervento. Venne allora imposta all'Egitto un'amministrazione
controllata anglo-francese.
La severità di tale amministrazione, preoccupata innanzitutto di pagare i
dividenti dei creditori europei, suscitò nel paese una forte reazione xenofoba e
nazionalistica sopra tutto fra gli ufficiali dell'esercito, i cui stipendi erano
stati drasticamente ridotti. Nel 1882, sotto la guida del colonnello Arabi
Pascià il malcontento si trasformò in agitazione rivoluzionaria che portò a
violenze contro la popolazione europea di Alessandria (luglio). Dopo molte
esitazioni il Gladstone si decise a intervenire a ristabilire l'ordine, mentre
il governo francese si asteneva dal partecipare all'iniziativa e l'Italia,
espressamente invitata dal governo britannico, declinava l'offerta.
L'Inghilterra agì da sola e un piccolo corpo di spedizione procedette
rapidamente all'occupazione, dopo aver annientato senza difficoltà a Tel el
Kebir (13 settembre 1882) le forze egiziane.
L'occupazione, intesa all'inizio come temporanea, venne protratta anno per anno,
mentre gli Inglesi, che non agivano direttamente, ma attraverso una serie di
consiglieri e di esperti nei vari settori dell'amministrazione egiziana facenti
capo a un console generale, lord Cromer, assunsero sempre più il controllo del
paese.
Nel Sudan un fanatico capo religioso musulmano, il Mahdi, minacciava
le guarnigioni egiziane. L'Inghilterra inviò a Khartum il generale Gordon, che,
assalito dalle forze del Mahdi, venne sopraffatto e ucciso; ne seguì
l'occupazione del territorio sudanese mediante una spedizione, compiuta molti
anni dopo (1896-98) sotto il comando del generale Kitchener, che fu una delle
imprese meglio condotte e meglio riuscite dell'imperialismo britannico in
Africa.
L'impresa divenne famosa anche perché in tale occasione gli Inglesi incontrarono
a Fascioda, sull'alto Nilo, nel 1898, un piccolo contingente francese
proveniente dall'Africa centrale: in tale incontro culminò l'urto degli
imperialismi inglese e francese in Africa.
L'Inghilterra continuò a mantenere la sua posizione di controllo in Egitto
senza assumere il protettorato del paese fino all'inizio della prima guerra
mondiale, quando tale misura venne ritenuta opportuna per porre fine a una
situazione giuridicamente anormale (l'Egitto come territorio nominalmente
dipendente dall'Impero turco avrebbe dovuto essere, con esso, alleato alla
Germania).
Durante tale periodo la condizione di vita della maggioranza della popolazione,
costituita dai poverissimi fellah della valle del Nilo, migliorò, mentre
nelle classi superiori, private dei poteri politici che erano sempre stati una
loro esclusiva prerogativa, si sviluppava un forte movimento nazionalista,
mirante a riottenere l'indipendenza del paese.
L'espansione britannica nell'Africa meridionale culminò invece in una guerra
di notevole entità e asprezza.
Nel 1877 una delle due comunità statali boere di cui
l'Inghilterra aveva riconosciuto l'indipendenza, il Transvaal, si trovò
impegnata in una guerra di sterminio contro una delle più bellicose tribù
africane, gli Zulù. Il governo britannico, per assumere il controllo della
situazione nella zona, proclamò l'annessione del Transvaal e assunse
direttamente la condotta delle operazioni contro gli Zulù. Quando queste ebbero
termine con la sottomissione della tribù, i Boeri del Transvaal si ribellarono,
e dopo aver sconfitto un contingente britannico, riottennero l'indipendenza
(1881 e 1884), limitata soltanto per quanto riguardava le relazioni
internazionali. La tradizione di antagonismo fra Inglesi e Boeri, complicata
come abbiamo detto dalla diversa politica propugnata dagli uni e dagli altri
verso gli indigeni, fu accentuata dalla scoperta, in tutta l'Africa meridionale
e soprattutto entro i confini del Transvaal, di ingenti giacimenti d'oro e di
diamanti. La scoperta fece affluire nel Transvaal, specialmente nella regione
intorno alla nuova città di Johannesburg, fondata nel 1884, un cospicuo numero
di stranieri, in buona parte inglesi. Questi Uitlanders, come venivano
chiamati, erano visti di mal occhio dai Boeri, anche perché fra essi c'erano
diversi avventurieri. Il Transvaal, allora, sotto il governo di Ohm Kruger,
stabilì una tassazione sulle attività minerarie, senza per altro conferire alcun
diritto politico agli Uitlanders; contemporaneamente esso iniziò insieme
con lo Stato libero d'Orango un intenso addestramento e armamento militare. Dal
canto loro gli Inglesi della Colonia del Capo procedettero, nonostante la
presenza, anche qui, di una cospicua popolazione boera, per altro di spirito più
moderato e conciliante, alla colonizzazione del vasto territorio situato a ovest
e a nord degli stati boeri, che vennero così ad essere circondati quasi da tutti
i lati da territori britannici; la colonizzazione venne compiuta sotto la
direzione di uno dei più famosi imperialisti inglesi, Cecil Rhodes, fortunato
finanziere arricchitosi con le miniere di diamanti e per diversi anni primo
ministro della Colonia del Capo; in suo onore la parte settentrionale di questo
nuovo territorio venne chiamato Rhodesia, mentre la parte meridionale costituì
il Bechuanaland (1884). Queste varie circostanze alimentarono nell'ultimo
decennio del secolo una situazione di continua, estrema tensione, aggravata, nel
1895 da un episodio clamoroso. Il dott. Jameson, un luogotenente del Rhodes,
compì un maldestro e assurdo tentativo di invadere con alcune cen- tinaia di
uomini il Transvaal per rovesciare il governo boero con l'aiuto degli Uitlanders. Tre anni dopo la situazione precipitò.
La guerra anglo-boera (1898-1901) fu una delle guerre coloniali più difficili
intraprese dal governo britannico. Dopo ben tre anni il corpo di spedizione
inglese pose termine alla resistenza boera; i due stati del Transvaal e
dell'Orange vennero annessi, ma ricevettero poco dopo istituzioni
rappresentative autonome. Infine nel 1910 i quattro territori del Capo, del
Natal, del Transvaal e dell'Orange vennero costituiti in Unione sudafricana con
status di Dominion.
Impero coloniale britannico
Alla vigilia della prima guerra mondiale il Commonwealth costituisce
la parte dell'Impero britannico rappresentata dalle ex colonie di popolazione in
buona percentuale di origine europea, che hanno ottenuto un regime
rappresentativo altrettanto progredito quanto quello della Gran Bretagna, ossia
lo status di Dominion, e che sono unite alla madrepatria soltanto dalla
comune soggezione alla Corona, rappresentata in ciascun Dominion da un
governatore.
La prima colonia a ricevere tale status di Dominion era stato il Canadà,
fin dal 1867; nel 1900, con l'introduzione di una costituzione federale in parte
ispirata a quella degli Stati Uniti, fu la volta dell'Australia; nel 1907 quella
della Nuova Zelanda; nel 1910 quella dell'Unione sudafricana.
L'Impero coloniale francese
La Francia costituì nell'epoca dell'imperialismo il secondo impero coloniale
del mondo (se non si considera coloniale la parte asiatica dell'Impero russo)
per estensione e per popolazione.
A differenza dell'Impero britannico, l'Impero coloniale francese è formato quasi
esclusivamente (l'eccezione è costituita dall'Algeria dove si è stabilita una
numerosa popolazione europea, ossia francese) da colonie abitate da indigeni con
un'esigua minoranza di funzionari, di soldati e di commercianti francesi, e da
stati «indigeni» soggetti a un protettorato più o meno rigido.
I sistemi di governo applicati dai Francesi nel loro impero coloniale furono
ispirati assai meno di quelli britannici dalla preoccupazione di preparare
gradatamente i vari territori al regime rappresentativo e all'autogoverno.
Un'amministrazione coloniale energica ed efficiente procurò comunque alla
Francia, in questo periodo, vantaggi economici ingenti e cospicui effettivi di
truppe coloniali.
Ampliando e potenziando il proprio impero coloniale, la Francia intese
riaffermare la posizione di grande potenza che la vittoria della Germania nel
1870 e la conseguente preminenza europea dell'Impero tedesco avrebbero potuto
compromettere.
Anche l'espansione francese si volse verso l'Asia e sopra tutto verso l'Africa.
In Asia la Francia, proseguendo una penetrazione già iniziata all'epoca del Secondo Impero, riesce a ottenere una posizione preminente in Indocina.
L'espansione francese in Africa si volge sopra tutto verso le regioni
settentrionali e verso le regioni centro-occidentali del continente. La Francia,
tuttavia, stabilisce pure il suo protettorato sul Madagascar (1885) e si insedia
nella Somalia francese (1862-84).
La sua espansione territoriale più cospicua è quella che porta alla costituzione
dell'Africa occidentale francese, confinante a nord con l'Algeria e con il
Marocco, a est con il Sudan anglo-egiziano, a sud con la Nigeria e la Costa
d'Oro britanniche e le colonie tedesche del Togo e del Camerum, a ovest con i
vari insediamenti costieri portoghesi e spagnoli, in parte affacciandosi
direttamente all'Atlantico.
Più a sud, essa costituì la ricca colonia equatoriale del Congo francese.
L'espansione nell'Africa centrale portò la Francia a urtarsi con l'Inghilterra.
Le due potenze, che già nel 1890 avevano stabilito un accordo africano
riconoscente le rispettive posizioni nel Madagascar, nel Sahara (Africa
occidentale francese) e nella Nigeria, ne stabilirono un altro dopo la crisi di
Fascioda, riconoscendo la posizione britannica nel Sudan (1899).
L'espansione francese nell'Africa settentrionale nell'epoca dell'imperialismo
portò anzitutto all'occupazione della Tunisia. Il 12 maggio 1881 il comandante
del corpo di spedizione francese imponeva al Bey di Tunisi il trattato del
Bardo, che stabiliva il controllo della Francia sulla politica estera del paese.
Due anni dopo il trattato della Marsa estese tale controllo alla politica
interna e alle finanze.
Penetrazione francese in Africa
Ripercussioni internazionali più generali e più gravi del raffreddamento dei
rapporti franco-italiani seguito all'occupazione francese della Tunisia e durato
parecchi anni, ebbe inoltre, circa vent'anni dopo, la penetrazione francese nel
Marocco.
All'inizio del secolo, infatti, in quella fase dell'epoca dell'imperialismo in
cui le potenze non mirano più alla conquista militare e all'imposizione della
loro sovranità, ma a costituire zone d'influenza, utili sia dal punto di vista
economico sia dal punto di vista strategico, conservando gli stati indigeni, il
governo francese offrì al sultano del Marocco, la cui autorità era continuamente
contestata dalle tribù dell'interno, i mezzi finanziari di cui aveva bisogno per
riorganizzare lo stato e istruttori militari per addestrare l'esercito, in
cambio di vantaggi economici (sfruttamento della zona mineraria del Rif,
costruzione di ferrovie, allestimento di porti ecc.) e dei vantaggi strategici
che poteva offrire a una grande potenza il controllo di un paese che si
affacciava in parte al Mediterraneo e in parte all'Atlantico.
All'opposizione inglese alla sua penetrazione nel Marocco la Francia pose riparo
con l'accordo dell'8 aprile 1904 in cui le due potenze riconoscevano le
rispettive posizioni nel Marocco e in Egitto (quest'accordo costituì la base
dell'Entente cordiale, ossia dell'intesa con cui Francia e Inghilterra
affrontarono insieme la Germania nella prima guerra mondiale). All'opposizione
della Spagna, la Francia pose riparo cedendole, con un accordo dell'ottobre
1904, una piccola parte del Marocco di fronte a Gibilterra. L'opposizione
tedesca, invece, provocò a due riprese, nel 1905-6 e nel 1911, crisi
internazionali di rilievo. Dalla conferenza internazionale di Algesiras
(gennaio-aprile 1906) la Francia ottenne comunque dalle grandi potenze europee e
dagli Stati Uniti il riconoscimento della sua posizione di preminenza economica
nel Marocco, del quale venne tuttavia affermata l'indipendenza politica. Nel
1911, dopo la seconda crisi marocchina, tale riconoscimento venne esplicitamente
confermato alla Francia anche dalla Germania, in cambio della cessione di una
parte del Congo francese.
Gli altri imperi coloniali
L'espansione della Russia si verificò unicamente in Asia.
Essa aveva stabilito il suo controllo sull'Asia settentrionale (Siberia) fin
dalla prima metà del secolo XVII. Nei decenni che precedettero l'epoca
dell'imperialismo l'espansionismo russo si rivolse sopra tutto verso l'Asia
centrale (Kirghisistan, Turchestan) e verso l'Asia orientale, con l'occupazione
della provincia cinese dell'Amur, lo stabilimento di una base navale a
Vladivostock (1860) e la presa di possesso dell'isola di Sakhalin, ceduta dal
Giappone (1875). All'inizio dell'epoca dell'imperialismo l'Impero russo
costituiva così, con la sua immensa estensione asiatica, la più vasta superficie
continua che fosse mai stata soggetta ad uno stesso potere politico. Esso era e
rimase anche in seguito, tuttavia, scarsamente popolato, mentre le sue risorse
naturali (salvo per gli stanziamenti di contadini russi nella Siberia
occidentale) erano inadeguatamente sfruttate. La sola iniziativa veramente
importante nel campo economico (che però aveva pure un chiaro significato
strategico) fu la costruzione della Ferrovia transiberiana (1891-1905), che
congiungeva la Russia europea con Vladivostock.
Durante l'epoca dell'imperialismo la Russia cercò di estendere ancora i suoi
possedimenti asiatici, ma le sue iniziative vennero ormai a urtare contro la
resistenza di potenze imperialistiche rivali, la Gran Bretagna nell'Asia
centrale e il Giappone nell'Asia orientale.
Nel 1878, al congresso di Berlino, le venne riconosciuto, alla frontiera del
Caucaso, il possesso delle città turche di Kars e di Batum; poi, tuttavia, la
frontiera rimase ferma, né la Russia ebbe più la possibilità di ottenere altre
cessioni di territori dal decadente Impero ottomano.
Subito dopo, truppe zariste procedettero all'occupazione di territori
relativamente ristretti alla frontiera persiana e afgana, provocando una grave
crisi dei rapporti anglo-russi, terminata con la convenzione del 1885 in cui
Inghilterra e Russia definivano i confini settentrionali dell'Afganistan.
Nell'ultimo decennio del secolo XIX l'espansione russa si volse decisamente
verso l'Asia orientale. Dopo la guerra cino-giapponese del 1895 la Russia
interviene con la Francia e con la Germania a modificare forzosamente le
condizioni di pace imposte dal Giappone vincitore, approfittandone per imporre
all'Impero cinese, insieme con le altre potenze europee, l'assegnazione di zone
d'influenza e di basi marittime sul suo territorio. Occupa così Porth Arthur,
che diviene un'importante base navale, estende la sua influenza alla penisola di
Liaotung e poco dopo a tutta la Manciuria, dove si assume la costruzione di una
rete ferroviaria da collegare con la Transiberiana. In occasione di una
successiva spedizione internazionale in Cina (1900), ha modo di esercitare
un'ulteriore pressione sul governo di Pechino occupando militarmente la
Manciuria e dando iniziao alla penetrazione economica in Corea. A questo punto,
però, l'espansione russa nell'Asia orientale viene arrestata dal Giappone,
deciso a ricorrere alla guerra per eliminare ogni ostacolo alla sua penetrazione
in Corea e nella Manciuria meridionale. La vittoria del Giappone nella guerra
russo-giapponese (1904-5) toglie alla Russia Port Arthur, il controllo della
Ferrovia mancese meridionale, e la parte meridionale dell'isola di Sakhalin. Le
iniziative zariste nell'Asia orientale rimangono pertanto paralizzate, mentre a
titolo di inadeguato compenso verrà concessa alla Russia l'estensione
dell'influenza economica sulla Mongolia esterna in seguito alla rivoluzione
cinese del 1912.
Le zone della contesa russo-giapponese
Germania, Belgio e Italia. Francesco Crispi e la Colonia Eritrea
Quasi esclusivamente in Africa si svolse, invece, l'espansione coloniale
della Germania.
Priva di tradizioni coloniali, impegnata nei primi anni dell'Impero ad affermare
la sua preminenza continentale europea, mentre il suo onnipotente cancelliere,
il principe di Bismarck, nutriva scarso interesse per le iniziative coloniali,
la Germania fu l'ultima delle grandi potenze a procurarsi possedimenti
extraeuropei.
L'interesse per le iniziative coloniali era limitato, in Germania, agli ambienti
commerciali e bancari, che però avevano modo di far sentire la loro voce,
attraverso contatti personali, al Cancelliere. Il Bismarck, quindi, fu indotto
così a interessarsi (naturalmente anche per mantenere la sua posizione di
controllo nella politica internazionale) dell'espansione europea in Africa, e ad
assentire a una penetrazione tedesca in regioni ancora relativamente libere del
continente. Così mentre nella Conferenza internazionale di Berlino del 1884-5 il
Cancelliere otteneva che venisse definita la procedura che ogni potenza doveva
seguire per stabilire i suoi diritti su un territorio coloniale, intraprendenti
esploratori e agenti tedeschi, quali il Peters e il Lüderitz
si avventuravano in diverse zone dell'Africa. Nel giro di pochi anni la Germania
si trovò a possedere un impero coloniale esteso cinque volte la superficie della
madrepatria e comprendente ricchi territori tropicali, quali il Togo e il
Camerun, e altri adatti alla colonizzazione bianca, quale l'Africa orientale
tedesca (Tanganyka), sull'Oceano Indiano, e l'Africa occidentale tedesca,
sull'Atlantico, confinante con la Colonia del Capo.
Nel 1890 la Germania sanzionava con un accordo con la Gran Bretagna l'estensione
dei suoi possedimenti africani. Il governo di Berlino riconosceva il
protettorato britannico sull'Uganda (che consentiva all'Inghilterra di
congiungere l'Africa orientale britannica [Kenya] con il Sudan anglo-egiziano) e
su Zanzibar e Pemba nell'Oceano Indiano, di fronte all'Africa orientale tedesca
(Tanganyka); in cambio la Gran Bretagna riconosceva il possesso tedesco del
Camerun fino al lago Ciad e dell'Africa sud-occidentale fino allo Zambesi, e
cedeva alla Germania l'isola di Helgoland, di fronte alle coste tedesche del
Mare del Nord.
Completata la sua espansione africana nell'epoca bismarckiana, rimanevano alla
Germania di Guglielmo II pochi punti del mondo in cui essa potesse insediarsi,
sia per costituire delle basi d'appoggio per il suo sempre più esteso commercio,
sia per sviluppare quella politica di potenza cui essa dedicava buona parte
delle sue energie.
Quando le potenze europee nel 1897 procedettero alla suddivisione di zone
d'influenza in territorio cinese, la Germania ottenne il porto di Kiao-Ciao,
nella penisola dello Shantung. Nel Pacifico essa occupò le isole Bismarck,
Marianne e Caroline, parte della Nuova Guinea e parte delle Samoa.
In Asia Minore essa riportò il maggiore successo della sua politica
imperialistica del periodo immediatamente precedente la prima guerra mondiale,
legando strettamente a sé l'Impero turco, sia dal punto di vista
politico-militare (con l'inviare una grossa missione militare a riorganizzarne
l'esercito) sia dal punto di vista economico (anche qui l'intento strategico era
di primaria importanza), assumendosi il finanziamento e la costruzione della
ferrovia di Bagdad, la più importante linea ferroviaria del Medio Oriente.
Un'altra importante e tipica impresa coloniale dell'epoca dell'imperialismo
fu quella diretta, a titolo privato e non in quanto sovrano, dal re Leopoldo II
del Belgio, che portò alla costituzione dello Stato libero del Congo
(1885).
L'intraprendente sovrano aveva fondato, anni prima, una «Associazione
internazionale per l'esplorazione e la colonizzazione dell'Africa», basata su
comitati, formati da personalità del mondo politico e finanziario di vari paesi.
Il comitato belga, diretto personalmente da Leopoldo, si era valso dell'aiuto
dello Stanley, che aveva proseguito e ampliato, per incarico del re, le
esplorazioni nell'Africa centrale compiuta dal suo grande predecessore, il
Livingstone. Sulla base dei dati forniti di queste esplorazioni, venne compiuta
la presa di possesso di quella parte dell'Africa centrale che fu
internazionalmente riconosciuta (sebbene con diverse limitazioni) come Stato
libero del Congo, di cui Leopoldo II divenne sovrano a titolo personale. Lo
sfruttamento delle risorse naturali e delle popolazioni indigene del Congo
procurò ingenti guadagni a Leopoldo e ai capitalisti suoi soci. I metodi ivi
seguiti furono particolarmente spregiudicati e crudeli e suscitarono le proteste
dell'opinione pubblica occidentale, soprattutto in Inghilterra e nello stesso
Belgio. In seguito a ciò vennero introdotte delle riforme che abolivano gli
aspetti più palesi di sfruttamento degli indigeni e infine, nel 1908, Leopoldo
II fu indotto a cedere il suo dominio personale al popolo belga, dopodiché la
colonia, divenuta Congo belga, fu sottoposta al controllo del Parlamento.
Le altre potenze coloniali dell'età moderna — Olanda, Spagna, Portogallo — riuscirono al più, durante l'epoca dell'imperialismo, a
mantenere i loro antichi possedimenti.
Gli Olandesi continuarono a sfruttare con grande profitto, e senza mutare i
vecchi metodi amministrativi, i possedimenti di Giava, Sumatra, Celebes, parte
del Borneo e della Nuova Guinea.
Il Portogallo, affidandosi alla protezione dell'Inghilterra (in favore della
quale dovette rinunciare però alle sue antiche rivendicazioni su gran parte del
retroterra della sua colonia del Mozambico, ossia a quella che divenne la
Rhodesia) riuscì a mantenere i suoi estesi territori africani (Mozambico,
Angola, Cabinda, Guinea).
La Spagna, che conservava in Africa la colonia del Rio de Oro e altri piccoli
territori costieri e insulari sull'Atlantico, ottenne dall'accordo con la
Francia del 1904 il controllo di una parte del Marocco, sulle cui coste
possedeva da secoli dei punti d'appoggio costieri. Le modeste rimanenze del già
immenso impero coloniale spagnolo subirono però un'ulteriore riduzione con la
perdita, in seguito alla guerra con gli Stati Uniti del 1898 di Cuba e di
Portorico e dell'arcipelago delle Filippine. Fin dall'epoca bismarckiana essa
aveva ceduto alla Germania, nel Pacifico, gli arcipelaghi delle Marianne e delle
Caroline.
L'espansione coloniale italiana
Il movimento imperialistico esercitò una notevole influenza anche in Italia,
sollecitando il paese ad un'espansione in Africa che si volse verso due settori
del continente: orientale (Eritrea, Somalia, Etiopia) e settentrionale,
mediterraneo (Libia).
Come la Germania, l'Italia giunse tardi a partecipare alla gara degli
espansionismi coloniali; diversamente dalla Germania essa da un lato si accinse
all'impresa con mezzi finanziari e militari limitati, dall'altro si trovò di
fronte uno stato indigeno notevolmente organizzato e potente, l'Impero etiopico.
Un altro ostacolo all'espansione italiana in Africa orientale fu rappresentato
dall'attività contraria svolta dagli agenti delle due potenze avversarie della
Triplice Alleanza, Francia e Russia, che si adoperarono per coordinare la
resistenza dell'Etiopia e per fornirla di armi moderne.
Dei due aspetti
fondamentali del movimento imperialistico, quello sentimentale-nazionalistico e
quello economico, il primo fu preminentente nell'espansione
coloniale dell'Italia, anche se l'origine della penetrazione italiana in Africa
orientale è da porsi in un'iniziativa privata di una compagnia di navigazione
genovese, la società Rubattino, che fin dal tempo dell'apertura del Canale di
Suez aveva creato una base carboniera e commerciale nella baia di Assab, sul Mar
Rosso.
Nel periodo culminante della penetrazione italiana in Africa orientale, ossia
nel decennio seguito alla morte del Depretis (1887), la situazione economica del
paese non era tale da incoraggiare il governo a stanziare nuovi fondi per
un'espansione coloniale, né esisteva nel paese una tradizione di iniziative
coloniali private come in Inghilterra, Francia, Olanda; d'altra parte i
territori che si offrivano alla colonizzazione italiana, apparentemente scarsi
di ricchezze naturali, non incoraggiavano l'investimento di capitali privati.
L'impulso sentimentale-nazionalistico fu quindi preminente (il fattore
demografico, se pure veniva nominato, era ancora scarsamente avvertito); ciò
soprattutto nel pensiero e nell'azione del più rappresentativo imperialista
italiano, Francesco Crispi, che tenne la presidenza del consiglio, dopo la morte
del Depretis, fino al gennaio 1891, e poi ancora dalla fine del '93 al '96.
Il Crispi riteneva necessario affermare la forza della nazione italiana, in
un'epoca in cui gli altri paesi europei, a cominciare dalla Germania
bismarckiana, parevano soprattutto impegnati ad accentuare all'interno l'unità
della compagine nazionale e la forza dello stato, e ad ottenere potenza
all'estero costituendo degli imperi coloniali; egli giunse addirittura a
sognare, una volta che ebbe fatta propria l'iniziativa italiana in Africa
orientale, di costituire un vasto impero che dall'Africa orientale stessa
attraverso il Sudan (non ancora occupato dagli Inglesi) si congiungesse con quel
territorio della Libia che dall'epoca dell'occupazione francese della Tunisia
veniva considerato «aperto» all'occupazione italiana.
Tale politica espansionistica in Africa orientale era tuttavia al di sopra delle
forze e delle risorse materiali del paese.
La prima presa di possesso dello stato italiano in Africa data dal 1882,
quando esso acquistò dalla società Rubattino la base di Assab. Tre anni dopo,
incoraggiata dall'Inghilterra, l'Italia aveva occupato Massaua.
Da tali basi partì, negli anni seguenti, il movimento di penetrazione verso
l'interno, che mirava a stabilire l'influenza economica e politica italiana nel
vicino Impero etiopico.
Una prima tappa di tale movimento (dopo l'annientamento di una colonna militare
al comando del generale De Cristoforis, sterminata a Dogali dagli etiopi) si
ebbe con la costituzione della Colonia Eritrea, secondo i confini stabiliti dal
Trattato di Uccialli fra il governo Crispi e il negus (imperatore)
Menelik (1889).
Francesco Crispi era però deciso a proseguire nella conquista. Mentre infatti
veniva costituita la Colonia Eritrea, egli aveva imposto il protettorato
italiano sulle regioni degli Obbia e dei Migiurtini, nucleo della Somalia
italiana (1890); nel 1893 poi, tornato alla presidenza del Consiglio, fece
precipitare l'attrito italo-etiopico, sorto dalla controversa interpretazione
del trattato di Uccialli, in guerra aperta (1894).
Le operazioni militari italiane furono dapprima coronate da successo (vittoria
di Agordat e occupazione di Cassala, nel Sudan, contro i Dervisci; occupazione
della regione del Tigrè nell'Etiopia settentrionale).
A questo punto però (1895) il negus, incoraggiato dalla Francia, che
temeva per il suo possedimento di Gibuti, entrò in campagna con tutte le sue
forze, abbatté le posizioni avanzate italiane dell'Amba Alagi e di Makallè e
inflisse una sanguinosa sconfitta al corpo di spedizione italiano comandato dal
generale Baratieri ad Adua (10 marzo 1896).
La sconfitta, benché non costituisse un disastro irreparabile, costituì il
pretesto adatto per i molti anticolonialisti e i molti avversari del Crispi per
provocarne la caduta.
La pace di Addis Abeba (1896) fra il negus e il nuovo ministero Rudinì,
sanzionò, con l'abbandono del trattato di Uccialli, la rinuncia dell'Italia a
imporre il suo protettorato all'Etiopia.
Le dimissioni del Crispi. Cina e Giappone
Fallita in parte in Africa orientale, dove rimasero per altro all'Italia le
due colonie dell'Eritrea e della Somalia, l'espansione coloniale italiana venne
ripresa, quindici anni dopo, in Libia.
La regione, ancora sotto la sovranità dell'Impero ottomano, era destinata da
tempo, per consenso più o meno esplicito delle potenze europee, a subire
l'influenza economica o addirittura l'occupazione militare dell'Italia.
Diverso era il temperamento dell'allora presidente del Consiglio, Giovanni
Giolitti. Mentre l'impresa in Africa orientale, concepita su basi grandiose, era
stata ostacolata e infine interrotta dopo Adua, non tanto per l'inefficienza
dimostrata dal comando militare italiano in Eritrea, quanto per la mancanza di
mezzi finanziari, l'impresa di Libia venne attuata dopo una prudente
preparazione finanziaria che, almeno per il momento, non incise sul bilancio
dello stato. Con la stessa prudenza venne attuata la preparazione diplomatica,
che assicurò all'Italia il preventivo assenso di tutte le potenze.
Le operazioni militari, iniziate nell'autunno del 1911, sotto il comando del
generale Caneva, si svolsero per terra con l'occupazione di Tripoli, Bengasi,
Derna, Tobruk e la penetrazione nell'interno contro le tribù arabe, per mare con
azioni navali nel Mar Rosso e sopra tutto nel Mediterraneo orientale contro la
Turchia (occupazione del Dodecanneso; azione contro i Dardanelli delle siluranti
dell'ammiraglio Millo: maggio e luglio 1912).
La pace italo-turca di Losanna (15 ottobre 1912) diede all'Italia la Libia e il
diritto di mantenere l'occupazione di Rodi e delle altre isole del Dodecanneso
finché funzionari, soldati o agenti turchi non avessero definitivamente
abbandonato la Libia; in realtà l'evacuazione del Dodecanneso venne protratta sine die, finché l'occupazione italiana venne confermata dopo la prima
guerra mondiale.
Gli Stati Uniti
Alla fine del secolo XIX gli Stati Uniti si trovarono ad avere completato
l'occupazione del loro immenso territorio e ad avere raggiunto una potenza
economica e finanziaria di primo ordine, che li poneva in condizione di
competere vantaggiosamente con le potenze industriali europee.
D'altra parte la preminenza degli interessi industriali e finanziari del
Nord-est, che si era affermata durante la guerra di Secessione e il periodo
della Ricostruzione, accentuando ancora la sua potenza con lo sviluppo dei
grandi trusts e cartels, diventa così gravosa per una parte
cospicua della popolazione americana gli agricoltori dell'Ovest e del Sud che si
manifesta contro di essa, una vigorosa reazione, la quale dà l'avvio alle forze
progressive e riformistiche che si imporranno nel primo decennio del secolo XX,
durante la presidenza del repubblicano Theodore Roosevelt (1901-08), e sopra
tutto nel secondo decennio, durante la presidenza del democratico Woodrow Wilson
(1913-20).
Durante il periodo wilsoniano venne riformato il sistema bancario e monetario;
venne emanata una serie di leggi per impedire la concorrenza sleale negli
affari; vennero rese più efficaci le leggi contro i monopoli risalenti
all'ultimo decennio del secolo XIX e venne stabilito che i sindacati
professionali non dovessero considerarsi monopoli; venne stabilita un'imposta
progressiva sul reddito. Tale legislazione progressiva trovò pure espressione in
alcuni emendamenti della Costituzione degli Stati Uniti: il sedicesimo
emendamento (1913) che dava facoltà al Congresso di votare una imposta sul
reddito; il diciassettesimo (1913), che stabiliva l'elezione popolare dei
senatori; e il diciannovesimo (1920) che estendeva il diritto elettorale alle
donne.
Giunti a completare la loro espansione territoriale entro i limiti
dell'Unione, gli Stati Uniti manifestarono ora l'aspirazione ad andare oltre, a
dare allo spirito d'iniziativa e d'avventura dei pionieri, caratteristico della
storia americana fino alla scomparsa della «frontiera», nuovi campi d'azione al
di là dei confini nazionali. Nello stesso tempo lo sviluppo della produzione
industriale impose agli Stati Uniti, come agli altri paesi industriali, di
cercare dei mercati dove collocare la parte di questa produzione che superava il
fabbisogno interno. Così nell'ultimo decennio del secolo XIX, parallelamente e
senza dubbio sotto l'influenza più o meno consapevole delle correnti
sentimentali-nazionalistiche prevalenti in Europa, sorse e si affermò negli
Stati Uniti un movimento imperialistico analogo a quelli sviluppatisi nel paesi
europei.
La nuova consapevolezza della loro potenza economica e navale portò gli
Americani a ribadire con nuova intransigenza la Dottrina di Monroe; la volontà
di difendere e promuovere gli interessi economici privati venne espressa dal
«corollario» che il presidente Roosevelt aggiunse alla Dottrina nel messaggio al
Congresso del 4 dicembre 1904, cioè che, se uno stato americano (ossia
latino-americano) si fosse mostrato incapace di garantire la sicurezza delle
persone e dei beni dei cittadini statunitensi, gli Stati Uniti sarebbero stati
chiamati ad esercitare «una funzione di polizia internazionale», ossia a
intervenire militarmente. Questo «corollario» poteva considerarsi la sanzione
ufficiale della cosiddetta «diplomazia del dollaro», poi respinta, ma non sempre
con successo, dal presidente Wilson, del sistema, cioè, per cui il governo di
Washington era chiamato in causa per la protezione di capitali privati americani
all'estero, investiti ad un interesse assai elevato proprio in considerazione
del rischio che essi correvano in paesi dalle condizioni politico-sociali
instabili.
Spinti da tali esigenze spirituali e materiali, nell'epoca dell'imperialismo
gli Stati Uniti procedono ad una espansione che si manifesta nelle due forme
classiche della conquista militare e dello stabilimento della propria influenza
economica.
Verso il Pacifico, fin dal 1867, gli Stati Uniti avevano acquistato dalla Russia,
per motivi prevalentemente economici, l'Alaska. Nello stesso periodo essi
avevano stabilito il loro controllo sulle isole Hawai e su parte delle Samoa;
controllo che venne accentuato, anche se non si giunse a una vera e propria
annessione, nell'ultimo decennio del secolo XIX.
Il grande momento dell'espansionismo americano giunse però nel 1898 quando un'ennesima insurrezione di Cuba contro il dominio spagnolo indusse gli Stati Uniti ad
intervenire. In meno di tre mesi la Spagna venne vinta per terra e per mare e
con la pace di Parigi (dicembre 1898), gli Stati Uniti ottennero l'indipendenza
di Cuba (che, già sottoposta a una notevole influenza economica americana,
rimase a lungo, se pure saltuariamente, sotto il protettorato politico del
governo di Washington), la cessione di Porto Rico e, nel Pacifico, di Guam e
delle Filippine.
Particolarmente intensa fu la politica americana nell'America centrale, dove gli interessi economici e le esigenze strategiche
degli Stati Uniti erano più direttamente impegnati.
Il governo di Washington da un lato affermò con intransigenza la Dottrina di
Monroe (nel contrasto fra il Venezuela e la Guiana britannica nel 1895; di
fronte al tentato intervento tedesco nel Venezuela nel 1902), dall'altro riuscì
ad ottenere mano libera nella questione del canale interoceanico regolata dal
1850 dal trattato Clayton-Bulwer, facendosi riconoscere dalla Gran Bretagna, con
il trattato Hay-Pauncefote (1901), il diritto di costruire da solo il canale e di
fortificarlo.
Una volta sistemata la questione con la Gran Bretagna, il
presidente Roosevelt procedette in maniera alquanto sbrigativa ad attuare
l'impresa. Egli favorì un movimento insurrezionale nella regione della Colombia
scelta per la costruzione del canale, movimento che portò alla costituzione
della Repubblica di Panama. Questa naturalmente si affrettò a stabilire un
accordo con gli Stati Uniti (1903) e la costruzione del canale, che sarà portata
a termine nel 1914, poté aver inizio.
Gli Stati Uniti avevano così realizzato un'impresa
che, oltre a tornare di grande vantaggio alle comunicazioni mondiali, consentiva
il rapido spostamento delle proprie forze navali dall'uno all'altro oceano.
La Cina e il Giappone
I due paesi asiatici, sottoposti alla «pressione» dell'imperialismo economico occidentale fin dalla metà del secolo XIX, reagirono ad essa in modo del tutto diverso.
La Cina, dopo la spedizione anglo-francese del
1858-60 e il conseguente trattato di Pechino è ormai irrimediabilmente aperta
alla penetrazione economica occidentale, specialmente dopo che il crollo del
regime rivoluzionario dei Taiping (1864) elimina ogni ostacolo agli scambi
commerciali nella valle dello Yang-Tse.
Da questa seconda apertura della Cina trae vantaggio in primo luogo l'Inghitterra,
che contribuisce per 1'85% al commercio estero cinese, mentre mercanti e
banchieri inglesi hanno investito cospicui capitali nei «porti aperti» in
terreni, edifici, merci.
La Russia, a sua volta, dalle regioni limitrofe della Siberia orientale, sulla
cui costa del Pacifico ha stabilito nel 1860 la base navale di Vladivostock,
esercita una crescente pressione economica sulla Cina settentrionale e in
particolare sulla Manciuria.
La Francia, invece, si preoccupa di estendere e consolidare le sue iniziative
commerciali nella Cina meridionale, specie con le regioni dello Yunnan e del
Kuang-si, aperte al suo commercio dal trattato di Tien-Tsin (1885) e confinanti
con i suoi possedimenti dell'Indocina, mentre gli Stati Uniti diventavano ben
presto i concorrenti più attivi dell'Inghilterra nei «porti aperti».
Nell'ultimo decennio del secolo XIX le condizioni interne dell'Impero cinese
appaiono quanto mai precarie: l'organizzazione amministrativa e finanziaria è
inefficiente e corrotta; la vita economica ristagna anche perché i funzionari
imperiali sono in genere ostili ad adottare le nuove tecniche occidentali della
produzione e dei trasporti; le forze armate sono del tutto inadeguate, sia per
mancanza di spirito militare nella popolazione, che per mancanza di armamenti
moderni.
Ciò induce nel 1894 il Giappone a prendere l'iniziativa occupando la Corea,
regno vassallo dell'Impero cinese.
I Giapponesi sbarcano poi nella Manciuria meridionale, a Formosa e nello
Sciantung e si dispongono a una grande offensiva contro Pechino quando il
governo cinese chiede la pace.
Il trattato di Simonoseki (1895) dà al Giappone la Corea, Formosa, le isole
Pescadores e la penisola del Liao-Tung nella Manciuria meridionale.
Questa facile vittoria giapponese, che ha rivelato un temibile concorrente tanto
più temibile in quanto il suo territorio nazionale si trova assai più vicino
alla Cina delle potenze imperialistiche europee, provoca la gara
nell'accaparramento di zone d'influenza e il conseguente abbandono della
politica della «porta aperta».
Dopo aver imposto al Giappone di abbandonare una parte dei suoi nuovi acquisti
(la penisola del Liao-Tung), la Russia, la Francia e la Germania (che rivela
ora, per interesse personale di Guglielmo II, grandi ambizioni strategiche e
commerciali in Estremo Oriente) approfittano della palese debolezza dell'Impero
cinese per ottenere dal governo di Pechino l'assegnazione di concessioni
ferroviarie, di «territori in affitto» e di zone d'influenza (1897).
La Russia stabilisce la sua zona d'influenza in Manciuria, con il territorio di
Port Arthur; la Germania nello Sciantung, con il porto di Kiao-Ciao; la Francia
nelle provincie meridionali con il porto di Kuang-ceu-Uan. L'Inghilterra, non
riuscendo a opporsi a questa politica,vi si associa, ottenendo la concessione di
imprese ferroviarie nella valle dello Yang-Tse e il territorio in affitto di
Uei-ai-Uei.
Questa «rottura della Cina» (Break-up of China), ossia questa divisione
della Cina in zone d'influenza economica, poteva divenire il preludio della
spartizione politica.
Il governo di Pechino pareva incapace di reagire; peraltro, si andò delineando
negli anni immediatamente seguenti, ad iniziativa di società segrete fra cui la
più importante era quella dei Boxers, un'agitazione xenofoba che culminò
nel 1900 nell'assalto al quartiere delle legazioni di Pechino. Dopo quasi un
mese di assedio i residenti europei, difesi da circa quattrocento soldati di
varie nazionalità, vennero liberati da una spedizione internazionale che in
quindici giorni riprese il controllo della situazione.
La decadenza del regime imperiale cinese continuò fatalmente, finché nel 1911-12
una rivoluzione che vide protagonista Sun-Yat-Sen, poi allontanato dal potere
dal rivale Yuan-Sci-Kai, portò alla formazione di una Repubblica cinese, che
adottò ufficialmente (pur inclinando verso forme autoritarie) un regime
democratico-rappresentativo all'occidentale.
Nei confronti della nuova Repubblica cinese le potenze europee si attennero pur
sempre a criteri di controllo economico-amministrativo tipici dell'età
dell'imperialismo; quando un Consorzio bancario internazionale concesse a
Yuan-Sci-Kai nel 1913 un prestito che avrebbe dovuto servire a iniziare una
riorganizzazione amministrativa ed economica della Cina, impose la presenza di
consiglieri finanziari europei e si appropriò del reddito di diversi tributi a
garanzia del pagamento degli interessi del prestito. D'altra parte, la
formazione del Consorzio mostrò che le potenze avevano sostanzialmente
abbandonato il metodo della divisione in zone d'influenza e si avviavano verso
uno sfruttamento comune del mercato cinese.
Il Giappone, diversamente dalla Cina, diventa in
questo periodo una grande potenza economica e militare moderna.
Dopo la sua «apertura» ad opera degli Americani (1854 e seguenti) e le ulteriori
resistenze, presto rivelatesi inutili, alla penetrazione degli occidentali, un
decisivo mutamento sopravviene nel secolare regime politico-sociale giapponese
con l'avvento al trono del giovane imperatore Mutsuhito (1867-1912). Durante il
suo regno cortigiani e samurai riformatori proclamano i «ritorno al regime
imperiale» e con un colpo di stato (3 gennaio 1868) aboliscono il regime feudale
facente capo allo Sciogun, specie di primo ministro ereditario, ristabilendo
dopo circa tre secoli di eclissi l'autorità imperiale, e iniziando nello stesso
tempo la riorganizzazione amministrativa del paese su basi «moderne», ossia
ispirate all'esempio dei paesi occidentali.
Mutsuhito e i suoi consiglieri vedono in effetti in questa adozione di tecniche
occidentali, sia nel campo amministrativo-istituzionale sia nel campo della
produzione sia nel campo militare, il mezzo per sfuggire alla sorte toccata alla
Cina e per affermare l'indipendenza nazionale del Giappone.
Queste iniziative costituirono i preliminari dell'azione espansionistica,
iniziata dal Giappone nell'ultimo decennio del secolo.
Gli impulsi all'espansione sono anche nel caso del Giappone prevalentemente
sentimentali-nazionalistici ed economici. Il popolo giapponese nutriva un
vivissimo sentimento dell'onore nazionale e della sua superiorità rispetto agli
altri popoli, che gli derivava dalle credenze religiose e dalle tradizioni
dell'antica casta aristocratica, diffusi ora, sistematicamente, per iniziativa
del governo, a tutto il popolo.
In effetti questi sentimenti tradizionali venivano inculcati ai bambini
giapponesi, insieme con la devozione assoluta all'imperatore e al disprezzo per
gli stranieri, ma la politica espansionistica era determinata pure da altri
motivi di natura concreta. I dirigenti giapponesi consideravano in primo luogo
le esigenze strategiche, che rendevano opportuno il controllo di quelle regioni
del continente asiatico da cui avrebbe potuto partire un attacco all'arcipelago
giapponese. Essi tenevano pure conto delle necessità economiche e demografiche
presenti e future: l'occupazione di nuovi territori di terraferma avrebbe
procurato al Giappone il carbone e il minerale di ferro di cui le sue industrie
abbisognavano, e le derrate alimentari per nutrire una popolazione in
rapidissimo aumento.
Quando il governo di Tokio ritenne che le forze militari e navali del paese e la
sua struttura industriale fossero sufficientemente solide per affrontare il
decadente Impero cinese, esso occupò la Corea, in cui anche la Cina aveva
inviato un corpo di spedizione, dando inizio alla guerra cino-giapponese del
1894-95. Vittorioso, il Giappone fu però costretto a rinunciare alla penisola
del Liao-Tung, che cadde sotto il controllo economico e militare della Russia,
cosicché, da quel momento, l'Impero zarista venne considerato dai dirigenti
giapponesi il più diretto e immediato ostacolo ai loro progetti espansionistici.
Ostacolato dalla Russia, il Giappone venne d'altra parte incoraggiato
dall'Inghilterra, che vedeva in esso un efficace alleato contro la Duplice
Alleanza in Estremo Oriente e che giunse a stabilire con esso nel 1902
un'alleanza, in cui gli prometteva pubblicamente di intervenire nel caso in cui
si fosse trovato impegnato in una guerra non solo con la Russia ma anche con
un'altra potenza (ossia la Francia).
L'alleanza anglo-giapponese del 1902 deve considerarsi la preparazione
diplomatica alla guerra con la Russia, che il Giappone iniziò nel 1904 con un
attacco di sorpresa alla flotta russa a Port Arthur.
La guerra, che vide il Giappone vincere per terra (battaglia di Mukden, 1-10
marzo 1905) e per mare (battaglia di Tsuscima, 27 maggio 1905), rivelò al mondo
una nuova grande potenza militare, che era questa volta, una potenza non
«bianca».
La pace di Portsmouth (1905), stabilita attraverso i buoni uffici del presidente
degli Stati Uniti, Theodore Roosevelt, diede al Giappone Port Arthur, la
Ferrovia mancese meridionale, la parte meridionale dell'isola di Sakhalin, e
l'autorizzazione a stabilire il suo protettorato sulla Corea, annessa nel 1910.
Da quell'epoca la penetrazione giapponese in Cina aumenta progressivamente
partendo dalle sue basi della Corea e della Manciuria meridionale.
Il culto delle tradizioni nazionali, l'orgoglio per i recenti successi, il
grande sviluppo industriale compiuto malgrado la scarsità di mezzi finanziari e
di materie prime, la crescente pressione demografica, fanno sempre più del
Giappone un paese ambiziosamente proteso verso una grande espansione
imperialistica.
Germania, Francia e Inghilterra anni 1890-1914
L'EUROPA ALL'INIZIO DEL
XX SECOLO
LA PRIMA GUERRA MONDIALE
Gli stati europei
La Germania sotto Guglielmo II (1888-1918) prosegue nel proprio
formidabile sviluppo economico e demografico. La popolazione tedesca passa nei
vent'anni precedenti la prima guerra mondiale da 51 milioni a quasi 68 milioni.
Alla vigilia della guerra la Germania è la seconda potenza industriale del mondo
(dopo gli Stati Uniti). In vent'anni il valore del suo commercio estero è
triplicato (22 miliardi di marchi nel 1913) e quasi triplicato è il tonnellaggio
della sua marina mercantile.
L'imperatore, che esercitava una funzione preminente nel governo del paese,
imponendosi spesso ai successivi cancellieri (Caprivi, 1890-94; Hohenlohe,
1894-1900; Bülow, 1900-09; Bethmann-Hollweg,
1909-17), pur avendo notevoli doti intellettuali e una indubbia ampiezza di
vedute, subì però la suggestione dei programmi dei pangermanisti.
La Germania sotto Guglielmo II convogliò così le sue grandi risorse economiche e
intellettuali verso fini di espansione e di dominio, dimenticando la prudenza
che aveva contraddistinto la politica del principe di Bismarck dopo la
formazione dell'impero.
I primi responsabili di questa politica furono la casta militare prussiana e
l'alta cultura universitaria, che prepararono i mezzi ed educarono gli spiriti
all'espansione e alla dominazione; tale politica trovò tuttavia piena
rispondenza sopra tutto nella piccola borghesia tedesca, mentre i socialisti,
rappresentanti del cospicuo proletariato industriale, pur deprecandola, ne
subirono in parte l'influenza. L'Impero tedesco prese quindi l'iniziativa di
quella corsa agli armamenti che incise profondamente sul bilancio degli stati
europei negli anni che precedettero la guerra e, preparandone l'atmosfera e i
mezzi, ne fu una delle cause.
L'aspetto più impressionante di questi armamenti tedeschi (essendo già la
Germania la maggiore potenza militare del mondo), fu la costruzione di una
potente flotta da battaglia, che ebbe inizio nel 1898 sotto la direzione del
ministro della Marina, ammiraglio von Tirpitz. Scopo del Tirpitz e di Guglielmo
II, che si interessava personalmente della marina da guerra, era di sottrarre la
Germania alla posizione d'inferiorità rispetto all'Inghilterra.
La marina da guerra tedesca, dunque, subì un grande sviluppo, fino a
raggiungere, nella categoria navi da battaglia, i due terzi di quella inglese.
Siccome poi la Germania poteva concentrare la sua flotta in acque vicine al
proprio territorio più della Gran Bretagna, costretta a mantenere numerose
squadre nelle acque dei dispersi luoghi dell'impero, gli armamenti navali
tedeschi costituirono una delle cause principali della formazione della Triplice
Intesa anglo-franco-russa.
La Francia, oltre a compiere una grande espansione imperialistica,
consolidò durante questo periodo le sue istituzioni repubblicane e democratiche
attraverso le successive crisi del 1877, quella che portò alla prima
affermazione dei repubblicani, del 1886-89, in relazione al fenomeno
del boulangismo, e del 1894-1906, l'«affare» Dreyfus, che portò, con la
riabilitazione del Dreyfus, alla definitiva affermazione delle forze
repubblícane-radicali.
Nel ventennio che precedette la guerra mondiale, oltre a una legislazione
sociale, venne emanata pure una legislazione anticlericale (1901-07) che,
abolendo il concordato con la Santa Sede vigente fin dal 1801, limitò
notevolmente le attività delle organizzazioni cattoliche e intese affermare la
preminenza della scuola di stato sull'insegnamento privato, in gran parte tenuto
da religiosi. Le drastiche misure adottate provocarono, oltre a conflitti
interni fra clericali e anticlericali, un grave contrasto con la Santa Sede,
finché nel 1907 si giunse ad una situazione di separazione fra Chiesa e Stato e
di riconoscimento da parte dello Stato francese della libertà interna della
Chiesa e delle organizzazioni religiose.
Per alcuni anni (1906-10) incombette poi sul paese la minaccia di una crisi
sociale che si trascinò per iniziativa del movimento sindacalista-socialista
rivoluzionario. Le leggi sociali introdotte dopo il 1911, però, contribuirono
all'evoluzione del socialismo francese verso forme moderate e riformistiche e
quindi a far svanire la prospettiva di rivolgimenti sociali.
Il progresso economico francese, meno significativo di quello tedesco, fu
tuttavia tale da assicurare al paese un generale benessere. Le industrie
francesi, protette da tariffe protezionistiche elevate, avevano molto meno delle
industrie tedesche o inglesi la necessità di procurarsi mercati esteri, perché
la loro produzione era in gran parte assorbita dal mercato interno. La media
annuale degli investimenti francesi all'estero d'altra parte aumentò, se pure
non in misura cospicua, da 1.200.000.000 franchi nel periodo 1897-1902 a
1.300.000.000 negli anni dal 1910 al 1913.
La Francia poi non dipendeva dall'estero per i prodotti alimentari, perché la
produzione agricola era in complesso sufficiente a coprire i bisogni di una
popolazione in scarsissimo aumento demografico.
In questo periodo, però, s'indebolì la posizione economica relativa della
Francia rispetto alle grandi potenze industriali «nuove» (Germania, Stati
Uniti), con una produzione industriale, ad esempio, che divenne in trent'anni
dal 9% il 6% della produzione industriale mondiale.
Questo regresso relativo della posizione economica e della situazione
demografica della Francia rispetto alle altre grandi potenze (in particolare
la Germania) accentuò il mutamento recato nella situazione internazionale
europea dalla guerra del 1870.
Sanate le crisi politiche interne, tuttavia, la Francia consolidò le proprie
forze militari e navali, soprattutto negli anni dopo il 1911, in corrispondenza
con la generale corsa agli armamenti che precedette la guerra.
La sua situazione geografica, l'omogeneità della sua popolazione che non
conosceva le divisioni interne portate dalle minoranze, il sentimento nazionale,
la potenza finanziaria, garantita dalla tendenza dei Francesi al risparmio,
l'energia e l'elevata capacità politica e diplomatica di ministri quali il
Delcassé, il maggior artefice dell'avvicinamento all'Inghilterra, il Poincaré,
presidente del Consiglio prima e durante la guerra, e i tre ambasciatori in
Inghilterra (Paul Cambon), in Germania (Jules Cambon) e in Italia (Barrère),
furono i principali elementi che consentirono alla Francia di mantenere in
questo periodo una posizione di primo piano nella politica internazionale.
L'Inghilterra, nei due decenni che precedono la prima guerra mondiale,
vide susseguirsi sul trono tre sovrani (Vittoria fino al 1901; Edoardo VII,
1901-10; Giorgio V, 1910-36) e subì entro la sua struttura politica tradizionale
importanti mutamenti, sopra tutto sotto l'aspetto sociale ed economico.
Il progresso economico continuò, ma la preminenza che essa ancora manteneva nel
penultimo decennio del secolo XIX svanì di fronte alla concorrenza degli Stati
Uniti e della Germania. Ciò sopra tutto nel campo industriale (la produzione
tedesca di acciaio cominciò a superare quella inglese dal 1896), per cui la
parte dell'Inghilterra nella produzione mondiale diminuì in trent'anni dal 27%
al 14%.
Il regresso relativo della posizione economica britannica, che poneva fine a una
preminenza secolare, si accompagnò a importanti mutamenti interni.
Quando il Gladstone nel 1886 si propose di dare all'Irlanda l'autogoverno (Home
Rule), un gruppo di imperialisti capeggiati da Joseph Chamberlain abbandonò il
Partito liberale, costituì il Partito unionista e si unì poi al Partito
conservatore quando questo assunse il governo sotto lord Salisbury nel 1895. Il
ministero conservatore-unionista del 1895-1902 (e il Chamberlain scelse il
posto, cui venne conferita nuova importanza, di ministro delle Colonie) espresse
il supremo sforzo imperialistico della politica inglese della fine del secolo,
che portò alla guerra con i Boeri (1899-1902).
Il Chamberlain, che senza essere primo ministro, fu la personalità preminente di
questo periodo, ebbe considerevole successo nella sua politica coloniale, e
nella politica di armamenti navali che venne decisa dopo l'inizio del programma
navale tedesco del 1898. Egli però non riuscì poi a realizzare lo scopo della
sua ultima iniziativa, intesa a promuovere nuovi legami economici fra i
territori britannici, basandoli su un sistema di «preferenze imperiali». Inoltre
la guerra sudafricana con le sue incertezze e le sue durezze provocò una
reazione antimperialistica nell'opinione pubblica inglese, che rafforzò
l'opposizione liberale.
Nelle elezioni del 1906 i liberali ottennero una grande
vittoria, che assicurò la loro permanenza al potere (negli ultimi sei anni in un
ministero di coalizione nazionale) fino al 1922.
Nello stesso tempo conseguiva
pure una notevole affermazione il nuovo partito socialista democratico, ossia il
Partito laburista, che, presentatosi per la prima volta agli elettori nel 1899,
ottenne nei 1906 cinquantaquattro seggi alla Camera dei Comuni. Quando, dopo la
guerra, il Partito liberale soccomberà ad una crisi da cui non riuscirà più a
risollevarsi, il Partito laburista ne erediterà la posizione di grande forza
progressiva di fronte al Partito conservatore, e nel 1924 costituirà, sotto Ramsay Mac Donald, il suo primo ministero.
Il Partito liberale nel decennio
precedente la prima guerra mondiale apparve completamente rinnovato rispetto al
liberalismo gladstoniano, ripudiata la tradizione del laisser faire (pur
mantenendosi fedele al libero scambio) e il principio della non ingerenza, il
più possibile completa, del governo nella vita del cittadino.
Sotto la guida di
Herbert Asquith (primo ministro dal 1908 al 1916) e soprattutto del dinamico e
radicale ministro delle finanze, David Lloyd George (che sarà poi a capo del
ministero di coalizione nazionale che guiderà il paese alla vittoria nella
guerra mondiale) venne introdotta una serie di riforme sociali, istituita
un'imposta progressiva sul reddito (la prima del genere, 1909), venne riformato
il Parlamento limitando i poteri della Camera dei Lords (1911), e venne infine
riconosciuta l'indipendenza all'Irlanda (1914), separata dalla Irlanda del Nord
o Ulster, che rimase nel Regno Unito (questa legge entrò però in vigore soltanto
dopo la guerra e dopo le ultime agitazioni nazionalistiche irlandesi).
Non meno
importante fu il mutamento che si verificò nella politica estera inglese.
Sebbene gli effettivi dell'esercito rimanessero assai scarsi e il paese si
trovasse nel 1914 sostanzialmente impreparato ad affrontare la guerra sul
continente, da quando la Germania iniziò i suoi armamenti navali la Gran
Bretagna rinnovò e ampliò la sua flotta in modo da mantenere una considerevole
superiorità sulla marina tedesca (contando pure, negli ultimi anni, sulla marina
dell'alleata Francia).
Il senso del pericolo tedesco portò poi la Gran Bretagna, nel 1904, ad
abbandonare l'ormai tradizionale politica dell'isolamento stabilendo un'intesa
(l'Entente cordiale) con la Francia (1904) e poi accordandosi anche con
la Russia (1907).
La Russia subì in questo periodo crisi interne e scacchi
internazionali che rivelarono la decadenza del regime zarista.
Gli effetti della Rivoluzione industriale non si avvertirono in Russia che verso
la fine del secolo, quando, favorito dalla presenza di materie prime essenziali
e dal basso costo della mano d'opera, si ebbe un certo sviluppo industriale nel
bacino del Donez quasi esclusivamente per iniziativa straniera e con capitali
stranieri, sopra tutto francesi.
L'Impero zarista aveva potuto mantenere la sua struttura autocratica finché
aveva conservato la sua compagine sociale tradizionale e la sua economia quasi
esclusivamente agricola. Con la formazione di un proletariato industriale
(mentre anche le classi agricole manifestavano una nuova sensibilità politica
sollecitata da agitatori democratici e socialisti) il mantenimento di tale
posizione non fu più possibile.
La sconfitta nella guerra con il Giappone (1904-5), che aveva dimostrato
l'inefficienza e la corruzione del regime zarista, accentuò il malcontento dei
liberali e provocò agitazioni rivoluzionarie organizzate e sostenute da
democratici e socialisti, inducendo infine lo zar Nicola II (1894-1917) a
congedare i ministri reazionari e, appoggiandosi al consiglio del ministro
liberale conte Witte, a stabilire la convocazione di un'assemblea parlamentare,
la Duma, eletta a suffragio universale maschile (ottobre-dicembre 1905).
L'opposizione al regime assoluto, una volta ottenuti questi risultati, si
divise: mentre i moderati o «Ottobristi», come vennero chiamati dal mese in cui
avevano strappato allo zar le prime concessioni, si accontentavano di questi
risultati, i radicali o «Cadetti» intendevano continuare l'agitazione entro e
fuori della Duma per ottenere un regime federale e una monarchia costituzionale
basata sulla responsabilità ministeriale verso il parlamento. Questa divisione
favorì il sorgere e il consolidamento di un'organizzazione reazionaria,
l'«Unione del popolo russo», che prevenendo il movimento democratico stabilì un
regime terroristico.
Nicola II ritenne allora che il suo potere fosse sufficientemente sicuro per
congedare il Witte e affidare il potere a due ministri reazionari il Goremykin e
lo Stolypin. Costoro sciolsero la Duma e procedettero contro i Cadetti, che
avevano tentato di continuarne l'attività, mentre migliaia di democratici
venivano condannati alla deportazione in Siberia.
Malgrado ciò le condizioni politiche rimasero instabili e, fra il 1906 e il
1912, si ebbero tre scioglimenti della Duma (quattro legislature, contando la
prima Duma), le leggi elettorali vennero modificate in modo da assicurare
l'elezione dei conservatori e l'assemblea assunse funzioni puramente consultive.
Intanto, fuori della Duma, l'agitazione rivoluzionaria, malgrado le repressioni
e le deportazioni e malgrado anche qualche limitata riforma a favore dei
contadini, proseguiva senza sosta, portando ad atti terroristici clamorosi,
quali l'assassinio dello Stolypin.
Tali condizioni politiche interne instabili e la sconfitta in Estremo Oriente
impedirono per qualche anno alla Russia di svolgere una politica estera
d'influenza e di espansione; tuttavia, superando l'annoso contrasto con
l'Inghilterra con l'accordo del 1907, essa contribuì però a completare l'intesa
e a porre le basi di quella che la Germania poté considerare una politica di
accerchiamento.
Infine nel 1911, sollecitato dalle tendenze panslaviste, il governo russo,
benché non avesse compiuto né la riorganizzazione dell'esercito, né il programma
di armamenti navali che era stato appena deciso, riprese l'iniziativa nel
settore turco-balcanico.
L'Italia a fine secolo: la questione operaia
L'Italia
Fra l'ultimo decennio del secolo XIX e l'inizio della prima guerra mondiale,
anche l'Italia subì una notevole trasformazione interna, cui corrispose una
importante evoluzione della sua posizione internazionale.
Il decennio seguito alla morte del Depretis (1887-96), conclusosi con l'arresto
dell'espansione italiana in Africa orientale, fu caratterizzato all'interno del
paese dall'affermazione del movimento socialista, costituitosi nel 1892, sotto
la guida di Filippo Turati, in Partito socialista dei lavoratori italiani.
Il problema sociale assunse in questo periodo nuova gravità, rivelando, oltre
alle condizioni di povertà di intere categorie di cittadini, l'incomprensione
del governo e la sua sostanziale inettitudine ad andare oltre la superficie
delle cose.
In Sicilia l'indigenza economica e il permanere delle antiche organizzazioni
segrete entro il nuovo regime politico rappresentativo, originarono nel 1893 il
movimento dei «Fasci siciliani», associazioni di lavoratori sorte con intenti di
mutuo soccorso, che di fronte alle precarie condizioni di vita assunsero la
guida di sommosse e dimostrazioni, aspirando in modo peraltro abbastanza vago ad
ottenere giustizia contro l'oppressione e lo sfruttamento dei «galantuomini»,
esponenti o strumenti del sistema feudale ancora sopravvissuto all'instaurazione
dello stato moderno.
Tale problema affondava le proprie radici nella società e nella storia
dell'isola; comunque il movimento, pur annoverando al proprio internoalcuni
esponenti di ispirazione marxista, non si presentava nel complesso sovversivo
delle istituzioni politiche del paese, come rivelavano le frequenti
manifestazioni di lealismo verso la monarchia.
A fronte di ciò, tuttavia, il Crispi, risparmiandosi di andare al fondo delle
cose, decretò sbrigativamente lo stato d'assedio in Sicilia (e poco dopo nella
Lunigiana dove si erano avute intanto analoghe agitazioni sociali), mentre i
capi del movimento, arrestati e processati, vennero condannati a gravi pene.
Il problema sociale, di cui le agitazioni del '93-'94 non erano state che
manifestazioni preliminari, rivelò in seguito la sua persistenza e la sua
gravità.
Nel maggio 1898 scoppiava a Milano una grave agitazione rivoluzionaria, alla
quale ancora una volta il governo non seppe far fronte che ordinando la
repressione militare, di cui fu affidata la direzione al generale Bava Beccaris.
Il Rudinì, che aveva assunto la presidenza del Consiglio dopo la caduta del
Crispi nel '96, aggravò la situazione generale con rigorose misure contro le
forze politiche di sinistra (socialisti, repubblicani e radicali) e contro i
cattolici, ritenuti anch'essi sovvertitori delle istituzioni nazionali italiane.
Esponenti di tutte queste tendenze, in seguito alle giornate milanesi del maggio
1898 vennero arrestati, processati e condannati, mentre organi di stampa
venivano sospesi, circoli e associazioni disciolti.
Tale politica, dopo aver reso necessaria la sostituzione del Rudinì con il
generale Pelloux alla presidenza del Consiglio, portò, quando anche questi
mostrò di non saper superare una posizione puramente negativa nei confronti
delle nuove forze che si presentavano sulla scena politica italiana (il Pelloux
nel febbraio 1899 finì con il proporre una serie di provvedimenti straordinari
tendenti a limitare la libertà di stampa e di sciopero, ma ne fu impedito
dall'ostruzionismo parlamentare dell'estrema sinistra), all'alleanza
dell'estrema sinistra radicale e socialista con la sinistra liberale
costituzionale, guidata dallo Zanardelli e dal Giolitti. E le elezioni del
giugno 1900, cui il governo ricorse nel tentativo di chiarire la situazione,
sanzionarono la vittoria dell'opposizione.
Poco più di un mese dopo questo periodo di agitazioni e di divisioni interne
culminava con l'assassinio di re Umberto I da parte di un anarchico (29 luglio
1900).
L'inizio del regno di Vittorio Emanuele III (1900-1946) coincise con una
nuova epoca della storia d'Italia.
Dopo i brevi ministeri presieduti dal Saracco e dallo Zanardelli, in cui
l'abbandono delle posizioni conservatrici si fece progressivamente più evidente,
assunse per la seconda volta la presidenza del Consiglio (che aveva tenuto per
breve tempo dieci anni prima) Giovanni Giolitti, uno degli statisti più
rappresentativi dell'Italia liberale. Dopo essere stato ministro dell'Interno
nel ministero Zanardelli (1901-3), il Giolitti fu a capo del governo italiano,
salvo brevi ministeri del Fortis, del Sonnino e del Luzzatti, fino al 1914.
L'aspetto forse più significativo della sua opera politica consistette nel nuovo
atteggiamento che egli fece assumere al governo e alla classe politica liberale
verso il problema sociale e il socialismo, basato sulla realistica constatazione
che il socialismo non fosse «artificio di propagandista o tattica di partito»,
ma una «fase della vita nazionale contemporanea», di cui era necessario tener
conto, cioè una forza politica che sarebbe stato urgente «assorbire», facendola
partecipare alle responsabilità di governo e inserendola, in linea generale,
nelle istituzioni del paese.
Il nuovo indirizzo della politica italiana, un liberalismo ortodosso che
riconosceva le esigenze del movimento socialista più che cercare di farne propri
i problemi, consentì agli operai di riorganizzarsi in sindacati per la conquista
di un maggiore benessere economico e stabilì la neutralità governativa nei
conflitti fra capitale e lavoro, limitando l'opera dello stato alla tutela
dell'ordine pubblico. Tale atteggiamento di governo non portò all'introduzione
di un'esauriente legislazione sociale (come avvenne, nello stesso periodo, ad
opera dei rispettivi governi liberali-radicali, in Francia e in Inghilterra), ma
permise che si compissero i primi passi in tale senso, sulla tutela del lavoro
delle donne e dei fanciulli, sulla limitazione delle ore lavorative ecc.
Per quanto riguardava il Partito socialista, la politica del Giolitti
contribuì a dividere le due principali tendenze che si manifestarono entro il
socialismo italiano così come nei movimenti analoghi e paralleli degli altri
paesi europei la riformistica e la rivoluzionaria. Le due tendenze si
manifestarono fin dall'inizio dell'epoca giolittiana; il Turati, cui il Giolitti
nel 1903 aveva offerto un posto nel ministero (che non era stato accettato),
divenne l'esponente principale della corrente riformistica, Arturo Labriola
(1873-1956),
invece, il più autorevole interprete del marxismo rivoluzionario.
Il partito con una serie di compromessi cercò di mantenere la sua unità,
gravemente scossa dai congressi di Firenze (1908), in cui la maggioranza
riformistica dichiarò il sindacalismo rivoluzionario incompatibile con i
postulati del socialismo, e di Reggio (1912) in cui i socialisti rivoluzionari,
sotto la guida di Benito Mussolini, riuscirono a far espellere dal partito la
corrente di destra del riformismo, facente capo a Leonida Bissolati e a Ivanhoe
Bonomi.
L'epoca giolittiana coincise poi con le prime affermazioni dell'altra grande
forza politica dell'avvenire dell'Italia, quella cattolica.
L'antica astensione dei cattolici dalla vita politica italiana, imposta da Pio
IX e sostanzialmente mantenuta da Leone XIII malgrado i suoi atteggiamenti
illuminati e realistici, venne gradualmente a diminuire durante il pontificato
di Pio X (1903-1914). I cattolici parteciparono per la prima volta alle elezioni
nel 1904; con le elezioni del 1909 venne a costituirsi alla Camera un gruppo di
«cattolici deputati» che, senza formare un partito politico organizzato,
rappresentavano già, comunque, una corrente distinta nella vita pubblica
italiana.
L'atteggiamento più comprensivo e realistico dell'elettorato cattolico,
corrispondente naturalmente all'indirizzo della Santa Sede, era la conseguenza
(oltre che di una naturale evoluzione storica per cui le rivendicazioni del
potere temporale avevano perduto l'antica rispondenza fra i cattolici, e per cui
un numero cospicuo di cittadini italiani era giunto a deprecare la propria
esclusione dalla vita pubblica) della cauta politica del Giolitti verso la
Chiesa, sviluppo e semplificazione (con la sua immagine dell'azione della Chiesa
e dell'azione dello Stato come due parallele che procedono senza incontrarsi)
della concezione cavouriana della «libera Chiesa in libero Stato».
Giovanni Giolitti comprese la necessità di tener conto delle forze
politico-sociali che fino ad allora si erano mantenute o erano state mantenute
al di fuori dello stato liberale unitario sorto nel 1861.
Nella sua politica parlamentare egli si avvalse dei mezzi già sperimentati con
successo dal Depretis (e in parte anche dal Crispi) all'epoca del Trasformismo,
ma in definitiva il suo sistema di legami politici e parlamentari basati su
valutazioni realistiche, contingenti e immediate di efficienza e funzionalità
governativa, pur contribuendo alla decadenza dell'istituto parlamentare, ebbe
però l'effetto, che può essere valutato positivamente, di assicurare al paese
l'equilibrio e la relativa conciliazione delle varie tendenze, l'assorbimento di
correnti finora estranee e ostili alla vita politica nazionale e in genere un
clima di pacifica attività che favorì lo sviluppo economico, sociale e
intellettuale.
Fra i risultati più significativi di questo sviluppo vanno considerati:
- il progresso delle industrie specialmente dopo l'introduzione dell'uso
dell'energia elettrica al posto del carbone, di cui l'Italia era priva;
- il pareggio e poi, per alcuni anni, l'attivo del bilancio dello stato;
- il miglioramento dell'istruzione popolare;
- lo stabilimento di più stretti rapporti economici fra le regioni,
specialmente dopo la nazionalizzazione delle ferrovie (1905-6);
- la costruzione di grandi opere pubbliche, come la galleria del Sempione.
A sanzionare questo relativo progresso generale venne introdotto nel 1912 il
suffragio universale maschile.
Sviluppo economico-sociale, progresso intellettuale (sia nel campo
dell'istruzione popolare che in quello della ricerca scientifica) ed equilibrio
politico restituirono agli Italiani la fiducia nei «destini» nazionali che gli
eventi dell'ultimo decennio del secolo XIX avevano gravemente scosso.
In questa atmosfera di rinnovata fiducia, e sotto l'influenza di analoghi
movimenti d'altri paesi, sopra tutto di Francia e di Germania, nacque e si
sviluppò il movimento nazionalista. Ne fu principale iniziatore un letterato
fiorentino, Enrico Corradini, ma la personalità senza dubbio più rappresentativa
del complesso di elementi psicologici, politici, sociali ed artistici che
determinarono e caratterizzarono il movimento nazionalista fu Gabriele
d'Annunzio.
Contro le tendenze socialiste e democratiche il nazionalismo italiano
vagheggiava uno stato-nazione dominato e sospinto da una forza simile a quella
che aveva assicurato la grandezza e la preminenza della Germania; auspicava
peraltro un'Italia non più pacifista e umanitaria, ma decisa ad affermare le
energie nazionali come grande potenza europea e come potenza coloniale.
Nel 1910 il movimento, organizzato ormai in partito, sebbene assumesse il nome
ufficiale di Associazione nazionalista, tenne il suo primo congresso; l'anno
seguente veniva fondato l'organo del partito, il settimanale, poi quotidiano l'Idea
nazionale. Da allora (è il periodo di fervore patriottico della guerra di
Libia) fino all'intervento italiano nella guerra mondiale, il Partito
nazionalista costituì una forza politica di notevole rilievo nella vita pubblica
italiana, più che per la sua entità, per l'influenza che esercitò di fatto
sull'opinione pubblica, sollecitandone fino all'esasperazione i sentimenti
patriottici.
Ciò si accompagnava a una politica internazionale più audace ed articolata, e si
espresse nella ripresa dell'espansione coloniale.
Dopo aver cautamente preparata l'impresa sul piano internazionale, dal punto
di vista finanziario e presso l'opinione pubblica, l'Italia procedette nel
1911-12 all'occupazione della Libia.
Il governo Giolitti aveva pazientemente ottenuto il consenso delle potenze
dell'Intesa (Francia, Inghilterra e Russia) all'occupazione, mentre le alleate
della Triplice Alleanza avevano espresso il loro disinteressamento; egli aveva
con altrettanta cautela accantonato i mezzi finanziari e preparato i mezzi
militari; aveva infine compiuto la conquista in mezzo all'esuberante entusiasmo
dell'opinione nazionalista, ampiamente sostenuta nel paese, mentre gli stessi
esponenti socialisti esitavano a condannare un'impresa del «capitalismo
imperialistico» di fronte allo spontaneo consenso che essa suscitava
nell'opinione popolare.
Nel campo internazionale la politica italiana subì d'altra parte una
evoluzione assai significativa dalla posizione, tenuta sotto il Crispi, di
incondizionata partecipazione alla Triplice Alleanza ad una posizione di
partecipazione sempre più condizionata alla Triplice e di liquidazione dei
contrasti con la Francia.
Gli sviluppi di tale politica estera sarebbero stati determinati da aspetti
essenziali della situazione interna del paese:
- la necessità di liquidare la rivalità economica e la «guerra doganale» con la
Francia, che durante il periodo crispino aveva gravemente danneggiato l'economia
italiana;
- la ripresa, in corrispondenza con la nascita e lo sviluppo del nazionalismo,
del movimento irredentistico, che indicava nell'Austria la naturale nemica dello
stato italiano non ancor giunto a completare il suo territorio nazionale;
- l'insoddisfazione per gli sviluppi della politica austro-ungarica, appoggiata
dalla Germania, dopo il 1908, che aveva portato la Duplice Monarchia ad ampliare
ed approfondire la sua penetrazione nei Balcani senza che l'Italia ottenesse i
compensi cui il movimento nazionalistico aspirava.
L'Europa alla vigilia della prima guerra mondiale
Triplice Alleanza e Triplice Intesa
Il sistema di alleanze artificiosamente mantenuto in vigore dal
principe di Bismarck fino alle sue dimissioni in gran parte si sgretolò nei decenni seguenti, permettendo la
formazione di due gruppi di potenze contrapposte prima dello scoppio della
guerra mondiale.
La Triplice Alleanza rimase in vigore; ma mentre
l'Alleanza austro-tedesca conservò tutta la sua validità, in modo tale che il blocco delle
“Potenze centrali” rappresentò un elemento costante nella situazione internazionale europea del periodo, i rapporti della
Germania e soprattutto dell'Austria-Ungheria con l'Italia subirono una
trasformazione significativa.
Il primo rinnovamento della Triplice (1887) aveva
dato all'alleanza una portata offensiva che si era mantenuta durante il periodo
crispino di contrasto politico-economico tra Italia e Francia. Con il 1896,
tuttavia, il nuovo
ministro degli esteri italiano, Emilio Visconti Venosta, di scuola cavouriana e antico esponente della Destra, iniziò una politica di riconciliazione con la
Francia che venne proseguita dal suo successore Prinetti e che trovò piena
rispondenza nel ministro degli esteri francese Delcassé e nell'ambasciatore
francese a Roma, Barrère, ansiosi, dal canto loro, e attivamente impegnati nel
procurare alla Francia una solida posizione internazionale quale essa non aveva
potuto ottenere nel periodo bismarckiano.
La politica del Visconti Venosta era
motivata sia dall'opportunità di porre termine a un contrasto con la Francia che
aveva aspetti economici (la cosiddetta “guerra” delle tariffe doganali)
particolarmente dannosi per l'Italia, sia dalla volontà di accentuare il
carattere pacifico e difensivo della Triplice dopo che la Germania nel 1898
aveva iniziato il suo programma di armamenti navali avviandosi ad una sempre più
evidente rivalità con l'Inghilterra.
Questa politica di ravvicinamento
italo-francese portò fra il 1896 e il 1902 ad una serie di accordi:
- nel 1898, il riconoscimento italiano del protettorato francese in Tunisia in cambio della
conferma francese dei privilegi accordati dal Bey ai residenti italiani fin dal
1868 e la liquidazione della “guerra” delle tariffe;
- nel 1900, la promessa della
Francia di non estendere la propria influenza verso la Tripolitania, in cambio
della promessa italiana di non ostacolare un'azione francese nel Marocco;
- nel luglio 1902, l'impegno segreto italiano a mantenere la
neutralità in una guerra franco-tedesca.
Tale ravvicinamento venne sanzionato da
importanti eventi degli anni seguenti:
- nel 1904 si ebbe la visita a Roma del
presidente della Repubblica francese Loubet, il primo capo di un grande stato
cattolico che recandosi nella capitale italiana riconoscesse ufficialmente
l'abolizione del potere temporale e il superamento della Questione Romana;
- nel
1906, alla conferenza di Algesiras, sul problema marocchino l'Italia prese
posizione per la tesi francese contro la Germania.
L'evoluzione della
posizione internazionale dell'Italia, poi, si precisò dopo che nell'ottobre 1908
l'Austria-Ungheria ebbe annunciato l'annessione della Bosnia-Erzegovina, il
territorio balcanico che le era stato affidato “in amministrazione” al
congresso di Berlino trent'anni prima.
La ripresa del movimento irredentistico
contro la potenza che a una buona parte degli Italiani appariva la nemica
ereditaria del loro paese e che manteneva ancora sotto il suo dominio circa
700.000 Italiani del Trentino e dell'Istria, venne ora a coincidere con lo
sviluppo del movimento nazionalistico, aspirante (oltre che a
completare l'occupazione del territorio nazionale) ad estendere l'influenza
italiana sull'altra sponda dell'Adriatico e nei Balcani.
La direttiva
antiaustriaca della politica italiana venne sanzionata dall'accordo italo-russo
di Racconigi (1909), con il quale, mentre si assicurava all'Italia l'assenso della
Russia alla progettata impresa libica, sottolineava l'interesse comune dei due
paesi ad arrestare l'espansionismo austriaco nei Balcani. L'accordo italo-russo
completava l'evoluzione della politica estera italiana dall'adesione ortodossa
alla Triplice del periodo 1882-96 ad una posizione intermedia fra l'uno e
l'altro gruppo di potenze in cui l'Europa appariva ormai divisa.
I rapporti
fra l'Italia e l'altra potenza dell'Intesa, l'Inghilterra, si erano sempre
mantenuti cordiali; fin dal 1882 il governo italiano aveva fatto
inserire nel trattato della Triplice Alleanza una clausola aggiuntiva in cui
dichiarava che l'alleanza non poteva essere diretta contro l'Inghilterra; nel
1887, poi, tali rapporti erano divenuti più stretti grazie agli accordi mediterranei e
nel 1902 l'antica cordialità era stata riconfermata da un nuovo accordo che
stabiliva il riconoscimento italiano della posizione inglese in Egitto in cambio
del riconoscimento britannico delle aspirazioni italiane sulla Libia.
All'atto
del suo ultimo rinnovamento, nel 1912, la Triplice Alleanza aveva quindi perduto
gran parte del suo significato, in quanto non riusciva a coprire né il
multiforme contrasto italo-austriaco, né l'astensione dell'Italia dalla
posizione di rivalità assunta dalla Germania verso le potenze occidentali.
I
mutamenti più importanti per la situazione internazionale europea, però, si erano
intanto verificati nell'ambito delle potenze estranee alla Triplice Alleanza.
L'abbandono del trattato bismarckiano di Controassicurazione con la Russia da
parte di Guglielmo II e dei suoi consiglieri, rese possibile alla Francia di
superare la sua posizione di isolamento internazionale e in particolare di
avvicinarsi alla Russia come i Francesi avevano sperato fin dall'inizio della
Terza Repubblica.
Nel 1893, superate le ripugnanze dello zar verso il regime
repubblicano francese e le propensioni filotedesche del cancelliere russo Giers,
l'Alleanza franco-russa o Duplice Alleanza divenne una realtà. Essa era basata
essenzialmente su una convenzione militare dell'anno precedente che stabiliva la
mobilitazione immediata delle forze militari dei due paesi in caso di
mobilitazione delle forze della Triplice Alleanza e il reciproco aiuto in caso
di attacco tedesco; l'alleanza aveva poi anche un importante aspetto finanziario,
consistente in ingenti prestiti concessi dalla Francia alla Russia poi
largamente impiegati nello sviluppo industriale e nello sfruttamento minerario
della Russia meridionale.
All'alleanza con la Russia, che nell'ultimo decennio
del secolo XIX si rivelò un efficace strumento di politica internazionale, la
diplomazia francese riuscì nello spazio di un decennio ad aggiungere anche un'intesa
con l'Inghilterra.
Sebbene i rapporti franco-inglesi nell'ultimo decennio del
secolo, fin dopo l'incontro di Fascioda (1898) fossero stati ostacolati da un
intenso contrasto imperialistico, gli sforzi del ministro degli esteri francese Delcassé, la politica di armamenti navali iniziata dalla Germania e in genere la
crescente consapevolezza della necessità di abbandonare l'isolamento da parte
degli inglesi, provocarono un avvicinamento franco-inglese che
venne sanzionato dall'accordo dell'8 aprile 1904, in verità di ambito
limitato (basato com'era sul riconoscimento britannico della
preminenza francese nel Marocco in cambio del riconoscimento francese della
preminenza britannica in Egitto) e non legato ad alcun impegno militare, ma
tale, nella crescente tensione dei rapporti internazionali europei, da stabilire
solidamente l'Entente Cordiale fra le due potenze occidentali.
Il valore
dell'Entente Cordiale venne ben presto dimostrato dalla prima crisi marocchina,
originata dal tentativo della Germania di opporsi alla penetrazione francese nel
Marocco rivendicando prima una compartecipazione alla penetrazione stessa, poi
compensi coloniali in altri settori, infine un regolamento internazionale della
situazione marocchina. Nella conferenza di Algesiras (gennaio-aprile 1906),
infatti, la
Gran Bretagna, l'Italia, la Russia e gli Stati Uniti appoggiarono la tesi
di una preminenza politico-economica della Francia (in collaborazione con la
Spagna) nel Marocco.
Provocando cinque anni dopo la seconda crisi marocchina
(1911) con l'invio di una nave da guerra ad Agadir e la rinnovata richiesta di
compensi alla Francia, la Germania, pur ottenendo la cessione di alcuni territori
francesi nell'Africa centrale, confermò le preoccupazioni dell'opinione pubblica
delle potenze occidentali riguardo alla crescente gravità del “pericolo tedesco”.
A quest'epoca, comunque, la coalizione delle potenze ostili alla Germania si
era conclusa, perché Inghilterra e Russia, secolari rivali in Asia e nella
Questione d'Oriente, erano anch'esse giunte ad un accordo (1907), che stabiliva la divisione della Persia in zone d'influenza economica (una zona russa a nord e una zona inglese a
sud), con l'attribuzione consapevole da parte dell'Inghilterra di una posizione vantaggiosa
per la Russia, pur liquidare il contrasto extraeuropeo al fine di
stabilire con la Russia una nuova solidarietà d'intenti nella politica europea.
Con
l'accordo anglo-russo del 1907 la divisione dell'Europa in gruppi di potenze
rivali è sostanzialmente compiuta alla Triplice Alleanza (con quelle peculiari
riserve che caratterizzano la posizione italiana) si contrappone la Triplice
Intesa.
Gli anni seguenti, fino al 1914, vedono il progressivo irrigidimento dei
due blocchi.