CLASSE V - Sintesi di Storia (4) |
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Terminologia storica |
L'Italia
L'occupazione di Roma aveva posto termine all'epoca risorgimentale (sebbene
nel Trentino, a Trieste, nell'Istria e in Dalmazia circa 750.000 persone di
lingua italiana rimanessero ancor fuori dei confini dello stato nazionale);
problemi e difficoltà esistenti durante il primo decennio del Regno d'Italia non
erano tuttavia scomparsi.
In particolare rimaneva sempre viva la Questione Romana, dal momento che il
trasferimento della capitale d'Italia a Roma non poteva non inasprire il
contrasto con la Chiesa cattolica.
Il governo Lanza-Sella non si illudeva di aver posto termine a tale contrasto
con la Legge delle Guarentigie (13 maggio 1871), che assegnava al pontefice il
Vaticano, il Laterano e la villa di Castel Gandolfo con una dotazione annua, e
sanzionava la rinuncia dello stato italiano a inserirsi nella vita della Chiesa.
Il permanere del contrasto fra lo Stato e la Chiesa portò invece, all'interno,
alla non partecipazione dei cattolici militanti alla vita pubblica, all'estero,
a una crescente ostilità verso il nuovo stato italiano da parte delle potenze
cattoliche, specialmente da parte della Francia (quantomeno finché le forze
monarchico-clericali dominarono la politica della Terza Repubblica) e
dell'Austria-Ungheria.
La Questione Romana, benché il più grave, non era il solo grave problema
della nuova Italia.
I problemi di organizzazione, di unificazione, di istruzione, di riassesto
finanziario non erano stati risolti che in piccola parte durante il primo
decennio dello stato unitario.
Ufficiali e funzionari piemontesi agivano in base all'istintiva assunzione di
aver «conquistato» l'Italia, suscitando reazioni vivaci, sopra tutto nel Sud.
D'altra parte il Sud mancava di una amministrazione efficiente, e, salvo in
pochi casi, accogliere elementi della burocrazia borbonica significava
tramandare e diffondere la corruzione e l'inerzia che avevano minato
dall'interno lo stato di Francesco II.
La situazione del Sud era poi complicata dal fatto che la «rivoluzione»
garibaldina, sia per quanto riguardava i suoi stessi esponenti, che avevano
avuto il merito di portare una cospicua parte d'Italia entro lo stato unitario
ed erano ora considerati con diffidenza dai funzionari e ufficiali piemontesi,
sia per quanto riguardava le misere popolazioni meridionali, indotte da tale
«rivoluzione» a sperare in un mutamento della loro condizione di vita, era in
parte fallita. Ne derivò un malcontento sociale che si manifestò sopra tutto nel
fenomeno del brigantaggio, prodotto e tenuto vivo dall'indigenza economica,
sollecitato dagli elementi reazionari che sussistevano ancora numerosi nelle
classi alte del Meridione e dalla stessa corte di Francesco II di Borbone,
stabilita a Roma.
Il generale Cialdini, inviato a Napoli a dirigere la repressione, ottenne alcuni
risultati, ma non certo definitivi e soddisfacenti.
Altri problemi incombevano poi con una gravità e un'urgenza da diffondere un
senso di delusione che contrastava (e ne costituiva per altro la naturale
reazione psicologica) col clima di fervida aspettativa che aveva caratterizzato
l'ultima fase dell'unificazione.
Erano problemi di legislazione, consistenti, ad esempio, nelle difficoltà
tecniche di fondere insieme i codici dei diversi stati, considerati anche le
notevoli rivalità e e gli antagonismi regionali che emergevano in diverse
situazioni (i toscani, ad esempio, non volevano rinunciare alle loro leggi, più
progredite di quelle piemontesi).
C'era i problemi relativi all'organizzazione dello stato, come ad esempio
quello, fondamentale, della suddivisione amministrativa del territorio
nazionale, risolto, non senza discussioni e dubbi (Marco Minghetti sostenne già
in quel momento la tesi di estese autonomie regionali) con l'adozione di un
sistema centralizzato che divise l'Italia, ad imitazione del sistema francese
rivoluzionario dei dipartimenti, in province rette da prefetti, nominati dal
governo centrale.
C'erano notevoli problemi nelle comunicazioni, importanti (in un paese
caratterizzato da distanze sproporzionate rispetto alla superficie e da
considerevoli sbarramenti orografici) non soltanto dal punto di vista economico,
ma anche dal punto di vista politico.
C'erano problemi di istruzione, soprattutto di istruzione elementare, in alcune
regioni del sud dove la percentuale di analfabeti oltrepassava 1'80%.
Tutti questi ed altri problemi, come quello del personale amministrativo
dello stato, della fusione dei vari eserciti ecc., venivano a confluire nel
gravissimo problema finanziario.
Per diverse ragioni le spese di ordinaria amministrazione del nuovo stato
unitario superavano già quelle dei preesistenti stati regionali messi assieme;
per di più lo stato unitario doveva affrontare essenziali problemi di riforma in
diversi campi, che esigevano spese eccezionali. Tali spese si poterono
affrontare solo in parte, talora, anzi, solo in piccola parte; malgrado ciò il
peso delle imposte si fece dolorosamente sentire, specialmente nelle classi
povere rurali.
Proprio questo decennio di vita pubblica aveva rivelato la difficoltà
incontrata dalla classe politica dirigente che aveva attuato il Risorgimento, a
trasformarsi, adattandosi ai nuovi compiti, ad ampliarsi per l'adesione di nuove
forze sociali, e soprattutto a rinnovarsi. Mancò, pertanto, negli anni seguenti,
una classe dirigente all'altezza della situazione, mentre a tale mancanza faceva
riscontro l'apatia dell'opinione pubblica, come dimostrava il fatto che il
diritto di suffragio elettorale, nel primo decennio dopo il 1870 ancora assai
ristretto, venisse esercitato soltanto da circa la metà degli elettori.
Una parte considerevole della nazione rimaneva fuori della vita politica o
perché esclusa dal suffragio, come gran parte della popolazione rurale e buona
parte della popolazione urbana (e di questi esclusi la grande maggioranza non
era politicamente educata), oppure perché intenzionata espressamente a fare
opera di assenteismo o di opposizione, come i cattolici militanti e i fautori
degli antichi regimi in Toscana, a Roma, nell'Italia meridionale.
Destra storica e Sinistra trasformista
I governi che si erano succeduti al potere dalla proclamazione del Regno
appartenevano alla «Destra».
Eredi della tradizione cavouriana, essi avevano dunque saputo affrontare i
problemi più urgenti, fra quelli che incombevano sul nuovo stato unitario e avevano ottenuto, grazie alla loro fermezza, risultati
significativi soprattutto nell'opera di unificazione delle leggi, nella repressione
del brigantaggio, nell'organizzazione amministrativa dello stato, e nel delicato
campo dei rapporti con la Chiesa, introducendo una legislazione ecclesiastica
eminentemente liberale.
Durante il secondo ministero Minghetti
riuscirono, attraverso dure economie e imposte impopolari (fra cui la famosa
tassa sul macinato, assai gravosa per la parte più povera della popolazione), a
colmare il deficit finanziario che gravava sul bilancio del Regno dall'epoca
della sua costituzione.
Tanti anni di governo avevano logorato questi «componenti un'aristocrazia spirituale,
galantuomini e gentiluomini di piena lealtà» — come scrisse Benedetto Croce —,
che videro infine esaurirsi il loro compito di fronte all'affiorare di problemi
nuovi che essi non avevano modo di affrontare, di nuove forze sociali che essi
non sapevano comprendere.
Avversari parlamentari ed extra parlamentari,
democratici o reazionari, alimentavano contro la Destra l'accusa di costituire
una «consorteria», che imponeva al paese un governo di minoranza.
Il trasformismo della Sinistra
Quando nel marzo 1876 il ministero Minghetti venne posto in minoranza per la
defezione del gruppo dei moderati toscani, amareggiati dalla situazione di
Firenze dopo il trasferimento della capitale a Roma, si aprì la via a una
trasformazione radicale della vita politica italiana. Vittorio Emanuele chiamò
al potere Agostino Depretis, che formò il primo governo della «Sinistra»; questa
«rivoluzione parlamentare» come venne chiamata, non consistette in un semplice
trasferimento dell'incarico governativo ad altro partito, bensì fu l'inizio di
un processo di trasformazione e di sgretolamento dei due partiti che, eredi
delle due maggiori forze politiche del Risorgimento, la liberale-moderata
cavouriana e la democratica-mazziniana, aveva caratterizzato i primi quindici
anni della vita politica e parlamentare dell'Italia unita.
La Sinistra era un partito sostanzialmente privo di esperienza governativa,
erede diretto del Partito d'Azione degli anni dell'unificazione. Vi figuravano
antichi esponenti democratici del Parlamento Subalpino, come appunto il Depretis,
e attivi ex-cospiratori e combattenti garibaldini del Nord e del Sud come i
lombardi Benedetto Cairoli e Giuseppe Zanardelli o i meridionali Francesco
Crispi e Giovanni Nicotera. Lo animava il proposito di far procedere il paese
verso la democrazia, migliorando il tenore di vita delle classi povere, in
particolare con l'alleggerimento fiscale, e facendo partecipare un maggior
numero di cittadini alla vita politica attraverso l'allargamento del suffragio
elettorale.
Il governo della Sinistra si dispose ad applicare tale programma circondato
da fervide aspettative, fattesi più sicure dopo la grande vittoria elettorale
conseguita nelle elezioni del 1876.
Sembrava allora che il paese dovesse effettivamente dar corso a una nuova epoca,
mentre scomparivano le personalità preminenti dell'epoca risorgimentale. Il
Mazzini si era spento a Pisa fin dal 1872 dopo aver dedicato i suoi ultimi anni
a combattere, in nome dei principi spirituali che animavano la sua democrazia,
il socialismo marxistico in ascesa. Vittorio Emanuele chiuse nel 1878
un'esistenza relativamente breve (aveva 58 anni) e ricca di eventi drammatici e
fortunati. Nello stesso anno, 1878, moriva Pio IX, la cui opera aveva pure avuto
un'influenza essenziale sul Risorgimento, e quattro anni dopo, nel 1882,
scompariva, a Caprera, Giuseppe Garibaldi.
L'epoca che pareva dovesse iniziare con l'avvento della Sinistra al governo e
del re Umberto I al trono, non recò che in piccola parte al popolo italiano gli
attesi mutamenti.
La maggiore apertura politico-sociale portata dal nuovo governo e da quelli che
gli succedettero non valse in realtà a creare una classe politica dirigente che
sostituisse con vantaggio la vecchia Destra, ristretta e fatalmente destinata a
esaurirsi, ma attiva, onesta, disinteressata e dominata da un alto senso del
dovere pubblico.
Più evidenti e profonde si fecero invece nella vita politica italiana le tare
che i governi della Destra non avevano eliminato, ma erano riusciti a contenere
e controllare: la tendenza all'intrigo, la scarsa fermezza d'opinioni, la
povertà di convinzioni, l'opportunismo, il carrierismo.
D'altra parte, i capi della Sinistra che avevano effettive doti — il Depretis,
il Crispi — si resero conto che solo in parte si potevano apportare mutamenti
(in effetti la pressione fiscale venne diminuita, il suffragio elettorale venne
ampliato a successive riprese, fino all'instaurazione del suffragio universale
maschile nel 1911). Le linee fondamentali, sia nella politica interna che nella
politica estera, dovevano rimanere quelle già seguite dalla Destra, in quanto
erano dettate dalla situazione obiettiva del paese, povero, con una coesione
nazionale ancora assai scarsa, turbato dall'opposizione cattolica e isolato in
campo internazionale.
L'Italia, con scarsi capitali, priva di carbone e con le sue industrie
accentrate in una piccola parte del suo territorio, solo con fatica poteva
procedere verso la meta di un'economia prospera e moderna, mentre i progressi
dell'economia industriale del Nord tendevano a rendere più forte il contrasto
con le regioni meridionali, alimentando divisioni e rancori.
Con il nuovo pontefice, Leone XIII, il contrasto fra Stato e Chiesa perdette
parte della sua asprezza, anche perché, con il consolidamento della repubblica
in Francia e più tardi, con la conclusione dell'alleanza dell'Italia con
l'Austria-Ungheria, la Santa Sede perdette due potenti appoggi.
Diminuì fino a
scomparire un'altra divisione entro la vita politico-parlamentare italiana che
invece avrebbe avuto una sana influenza sull'educazione politica nazionale,
quella fra Destra e Sinistra, che nei primi due decenni del Regno pareva
riprodurre il sistema bipartitico dei paesi anglosassoni. Ai due partiti, che
vedevano confondersi programmi e metodi di governo, si sostituirono gruppi
parlamentari facenti capo a singole personalità o legati da determinati
interessi regionali o locali.
Questa frammentazione delle forze politiche venne
favorita e in parte addirittura provocata dal Depretis, che con questo metodo,
detto del trasformismo, continuò a dirigere la politica italiana in successivi
ministeri fino alla sua morte nel 1887.
La politica estera della Sinistra
La politica estera
italiana subì durante questo periodo un deciso mutamento d'indirizzo.
Gli eventi
europei del 1870-71, in particolare la caduta di Napoleone III, avevano
sottratto la politica estera italiana all'influenza francese, ma avevano d'altra
parte relegato il giovane Regno in una situazione di pericoloso isolamento
internazionale. Le sue scarse forze militari (malgrado la notevole popolazione,
26.800.000 nel 1871), le sue altrettante scarse risorse economiche facevano
dell'Italia, nella migliore delle ipotesi, l'ultima delle potenze europee, tale
da non essere in grado di affrontare da sola l'ostilità del nuovo
regime francese, e necessitata quindi a procurarsi potenti alleati.
Fu
appunto l'ostilità francese a indurre il governo Minghetti, nel 1873, a
predisporre il primo realistico passo di avvicinamento alla Germania e
all'Austria-Ungheria: una visita ufficiale di Vittorio Emanuele II a Vienna e a
Berlino.
Venire ad una intesa con la potenza che aveva dominato l'Italia fino a
ieri e che ancora teneva sotto la sua sovranità gli Italiani di Trento e Trieste
ripugnava alla coscienza nazionale, tenuta viva dal movimento irredentistico.
Vittorio Emanuele compì il suo viaggio, ma l'avvicinamento alle potenze centrali
per il momento non andò oltre, e l'Italia continuò a trovarsi in una precaria
situazione di isolamento internazionale e tali svantaggi apparvero chiaramente quando al congresso di Berlino, nel 1878, l'Austria
rafforzò la sua posizione nei Balcani e quindi nell'Adriatico senza che la
timida richiesta di compensi dell'Italia venisse presa in considerazione.
Nello
stesso anno, peraltro, il Bismarck aveva suggerito al governo italiano di occupare Tunisi
con una mossa intesa sopra tutto a tenere
divise e ostili l'Italia e la Francia. L'allora presidente del Consiglio italiano, Cairoli, non volle
però saperne, affermando che l'Italia faceva una politica delle «mani nette» e dopo essersi costituita lottando per la sua indipendenza, non
voleva imporre il suo dominio ad altri popoli. Argomento mal posto, data la
specifica situazione della Tunisia, vicinissima alla Sicilia, sì che una potenza
straniera avrebbe potuto facilmente minacciare da essa il territorio nazionale,
e in parte colonizzata da Italiani, che costituivano il nucleo di europei di
gran lunga più numeroso; argomento che comunque non impedì anni dopo all'Italia
di seguire una politica di espansionismo coloniale; argomento infine che indusse
in equivoco gli Italiani su quello che era il reale motivo del rifiuto: il
timore di incontrare l'opposizione della Francia che da tempo dalla vicina
Algeria preparava la penetrazione in Tunisia.
In effetti, quando nel 1881 la Francia stabilì effettivamente il suo
protettorato sulla Tunisia, l'opinione pubblica italiana ne rimase comunque
amaramente impressionata.
La tensione fra i due paesi si aggravò, anche se ormai la Questione Romana non
costituiva più fra essi, dopo l'affermazione dei repubblicani anticlericali in
Francia, un motivo di contrasto.
La Questione Romana, peraltro, che continuava a turbare la situazione interna
e a preoccupare il governo per la tendenza del pontefice ad appoggiarsi ora
all'Austria-Ungheria, fu, con l'ostilità della Francia, uno dei due motivi
principali che indussero il Depretis, tornato alla presidenza del Consiglio, a
rompere gli indugi sollecitando un'intesa con le potenze centrali.
Il governo di Roma avrebbe evidentemente preferito allearsi con la sola
Germania, che gli avrebbe offerto tutte le garanzie di aiuto senza che
l'alleanza ferisse la coscienza patriottica degli Italiani. Ma il cancelliere
tedesco, cui premeva tenere saldamente unito il suo sistema di alleanze, fu
irremovibile.
Venne conclusa così, il 20 maggio 1882, la Triplice Alleanza fra l'Italia,
l'Austria-Ungheria e la Germania, che procurava all'Italia il desiderato aiuto
in caso di attacco francese e sopra tutto conteneva la sanzione di fatto del
possesso italiano di Roma da parte delle potenze centrali: per quanto inquieti e
a volte tesi potessero essere, malgrado l'alleanza, i rapporti fra l'Italia e
l'Austria-Ungheria negli anni seguenti, era per lo meno improbabile che il
pontefice potesse trovare un esplicito appoggio a Vienna nel suo contrasto con
il governo italiano.
La Triplice Alleanza si configurava come un atto necessario, benché una parte
dell'opinione pubblica italiana non volesse rendersene ragione.
Il gesto disperato del triestino Guglielmo Oberdan, che preparò un attentato
contro l'imperatore Francesco Giuseppe e, scoperto prima che potesse
effettuarlo, fu condannato a morte, fu espressione della delusione suscitata
nelle terre «irredente». La Triplice Alleanza era stata negoziata dal governo
italiano sotto l'incalzare di urgenti necessità e non aveva quindi recato
all'Italia che i vantaggi indispensabili alla sua sicurezza. Cinque anni dopo,
tuttavia, nel 1887, all'atto del primo rinnovamento dell'alleanza, la situazione
italiana era molto più sicura, mentre il Bismarck aveva motivo di essere
preoccupato per la consistenza generale del suo sistema; così l'energico e abile
ministro degli esteri italiano del tempo, il conte di Robilant, riuscì a
ottenere importanti aggiunte al trattato, che assicurarono all'Italia vantaggi
nei Balcani in caso di mutamento dello status quo, e sopra tutto l'aiuto
tedesco nel caso che l'Italia intendesse impedire alla Francia una eventuale
estensione dei suoi domini nord-africani alla Tripolitania.
Un ulteriore rafforzamento della sua posizione internazionale l'Italia trasse,
nello stesso anno 1887, dagli Accordi mediterranei con l'Inghilterra (cui poi
aderì anche l'Austria-Ungheria), che impegnavano le due potenze a collaborare
alla conservazione dello status quo nel Mediterraneo o ad accordarsi
preventivamente nel caso che paresse loro opportuno modificare tale status
quo.
Alla fine del periodo qui considerato la situazione internazionale italiana
appariva quindi nettamente migliorata.
Fu in buona parte la coscienza di questo miglioramento della situazione
internazionale, che aveva procurato all'Italia potenti alleati e che l'aveva
assunta alla posizione di grande potenza, a indurre il governo italiano a
favorire e poi ad assumere direttamente le iniziative coloniali in Africa
orientale che avrebbero caratterizzato la politica italiana nel decennio
susseguente la morte del Depretis (1887), sotto la guida di Francesco Crispi.
Il sistema bismarckiano delle alleanze
Il sistema di alleanze bismarckiano
L'analisi del sistema di alleanze sapientemente elaborato, ricostituito e
mantenuto in vita fino alle sue dimissioni dal Principe di Bismarck fornisce
un'idea del significato di allineamenti, intese e alleanze tra i paesi europei
nel quarantennio di pace e di intensa attività diplomatica che precedette la
prima guerra mondiale.
È rilevante che nell'epoca bismarckiana, per la prima volta in tempo di pace, si
costituisse una tale complessa rete di impegni e controimpegni, e per la prima
volta, forse, il problema della sicurezza dall'eventuale attacco di un
avversario avesse la tendenza a sovrapporsi agli altri interessi e intenti delle
grandi potenze.
Mira iniziale e fondamentale della politica bistriarckiana è mantenere la
Francia, la cui potenza militare è ormai inferiore a quella del Reich tedesco,
in n una situazione di isolamento internazionale che non le consenta di
procurarsi degli alleati che l'aiutino a prendersi la rivincita (revanche) sulla
Germania.
In un secondo tempo a questo intento fondamentale si aggiunge quello di
neutralizzare la Russia, impedendole di unirsi alla Francia.
Per realizzare tali intenti il Bismarck si accinge a legare alla Germania, in
alleanza o in semplice intesa, direttamente o indirettamente attraverso potenze
già ad essa alleate, quanti più stati europei può.
Il «sistema» bismarckiano assume una prima forma fra gli anni 1873 e 1878 con
l'Intesa dei tre Imperatori (1873).
Esso aveva per altro una solidità molto dubbia; in effetti gli interessi diversi
e anche contrastanti delle tre potenze, o almeno tra Germania e Russia e tra
Austria-Ungheria e Russia, apparvero chiaramente in occasione di crisi
internazionali quali quella del 1875 e sopra tutto quella del 1876-78. Nella
fase della Questione d'Oriente che si concluse con il congresso di Berlino, il
Bismarck, nell'intento di non compromettere l'Intesa dei tre Imperatori, era
riuscito in un primo tempo a non prendere posizione nè per l'uno, né per l'altro
dei partners della Germania, ostentando un atteggiamento disinteressato e
cercando di esercitare senza parere una funzione di arbitro e di mediatore;
l'esito sfavorevole alla Russia del congresso internazionale tenuto nella
capitale tedesca sotto la presidenza del Cancelliere tedesco, però, generò nello
zar Alessandro II e nel suo cancelliere Gortchakov l'amara convinzione che la
Germania avesse collaborato con i nemici della Russia.
Pareva quindi, nel 1878, che l'Intesa dei tre Imperatori dovesse considerarsi
decaduta, e il cancelliere si dispose a ricostituire il suo sistema, riuscendo
in pochi anni a dargli forma più elaborata e complessa.
La prima solida base di questa nuova forma del sistema bismarckiano è l'Alleanza
austro-tedesca del 7 ottobre 1879 di carattere difensivo, ma diretta contro la
Russia.
Bismarck pareva quindi deciso a dare alla sua politica generale un orientamento
antirusso (sebbene l'alleanza rimanesse per il momento segreta), correndo il
pericolo di un avvicinamento franco-russo.
In realtà, benché tenesse espressamente all'alleanza con l'Austria-Ungheria sia
in sé sia per il solito motivo di impedire che la Francia se ne cattivasse
l'amicizia, il cancelliere tedesco riteneva che l'intimità dei rapporti
austro-tedeschi avrebbe potuto indurre la Russia a riflettere sulla sua
situazione di isolamento e a preferire ancora una volta un'intesa con gli Imperi
centrali, che non con la Repubblica francese, di cui lo zar aborriva il regime
interno.
Come auspicato, infatti, egli giunse ad ottenere, il 18 giugno 1881, un
rinnovamento dell'Intesa dei tre Imperatori.
Le tre potenze non si promettevano alcun aiuto armato, ma soltanto una
«neutralità benevola» nel caso in cui una di esse si trovasse in guerra con
un'altra grande potenza.
Non contento del successo ottenuto neutralizzando la Russia in caso di guerra
franco-tedesca e impegnando ad un'intesa nei Balcani l'Austria-Ungheria e la
Russia riluttanti, il Bismarck aggiunse al suo sistema l'alleanza con l'Italia.
La Triplice Alleanza (20 maggio 1882) procurava alla Germania l'alleanza
dell'Italia nel caso di guerra franco-tedesca; soprattutto, però, Bismarck si
preoccupava di rafforzare la posizione dell'alleata Austria-Ungheria, timorosa
di essere attaccata alle spalle dall'Italia nel caso di un conflitto con la
Russia che l'Intesa dei tre Imperatori non rendeva impossibile.
Il sistema bismarckiano va dunque assumendo in questa fase una complessità
che pur non compromettendone la consistenza, è certo macchinosa.
Nell'inverno del 1886-87 il sistema è tuttavia nuovamente minacciato in due
punti essenziali, che esigeranno un vero e proprio virtuosismo diplomatico.
In quell'epoca si ha una crisi dei rapporti franco-tedeschi (corrispondente allo
sviluppo del movimento boulangista in Francia) e una crisi dei rapporti
austro-russi (provocata dalla questione bulgara), poi risolta a vantaggio
dell'Austria-Ungheria.
Bismarck teme che dalle due crisi — specie se dal movimento boulangista dovesse
derivare una restaurazione monarchica o almeno un regime conservatore in Francia
— derivi un avvicinamento e forse un'alleanza fra la Francia e la Russia, e per
impedirlo segue due vie contemporaneamente.
Per far fronte al pericolo di una pressione minacciosa della Francia e della
Russia egli accetta, all'atto del primo rinnovamento della Triplice Alleanza
nella primavera del 1887, di assumere nuovi impegni verso l'Italia. Nel momento
in cui assume tale impegno, però, il cancelliere tedesco ne ha già per così dire
scaricato il peso su altre spalle. Infatti dietro sua esortazione il governo
conservatore inglese di lord Salisbury, preoccupato del contrasto con la Francia
nella questione egiziana, della politica russa in Bulgaria e della situazione
interna irlandese, accetta di uscire almeno in parte dall'isolamento per
stipulare con l'Italia gli Accordi mediterranei del 12 febbraio 1887, cui
l'Austria-Ungheria aderisce circa un mese dopo. Tali accordi prevedono una
collaborazione anglo-italo-austriaca in caso di mutamento dello status quo nel Mediterraneo e quindi neutralizzano, senza bisogno di intervento tedesco,
eventuali iniziative francesi in Tripolitania.
Il «sistema» viene completato in questo settore dall'Accordo italo-spagnolo del
4 maggio 1887 per cui la Spagna si impegna a collaborare alla conservazione
dello status quo e in particolare a non dare alla Francia alcun aiuto che
possa danneggiare direttamente o indirettamente l'Italia, l'Austria-Ungheria o
la Germania. Il cancelliere tedesco cerca così di premunirsi contro il pericolo
dì una effettiva collaborazione franco-russa.
Il congedo del Bismarck. La seconda rivoluzione industriale. La trasformazione del liberalismo
Oltre a ciò, compie comunque un ultimo sforzo per legare a sé la Russia.
Nel 1887, con la nuova crisi dei rapporti austro-russi provocata dalla questione
bulgara, non è evidentemente più il caso di cercare di rinnovare l'Intesa dei
tre Imperatori, ma è possibile stabilire un'intesa a due fra la Germania e la
Russia, che non hanno interessi direttamente contrastanti.
La proposta di Bismarck di dare luogo a negoziati a tale scopo trova però i
dirigenti russi divisi: lo zar Alessandro III esita fra una tendenza
filo-tedesca, rappresentata dal cancelliere Giers, e una tendenza filo-francese
capeggiata dall'influente scrittore e giornalista panslavista Katkov. Una
indiscrezione giornalistica del Katkov, che pubblica senza il permesso dello zar
il testo dell'Intesa dei tre Imperatori del 1881, lo fa cadere in disgrazia, e
Alessandro III acconsente a che si inizino i negoziati russo-tedeschi che
portano rapidamente al trattato segreto detto di Controassicurazione (18 giugno
1887).
Con la conclusione di tale trattato il sistema di alleanze bismarckiano tocca
il suo apogeo.
La Germania ha in questo momento:
- un trattato di alleanza con l'Austria-Ungheria del 1879 (contro la Russia);
- un trattato di alleanza con la Romania del 1883 (contro la Russia);
- per il caso in cui fosse attaccata dalla Francia, una promessa di aiuto
armato dell'Italia e una promessa di neutralità della Russia;
- l'Inghilterra, senza avere preso con essa alcun impegno diretto, con gli
Accordi mediterranei si trova indirettamente associata alla politica tedesca.
Nel giro di pochi anni, per altro, questo complesso sistema si sgretolerà e le
potenze europee si divideranno in due blocchi, assumendo la posizione
caratteristica del ventennio che precede la prima guerra mondiale.
Il colpo fatale al sistema bismarckiano venne inflitto dai successori del
Cancelliere alla direzione della politica estera tedesca, quando nel 1890
evitarono di rinnovare il trattato di Controassicurazione, permettendo così alla
Francia di ottenere, meno di tre anni dopo, la tanto necessaria alleanza con la
Russia (1893).
Già prima delle dimissioni del Bismarck (1890) — impostegli dal contrasto di
opinioni con il giovane imperatore Guglielmo II, salito al trono dopo la morte
del nonno Guglielmo I (1888) e il brevissimo regno del padre Federico III — il
sistema, per gli insopprimibili contrasti e le segrete contraddizioni che in
esso sussistevano, appariva estremamente fragile, mantenuto in vita, com'era,
non da altro che dal genio politico o, spesso, dagli estremi virtuosismi
diplomatici del vecchio Cancelliere.
LO SVILUPPO DEGLI STATI UNITI E DEL CONTINENTE AMERICANO
Il continente americano e l'Europa
Durante il secolo XIX il continente americano nel suo complesso compie uno sviluppo economico notevole, mentre la sua popolazione di origine europea subisce un aumento impressionante.
Diverso è invece il progresso politico-sociale.
Al Nord, nel Canadà britannico e negli Stati Uniti, assistiamo ad un organico
sviluppo delle forme dello stato liberal-democratico e una felice applicazione
dei principi del federalismo politico, non senza però conflitti costituzionali
che si traducono in conflitti armati, trascurabili nel Canadà, assai gravi negli
Stati Uniti; superati tali conflitti, il processo politico riprende con maggior
sicurezza senza altri impedimenti seri, accompagnato da un'attività economica
intensa, da una prosperità sempre crescente.
Al Sud gli stati sorti dal crollo dell'Impero coloniale spagnolo, nello sforzo
di aderire a un regime di democrazia per il quale, durante i secoli della
dominazione spagnola, non hanno avuto adeguata preparazione, conducono
un'esistenza spesso turbata da rivoluzioni, pronunciamenti militari, anarchia e
dittatura; finché negli ultimi decenni del secolo si ha almeno nei più
importanti di essi un riuscito sforzo per affermare uno stabile governo
repubblicano.
Al Centro il corso degli eventi politici è ancora più turbolento. Alle
complicate rivalità fra i piccoli stati istmici e alle gravi crisi
politico-sociali interne messicane si aggiungono le iniziative delle potenze
europee, che occupano nuovi territori, come la Gran Bretagna nel Guatemala alla
metà del secolo, o vogliono imporre regimi politici di loro scelta, come la
Francia nel Messico nel 1863-67; mentre su tutta l'America centrale si fa
sentire il peso crescente della politica degli Stati Uniti, sia che si tratti
del controllo marittimo e commerciale dei Caraibi, sia che si tratti
dell'espansione territoriale verso territori nordamericani sotto sovranità
messicana.
L'espansione degli Stati Uniti
I progressi di gran lunga maggiori sia dal punto di vista economico, sia dal
punto di vista demografico, sono registrabili, già nella prima metà del secolo,
negli Stati Uniti.
A tali progressi gli Stati Uniti aggiungono un'espansione territoriale che,
considerata la relativa brevità del periodo, non ha precedenti nella storia
occidentale.
Nei primi trent'anni dalla costituzione dell'Unione erano sorti nove altri
stati; durante lo stesso periodo la popolazione era aumentata da quattro milioni
e nove milioni e mezzo (1820).
L'espansione aveva assunto diverse forme:
- l'avanzata verso occidente lungo il fiume Ohio con gli insediamenti nel
Kentucky e nel Tennessee;
- l'occupazione delle regioni del nord-ovest al di là del lago Erie;
- l'acquisto della Luisiana dalla Francia (1803) e della Florida dalla Spagna
(1819), che aveva esteso il territorio dell'Unione fino al golfo del Messico.
Nei decenni seguenti, definita la loro posizione internazionale nei confronti
dell'Europa con la proclamazione della dottrina di Monroe (sintetizzata dal
motto: «L'America agli americani»), e postisi per così dire alle spalle i
problemi del Vecchio Mondo, gli Stati Uniti proseguirono la loro espansione.
Essa si sviluppò secondo le direzioni già fissate nei decenni precedenti, ossia
verso Ovest, nelle grandi pianure del Midlle West.
Le comunità statali dell'Ovest acquistano, nell'ambito dell'Unione, una
progressiva importanza economica e politica.
Politicamente esse sono caratterizzate da uno spirito più radicale e democratico
di quello degli stati della costa atlantica, sia del Sud che del Nord.
Espressione di questo trionfo delle forze democratiche dell'Ovest e della loro
particolare avversione alle gerarchie sociali del Sud e al capitalismo del Nord,
fu l'elezione alla presidenza, nel 1828, del generale Jackson, l'energico
conquistatore della Florida.
Sia l'espansione verso Ovest, sia l'affermazione del radicalismo democratico vennero favorite dall'afflusso di immigranti dall'Europa. Mentre nel decennio 1820-30 gli immigranti non superarono i 150.000, verso la metà del secolo essi aumentarono in modo notevole: soltanto nel periodo 1845-50 giunsero negli Stati Uniti 1.500.000 europei, in gran parte Irlandesi spinti dalla carestia del 1846 e Tedeschi indotti ad abbandonare il loro paese dalle repressioni seguite alle rivoluzioni del 1848.
All'espansione verso Ovest, per iniziativa degli abitanti degli stati del Nord e degli immigranti europei (che affluiscono sopra tutto ai porti di questi stati – New York, Boston – per poi, almeno in parte, spingersi verso l'interno del continente, spinti dalla ricerca del benessere economico, da desiderio di libertà, da spirito d'avventura) si aggiunge l'espansione verso Sud-Ovest, in terre poste sotto la sovranità più nominale che effettiva della Spagna e poi del Messico.
Dal punto di vista della politica interna l'espansione sia verso ovest che
verso sud-ovest, e quindi la conseguente formazione di nuove comunità statali,
oltre a provocare lo sviluppo delle tendenze democratiche, crea il problema di
conservare l'equilibrio fra stati del Sud, legati a una struttura economica
basata sulle grandi piantagioni coltivate da schiavi negri, e stati del Nord e
dell'Ovest più o meno democratici, ma in ogni caso avversi, sia per interesse
economico che per convinzione politica e umanitaria, alla schiavitù.
Gli stati del Sud, per conservare la loro posizione in seno all'Unione e non
essere soverchiati dagli stati antischiavisti, dovettero promuovere una loro
espansione, che però non tenesse conto del principio dell'uguaglianza dei
diritti degli abitanti dei nuovi stati dell'Unione, posto dalla Ordinanza del
Nord-Ovest del 1787: in altre parole un'espansione che portasse alla
costituzione di nuovi stati schiavisti.
Tale situazione assunse contorni precisi intorno al 1820 quando si trattò di
costituire, nel vastissimo territorio della Luisiana, il nuovo stato del
Missouri, che avrebbe aumentato il numero degli stati schiavisti.
La questione venne risolta mediante un compromesso con la formazione, al Nord,
di un altro stato, il Maine, tratto dalla parte settentrionale del
Massachusetts, e con l'intesa che l'istituto della schiavitù non avrebbe potuto
essere introdotto in alcun territorio dell'Unione posto più a nord della
latitudine di 36° 30'.
Fino alla metà del secolo il «compromesso del Missouri» rimase in vigore, e si
continuò a procedere con lo stesso criterio di contrapporre a un nuovo stato del
Sud un nuovo stato del Nord e viceversa. Ciò però non poteva eliminare il fatto
che lo sviluppo economico e demografico del Nord fosse considerevolmente
maggiore. Ai politici del Sud, tuttavia, premeva per lo meno di conservare la
parità in Senato, dove ciascuno stato era rappresentato, come era previsto dalla
costituzione, indipendentemente dalla sua popolazione, da due senatori.
Il contrasto fra Nord e Sud venne però a complicarsi e ad offrire nuovo
motivo di tensione a motivo delle iniziative espansionistiche degli abitanti e
degli stati del Sud nel territorio messicano del Texas, annesso agli Stati Uniti
nel 1845.
L'annessione del Texas, seguita da quella di altri estesi territori messicani,
porta il territorio dell'Unione fino alla costa del Pacifico. Ciò si compie per
la prima volta sotto l'influenza della dottrina che afferma il Manifest
Destiny («destino manifesto») degli Stati Uniti di imporre la loro
dominazione all'America settentrionale, o – secondo gli espansionisti più
esaltati – a tutto il Continente, estendendo l'«area della libertà» a territori
male amministrati, a popoli poveri e oppressi.
Nel territorio messicano della California si sviluppa nel 1844 un movimento
autonomista sostenuto dagli immigranti dagli Stati Uniti, che trae vantaggio
dalla situazione sempre incerta del governo centrale messicano per affermare
tendenze separatiste. I pionieri che sono giunti in questa ricca ma lontana
regione dagli Stati Uniti, sono meno numerosi che nel Texas, ma il governo di
Washington rivela subito l'intenzione di appoggiare le loro pretese, offrendo al
governo messicano di acquistare la parte della California intorno al porto di
San Francisco.
Il governo messicano rifiuta e resiste alla pressione diplomatica statunitense,
finché un incidente di frontiera offre agli Stati Uniti l'occasione per far
precipitare la guerra. La netta superiorità militare li porta rapidamente ad
occupare la California e poi a spingere l'avanzata verso sud. Il Messico non può
far altro che chiedere la pace e nel trattato di Guadelupe Hidalgo (2 febbraio
1848) deve cedere non solo la California, ma anche tutto il territorio che sta
fra la stessa California e il Texas, corrispondente agli attuali stati americani
del Nevada, dell'Utah, dell'Arizona e del Nuovo Messico.
Mentre gli Stati Uniti completavano la loro espansione verso Sud-ovest, era
stata portata avanti anche l'espansione dai pionieri nell'Ovest: spingendosi
oltre le grandi pianure del West e valicando le Montagne Rocciose essi
giungevano in numero sempre crescente sul litorale del Pacifico, mentre altri si
fermavano lungo la via costituendo comunità agricole in rapido sviluppo, come
quella fondata dalla setta protestante dei Mormoni, giunti dall'Illinois
nell'attuale Utah nel 1847.
Intanto il governo di Washington aveva provveduto a definire il confine fra gli Stati Uniti e il Canadà: nel 1842 aveva stabilito un accordo con la Gran Bretagna riguardo al confine del Maine, nel Nord-Est, e nel 1846 ne stabilì un altro per il Nord-Ovest, al confine dell'Oregon, divenuto territorio dell'Unione nel 1848.
La Guerra Civile
Alla metà del secolo XIX la Repubblica nordamericana appariva un paese in
continuo e rapido progresso politico, economico e sociale.
Incombeva, tuttavia, il pericolo di una grave crisi politico-sociale, che maturò
fra il 1850 e il 1860 per poi concludersi, nel 1861-65, con la più grave guerra
civile dal tempo della prima rivoluzione inglese, e con il più sanguinoso
conflitto del secolo intercorrente fra la Restaurazione e la prima guerra
mondiale.
Nel rapporto fra Nord e Sud erano indubbiamente presenti insopprimibili
motivi di contrasto morale.
L'atteggiamento dei liberali del Nord verso la schiavitù, espresso e sollecitato
da organi abolizionisti come il giornale The Liberator di Boston,
divulgato da libri di grande successo come La capanna dello zio Tom (1852), era analogo a quello che aveva indotto i liberali inglesi, sotto il
governo di lord Grey, ad imporre l'abolizione della schiavitù nell'Impero
britannico (1833).
Nel Nord dirigenti politici e personalità rappresentative sentivano che
l'avvenire stesso dell'America come terra tipica della libertà e della
democrazia era irrimediabilmente compromesso dall'istituto della schiavitù.
I motivi morali erano solo in parte sostenuti da considerazioni economiche, dal
momento che gli stati antischiavisti avevano raggiunto un grado di sviluppo
economico generale più elevato degli stati schiavisti e non ne temevano certo la
concorrenza. Peraltro, gli stati industriali del Nord e gli stati cotonieri del
Sud auspicavano politiche doganali opposte, perché una politica di libertà di
scambi avrebbe permesso al Sud di barattare il cotone con manufatti inglesi e
francesi, mentre una politica di alte tariffe doganali consentiva al Nord di
vendere i suoi prodotti industriali all'interno dell'Unione in condizioni di
favore.
Strettamente legati agli impulsi morali che determinarono la campagna dei liberali del Nord contro lo schiavismo del Sud erano poi i motivi sociali della frattura. La società industriale e mercantile del Nord, infatti, sostenuta da un'antica tradizione puritana e democratica, guardava con antipatia alla società aristocratica e sotto certi aspetti feudale del Sud, dominata da una minoranza di grandi proprietari terrieri che conducevano un'esistenza raffinata e facile; il Sud, d'altronde, contraccambiava l'antipatia e nutriva disprezzo e senso di superiorità per l'affarismo mercantile e borghese del Nord.
Altro motivo fondamentale della frattura, che fu determinante nel far
precipitare il conflitto, era quello politico-costituzionale.
Nel Nord industriale e mercantile e nel Sud agricolo, malgrado le trasformazioni
portate nella situazione politica americana dal radicalismo democratico
dell'Ovest, erano ancora vive le tradizioni impersonate all'epoca della
Rivoluzione e della fondazione degli Stati Uniti, da Alexander Hamilton,
sostenitore di un potere centrale sufficientemente forte per controllare la
politica locale degli Stati, e da Thomas Jefferson, sostenitore della sovranità
e dell'autonomia degli Stati. Il senso dell'autonomia del proprio Stato
nell'ambito dell'Unione si rifaceva direttamente al primo originario impulso di
libertà che aveva spinto gli abitanti delle diverse comunità coloniali a
ribellarsi al governo di Londra; per esso si schierarono molti uomini del Sud, come
il comandante dell'esercito della
Confederazione, generale Robert Lee, quando presero posizione nella Guerra
Civile.
I nuovi problemi annessionistici portati dalla conclusione vittoriosa
della guerra con il Messico fecero apparire ormai inadeguato il compromesso del
Missouri del 1820.
Infatti seguendo la linea di 36° 30' di latitudine per
separare territori «liberi» e territori schiavisti, si sarebbe divisa
arbitrariamente la California, la più importante delle nuove
annessioni. Inoltre, la costituzione interna della California
proibiva la schiavitù; si sarebbe quindi dovuto contraddire il voto della
legislatura locale.
Dopo un intenso dibattito al Senato si giunse così, ad opera sopra tutto di John Clay e Daniel Webster, ad un ulteriore compromesso (1850) a
norma del quale la California venne annessa nell'Unione come stato «libero», i
territori dell'Utah e del Nuovo Messico furono costituiti senza riferimento alla
schiavitù, e venne promulgata una severa legge sulla cattura e la riconsegna ai
proprietari degli schiavi fuggiti e catturati in stati «liberi».
Il
compromesso del 1850 non valse però ormai che a ritardare la crisi.
La tensione
portò a episodi di violenza. L'episodio più clamoroso si verificò nel 1859
quando un fanatico antischiavista, John Brown, si impadronì con alcuni compagni
dell'arsenale federale di Harpers Ferry, posto sul confine fra territorio
libero e territorio schiavista, compì incursioni liberando un certo numero di
schiavi e dichiarò guerra agli Stati Uniti. Il Brown venne catturato dopo
accanita resistenza, processato e giustiziato con quattro dei suoi compagni, ma
la giustizia federale era ormai incapace di impedire la profonda divisione degli
animi.
Tale divisione venne inequivocabilmente in chiaro durante la campagna
presidenziale del 1860.
Il Partito repubblicano, sorto nel 1854 con il preciso programma di impedire
l'introduzione della schiavitù nei nuovi territori dell'Unione, e rapidamente
impostosi negli stati del Nord, nominò candidato alla presidenza Abramo Lincoln,
un avvocato dell'Ovest che nell'ultimo decennio si era imposto all'attenzione
nazionale per l'appassionata convinzione con cui aveva sostenuto al Congresso e
in pubblici discorsi il carattere morale del movimento antischiavista e aveva
affermato in modo intransigente la necessità che l'Unione mantenesse la sua
compattezza e non permettesse fratture nella compagine nazionale.
Di fronte al
candidato repubblicano stavano diversi altri candidati, perché il contrasto fra
Nord e Sud aveva determinato una rottura nell'altro grande e più antico partito
americano, il Partito democratico.
Quando Lincoln venne eletto, il 6 novembre
1860, apparve subito chiaro che i più intransigenti fra gli stati del Sud
avrebbero adottato misure estreme. Infatti nel mese seguente la Carolina del Sud
adottò, un'Ordinanza di Secessione che dichiarava sciolta l'unione stabilita nel
1788 fra la Carolina del Sud e gli altri stati. Quest'atto gravissimo venne
presto imitato dagli altri «stati del cotone» — Mississippi, Florida, Alabama,
Georgia, Luisiana e Texas — che, riuniti i loro rappresentanti a Montgomery,
nell'Alabama, formarono nel febbraio 1861 una nuova Confederazione sotto la
presidenza del senatore Jefferson Davis.
Quando, nel marzo seguente, il Lincoln assunse la presidenza dell'Unione, la
Confederazione degli stati del Sud aveva già preso le misure opportune per
resistere alle forze federali.
Nei mesi seguenti presero posizione gli stati schiavisti che finora non avevano
fatto atto di adesione alla Confederazione né confermato la loro fedeltà
all'Unione: la Virginia, il Tennessee, la Carolina del Nord, l'Arkansas, che
aderirono alla Confederazione; il Kentucky, il Missouri, il Maryland e il
Delaware, confinanti in gran parte con gli stati «liberi», che, divisi
all'interno e aspiranti alla neutralità, furono guadagnati alla causa
dell'Unione.
La Virginia, legata per tradizione al principio della sovranità degli stati, fu
spinta da tale principio più che dalla questione della schiavitù a schierarsi
con il Sud, e la capitale confederale venne allora trasferita a Richmond,
capitale appunto della Virginia.
Undici stati con nove milioni di abitanti, di cui quasi quattro milioni erano
schiavi, si contrapponevano quindi a ventitre stati con una popolazione di
ventidue milioni.
Alcune circostanze, nonostante la sproporzione di forze, parevano favorire la
causa della Confederazione. Il Sud aveva un corpo di ufficiali assai superiore,
per preparazione tecnica ed esperienza, a quelli del Nord; ai fini della
secessione, per realizzare il suo intento, il Sud non doveva vincere
l'avversario, ma soltanto difendersi, infliggendogli perdite sufficientemente
dure perché desistesse dal proposito di impedirne la secessione; infine, pareva
che la Confederazione potesse contare sull'appoggio diplomatico e forse
sull'intervento militare, o almeno navale, delle potenze europee — l'Inghilterra
e la Francia — prevalentemente filo-sudiste e intenzionate, in particolare, a
garantire la regolare fornitura di cotone greggio alle loro industrie tessili.
In un primo tempo le operazioni militari furono nettamente favorevoli al Sud,
mentre Lincoln doveva continuamente sostituire i comandanti d'esercito, sia
perché si rivelavano privi di capacità tecniche e di esperienza, sia perché
erano soggetti alle critiche da elementi del Congresso e dell'opinione pubblica.
In un secondo tempo tuttavia, a prezzo di enormi perdite e grazie alla tenacia
del Presidente, il Nord fu in grado di mettere in campo ingenti forze, ben
addestrate, armate ed equipaggiate, comandate da generali aall'altezza della
situazione, come Ulisse Grant, divenuto comandante in capo delle forze
dell'Unione nell'ultimo periodo della guerra.
Le operazioni militari si svolsero in genere in due settori, uno occidentale
nella valle del Mississippi, e uno orientale negli stati della costa atlantica.
Un primo tentativo dell'Unione di occupare la Virginia puntando su Richmond, la
capitale confederata, fallì, e il Sud portò la guerra in territorio nemico, in
Pennsylvania.
Malgrado le brillanti vittorie iniziali del generale Lee, questa campagna si
concluse tuttavia con la vittoria nordista nella sanguinosa battaglia di
Gettysburg (1863). Da quel momento i Confederati, rientrati nel loro territorio,
non poterono fare altro che mantenersi sulla difensiva. Nel frattempo le risorse
economiche della Confederazione, consistenti sopra tutto nella produzione di
cotone greggio per esportazione, andavano esaurendosi non tanto perché la
produzione non fosse mantenuta ad un notevole livello, quanto perché il blocco
navale dell'Unione impediva gli scambi.
Nonostante le brillanti imprese delle navi da corsa sudiste, l'Unione aveva una
netta superiorità sul mare, e di essa si era valsa per attaccare e conquistare
New Orleans (1862), il maggior porto della Confederazione; risalendo il
Mississippi, flottiglie di cannoniere nordiste assicurarono da allora in poi lo
stabile controllo del grande fiume.
La situazione drammatica della Confederazione, circondata pressoché da tutti i
lati dalle forze dell'Unione, si mantenne fino all'ultimo notevolmente salda
all'interno; in particolare, la maggior parte degli schiavi rimase al suo posto,
malgrado il proclama del presidente Lincoln del 1863 che dichiarava liberi gli
schiavi degli stati della Confederazione.
Nella primavera del 1865, tuttavia, tale situazione si fece insostenibile:
l'esercito del generale Lee in Virginia si trovò alle prese con forze tre volte
superiori che convergevano su di esso da tutti i lati, e dovette cedere le armi
(Appomattox, 9 aprile); due settimane più tardi cedeva anche il settore
occidentale.
Il presidente Lincoln, che alla fine del 1864 era stato rieletto, annunciò
subito una politica di pacificazione e di ricostruzione, ma il 14 aprile 1865 un
fanatico sudista lo assassinò.
La ricostruzione politica e lo sviluppo economico degli Stati Uniti
La
vittoria del Nord aveva salvato l'Unione americana, ma ad un prezzo gravissimo.
Il Nord aveva avuto circa 360.000 morti, il Sud 260.000; a questi andavano
aggiunti i morti, in numero imprecisato ma certo cospicuo, per malattia e per
mancanza di nutrimento negli ultimi tempi della guerra e nei primi tempi della
pace. Elevatissimo era stato anche il costo materiale della guerra: il governo
dell'Unione aveva emesso prestiti e riscosso tributi straordinari per poco meno
di tre miliardi di dollari; quello della Confederazione per più di due miliardi.
Le perdite materiali subite dal Sud, sia sotto l'aspetto propriamente
finanziario (istituti di credito, compagnie d'assicurazione, affari in genere)
sia sotto l'aspetto materiale della distruzione o confisca di beni, erano
incalcolabili. La produzione agricola, malgrado coraggiosi sforzi, era ormai
ferma, i trasporti non funzionavano più, vaste zone erano soggette alla carestia
e alla fame.
La gravissima situazione del Sud venne inoltre resa più tragica, nei primi anni,
dalla politica dei vincitori. Morto il Lincoln, il suo successore, il
vicepresidente Andrew Johnson, uomo di modeste capacità politiche, si trovò in
gran parte impedito dall'applicare la politica di pacificazione che lo statista
scomparso aveva annunciato, per la prevalenza al Congresso di una maggioranza di
Repubblicani radicali, decisi a far pagar cara al Sud la secessione e a trarre
profitto politicamente ed economicamente dalla vittoria.
I Repubblicani Radicali imposero il riconoscimento della parità giuridica degli
ex-schiavi. Essi tuttavia non si accontentarono di introdurre tale principio
nella legislazione federale, ma intesero imporne la più ampia applicazione agli
stati dell'ex-Confederazione, nell'intento di conservare, attraverso
l'elettorato nero del Sud, che certo avrebbe votato per i liberatori, quindi per
il Partito repubblicano, la maggioranza al Congresso.
Valendosi di tale maggioranza essi poterono ricorrere, per ottenere il loro
intento, a un mezzo estraneo alla consuetudine politica americana: per dieci
anni, dal 1867 al 1877, il territorio della ex-Confederazione venne così
suddiviso in zone militari e sottoposto al controllo dell'esercito.
Sotto la presidenza del generale Ulisse Grant (1868-77) questa situazione venne
però progressivamente trasformandosi. Si ebbe, da un lato, la crescente
resistenza del Sud, che si attuò sia con mezzi legali sia attraverso
organizzazioni segrete, come il famoso Ku Klux Klan, mirante a rovesciare
nei vari stati le amministrazioni minoritarie controllate dal Partito
repubblicano e appoggiate dall'elettorato nero, e a ristabilire la supremazia
bianca. Intanto, al Nord l'opinione pubblica tolse progressivamente il suo
appoggio ai Repubblicani Radicali e quando, nel 1877, le truppe federali vennero
ritirate, i governi di minoranza che ancora sussistevano in Florida, nella
Luisiana e nella Carolina del Sud caddero.
Il danno politico-psicologico recato da questo primo decennio del dopoguerra
tuttavia rimase grave; l'odio razziale era vivo e rimase radicato a lungo nella
società del Sud.
Dalla fine della «Ricostruzione» all'ultimo decennio del secolo XIX la vita
politica degli Stati Uniti si svolse senza che si prospettassero problemi
importanti o che apparissero personalità di rilievo. Il periodo coincise con una
ripresa economica e con uno sviluppo demografico del paese ancor più notevoli di
quelli del periodo intorno alla metà del secolo.
Lo sviluppo demografico porta la popolazione degli Stati Uniti dai 38 milioni
circa degli anni del dopoguerra ai 75 milioni della fine del secolo. A questo
sviluppo l'emigrazione europea dà un contributo notevolissimo: circa 15 milioni.
Fino agli ultimi decenni del secolo gli immigranti sono Tedeschi (750.000 fra il
1882 e il 1885), Inglesi, Irlandesi, Scandinavi. Dal 1895 circa cominceranno ad
affluire Italiani, Spagnoli, Austro-ungarici, Russi, che per la loro più
difficile assimilazione entro la compagine sociale nord-americana, presenteranno
al principio del secolo nuovi preoccupanti problemi agli organi federali. La
trasformazione economica degli ultimi decenni del secolo, aiutata dallo sviluppo
demografico, è straordinaria.
Il Sud si riprese. Quasi tutti i proprietari di grandi piantagioni,
impoveriti dalla guerra e duramente tassati durante il periodo della
Ricostruzione, dovettero vendere buona parte delle loro terre. Sorse così una
numerosa classe di proprietari medi e piccoli, che, giovandosi della mano
d'opera nera, ricostruì su nuove basi l'economia agricola del paese. Ci vollero
però quasi vent'anni perché la produzione del cotone raggiungesse il livello
d'anteguerra, ma dopo di allora essa crebbe rapidamente finché alla fine del
secolo la produzione annuale era più che doppia di quella del 1860.
Accanto all'economia agricola, sempre prevalente, si svilupparono nel Sud anche
l'industria tessile, che si valse della vicinanza della materia prima,
l'industria del tabacco nella Carolina del Nord e in Virginia, l'industria
siderurgica che sfruttò i giacimenti del Tennessee e dell'Alabama.
Il grande sviluppo industriale, che trasformò la repubblica rurale di Lincoln e
di Lee nello stato industriale urbano di MeKinley e di Theodore Roosevelt, i due
presidenti del principio del secolo XX, avvenne però soprattutto nel Nord, in
proseguimento del cospicuo sforzo produttivo compiuto dalle industrie
dell'Unione durante la guerra di Secessione. Sorsero e si svilupparono i grandi
stabilimenti siderurgici della regione di Pittsburgh, le raffinerie di petrolio
dell'Ohio e della Pennsylvania, le industrie per la conservazione delle carni di
Chicago e di Cincinnati ecc.
Con lo straordinario sviluppo di alcune industrie si arricchirono in modo
impressionante e raggiunsero, grazie alla loro potenza economica e finanziaria,
una posizione di preminenza nella vita del paese, i grandi industriali (Rockfeller
[petrolio], Carnegie [acciaio], Vanderbilt [ferrovie] ecc.), cui si aggiunsero
grandi finanzieri, come John Pierpoint Morgan. Tale posizione di preminenza
consentì a questi uomini, spesso uniti in potenti società per azioni, di
eliminare le industrie minori assorbendole o rovinandole, e di controllare il
mercato di uno o magari di una serie di prodotti, stabilendo così grandi
monopoli o trusts; situazione che verso la fine del secolo XIX
preoccupava vivamente l'opinione pubblica, e prospettava al Congresso e al
governo federale l'urgenza di provvedimenti legislativi anti-trusts.
Nel frattempo, gli Stati Uniti non solo avevano cessato di dipendere dai
prodotti industriali europei, ma avevano cominciato a imporsi negli stessi
mercati del Vecchio Continente. Prima ancora che divenissero grande potenza
politica, gli Stati Uniti si erano quindi affermati come grande potenza
economica mondiale.
L'America latina dall'indipendenza alla prima guerra mondiale
La storia dell'America latina, ossia di tutti i territori dell'America
centro-meridionale uscenti dalla colonizzazione della Spagna e del Portogallo,
fu caratterizzata durante il secolo XIX da un'instabilità politica più o meno
grave e continua.
Falliti i progetti federalistici di Simone Bolivar, la personalità più eminente
del movimento d'indipendenza contro la Spagna, l'ex impero coloniale spagnolo si
suddivise in una ventina di stati. Fra essi per semplicità di esposizione si
possono distinguere tre categorie:
- gli stati dell'America centrale, in cui figurano il Messico e i piccoli stati
istmici (Guatemala, San Salvador, Honduras, Nicaragua, Costa Rica), che
ripetutamente, durante il secolo XIX, cercano di costituirsi e mantenersi in una
federazione;
- gli stati della parte centro-settentrionale dell'America meridionale
(Venezuela, Colombia, Ecuador, Bolivia, Perù, Paraguay), che hanno uno sviluppo
economico difficile e stentato turbato da una instabilità politica più grave e
persistente che negli altri stati dell'America latina;
- gli stati della parte centro-meridionale dell'America meridionale (Argentina,
Brasile, Cile, Uruguay) che godono di uno sviluppo economico notevole e, benché
siano sconvolti da rivoluzioni o oppressi da dittature, si avviano, verso la
fine del secolo (salvo l'Uruguay) ad un regime politico costituzionale e
stabile.
Non è il caso di delineare la serie di eventi rivoluzionari, di colpi di stato ecc. che caratterizza la storia di ciascun paese.
Il paese che subì un'evoluzione interna più tranquilla fu il Brasile,
che trasse probabilmente vantaggio dal fatto di non essere passato
immediatamente dallo stato di colonia rigidamente governata dalla madrepatria a
quello di repubblica democratica.
Nel 1822 il principe Pedro di Braganza, della dinastia portoghese, si fece
proclamare imperatore del Brasile sotto di lui, e sopra tutto sotto il figlio
Pedro II (1834-89), il paese si abituò gradatamente alle forme dello stato
costituzionale. Pedro II considerò con spirito illuminato, in particolare, il
movimento per l'abolizione della tratta degli schiavi e poi della stessa
schiavitù, problema che venne progressivamente affrontato a cominciare dalla
metà del secolo, così che dei 2.500.000 schiavi allora esistenti, alla vigilia
dell'emancipazione totale non ne rimanevano più che 750.000.
Fu tuttavia proprio l'atteggiamento liberale della monarchia in questo problema
a provocare la sua caduta: quando infatti nel 1888 la figlia di Pedro II,
Isabella, reggente in nome del padre assente, sanzionò il voto del Parlamento
per l'emancipazione completa degli schiavi, la monarchia perdette l'appoggio
dell'unica classe ostile all'instaurazione della repubblica, quella dei grandi
proprietari terrieri, i quali, con metodo tipicamente latino-americano, ossia
con un pronunciamento di truppe comandate da generali rivoluzionari, la
monarchia venne abbattuta, la famiglia imperiale partì per il Portogallo e il
Brasile adottò una costituzione federale simile a quella degli Stati Uniti,
votata nel 1891 ed effettivamente adottata, dopo un periodo di guerra civile e
di dittatura, nel 1894.
Favorito dalla relativa stabilità di governo e dalle ingenti risorse naturali,
il paese subì un notevole sviluppo economico, principalmente basato
sull'allevamento e sull'agricoltura.
Alla vigilia della prima guerra mondiale il Brasile produceva la metà del caffè
prodotto nel mondo e ingenti quantità di zucchero e di cotone. Era il paese con
la maggior popolazione assoluta dell'America latina (non più di 20 milioni).
L'emigrazione europea aveva contribuito notevolmente a tale sviluppo
demografico, sebbene in modo meno decisivo che in Argentina; a cominciare
dall'ultimo decennio del secolo XIX il contingente medio annuo di immigranti fu
di circa 130.000 persone, in prevalenza portoghesi, spagnoli e italiani. A volte
questi immigranti europei si mantenevano in gruppi etnici e linguistici
compatti, dando la propria impronta a un particolare stato: tale fu il caso
dello Stato del Rio Grande del Sud, colonizzato prevalentemente da Tedeschi che
avevano cominciato ad affluirvi fin dalla metà del secolo XIX, e il caso dello
Stato di San Paolo, colonizzato prevalentemente da Italiani (circa 1.000.000),
che doveva divenire il più prospero e il più moderno degli Stati Uniti del
Brasile.
L'evoluzione politica dell'Argentina fu caratterizzata, più che in
qualsiasi altro stato dell'America latina, dalla lotta continua fra il partito
centralista, assai forte in Buenos Aires e nelle regioni costiere, e il partito
federalista, che intendeva affermare l'autonomia delle regioni dell'interno
contro la preminenza della capitale.
Durante la dittatura di Juan Manuel de Rosas (1835-52), il paese compì considerevoli progressi economici, la
popolazione di Buenos Aires raddoppiò e gli immigrati dall'Europa cominciarono
ad affluire in numero considerevole, recando anche (specialmente gli Inglesi)
notevoli capitali, impiegati sopra tutto nell'allevamento, poi anche nelle
ferrovie e in altre imprese.
Rovesciato il Rosas nel 1852, l'Argentina si dette
una costituzione federale del tipo di quella degli Stati Uniti.
Contrasti
politici e vere guerre civili tuttavia non cessarono, alimentati dall'urto di
interessi e di concezioni sociali e politiche fra gli abitanti di Buenos Aires e
gli abitanti delle provincie; dal 1890 alla prima guerra mondiale, tuttavia, la
vita politica seguì un normale corso costituzionale, favorendo il progresso
economico del paese, basato, come in Brasile, sull'allevamento, che cominciò ad
alimentare una ingente produzione di carni destinate all'Europa, e
sull'agricoltura, che portò la superficie delle terre coltivate a quintuplicarsi
dal 1900 al 1914.
Nel frattempo si era avuto pure un cospicuo aumento della
popolazione (circa 8 milioni di abitanti nel 1914), cui contribuì in misura
essenziale l'immigrazione dell'Europa (nel 1914 il 30% della popolazione
argentina era nata in Europa). In tale immigrazione la percentuale di Italiani
(il 47%, ossia quasi 2 milioni di persone) era elevatissima; tale immigrazione
italiana contribuì in modo decisivo alla trasformazione delle regioni interne da
praterie da allevamento in terre coltivate.
L'immigrazione europea e il grande sviluppo economico di questi paesi, cui si deve aggiungere quello dell'Uruguay, compiutosi malgrado le sempre instabili condizioni politiche, favorì, come abbiamo anticipato, il mantenimento di stretti rapporti con l'Europa, nel campo culturale e sopra tutto nel campo economico. I rapporti finanziari, basati essenzialmente sull'investimento di capitali europei nell'America latina, furono particolarmente rilevanti fra l'Argentina, l'Uruguay, il Cile e l'Inghilterra; il 50% degli ingenti investimenti esteri in Argentina era nel 1914 inglese e inglesi erano ben quattro delle sei banche straniere di Buenos Aires. Alla vigilia della prima guerra mondiale gli Stati Uniti occupavano una posizione di preminenza economica-finanziaria nell'America centrale, ma nell'America meridionale la loro posizione era inferiore a quella dell'Europa occidentale o anche della sola Inghilterra, salvo che nel Brasile. Questa situazione sarà rovesciata dalla guerra, che confermerà il progresso economico degli Stati Uniti anche nel campo dei rapporti commerciali (in seguito anche finanziari) con gli altri stati del Continente americano.
TENDENZE E PROBLEMI POLITICI ED ECONOMICI DELLA società
EUROPEA
DALLA META DEL SECOLO XIX ALLA PRIMA GUERRA MONDIALE
Il progresso scientifico, tecnico ed economico. Lo sviluppo demografico
La seconda metà del secolo XIX fu un'epoca di scoperte e progressi senza
precedenti in tutte le scienze: fisica, chimica, geologia, astronomia, biologia,
medicina ecc.
Le applicazioni dei risultati di tali scoperte e progressi scientifici
provocarono grandi mutamenti nella vita e nel modo di cogliere la realtà.
Nel campo della vita pratica, l'applicazione delle scoperte scientifiche ebbe le
sue maggiori conseguenze nella produzione industriale, accelerandola al punto
che si può parlare di una seconda Rivoluzione industriale, verificatasi fra la
fine del secolo XIX e il principio del XX.
Nei decenni subito dopo la metà del secolo, il progresso tecnico si manifestò
sopra tutto nel perfezionamento dei metodi per l'estrazione del carbone e per la
produzione metallurgica. Durante tale periodo la situazione relativa dei paesi
industriali rimase in gran parte ancora quella della prima metà del secolo, con
un'Inghilterra al primo posto e un'Europa occidentale (Francia, Belgio) che si
manteneva in posizione di vantaggio. L'industria tedesca compì tuttavia
sensibili progressi e così pure l'industria degli Stati Uniti, il cui sviluppo
produttivo fu per altro in parte assorbito dallo sforzo bellico dell'Unione
durante la guerra di Secessione. D'altra parte le attività industriali
cominciarono a estendersi, almeno per quanto riguarda lo sfruttamento di risorse
minerarie, a nuovi paesi: alla Svezia (ferro), alla Spagna, alla Russia
(giacimenti petroliferi di Baku).
Strettamente legato a questa grande espansione industriale è lo sviluppo del
commercio.
Per quanto riguarda i trasporti e le comunicazioni, si ha fin dai decenni subito
dopo la metà del secolo un grande sviluppo delle ferrovie: datano da questo
periodo la struttura principale della rete ferroviaria che congiunge nell'Europa
centro-occidentale, la Francia, l'Italia settentrionale e l'Europa-centrale
tedesca, nonché le grandi iniziative ferroviarie transcontinentali negli Stati
Uniti. Nei decenni precedenti la prima guerra mondiale questo sviluppo della
rete ferroviaria europea e nordamericana ancora si accelera, mentre si
cominciano a costruire ferrovie anche nelle altre parti del mondo: la rete
ferroviaria europea passa da 223.000 Km nel 1890 a 342.000 Km nel 1913; quella
degli Stati Uniti da 268.000 a 402.000 Km; nelle altre parti del mondo
considerate complessivamente da 92.000 a 226.000 Km.
Uno sviluppo forse ancora maggiore subiscono i trasporti marittimi, che già
prima della metà del secolo XIX, grazie alla navigazione a vapore e all'uso di
tipi assai efficienti di velieri veloci, erano divenuti molto agevoli.
Successivamente, le esigenze crescenti del commercio mondiale, che stimolano le
costruzioni navali e di conseguenza aumentano la concorrenza fra gli armatori,
portando ad un abbassamento dei prezzi dei trasporti; i perfezionamenti tecnici
(l'introduzione del motore a turbina è del 1897), che aumentano la velocità
delle navi consentendo pure una diminuzione dei prezzi dei trasporti, la
costruzione dei canali interoceanici di Suez (1869) e di Panama (1912), che
abbreviano sensibilmente le comunicazioni intercontinentali, sono tutti elementi
che contribuiscono al grande sviluppo della marina mercantile.
Fra il 1890 e il 1913 il tonnellaggio della marina mercantile mondiale raddoppia
(da 23.000.000 tonnellate passa a quasi 47.000.000 tonnellate), mentre cresce
rapidamente il numero relativo delle navi a vapore (dal 60% al 95%).
Il grande sviluppo del commercio è legato, durante quest'epoca, alla forma
complementare assunta dall'economia mondiale, e specialmente dai rapporti
economici fra l'Europa centro-occidentale (nonché, alla vigilia della prima
guerra mondiale, il Giappone) e gli altri continenti.
Quasi tutti i paesi industriali ricevono una parte più o meno cospicua delle
materie prime di cui abbisognano per le loro industrie da paesi extraeuropei:
colonie da essi dipendenti, colonie di altre potenze o stati sovrani. D'altra
parte la maggior parte dei paesi industriali (in primo luogo l'Inghilterra, dove
questo fenomeno risale alla prima metà del secolo), concentrando la loro
attività economica sulla produzione industriale, vengono a dipendere dall'estero
per il loro fabbisogno di generi di consumo. In molti casi tale dipendenza
sarebbe inevitabile anche senza l'intensa industrializzazione del paese, visto
che la popolazione è talmente cresciuta e ha talmente aumentato i propri
bisogni, che le risorse nazionali sarebbero comunque insufficienti.
Altro essenziale fattore di questa grande espansione del commercio mondiale è
l'apertura di mercati per la vendita dei prodotti industriali nei continenti che
forniscono materie prime ai paesi industriali: l'America latina, l'Africa,
l'Asia, l'Australia. Questa espansione della produzione industriale impone
naturalmente ai governi una politica economica intesa a non compromettere il
progresso economico interno e nello stesso tempo a sostenere l'intensa
competizione internazionale.
La sola Inghilterra rimase fedele al libero scambio, sebbene negli ultimi
decenni del secolo molti Inglesi auspicassero il mutamento di una politica
economica che ormai non rispondeva più agli interessi del paese, e al principio
del secolo XX si cominciassero a discutere le prime forme di un sistema di
«protezionismo imperiale», ossia di un sistema libero-scambistico limitato ai
paesi dell'impero.
Aspetto fondamentale della grande espansione di quest'epoca è il complesso
sistema finanziario e creditizio, che ha le sue sedi principali nei due grandi
mercati finanziari di Londra e di Parigi, ma che in seguito si appoggia al
mercato finanziario tedesco e anche nordamericano.
Nello stesso periodo si manifesta negli investimenti di capitali europei la
caratteristica tendenza, già in parte preannunciata dai decenni precedenti, per
cui gli investimenti inglesi tendono a rivolgersi ai paesi extraeuropei (Impero
britannico, regioni asiatiche dell'Impero ottomano, Egitto, Stati Uniti, America
latina), lasciando il campo libero, in Europa, alle iniziative francesi e
belghe. Le grandi banche francesi, che finora si erano prevalentemente
interessate dei prestiti emessi dagli stati esteri (il Regno di Sardegna e poi
il Regno d'Italia, fra gli altri), collocano ora capitali in numerose imprese
private ferroviarie e industriali, in Italia, in Russia, nel Lussemburgo ecc.
Tale sviluppo delle attività industriali e finanziarie porta, per iniziativa di
alcuni settori industriali che esigono grandi investimenti di capitali, quali ad
esempio quello metallurgico, al collegamento di varie imprese industriali o di
vari interessi finanziari in cartels e trusts, che dispongono di
ingenti mezzi tecnici e finanziari. Il fenomeno si afferma dapprima negli Stati
Uniti e in Germania nel decennio 1880-90 e si diffonde poi agli altri paesi,
creando potenti monopoli che controllano la produzione e il prezzo di
determinati prodotti. D'altra parte la concentrazione dei mezzi finanziari che
tal genere di società comporta, finisce col dare alle questioni bancarie e
finanziarie e agli uomini che le rappresentano, un'importanza preminente
nell'attività industriale.
Non minore importanza del progresso scientifico, tecnico ed economico ha per
la fisonomia dell'epoca qui considerata lo sviluppo demografico.
L'aumento della popolazione varia considerevolmente da paese a paese. L'Italia e
la Russia hanno gli aumenti relativi più forti (la popolazione italiana passa da
30 milioni nel 1891 a più di 35 milioni nel 1913); le popolazioni della Gran
Bretagna e della Germania, grazie sopra tutto ai progressi dell'igiene e della
medicina, aumentano rispettivamente di 7 e di 15 milioni. In Francia la
popolazione cresce soltanto di 1.300.000 abitanti. Gli Stati Uniti, grazie, in
buona parte, all'immigrazione dall'Europa, vedono la loro popolazione aumentare,
dal 1900 al 1914, di ben 21 milioni di abitanti (da 76 a 97 milioni). Fuori
d'Europa, assai ingente è pure l'aumento demografico del Giappone, in questo
caso dovuto più che altro all'aumento delle nascite (da 30 a 55 milioni), mentre
i due maggiori paesi asiatici, l'India e la Cina, hanno alla vigilia della prima
guerra mondiale una popolazione, la prima di 315 milioni, la seconda di 320-330
milioni.
Questa situazione demografica nei paesi di evoluzione politico-sociale più
progredita influisce in modo fondamentale sulla vita delle comunità statali,
ponendo nuovi problemi di organizzazione economica e politica, direttamente
connessi con lo sviluppo industriale, con il progresso della democrazia e del
socialismo.
Lo stato dello sviluppo demografico influisce sulla posizione relativa
dell'Europa e degli Stati Uniti nel mondo: il rapido e cospicuo spostamento di
decine di milioni di persone da una parte all'altra dell'Atlantico, che
favorisce uno sviluppo economico dovuto d'altra parte ad energie risorse e
condizioni naturali affatto eccezionali, tende in effetti a fare degli Stati
Uniti un preoccupante concorrente dell'Europa.
Il liberalismo democratico
Fra la metà del secolo XIX e la prima guerra mondiale, il liberalismo, che
abbiamo visto imporsi nell'epoca precedente nell'Europa occidentale, compie una
grande evoluzione, che senza mutarne i principi originari, ne arricchisce gli
elementi dottrinari, sotto l'influenza della nuova realtà sociale ed economica
creata dalla Rivoluzione industriale. Così il movimento liberale supera i limiti
ristretti entro i quali si era mantenuto nell'epoca precedente nella sua forma
dominante di liberalismo moderato o costituzionalismo per trasformarsi in
liberalismo democratico o democrazia.
La monarchia costituzionale cessò di essere la formula tipica dello stato
liberale quando, accanto ai regni costituzionali di Gran Bretagna, d'Italia, del
Belgio ecc., sorse la liberale Terza Repubblica francese.
Il corpo elettorale venne esteso fino a corrispondere al suffragio universale
maschile:
- in Francia questo era in vigore fin dalla Seconda Repubblica (1848), anche se
poi il Secondo Impero ne aveva annullato il significato ai fini di uno sviluppo
della democrazia;
- in Gran Bretagna entrò di fatto in vigore con la riforma elettorale del 1884;
- in Germania (quale che potesse essere il suo significato nel Reich bismarckiano e guglielmino) venne introdotto per le elezioni al Reichstag nel 1871;
- in Italia venne attuato solo nel 1912;
- negli Stati Uniti era stato introdotto nella maggior parte degli stati del
Nord e dell'Ovest nel decennio 1830-40, e venne predominio esteso a tutti gli
stati dopo la guerra di Secessione.
La trasformazione del liberalismo moderato in liberalismo democratico ha
inoltre un fondamentale aspetto economico, con conseguenze sociali di importanza
decisiva.
Verso la metà del secolo XIX il liberalismo moderato aveva dato maggior rilievo
ai suoi aspetti economici accettando e facendosi banditore dei principi del
liberismo economico. Ciò era originariamente avvenuto in Inghilterra per la
fusione delle forze del liberalismo politico dei whigs e del liberalismo
economico di Richard Cobden e della Scuola di Manchester.
La dottrina del laisser faire, però, non venne mai applicata
integralmente in nessun paese, mentre interventi saltuari e particolari dello
stato si ebbero sempre (concessioni di sussidi a imprese ferroviarie,
imposizioni di tariffe protettive su determinati prodotti ecc.), ma essa conferì
in ogni caso un definito carattere a un'epoca del liberalismo occidentale. Tale
epoca, in cui il liberismo si impone all'interno degli stati, coincide con
quella in cui un regime di libero scambio regola i rapporti economici
internazionali. Essa ha inizio circa alla metà del secolo XIX e ha termine prima
della fine di esso, quando in ambito internazionale gli stati ritornano ad una
politica di protezionismo doganale più o meno rigido, e nell'ambito interno
l'espansione industriale (che crea una sempre più numerosa classe di lavoratori
politicamente educati) e il progresso della democrazia in genere impongono una
nuova politica di intervento dello stato nelle iniziative economiche
individuali.
Questo interventismo dello stato, che doveva porre termine al liberalismo
classico, instaurando il liberalismo democratico o democrazia, che avrebbe poi
avuto, dopo la prima guerra mondiale, uno sviluppo nel liberalismo sociale o
social democrazia, si manifestò in forma diversa da paese a paese.
È significativo il fatto che il primo paese in cui venne introdotta una
legislazione sociale intesa a proteggere i lavoratori dallo sfruttamento della
società industriale capitalistica fu la Germania bismarckiana (fra il 1883 e il
1889), dove il movimento liberale era stato soffocato o deviato dal suo corso
naturale. È pure significativo che l'Inghilterra, il paese che aveva dietro di
sé la più gloriosa tradizione liberale e che aveva contribuito più di ogni altro
(con la possibile eccezione della Francia) a diffondere i principi liberali, fu
il più restio ad abbandonare il laisser faire. Il Partito liberale
britannico, sotto la direzione di William Gladstone, si mantenne fedelmente
ligio ai principi dell'iniziativa individuale e rifuggì dall'intervento statale
in campo sindacale e in campo sociale in genere, cosa che non deve fare comunque
dimenticare il sistematico impulso riformatore del liberalismo gladstoniano nel
campo politico, educativo, religioso.
Con il nuovo secolo, comunque, si ebbe, come abbiamo accennato, una decisa
affermazione del liberalismo democratico, che si espresse in una serie di
riforme sociali.
In Inghilterra il Partito liberale, al governo dal 1906 al 1916, appoggiato dai
laburisti, compì sotto la guida di Herbert Asquith e sopra tutto di David Lloyd
William Gladstone George una vasta opera legislativa, stabilendo compensi per i
lavoratori in caso di infortunio o malattia, conferendo pensioni a carico dello
stato ai lavoratori anziani, definendo i salari minimi ecc.
Ancora più importante fu l'introduzione, nel 1909, da parte del Lloyd George,
della prima imposta progressiva sul reddito.
Riforme analoghe si ebbero in Francia, mentre il liberalismo democratico
acquistava nuovo vigore dall'accettazione degli ideali democratici e
repubblicani da parte dei socialisti.
In Italia si ebbe pure una legislazione sociale, più timida e più limitata, per
altro, che negli altri paesi occidentali.
Negli Stati Uniti la legislazione «progressiva» dell'epoca del presidente
Teodoro Roosevelt (1901-08), venne seguita da quella, assai più estesa e
radicale, del periodo seguente alla grande vittoria democratica nelle elezioni
del 1912, che portò alla presidenza il democratico Woodrow Wilson.
L'evoluzione del liberalismo in senso democratico, culminante, in questa
epoca, nelle varie legislazioni sociali e progressive del decennio che precede
la prima guerra mondiale, si accompagnò pure all'introduzione del regime
costituzionale in paesi rimasti soggetti per gran parte del secolo XIX a regimi
autocratici.
Il regime costituzionale dell'Impero tedesco, pur non potendo certo considerarsi
liberale per l'ampiezza dei poteri riservati all'imperatore e al cancelliere,
costituiva in ogni caso un riconoscimento dell'attualità del sistema
rappresentativo, mentre regimi e metodi liberali si diffondevano, d'altra parte,
all'interno dei vari stati tedeschi, specie di quelli sud-occidentali.
Nell'Impero asburgico una forma limitata di regime rappresentativo era stata
introdotta già alcuni anni prima della costituzione della Duplice Monarchia del
1867; il suffragio universale maschile fu introdotto nel 1906 in Austria, ma non
in Ungheria.
Perfino nell'Impero russo venne istituito, nel 1906, una Assemblea
rappresentativa, la Duma, i cui poteri erano per altro assai limitati.
Fra i paesi asiatici, l'Impero ottomano adottò il regime costituzionale nel
1908, dopo la rivoluzione dei «Giovani Turchi»; il Giappone l'adottò, insieme
con gli aspetti tecnici ed economici della civiltà occidentale, fin dalla
«rivoluzione» del 1868 che reinsediò sul trono l'imperatore; in Cina, infine,
nel 1912, l'impero venne abbattuto e venne istituita una repubblica che almeno
nominalmente adottò le forme di governo rappresentativo occidentale.
Il socialismo
Anche il socialismo, come il liberalismo, compie in quest'epoca un'importante
evoluzione, o addirittura una trasformazione, abbandonando le forme utopistiche
che aveva assunto nella prima metà del secolo XIX, per diventare un fattore
essenziale ed operante della società politica.
La causa generale di questa trasformazione va ricercata nel progresso tecnico,
nello sviluppo industriale e nel conseguente progresso della società politica,
stimolati dal movimento liberale; ciò crea nel proletariato industriale urbano
una categoria sociale particolarmente adatta ad assimilare i principi del
socialismo, a farne proprie le rivendicazioni, a collegarsi e a organizzarsi per
dare a tali rivendicazioni esito concreto.
Massimo esponente del socialismo «scientifico» o realistico, fu il tedesco Carlo
Marx (1818-83).
Il Manifesto del nuovo socialismo (1847-48) affermava che l'evoluzione
dell'attuale società capitalistica avrebbe portato alla concentrazione del
capitale nelle mani di poche persone, finché sarebbe stato possibile al
proletariato di insorgere, stabilendo la sua «dittatura» nello stato comunista,
basato sull'eliminazione della proprietà privata. Intento principale dell'azione
socialista doveva quindi essere l'organizzazione politica del proletariato, in
attesa del momento in cui esso avrebbe dovuto conquistare il potere; il mezzo
principale dell'affermazione del proletariato si sarebbe configurato come «lotta
di classe» contro la borghesia e, nella fase finale, come rivoluzione.
Sebbene l'influenza del Marx e del Manifesto comunista sulle rivoluzioni
del 1848 fosse scarsa, ed egli dovesse rassegnarsi, dopo il fallimento, a
esulare in Inghilterra (dove rimase, vivendo poveramente, fino alla morte) nei
decenni seguenti il fondatore del socialismo scientifico diede al movimento la
sua complessa struttura dottrinaria (sopra tutto nell'opera Il Capitale,
il cui primo volume apparve nel 1867) e la sua prima organizzazione
internazionale. Questa consistette nella Associazione internazionale dei
lavoratori, fondata a Londra nel 1864, che cercò attraverso congressi in cui
convenivano rappresentanti dei gruppi socialisti di vari paesi europei e degli
Stati Uniti, di coordinare e di potenziare l'azione politica del socialismo.
L'Associazione internazionale dei lavoratori o «Internazionale» come venne poi
comunemente chiamata, non resistette però a lungo. La scarsità di fondi, il
sorgere dei movimenti nazionalistici nei vari paesi, il severo colpo ricevuto
dal socialismo con la repressione della Comune di Parigi e l'esecuzione o la
deportazione dei suoi capi, e il dissidio interno fra socialisti marxisti e gli
anarchici, facenti capo al russo Michele Bakunin, ne determinarono lo
scioglimento (1876).
Nel 1889 venne costituita una seconda Internazionale; la sua esistenza fu
tuttavia travagliata, ancor più di quella della prima Internazionale, dall'urto
coi sentimenti nazionalistici, che erano nel frattempo penetrati più
profondamente nella coscienza politica dei popoli europei.
La dottrina socialista vedeva nei conflitti fra nazioni la conseguenza delle
competizioni economiche generate dal sistema capitalista e proclamava che gli
operai di tutti i paesi avevano i medesimi interessi. La seconda Internazionale
cercò quindi di stabilire un comune piano di lotta contro il militarismo e
l'imperialismo.
A partire dal 1904, quando i blocchi di potenze avverse si precisano mentre la
corsa agli armamenti assume un ritmo preoccupante, i congressi socialisti
internazionali discutono seriamente un piano d'azione comune. Sull'opportunità
di condannare l'espansione coloniale i pareri sono discordi, ma si ha un'unanime
presa di posizione contro i metodi dell'imperialismo e il ricorso alla guerra
come mezzo per regolare le divergenze internazionali. Per altro i congressi non
raggiungono alcun risultato concreto quando si discutono i mezzi che si
dovrebbero impiegare per opporsi a un eventuale conflitto: al congresso di
Stoccarda del 1907 una parte notevole dei delegati si oppone alla proposta di
ricorrere allo sciopero generale per impedire o ostacolare un eventuale
mobilitazione militare nei vari stati, mentre il problema viene eluso negli anni
seguenti con dichiarazioni generiche e non compromettenti, rivelatrici
dell'incapacità dell'Internazionale socialista di imporsi ai sentimenti
nazionalistici.
Maggior successo ebbe l'organizzazione politica del socialismo nei vari
stati.
L'iniziativa in questo campo spetta al tedesco Ferdinando Lassalle, per opera
del quale nel 1875 si costituì in Germania il Partito socialdemocratico, che
accettò i principi marxisti ma intese applicarli nell'ambito nazionale. Dal 1877
i socialdemocratici, malgrado le leggi antisocialiste del periodo 1878-90,
aumentarono la loro influenza nel paese, finché alla vigilia della prima guerra
mondiale costituivano una forza considerevole nel Reichstag.
Analogamente, partiti socialisti nazionali si formarono e svilupparono negli
altri paesi europei.
In Inghilterra, dove i primi esponenti socialisti o laburisti (ossia «del
lavoro») apparvero in Parlamento alla fine del secolo XIX, il Partito laburista
crebbe rapidamente, finché nel primo dopoguerra si sostituì al Partito liberale
come grande rivale del Partito conservatore; in Francia i socialisti nel 1914
occupavano 102 seggi in Parlamento; negli Stati Uniti il movimento socialista
rappresentò un partito minore che ottenne nelle elezioni del 1912 circa 900.000
voti; in Italia il Partito socialista, fondato nel 1892, aveva alla Camera, nel
1914, un numero considerevole di deputati.
Nello stesso tempo, nell'ambito di questi partiti socialisti nazionali si
determinarono due tendenze principali:
- una corrente massimalista (ortodossia) impegnata ad applicare integralmente i
principi marxisti della lotta di classe e della preparazione alla conquista
rivoluzionaria del potere;
- una corrente riformista (revisionismo) che riteneva più importante e più
vantaggiosa per gli interessi della classe lavoratrice ottenerne un graduale
miglioramento delle condizioni economiche attraverso un'opera politica legale in
parlamento e attraverso movimenti d'opinione.
La tendenza marxista-rivoluzionaria prevale nei paesi dove le condizioni del
popolo sono più disagiate, o dove non esiste legislazione sociale, o dove il
regime politico è nettamente antidemocratico (Russia, Italia). La tendenza
riformistica prevale nei paesi di tradizione liberale e democratica più solida,
o di benessere economico più elevato e diffuso (Inghilterra, Germania). In
Francia il Partito socialista subisce una caratteristica evoluzione dalla prima
alla seconda tendenza durante il primo decennio del secolo XX, per divenire poi
chiaramente riformista con l'entrata in vigore dell'importante legislazione
sociale degli anni intorno al 1910.