CLASSE V - Sintesi di Storia (3) |
Classe III | Classe IV | Classe V |
---|---|---|
Sintesi Testi Verifiche |
Sintesi Testi Verifiche |
Sintesi Testi Verifiche |
Terminologia storica |
Il periodo dell'unificazione tedesca: la situazione dell'Europa
l'europa nell'epoca bismarckiana
L'unificazione italiana costituì il primo grande mutamento dell'assetto
territoriale e politico dell'Europa dall'epoca della Restaurazione.
Essa significava il primo grande trionfo del principio di nazionalità.
Francia, Inghilterra e Russia nell'epoca delle unificazioni italiana e tedesca
Subito dopo la formazione dello stato unitario italiano, e contemporaneamente
ai completamenti dell'unificazione italiana rappresentati dall'annessione del
Veneto del 1866 e dall'annessione di Roma del 1870, l'Europa subì un'altra
grande trasformazione a causa dell'unificazione tedesca.
Questa fu un fenomeno storico di proporzioni più vaste, di conseguenze più
profonde dell'unificazione italiana, per l'estensione territoriale della
Germania, per la sua potenza demografica, per la sua posizione geografica al
centro del continente europeo, per il suo eccezionale progresso tecnico e per il
poderoso sviluppo intellettuale.
Singolare fu poi il carattere di sviluppo del movimento unitario, in cui
l'elemento statale-dinastico prevalse sollecitando e nello stesso tempo
appoggiandosi ad una concezione nazionale non più legata all'idea liberale, ma a
una nuova valutazione della potenza e dell'autorità dello stato.
In Francia, il regime di Napoleone III (così l'imperatore volle
chiamarsi per stabilire la continuità dinastica attraverso il figlio di
Napoleone I e di Maria Luisa d'Austria, il “re di Roma”, poi duca di Reichstadt,
che se avesse regnato sarebbe stato Napoleone II) fu caratterizzato
dall'accentramento del potere nelle mani dell'imperatore, il quale si sbarazzò
dei maggiori avversari politici facendoli processare e deportare, stabilì il suo
controllo diretto sul corpo legislativo e instaurò una rigida censura sulla
stampa.
Peraltro, a compensare i Francesi della perdita o almeno delle gravi limitazioni
poste alla loro libertà politica e individuale, Napoleone III si dedicò
all'attuazione di diverse opere pubbliche, al miglioramento delle comunicazioni,
all'incentivazione del commercio e dell'industria, così da aumentare il
benessere materiale della nazione.
D'altro lato, sempre seguendo la medesima direttiva, e tenendo presente, per di
più, la grande tradizione del Primo Impero, Napoleone III volle ottenere il
consenso dei Francesi con una politica estera vivace e aggressiva, che valesse a
ridare alla Francia del Secondo Impero una prestigiosa posizione europea.
Il prestigio e la posizione internazionale del Secondo Impero, assai elevati
nel 1856 dopo la fine vittoriosa della guerra di Crimea e il congresso di
Parigi, che aveva visto Napoleone III al centro della politica europea,
cominciarono ad essere scossi quando l'indipendenza italiana si compì non
secondo i piani di Napoleone III, ma secondo una soluzione unitaria che appariva
alla maggioranza dei Francesi contraria ai loro interessi nazionali.
Nel decennio successivo fatti e circostanze contribuirono alla decadenza del
Secondo Impero:
- il raffreddamento dei rapporti con l'Inghilterra, che temeva i piani
napoleonici di revisione dell'assetto territoriale dell'Europa a norma del
principio di nazionalità,
- il peggioramento dei rapporti con la Russia, per l'atteggiamento inutilmente
antagonistico assunto da Napoleone III a proposito della rivoluzione polacca del
1863,
- la maldestra politica verso Austria e Prussia nel 1865-66, che permise la
vittoria e il rafforzamento della Prussia senza che la Francia potesse trarne
alcun compenso,
- il fallimento dell'impresa iniziata nel 1863 nel Messico e terminata con la
fucilazione nel 1867 di Massimiliano d'Asburgo, creato per iniziativa di
Napoleone e con l'aiuto militare francese imperatore del Messico,
- il faticoso e insoddisfacente sviluppo della Questione Romana, che inaspriva
i rapporti franco-italiani e d'altra parte non evitava a Napoleone III il
biasimo dei clericali francesi.
Nel 1869, poi, l'ultima delle imprese spettacolari con cui l'Imperatore
intendeva colpire l'immaginazione dei Francesi e del mondo, il completamento e
l'inaugurazione del Canale di Suez, venne a coincidere con una ripresa
dell'opposizione al regime napoleonico, che contava nelle sue file ora non più
soltanto i liberali e i democratici, ma anche i clericali, che avevano
inizialmente favorito la restaurazione imperiale.
Nello stesso anno Napoleone III tentò di attirare a sè i liberali dando
all'impero un regime più sinceramente rappresentativo e costituzionale, ma
l'affermarsi delle tendenze repubblicane e socialiste annullò del tutto i
vantaggi che egli aveva potuto trarre dalla parziale adesione dei liberali.
In Inghilterra l'epoca delle unificazioni italiana e tedesca è
contraddistinta da un ulteriore sviluppo della prosperità del paese, che
mantiene il suo primato economico malgrado i progressi compiuti dalla Francia e
soprattutto dallo ZolIverein tedesco, e da una graduale trasformazione delle
classi e dei partiti politici.
In questi decenni centrali dell'età vittoriana (1837-1901) si hanno solo due
eventi che turbano il generale carattere pacifico dell'epoca:
- la guerra di Crimea (1853-56)
- la rivolta delle truppe indigene in India del 1857, che provocò stragi
sanguinose sia da parte dei sepoys (soldati indiani) contro gli Inglesi
residenti in India, sia da parte delle forze inglesi inviate a reprimere la
rivolta.
In seguito all'insurrezione la Compagnia delle Indie (East India Company)
venne privata dei suoi poteri e l'India divenne un possedimento della Corona
(1858).
Nel campo politico, l'ascesa e il consolidamento della borghesia industriale
e commerciale britannica portò ad una trasformazione della classe politica
dirigente e degli stessi partiti. Questi vennero trasformandosi dai vecchi
partiti aristocratici tory e whig nei nuovi partiti conservatore e
liberale.
Gli esponenti della borghesia entrarono in misura sempre più notevole in
Parlamento e sempre più occuparono posizioni spesso importanti nello stesso
governo.
La misura di tale trasformazione della classe politica britannica è data dalla
riforma elettorale (Reform Act) del 1867, riforma che venne presentata al
Parlamento da un governo conservatore, che estese il diritto di voto dalla
classe media benestante, che l'aveva ottenuto nel 1832, alla piccola borghesia e
a una parte del proletariato. Quasi a sanzionare l'avvento della democrazia
politica in due aspetti fondamentali della storia britannica, nello stesso anno
1867 il British North America Act riconobbe al Canadà lo stato di
Dominion autonomo con un governatore rappresentante la Corona e un regime
costituzionale simile a quello del del Regno Unito: era il primo nucleo di
quello che sarebbe divenuto poi il Commonwealth britannico.
Importanti trasformazioni interne subì durante questo periodo la Russia.
L'Impero zarista sotto Nicola I, conservatore inflessibile, aveva contribuito
più di qualsiasi altra potenza alla Seconda Restaurazione, aiutando l'Austria a
reprimere l'insurrezione ungherese, reprimendo il movimento costituzionale nei
principati danubiani di Moldavia e Valacchia e favorendo il ristabilimento
dell'antico assetto federale in Germania.
Morto Nicola I durante la guerra di Crimea, il figlio e successore Alessandro II
si era trovato sulle spalle una pesante eredità. Benché, infatti, le operazioni
di guerra non avessero avuto esito disastroso, esse avevano comunque inciso da
un lato sulla potenza militare della Russia, dall'altro sulle sue risorse
finanziarie, provocando, inoltre, un diffuso fermento politico-sociale.
Fra il 1861 e il 1864, pertanto, Alessandro II, più perché non si sentiva
sufficientemente forte per continuare la politica di inflessibile
conservatorismo autocratico del padre, che perché ritenesse giusto modificare il
regime politico-sociale esistente, introdusse diverse riforme:
- nel 1861 decretò la liberazione dei contadini che erano ancora asserviti alle
proprietà terriere nobiliari secondo il regime feudale ormai scomparso in tutti
gli altri stati europei;
La politica di Alessandro II. L'Italia dopo l'unificazione
- nel 1862 introdusse una riforma giudiziaria che rendeva pubblici i
procedimenti, adottava il sistema della giuria, la codificazione delle leggi ed
altre misure di carattere liberale;
- nel 1864 adottò infine un sistema di decentramento amministrativo per cui
l'amministrazione delle province e dei distretti era assunta da assemblee
locali.
Le riforme di Alessandro II, tuttavia, non ebbero seguito, anche in conseguenza
dell'insurrezione dei polacchi registratasi nel gennaio del 1863 e subito
repressa come la precedente del 1830-31. Dopo il 1865, comunque, Alessandro II
riprese la tradizione reazionaria di Nicola I, incontrando però maggiore
difficoltà e resistenza per il progressivo rafforzamento delle tendenze
rivoluzionarie democratiche e socialiste.
Nello stesso tempo, riorganizzate le proprie forze militari, la Russia si sentì
sufficientemente forte per compiere il primo passo di una ripresa della sua
politica espansionistica nella Questione d'Oriente. Nel 1870, infatti,
approfittando della situazione creatasi nell'Europa occidentale per la guerra
franco-prussiana, essa denunciò l'articolo del trattato di Parigi del 1856 che
le proibiva di tenere navi da guerra nel Mar Nero.
L'Italia dopo l'unificazione
In meno di due anni, dall'aprile 1859 all'ottobre del 1860, l'Italia aveva
sostanzialmente raggiunto l'unificazione nazionale.
Compiuta l'unificazione, il Regno d'Italia doveva da un lato assumere il proprio
posto fra le potenze europee, dall'altro dare coesione e unità a regioni
sostanzialmente diverse per quel che riguarda le istituzioni amministrative e
giudiziarie, la situazione economica, lo sviluppo culturale.
Il 17 marzo 1861 Vittorio Emanuele assunse il titolo di re d'Italia, “per
grazia di Dio e volontà della Nazione”, secondo, cioè, una formula che fondeva
insieme, i due concetti (contrastanti) del diritto divino e della sovranità
popolare.
Il nuovo stato derivava dalle successive annessioni al Regno di Sardegna; la sua
costituzione rimaneva quindi quella del Regno di Sardegna, ossia lo Statuto,
concesso da Carlo Alberto nel marzo 1848.
A cominciare dall'Inghilterra, tutte le potenze riconobbero il Regno d'Italia,
sebbene in periodi diversi: l'Austria, benché ovviamente riluttante i territori
perduti, al Russia zarista, che considerava soprattutto l'aspetto rivoluzionario
della formazione del regno unitario, la Francia, che vedeva in esso e nella sua
evidente ambizione di togliere Roma al papa, il risultato dell'errata politica
del proprio imperatore.
Gravi erano i problemi di politica interna che si ponevano agli
amministratori chiamati a dar forma organica al nuovo stato italiano.
Soprattutto nel Sud l'unificazione aveva finito per essere vissuta come una
“conquista” che discriminava gli ex-amministratori locali e i garibaldini che
avevano pur dato un contributo fondamentale per quell'unificazione. Ne derivò un
malcontento sociale che si manifestò soprattutto nel fenomeno del brigantaggio,
prodotto e tenuto vivo dall'indigenza economica, sollecitato dagli elementi
reazionari che sussistevano ancora numerosi nelle classi alte del Meridione e
dalla stessa corte di Francesco II di Borbone, stabilitasi in Roma.
La repressione attuata nel napoletano non portò risultati definitivi.
Altri problemi incombevano con urgenza:
- le difficoltà tecniche di fondere insieme le legislazioni dei diversi stati
erano complicate da rivalità e antagonismi regionali;
- la suddivisione amministrativa del territorio nazionale, risolto, non senza
discussioni con l'adozione di un sistema centralizzato che divise l'Italia, ad
imitazione del sistema francese rivoluzionario dei dipartimenti, in province
rette da prefetti, nominati dal governo centrale;
- le comunicazioni, importanti in un paese dalle notevoli distanze (in
proporzione della sua superficie) e dai ramificati sbarramenti orografici, erano
o inesistenti o circoscritte a singole regioni;
- il tasso di analfabetismo in alcune regioni del sud oltrepassava 1'80%;
- la scelta del personale amministrativo dello stato;
- la fusione dei vari eserciti;
- la gravissima situazione finanziaria. Per diverse ragioni le spese di
ordinaria amministrazione del nuovo stato unitario superavano già quelle dei
preesistenti stati regionali messi assieme; per di più lo stato unitario doveva
affrontare essenziali problemi di riforma in diversi campi, che esigevano spese
eccezionali.
La Questione Romana
Di tutti i problemi della nuova Italia, tuttavia, quello forse più grave, per
la sua immensa portata psicologica e sentimentale all'interno e all'estero, era
quello dei rapporti fra lo Stato italiano e la Chiesa cattolica.
La Questione Romana, che in questo decennio 1861-70 fu anzitutto il problema di
Roma capitale, gravò in effetti sulla politica italiana per diversi decenni.
Il Cavour, appena compiuta l'unificazione, vi dedicò particolare attenzione,
facendo dichiarare Roma capitale d'Italia con atto formale non privo di
risonanza politica (27 marzo 1861) ed esponendo in Parlamento, all'opinione
europea e allo stesso Pontefice, oltre che ai parlamentari presenti, la famosa
tesi “libera Chiesa in libero Stato”, che avrebbe tolto alla Chiesa cattolica il
potere temporale, ma le avrebbe conferito piena libertà d'azione, in Italia,
nell'ambito del diritto comune; d'altro lato, il Cavour iniziò trattative con
Napoleone III per ottenere il ritiro da Roma delle truppe francesi, che
sarebbero state sostituite da soldati italiani.
Il 6 giugno 1861, però, lo statista piemontese moriva stroncato dalla malattia,
che lo accompagnava da tempo, e Napoleone III non volle continuare le trattative
con il successore di Cavour alla presidenza del Consiglio, Bettino Ricasoli.
Insoluta, la Questione Romana, continuò quindi a gravare sulla politica
italiana.
Dimessosi nel marzo 1862 il Ricasoli, a motivo della sua intransigenza, assunse
il potere Urbano Rattazzi, vecchio alleato politico di Cavour. Egli volle
riprendere riguardo alla Questione Romana l'audace politica riuscita
brillantemente al Cavour e a Vittorio Emanuele nel 1860, quella cioè di ignorare
ufficialmente le iniziative garibaldine finché fosse giunto il momento di far
intervenire lo Stato, ponendo l'Europa di fronte al fatto compiuto.
Napoleone III, tuttavia, reso accorto dalla precedente esperienza, quando
Garibaldi nel giugno 1862 radunò dei volontari in Sicilia con l'esplicito
intento di risalire lungo la penisola fino a Roma per strappare la città al
Papa, inviò un perentorio avvertimento al governo italiano, e questo, dopo aver
lasciato fare ed aver anzi implicitamente appoggiato la nuova impresa
garibaldina, per il timore di un intervento francese inviò delle truppe a
fermare Garibaldi che, passato lo stretto di Messina, avanzava in Calabria
sull'Aspromonte. Ferito a un piede dalle prime scariche di fucileria, Garibaldi
impose ai suoi volontari di cedere per evitare la guerra civile (26 agosto
1862).
Il governo Rattazzi, screditato per aver condotto la questione in maniera il
equivoca e maldestra e per aver poi preso ingenerosi provvedimenti contro i
garibaldini, dovette dimettersi (dicembre 1862). Aspromonte fu il simbolo delle
difficoltà e del disagio spirituale della nuova Italia, le cui divisioni,
scomparso Cavour, si rivelavano in modo drammatico.
La politica dei governi Farini e Minghetti, successi al ministero ministero Rattazzi, non valse a far uscire il paese da una situazione di incertezza e di disagio. Il 15 settembre 1864 il Minghetti giunse ad una soluzione di compromesso nella Questione Romana, concludendo con la Francia la Convenzione di Settembre, che impegnava Napoleone III a ritirare entro due anni le sue truppe da Roma, contro la promessa del governo italiano di impedire qualsiasi attacco contro il territorio pontificio e di trasferire la capitale da Torino a Firenze. Con ciò, la Questione Romana era ben lontana da una soddisfacente soluzione.
Subito dopo, alla fine del 1864, la pubblicazione, del Syllabus, in cui Pio IX condannava il movimento liberale, sanciva la paralisi del cattolicesimo liberale europeo.
La Prussia e il movimento nazionale tedesco
Nonostante l'Austria, alla fine del 1850, fosse riuscita ad imporre alla
Prussia un ritorno, in sostanza, all'assetto federalistico degli stati tedeschi
stabilito nel 1815, il grande sviluppo economico della Germania, favorito dal
completamento dell'Unione doganale (Zollverein) con l'adesione ad essa,
nel 1852, degli stati del Mare del Nord, non aveva subito una battura d'arresto.
La rete ferroviaria tedesca fu considerevolmente estesa e collegata con le reti
ferroviarie di tutti i paesi confinanti con la Confederazione tedesca, dalla
Francia alla Svizzera, alla Russia.
L'industria mineraria compì grandi passi sulla via dello sviluppo, tanto che fin
dal 1850 la produzione di carbone della Germania era la maggiore del continente
europeo.
Fra le altre industrie compirono maggiori progressi quella del settore tessile,
l'industria meccanica in genere, l'industria dello zucchero (con 250
zuccherifici, mentre nel 1850 erano circa un centinaio), che favorì il
miglioramento dell'alimentazione dei tedeschi.
Zollverein
Lo sviluppo economico influì sul problema nazionale tedesco sotto due
aspetti:
- con il completamento dell'Unione doganale, l'unità tedesca, dal punto di
vista economico, divenne una realtà, e i Tedeschi dei vari stati si abituarono
ad agire e a pensare in base a tale presupposto, sia per quanto riguardava i
rapporti interni, sia per quanto riguardava i rapporti con gli altri paesi
europei;
- grazie allo sviluppo delle comunicazioni e all'importanza assunta da alcune
zone di produzione industriale della Germania centro-settentrionale, il
commercio degli stati tedeschi meridionali invece di continuare a gravitare
verso il bacino danubiano si rivolse verso il Mare del Nord.
Questi furono due presupposti fondamentali per la soluzione “prussiana”
del problema tedesco.
Nel 1859, anche grazie alle ripercussioni della seconda guerra d'indipendenza italiana, venne fondato der Deutsche Nationalverein (l'Unione nazionale tedesca) sul modello della Società nazionale italiana, al fine di promuovere la soluzione del problema nazionale tedesco sotto la direzione della Prussia.
Guglielmo I, il Bismarck e la guerra prusso-danese
Dopo le vicende del Quarantotto Federico Guglielmo IV aveva aderito ad una
politica di stretto conformismo conservatore. Quando le sue condizioni di
salute, nel 1857, gli impedirono di continuare a reggere lo stato, le sue
funzioni vennero assolte dal fratello, il principe Guglielmo, che nel 1858
assunse formalmente la reggenza.
L'anno dopo la Prussia non si impegnò al fianco dell'Austria contro la Francia,
ponendo condizioni talmente pesanti per entrare nel conflitto che Francesco
Giuseppe preferì stabilire con Napoleone III l'armistizio di Villafranca.
D'altro lato il principe reggente, un soldato per temperamento e per educazione,
aderì al programma degli ambienti conservatori, secondo cui la Prussia, per
assolvere il grande compito che l'attendeva nella politica nazionale tedesca,
doveva anzitutto riformare e rafforzare il suo già cospicuo esercito.
Alla morte del fratello (1861), divenuto re, Guglielmo I sciolse il Parlamento,
all'interno del quale la maggioranza non era di suo gradimento, ma senza
ottenere l'effetto desiderato, perché le elezioni rinviarono alla Camera una
nuova maggioranza liberale. Allora, dietro consiglio dei capi militari, affidò
il governo a Ottone di Bismarck, l'uomo che, con le sue eminenti capacità
politiche e la sua inflessibile volontà, in otto anni avrebbe realizzato
l'unificazione tedesca sotto la direzione della Prussia e avrebbe dominato
l'Impero tedesco e la politica europea per un ventennio.
Esponente della piccola nobiltà terriera, il Bismarck era entrato nel Landtag unito nel 1847 e aveva aderito al partito conservatore. Dal 1851 al
1859 aveva rappresentato la Prussia alla Dieta di Francoforte, nel 1859
era stato nominato ambasciatore a Pietroburgo e nella primavera del 1862 era stato trasferito a Parigi. A Francoforte aveva svolto una sistematica azione di
opposizione all'Austria, a Pietroburgo e a Parigi si era reso conto che le due
maggiori potenze continentali europee, se il governo di Berlino avesse agito con
abilità e decisione, avrebbero accettato l'ascesa della Prussia ad un
incontrastato primato in Germania.
Richiamato in Prussia nel settembre 1862, il Bismarck si impegnò con il re ad
attuare la riforma dell'esercito anche contro il parere della maggioranza
parlamentare. In seguito Guglielmo I lo nominò ministro degli Esteri e due
settimane dopo primo ministro.
La guerra austro-prussiana e la terza guerra per l'indipendenza italiana
L'intento fondamentale dell'opera politica del Bismack era quello di affermare la posizione della Prussia come grande potenza europea, promuovendone l'espansione territoriale in Germania; a tale scopo si servì delle condizioni favorevoli offertegli dal movimento nazionale tedesco, sia affermando la posizione di stato-guida della Prussia sia indebolendo, isolando e screditando l'Austria.
Riuscì anzitutto a rendere impossibile la partecipazione dell'Austria allo Zollverein, che i dirigenti della politica austriaca desideravano anche a costo di superare difficoltà economiche interne, per legare più organicamente l'Austria al Reich. Il governo prussiano, invece, aveva stabilito nel 1862 un trattato commerciale con la Francia che abbassava notevolmente le tariffe doganali dei due paesi; il Bismarck, poi, dichiarò che avrebbe rinnovato i trattati che costituivano l'Unione doganale tedesca soltanto con quegli stati che avessero aderito al trattato con la Francia. Gli stati tedeschi medi, la cui economia, benché i loro governi simpatizzassero con l'Austria, era ormai legata a quella della Prussia e rivolta, come abbiamo detto, verso il Mare del Nord, furono costretti ad aderire; l'Austria, invece, le cui tariffe doganali erano assai elevate, non poté farlo, perché tale adesione avrebbe completamente rovinato le proprie industrie.
Tuttavia, la questione che permise al Bismarck di infliggere un duro colpo al
prestigio dell'Austria e nello stesso tempo di preparare il terreno per una
futura guerra contro di essa, che egli riteneva indispensabile per stabilire
l'incontestato predominio della Prussia in Germania, fu quella dei Ducati dello Schleswig e dello Holstein.
I Ducati, abitati da popolazioni in parte di lingua danese, in parte di lingua
tedesca, erano stati al centro del problema nazionale tedesco nel 1848. In
seguito all'intervento diplomatico dell'Inghilterra e della Russia, che aveva
posto fine alla guerra prusso-danese del 1848, era stata confermata la posizione
dei Ducati quali territori autonomi dipendenti direttamente dalla Corona danese
(Trattato di Londra, 1852). Il nuovo re di Danimarca, Cristiano IX, salendo al
trono nel 1863, emanò, invece, una costituzione che toglieva ai Ducati tale
autonomia e li rendeva parte integrante del Regno.
Di fronte a queste misure il sentimento nazionale tedesco insorse e il Bismarck
si affrettò ad assumere la direzione dell'azione antidanese.
All'Austria, che pure era scarsamente interessata a territori lontani dai suoi
confini, non rimase che prendere posizione a fianco della Prussia, nell'intento
di mantenere la sua posizione di grande potenza tedesca. La guerra ebbe inizio
al principio del 1864 e terminò in primavera per l'intervento diplomatico delle
grandi potenze non tedesche. Con il trattato di pace di Vienna (30 ottobre) la
Danimarca rinunciò ai Ducati, e Austria e Prussia si assunsero di definire il
futuro assetto politico.
Bismarck si accinse quindi a creare motivi di discordia e di tensione con
l'Austria per provocare un conflitto. Il 14 agosto 1865 con la convenzione di Gastein egli aderì a una soluzione di compromesso la quale poneva lo
Schleswig e il porto di Kiel sotto amministrazione prussiana e lo Holstein sotto
amministrazione austriaca, ma riuscì poi a provocare la rottura prendendo motivo
dalla situazione di disagio e di tensione provocata dalla questione dei Ducati
per affermare che la Confederazione tedesca, nelle attuali condizioni, era
impossibilitata ad agire e che quindi il suo statuto andava riformato. La
riforma da lui proposta, che comprendeva l'istituzione di una assemblea
nazionale a suffragio universale, era inaccettabile per l'Austria, appoggiata a
sua volta dagli stati tedeschi medi.
Il contrasto portò alla metà di giugno 1866 alla guerra, che vide gli stati
tedeschi medi – Hannover, Würtemberg,
Baviera, Sassonia – schierarsi a fianco dell'Austria, e l'Italia, alleata alla
Prussia, scendere in campo contro l'Austria in quella che fu la terza guerra per
l'indipendenza italiana.
Da tempo il Bismarck aveva proposto all'Italia
un'alleanza, che lo stato maggiore prussiano, diretto dal generale von Moltke riteneva opportuna per obbligare l'Austria a combattere su due fronti. Il
governo italiano, presieduto, dopo le dimissioni del Minghetti, dal generale
Lamarmora, era favorevole all'alleanza, sia perché avrebbe consentito all'Italia
di acquistare il Veneto con maggior sicurezza di quella offerta dai progetti che
Garibaldi e i suoi andavano elaborando, sia perché avrebbe distolto
l'attenzione dell'opinione nazionale italiana dalla spinosa e per il momento
apparentemente insolubile Questione Romana. Il governo italiano, però, temeva che
il Bismarck volesse usare l'alleanza italiana
soltanto per minacciare l'Austria, così da indurla ad accettare le sue condizioni
nel problema nazionale tedesco. Tali esitazioni per altro vennero superate
quando Napoleone III garantì il suo aiuto all'Italia nel caso che la Prussia non
avesse mantenuto fede all'alleanza: l'imperatore dei Francesi era favorevole
all'alleanza italo-prussiana, sia perché ciò avrebbe distolto l'attenzione degli
Italiani da Roma, sia perché sperava che una guerra austro-prussiana logorasse
gli avversari (che egli riteneva di forze equivalenti con, se mai, una certa
superiorità austriaca) rendendo più decisa la preminenza della Francia in
Europa, e gli consentisse di modificare a proprio vantaggio il confine del Reno.
Quali che fossero gli errori di prospettiva e di valutazione di Napoleone III il suo intervento, rassicurando il
governo italiano, rese possibile l'alleanza italo-prussiana, che venne firmata
l'8 aprile 1866. Venuto a conoscenza dell'alleanza, l'imperatore Francesco
Giuseppe, memore del danno procuratagli dalla sua intransigenza nel 1859, fece
sapere a Napoleone III che sarebbe stato disposto a cedere il Veneto, se
l'Italia si fosse ritirata. Ma il governo italiano, sollecitato ad accettare da
Napoleone, rispose che ormai non poteva più recedere dai propri impegni, nel
timore che la Francia, in compenso dell'annessione del Veneto senza
alcuna campagna di guerra, intendesse ottenere garanzie più onerose nella
Questione Romana.
Quando le operazioni militari ebbero inizio, i Prussiani, dopo
aver rapidamente occupato i più vicini degli stati tedeschi medi alleati
dell'Austria, avanzarono rapidamente in Boemia.
Sul fronte italiano invece le cose andarono diversamente. Alla discordia tra i
capi militari corrispose la scarsa coesione di un esercito che non aveva avuto il tempo
di costituirsi con tanti elementi diversi. Le forze italiane
vennero divise; il piano d'attacco, non ben coordinato, fallì e
non permise agli Italiani di trarre vantaggio della superiorità numerica
(250.000 uomini contro 140.000).
L'arciduca Alberto di Asburgo fermò e ributtò
indietro le divisioni del Lamarmora a Custoza (24 giugno 1866); nel frattempo i Prussiani, avanzando
vittoriosi in Boemia, finivano con lo sconfiggere completamente gli Austriaci a Sadowa (3 luglio).
I due fronti nel 1866
La notizia Sadowa della decisiva vittoria degli alleati spinse gli Italiani ad agire, ma la ritirata dell'esercito austriaco e la cessione del Veneto da parte di Francesco Giuseppe a Napoleone III rese ormai inutile l'avanzata in quella regione. Mentre l'imperatore dei Francesi, allarmato della vittoria della Prussia, premeva sull'Italia perché ponesse fine alla guerra, si tentò, sotto la spinta dell'opinione pubblica, di conquistare il Trentino e di prendere Trieste dal mare. Garibaldi con i suoi volontari e una divisione dell'esercito al comando del generale Medici giunsero fino in vista di Trento (combattimento di Bezzecca, 21 luglio); ma sul mare l'ammiraglio Persano fu sorpreso dalla squadra austriaca dell'ammiraglio Tegethoff a Lissa e duramente battuto.
Fu il Bismarck a voler porre termine al conflitto, in quanto si rendeva conto che sarebbe
stato un errore il voler umiliare l'Austria occupando la sua capitale, come certo
si sarebbe potuto fare.
Prussia e Austria firmarono
l'armistizio di Nikolsburg (25 luglio), confermato, un mese dopo, dalla pace di
Praga, sulla base della rinuncia austriaca ad ottenere compensi per l'annessione dei Ducati
dello Schleswig e dello Holstein alla Prussia, e ad esercitare un controllo
sugli affari tedeschi.
L'Italia, dal canto suo, si trovò impossibilitata a
proseguire un conflitto che avrebbe fatto riversare su di essa tutte le forze
dell'Austria; fu quindi firmato a Cormons il 12 agosto un armistizio, poi confermato dalla pace di Vienna (3
ottobre). Con esso l'Italia ottenne il Veneto, ma dalle mani di Napoleone III, e
rinunciò al Trentino, dal quale Garibaldi si era ritirato in base a un ordine personale di
Vittorio Emanuele.
La guerra franco-prussiana e la presa di Roma
La guerra franco-prussiana e la formazione dell'Impero tedesco
Con la vittoria della Prussia nella guerra del 1866 i Ducati danesi vennero a far parte dello
stato prussiano e il porto di Kiel sarebbe presto diventato la base della
potenza navale tedesca all'epoca di Guglielmo II; la Prussia, inoltre, poté
annettere l'Hannover, l'AssiaCassel, il Nassau e Francoforte sul Meno, congiungendo i suoi
territori originari con quelli ottenuti in Renania al congresso di Vienna nel
1815 e raggiungendo una cospicua consistenza territoriale su buona parte della Germania settentrionale.
La forzata
rinuncia dell'Austria alla sua tradizionale posizione direttiva nel l'organismo
federale tedesco, inoltre, permise al Bismarck di costituire nel 1867 la Confederazione
tedesca del Nord, che, sotto la presidenza ereditaria del re di Prussia, comprendeva tutti gli stati tedeschi tranne quelli meridionali.
Essa fu dotata di un corpo legislativo composto di due camere: un Bundesrat, in cui figuravano i rappresentanti degli stati, e un Reichstag eletto
a suffragio universale.
Gli stati tedeschi meridionali (Baviera, Württemberg, Baden, Assia-Darmstadt) rimanevano sì
fuori della Confederazione, ma sarebbero stati in breve trascinati ad accettare la soluzione
“prussiana” del problema nazionale tedesco.
Così, mentre la Prussia assurgeva ad un assoluto primato in Germania compiendo un passo innanzi
decisivo sulla via dell'unificazione, l'Austria con il 1866
aveva definitivamente perduto la posizione di controllo sull'Europa
centro-meridionale. Nel 1867 l'Impero asburgico trasformava la sua struttura
costituzionale interna da impero centralizzato in duplice Monarchia,
austro-ungarica, che, salvo per le questioni d'interesse generale – politica
estera, difesa, ecc. –, veniva ad avere due capitali, Vienna e Budapest, con
due parlamenti e due governi. Il « centro di forza » dell'Impero austro-ungarico
veniva così ad essere spostato più a oriente, anche per il particolare vigore
dell'elemento nazionale ungherese, comportando, nei decenni seguenti, un'opera di penetrazione economico-politica nei Balcani che
sarebbe durata fino alla
prima guerra mondiale, costituendone una delle cause fondamentali.
Durante la guerra
Napoleone III aveva sperato di vedere le due potenze tedesche
logorare le proprie forze in una lotta lunga e di esito incerto e di poter
ottenere il consenso prussiano a compensi territoriali in Renania in cambio
della
propria neutralità.
La rapida vittoria prussiana, invece, sconvolse
i piani dell'imperatore dei Francesi, minacciando per di più, per il solo fatto
di aver dimostrato la potenza della Prussia, la posizione di preminenza e di
prestigio che egli aveva in parte effettivamente ottenuto
con le sue successive imprese militari (guerra di Crimea, guerra del 1859,
spedizione nel Messico) e per l'attività continua della sua diplomazia.
Ora il Bismarck,
come alcuni anni prima aveva “preparato” una guerra con l'Austria, “preparava” una guerra con la Francia,
persuaso che nulla come una guerra contro
il secolare nemico dell'unità germanica avrebbe contribuito ad avvicinare alla
Prussia gli stati meridionali, cementando l'unificazione nazionale.
A fornire al Bismarck l'occasione per far precipitare il conflitto giunse, nel 1869,
l'offerta della corona di Spagna al principe Leopoldo di
Hohenzollern-Sigmaringen, parente del re di Prussia. Alla fine di maggio del 1870, quando
il principe accettò l'offerta spagnola, Napoleone III e il suo governo si
opposero alla candidatura, chiedendo però al re di
Prussia di dichiarare che il trono di Spagna non sarebbe stato mai occupato da
un Hohenzollern.
Guglielmo I si rifiutò di fare ciò, ma, poiché si trovava lontano da
Berlino nella cittadina termale di Ems, dove appunto gli era stata inoltrata la
richiesta francese, riferì la cosa telegraficamente al Bismarck. L'uomo di stato
prussiano forzò allora gli eventi con quello che fu uno dei più spregiudicati
atti della sua carriera: riformulò il “telegramma di Ems” in termini
tali da sollevare il sentimento nazionale in Francia e in Germania, costringendo
così
Napoleone III a prendere posizione. La Francia dichiarò la
guerra (19 luglio) e come previsto dal Bismarck gli stati tedeschi meridionali unirono le loro forze a
quelle della Prussia e della Confederazione del Nord.
La guerra
si risolse in un duello tra le due nazioni, senza coinvolgere
altre potenze, esattamente come voleva Bismarck. La Francia, infatti, col suo comportamento al tempo dell'insurrezione polacca
del 1863 si era alienata le simpatie della Russia, destando nello stesso tempo
la diffidenza dell'Inghilterra per le sue mire di revisione dei confini europei.
Non era poi riuscita a concludere un'alleanza con l'Austria in funzione
antiprussiana, poiché l'Austria subordinava la propria adesione a quella
dell'Italia e quest'ultima pretendeva in cambio il ritiro delle truppe francesi
da Roma, che Napoleone III non voleva concedere.
Dal canto suo Bismarck si era
accordato con la Russia (1868) perché questa concentrasse truppe al confine
austriaco in caso di guerra franco-prussiana, e proprio all'indomani dell'inizio
del conflitto aveva fatto pubblicare sul quotidiano inglese Times un progetto di
trattato franco-prussiano di alcuni anni prima che rivelava le mire
dell'imperatore francese sul Belgio. Austria e Inghilterra si astennero perciò
dall'intervenire, assieme alla Russia, e il conflitto rimase limitato a Francia
e Prussia.
Le operazioni militari volsero ben presto a
favore dei Tedeschi, i quali, dopo aver circondato parte delle forze francesi a Metz,
vinsero e fecero prigioniero Napoleone III a Sedan (2 settembre).
La catastrofe
militare provocò il crollo del Secondo Impero, mentre la nazione francese, costituito un governo provvisorio
repubblicano di cui fu l'anima Léon Gambetta, riprese la lotta anche grazie
all'intervento di Garibaldi, accorso con i suoi volontari in difesa della
democrazia francese (scontro di Digione, 22 gennaio 1871).
L'occupazione tedesca del 1871
Mentre l'occupazione del territorio francese procedeva e Parigi esauriva le sue ultime energie, Ottone di Bismarck otteneva il suo intento, la proclamazione a Versailles, il 18 gennaio 1871, dell'Impero tedesco, con il conferimento della corona imperiale al re Guglielmo I di Prussia, sanzionò l'unità tedesca sotto la direzione della Prussia e nello spirito della sua politica di potenza.
La formazione dell'Impero tedesco
Dieci giorni dopo, con la capitolazione di Parigi, avevano inizio le trattative di
pace, che imposero alla Francia la cessione della Alsazia-Lorena e il pagamento
di una indennità di guerra di cinque miliardi di franchi (Pace di Francoforte,
10 maggio 1871).
La Germania, attraverso l'unificazione e la vittoria sulla
Francia, assurgeva ad una posizione di indiscussa preminenza sul continente
europeo.
Roma capitale d'Italia
La terza guerra per l'indipendenza aveva risolto la Questione Veneta.
Benché, tuttavia, una grande regione fosse entrata a far parte dello stato nazionale, il
paese non ne aveva tratto, oltre il vantaggio materiale, un adeguato
rafforzamento morale. Le operazioni militari e navali avevano rivelato una grave
impreparazione e, quel che era peggio, una mancanza di senso di responsabilità
nei supremi dirigenti.
La situazione finanziaria continuava ad essere
gravissima, tanto da rendere necessaria una riduzione delle spese militari che
diminuì ancora la già scarsa efficienza dell'esercito, e l'imposizione di nuove
tasse.
In tale situazione di profondo disagio morale e materiale le divisioni
tendevano ad accentuarsi mettendo in pericolo la compagine nazionale appena
costituita : da un lato l'agitazione repubblicana si diffondeva in alcune
regioni dell'Italia centro-settentrionale (Romagna, Lombardia), dall'altro
clericali e fautori dei vecchi regimi irridevano alle difficoltà e agli
insuccessi della Monarchia costituzionale.
Caduto il ministero Ricasoli in
seguito alle elezioni del marzo 1867, ritornò al potere il Rattazzi, mentre
Garibaldi rinnovava i preparativi per l'occupazione di Roma.
Un
gruppo guidato dai fratelli Cairoli, intanto, cercò di far
giungere alla città le armi che le avrebbero permesso d'insorgere, ma venne
attaccato a Villa Glori dalle truppe pontificie e dovette ritirarsi.
Garibaldi,
dal canto suo, riapparve nello stesso tempo alla
testa di circa 3000 volontari, e marciò verso Roma. Di fronte a ciò il Rattazzi, non osando ancora prender
posizione contro di lui per l'atteggiamento dell'opinione pubblica, si dimise,
ma a salvare il potere temporale del papa giunse un corpo di spedizione francese
che, sbarcato a Civitavecchia, a Mentana il 3 novembre fermava e ricacciava
indietro i garibaldini.
La Convenzione di Settembre fu così abolita e le truppe
francesi tornarono a presidiare Roma, che avevano lasciato l'anno precedente.
L'andamento della guerra franco-prussiana, però, provocando l'abbandono di
Roma da parte delle truppe francesi dopo il crollo del Secondo Impero, indusse il ministero Lanza-Sella
a disporre che un corpo di truppe al comando del generale Cadorna
entrasse in Roma (20 settembre 1870).
Con la proclamazione della città a
capitale d'Italia (2 ottobre) la Questione Romana non era risolta, ma
drasticamente chiusa.
L'Impero tedesco e la Comune parigina
Il secondo Reich
La fondazione dell'Impero tedesco costituì probabilmente l'evento più
importante della storia europea del secolo XIX.
Portò infatti a uno spostamento del centro di forza — politico, economico,
militare, demografico — del continente europeo, tanto che il problema
fondamentale della politica continentale europea fino alla prima guerra mondiale
sarebbe consistito appunto nel cercare di adattare il vecchio sistema (ancora
"viennese") ad una Germania che occupava ormai una posizione preminente.
L'Impero tedesco (il «Secondo Reich») ebbe struttura federalistica,
entro la quale trovarono posto i vecchi stati (Prussia, Baviera, Würtemberg,
Baden ecc.), ma la preminenza prussiana venne garantita sia dall'estensione e
dall'entità demografica della Prussia, sia dalla stessa struttura costituzionale
del Reich. Il re di Prussia, infatti, ottenne il titolo ereditario di
«Imperatore tedesco», con il potere di dirigere gli affari politici e militari
del Reich, di cui comandava le forze armate, e di designare il
Cancelliere dell'Impero (che fu, fino al 1890, il Bismarck) ossia il capo del
governo centrale tedesco.
Gli organi legislativi — un Reichstag eletto dalla popolazione tedesca e
un Bundesrat formato dai rappresentanti degli stati — rimasero in
sostanza quelli che erano nella Confederazione germanica del Nord; il potere di
questi organi, tuttavia, e specialmente del Reichstag, risultò molto
limitato dall'esecutivo e dal suo capo, il cancelliere.
Un elemento che assicurava alla Germania la preminenza in Europa era
sicuramente il grande sviluppo industriale. Nel decennio fra il 1880 e il 1890
la produzione industriale tedesca aumentò del 50%, cominciando ad oltrepassare,
per valore, la produzione agricola.
Un secondo fattore della preminenza della Germania era costituito dal suo
sviluppo demografico, per cui la popolazione tedesca salì da 41 milioni nel 1871
a 49 milioni nel 1890. L'aumento demografico, nella nuova epoca dei grandi
eserciti nazionali basati sulla coscrizione obbligatoria (che la stessa Germania
aveva inaugurato), costituiva naturalmente un valido motivo della potenza
militare tedesca, fattore chiave della preminenza del Reich in Europa. Ciò che
rendeva la potenza militare tedesca di gran lunga superiore erano anche le
condizioni della psicologia collettiva del popolo tedesco, la posizione morale
dell'esercito nel paese, la sua efficienza tecnica. Le vittorie del 1866 e del
1870 confermavano agli occhi dei tedeschi la validità della dottrina nazionale
che sosteneva un orgoglioso senso di superiorità, a spese della «romanità» e
dello «slavismo» all'interno della Germania.
Durante il ventennio in cui Ottone di Bismarck fu cancelliere dell'Impero, lo
statista prussiano dedicò le sue maggiori cure a garantire la conservazione
della preminenza acquistata dalla Germania in Europa nel 1871. In effetti tale
preminenza non lo rendeva meno sensibile ai pericoli, esterni ed interni, che
potevano minacciare la pax germanica e la stessa saldezza interna
dell'Impero:
- all'esterno, infatti, qualora la Francia, nazione sconfitta del 1870, ansiosa
di riacquistare le perdute province dell'Alsazia e della Lorena, fosse riuscita
a formare contro di essa una coalizione, avrebbe potuto minacciare la
superiorità tedesca, specialmente se avesse ottenuto l'alleanza della Russia,
costringendo l'Impero tedesco a combattere su due fronti. L'incubo delle
coalizioni, pertanto, caratterizzò la politica estera del Bismarck, inducendolo
alla formazione di un complesso sistema di alleanze, inteso a mantenere la
Francia nell'isolamento;
- all'interno, il cancelliere riteneva che la grande opera unitaria non dovesse
considerarsi definitivamente compiuta finché non fossero state eliminate entro
l'Impero le forze che potevano corroderlo e intaccarne la potenza.
Era perciò necessario, in primo luogo, anzitutto eliminare la resistenza alla
«germanizzazione» delle popolazioni non tedesche — i Danesi dello Schleswig, gli
Alsaziani-lorenesi, i Polacchi — cercando di assimilarle; l'opposizione che più
lo preoccupava era quella dell'Alsazia-Lorena, come dimostrò l'invio in quelle
regioni di diversi governatori che alternarono metodi di repressione a metodi di
conciliazione senza ottenere comunque risultati positivi.
Secondariamente, il cancelliere ritenne pure importante eliminare fra i Tedeschi
i sentimenti particolaristici che potevano essere sopravvissuti
all'unificazione, e indebolire le tendenze politiche che potevano ottenere
consensi e simpatie e mantenere legami all'estero. Da ciò fu indotto ad una
lotta contro il cattolicesimo che assunse due aspetti, da una parte, di lotta
contro la Chiesa cattolica e la Santa Sede per la definizione dei rapporti fra
Chiesa e Stato in Prussia e nell'Impero (il cosiddetto Kulturkampf,
1873-83), dall'altra di lotta, sopra tutto al Reichstag, contro il
partito cattolico del Centro, sostenitore del particolarismo o almeno dei
diritti degli stati tedeschi, assurto a posizione politica importante dopo il
1876 quando appunto la sua posizione centrale gli consentì di condizionare la
situazione parlamentare.
In terzo luogo, sempre ispirata a questa esigenza di rafforzare l'unità
dell'Impero, sostenuta, in questo caso, da evidenti motivi e sentimenti
conservatori, fu la politica di Bismarck contro i socialisti, costituitisi nel
1875 in Partito socialdemocratico, i quali nel 1877 ottennero 12 seggi al Reichstag e nel 1890 ben 35. I socialdemocratici attaccavano le basi stesse
della Germania bismarckiana, sostenendo l'instaurazione di un regime di
democrazia politica e promuovendo l'antimilitarismo. Il Bismarck da un lato
ricorse contro di essi a metodi repressivi, facendo emanare delle «Leggi
eccezionali» per sopprimere il socialismo (1880-90); dall'altro seppe trovare e
introdurre misure intese a eliminare le rivendicazioni sociali su cui i
socialdemocratici appoggiavano il loro crescente ascendente sulle masse
lavoratrici. Oltre a far introdurre una legislazione protezionistica (1879),
che, fra gli altri scopi, aveva anche quello di consentire migliori prospettive
di lavoro e di guadagno agli operai nelle industrie tedesche "protette" contro
la concorrenza estera, il cancelliere introdusse una legislazione sociale, che
pose la Germania all'avanguardia in questo campo di fronte agli stessi paesi
industriali e liberaldemocratici dell'Occidente: fra il 1881 e il 1890 fu
infatti introdotta una serie di leggi che assicuravano gli operai contro le
malattie e gli infortuni, regolavano il lavoro delle donne e dei bambini
nell'industria, stabilivano un giorno di riposo settimanale, imponevano
l'assicurazione obbligatoria dei lavoratori contro l'inabilità e la vecchiaia,
consentivano e definivano la costituzione dei sindacati ecc.
Meno importante, nell'ambito dell'opera politica del cancelliere, che dominò la politica interna tedesca così come dominò la politica internazionale europea per tutto questo periodo, fu la politica coloniale tedesca, cui il Bismarck si decise tardi e senza particolare convinzione, incoraggiato da rappresentanti degli interessi economici — commerciali, bancari, industriali — con cui egli seppe mantenersi in cordiale e proficuo contatto.
La Terza Repubblica francese
La Francia, che aveva perduto nel 1870 — né avrebbe più
ripreso — la posizione di preminenza europea mantenuta in diversi periodi della
sua storia e ultimamente durante la maggior parte dell'epoca del Secondo Impero,
seppe tuttavia risollevarsi rapidamente dalla sconfitta.
Dopo la caduta del
regime imperiale, i Francesi si adoperarono a restaurare in senso socialista quella libertà che il precedente regime,
malgrado i mutamenti costituzionali del 1869, non aveva saputo assicurare.
La Comune parigina, istituita per
organizzare la difesa durante l'assedio della città da parte dei Tedeschi, fu un
governo rivoluzionario costituito dai membri dello stesso Consiglio comunale di
Parigi, in cui figuravano tanto radicali borghesi quanto socialisti, che staccò
la capitale francese dal resto della nazione dal marzo al maggio 1871 e
capitolò, alla fine, di fronte all'ostilità dal resto della Francia, tradizionalmente avversa
alla preminenza di Parigi, e per la repressione dell'esercito repubblicano.
La Francia nel ventennio 1870-90
La Terza Repubblica, di cui Adolfo Thiers fu il primo presidente, era divisa dai
partiti che si agitavano in seno all'Assemblea nazionale, composta da circa
cinquecento monarchici e duecento repubblicani.
I monarchici — bonapartisti, legittimisti (fautori della restaurazione della
Casa di Borbone) e orleanisti (fautori della restaurazione della Casa d'Orleans)
— differivano aspramente fra loro riguardo alla scelta e alla forma della
monarchia. I legittimisti, infatti, ancora ligi al diritto divino, non volevano
accettare la monarchia costituzionale sostenuta dai liberali orleanisti, pur
disposti a cedere per quanto riguardava la scelta della dinastia.
Essa, in fin dei conti, poté reggere e consolidarsi proprio grazie a questi
contrasti fra i monarchici.
Il presidente succeduto al Thiers, il monarchico maresciallo Mac Mahon,
eletto nel 1872, si adoperò per rendere possibile una restaurazione monarchica
nella persona del candidato legittimista, il conte di Chambord; questi, però,
non volle assolutamente rinunciare alle prerogative della monarchia legittima e
in particolare alla bandiera bianca con i gigli d'oro dell'Antico Regime e della
Restaurazione, in favore del tricolore nazionale. Di fronte a tale resistenza i
liberali orleanisti finirono con lo schierarsi con i repubblicani moderati e le
possibilità di restaurazione monarchica svanirono.
Le elezioni del 1875 diedero ai repubblicani la maggioranza in una delle due
camere; quelle del 1877, indette dal Mac Mahon nell'intento di ricreare una
maggioranza monarchica in un momento da lui ritenuto favorevole, accentuarono il
progresso dei repubblicani, che ottennero la maggioranza in entrambe le camere.
Il Mac Mahon si dimise e un repubblicano moderato, Jules Grévy, fu eletto
presidente.
Intanto, fin dal 1875 la Repubblica francese aveva definito la sua
costituzione:
- il presidente della Repubblica, eletto dall'assemblea, durava in carica 7
anni;
- il potere legislativo era esercitato da una Camera di deputati, eletta a
suffragio universale maschile per 4 anni, e da un Senato, scelto con elezioni
indirette per 9 anni;
- il potere esecutivo era esercitato da un governo, il cui capo, o presidente
del Consiglio dei ministri, veniva designato dal presidente della Repubblica in
considerazione della situazione parlamentare e politica;
- il governo era responsabile verso il Parlamento.
Caratteri fondamentali della storia della Terza Repubblica, una volta che essa ebbe consolidata la sua posizione, furono, in questo e nel successivo periodo, fino alla prima guerra mondiale, la posizione preminente della borghesia, il contrasto fra Stato e Chiesa, il movimento nazionalistico-patriottico e il sentimento della revanche (vendetta-rivincita) contro la Germania.
Tra il 1871 e il 1890, infatti, la borghesia francese mantenne senza difficoltà la posizione di controllo politico già da essa avuta nei precedenti regimi della Monarchia di luglio e del Secondo Impero. Ciò le fu agevole in quanto la dura repressione della Comune parigina portò ad un indebolimento e a una dispersione delle forze radicali e socialiste che avevano sostenuto quel regime rivoluzionario. Lo sviluppo industriale del paese, non così cospicuo come quello tedesco, è sempre considerevole (nei primi dieci anni della Repubblica la produzione industriale aumenta di più del 30% e le attrezzature meccaniche del 70%), e lo sviluppo delle attività creditizie e bancarie, che fanno di Parigi uno dei due grandi centri finanziari (con Londra) del tempo, accentuano naturalmente tale preminenza.
I rapporti fra Stato e Chiesa, poi, furono al centro degli eventi politici della Terza Repubblica; durante i primi anni la Chiesa cattolica sostenne apertamente i monarchici e i repubblicani, sia per convinzione ideologica, sia per reagire politicamente a questo atteggiamento della Chiesa, si fecero attivi promotori dell'anticlericalismo, guidati da Leon Gambetta. Soltanto nel periodo seguente, tuttavia, lo Stato francese ripudiò il concordato con la Chiesa che era stato concluso da Napoleone Bonaparte nel 1801 e introdusse una drastica legislazione anticlericale.
Per quanto invece concerne il movimento patriottico-nazionalistico, esso era
strettamente legato al ricordo della sconfitta del 1870 e della perdita della
Alsazia-Lorena. Ciò alimentò lo spirito della revanche e favorì la
diffusione di idee militaristiche anche in partiti politici che prima della
guerra erano stati decisamente pacifisti, come i repubblicani. L'esercito,
ricostituito a norma delle leggi del 1872-73, assunse nella vita della Terza
Repubblica una posizione morale eccezionale, profondamente diversa nei suoi
caratteri eppure parallela a quella mantenuta dall'esercito tedesco nel Secondo Reich. La coscrizione militare obbligatoria, applicata con rigore, fornì
effettivi cospicui rispetto alla popolazione francese, mentre il Parlamento
accettò di buon grado bilanci militari molto elevati. Le forze armate francesi
si mantennero così, durante tutto questo periodo, in condizioni non molto
inferiori, per entità numerica e per potenza, a quelle dell'esercito tedesco.
L'umore patriottico e nazionalistico del popolo francese, alimentato dalla
propaganda della Lega dei patrioti, e di altre organizzazioni come
l'Associazione nazionale della Alsazia-Lorena, portò nel 1886 alla formazione
del movimento boulangista (dal nome del le generale Boulanger, il
ministro della guerra chiamato "Général Revanche"), nazionalistico e
antitedesco, che univa a tali istanze di fondo un preciso sentimento monarchico,
o meglio una più generica convinzione che la Repubblica in quanto tale non
avesse forza sufficiente per di guidare la crociata nazionale.
Il generale Boulanger, sembrò per un momento indotto dalla popolarità di cui
godeva a rovesciare la Repubblica, ma la sua esitazione all'ultimo momento, che
lo indusse a fuggire nel Belgio quando sembrava già che il movimento potesse
imporsi, portò alla sconfitta e alla dispersione dei suoi aderenti in sede
elettorale, e a misure di «epurazione» del governo repubblicano nei confronti
degli ufficiali monarchici (1889).
Il “secondo vittorianesimo”. La Russia di Alessandro II e Alessandro III
Il movimento patriottico-nazionalistico e il sentimento della revanche ebbero naturalmente un peso considerevole sulla politica estera francese.
Durante tutto questo periodo i numerosi ministeri che si succedettero al governo
si trovarono di fronte al problema di come superare la posizione di isolamento
internazionale in cui il Bismarck intendeva mantenere la Francia, il che
costituiva un problema non di facile soluzione per diversi motivi:
- l'Inghilterra, in un primo tempo contraria a qualsiasi intesa continentale,
poi fu ostile alle iniziative coloniali francesi;
- l'Austria divenne un cardine del sistema bismarckiano;
- l'Italia era divisa dalla Francia dalle rivalità nel Mediterraneo;
- la Russia, che avrebbe costituito per la Francia l'alleata più valida, era
dal Bismarck tenuta legata alla Germania con i più sottili mezzi diplomatici.
Specialmente nel primo periodo della Repubblica la Francia fu impegnata nel non
offrire alla Germania un motivo valido per attaccarla. Tale linea di condotta fu
prudentemente tenuta dal Thiers, il quale, grazie alle risorse economiche e al
patriottismo del popolo francese, che sottoscrisse rapidamente il prestito
nazionale emesso dal governo per pagare l'indennità di guerra, riuscì a pagare i
5 miliardi di franchi di tale indennità, e quindi a ottenere la liberazione di
tutto il territorio francese, fin dalla primavera del 1873, in anticipo sulle
scadenze imposte dalla Germania.
Ad analoga prudenza si sarebbe ispirato il Gambetta, che pure era stato l'anima
della resistenza nazionale nel 1870-71, mentre Jules Ferry nel decennio
seguente, senza ripudiare lo spirito della revanche, pensò di
approfittare della inclinazione del Bismarck ad appoggiare le iniziative
francesi fuori d'Europa per impostare un grande programma di espansione
imperialistica in Asia e in Africa.
L'Inghilterra del «secondo vittorianesimo»
I grandi mutamenti verificatisi nella situazione dell'Europa continentale e
in particolare della Germania e della Francia, non ebbero ripercussioni
altrettanto importanti in Inghilterra. Tuttavia, sia gli eventi continentali di
quegli anni, sia gli eventi verificatisi circa nel medesimo tempo
nell'Inghilterra stessa, giustificano l'affermazione che intorno al
1870 anche per la Gran Bretagna ebbe inizio una nuova epoca, il «secondo vittorianesimo» (1868-1901).
La storia della Gran
Bretagna durante l'epoca bismarckiana è caratterizzata anzitutto dall'aumento e
dalla maggior diffusione di quella prosperità economica che era stata uno dei
tratti tipici del primo vittorianesimo (1837-68). Nel momento in cui la Germania
afferma la sua preminenza europea con la vittoria sulla Francia, l'Inghilterra
conserva ancora nell'economia mondiale quella preminenza che nell'ultimo
decennio del secolo le verrà aspramente contesa da nuovi rivali, quali la stessa
Germania e gli Stati Uniti.
Per ora essa è tuttavia la maggiore produttrice di carbone del mondo, e conserva
pure una posizione di primato nell'industria metallurgica e tessile; è l'emporio
dove affluiscono dagli altri continenti le materie prime e i prodotti coloniali
che l'organizzazione commerciale inglese ridistribuisce negli altri stati
europei; è il centro finanziario del mondo.
Dal 1846, ossia dalla abolizione del sistema protezionistico ad opera di sir
Robert Peel, la prosperità economica è associata, nella mente degli Inglesi, al
libero scambio, di cui soltanto alla fine di questo periodo, diminuita la
superiorità industriale e commerciale britannica rispetto ad altri paesi, e
trinceratisi tali paesi dietro barriere doganali spesso vantaggiose per le
singole economie nazionali, si comincia a dubitare.
La prosperità economica britannica (a differenza che nel primo vittorianesimo,
in cui era tornata a esclusivo vantaggio di una classe produttrice e
commerciale) pur confermando la posizione preminente della borghesia, cominciò
in questo periodo ad estendersi alla massa della popolazione. Incominciò ora
quel processo di miglioramento delle condizioni economiche delle classi
lavoratrici che doveva portare nei cinquant'anni precedenti l'inizio della prima
guerra mondiale ad un aumento dei salari reali del 50%.
Più deciso del progresso delle condizioni economiche delle masse fu però
quello verso la democrazia politica. Già nel 1867 una nuova riforma estese il
diritto elettorale dalla classe media benestante, che l'aveva ottenuto nel 1832,
alla piccola borghesia e al proletariato urbano. Una successiva legge nel 1884 (Representation
of the people Act) estese tale diritto ai lavoratori agricoli portando ormai
al suffragio universale maschile.
Già nel 1872 era stato introdotto il sistema del voto segreto attraverso il Ballot Act e nel 1885 le circoscrizioni elettorali vennero ridistribuite in
modo che vi fosse un deputato alla Camera dei Comuni ogni 50.000 abitanti.
Con il 1885, quindi, l'Inghilterra aveva compiuto, senza scosse rivoluzionarie e
con l'adesione di una parte considerevole e talora preminente del Partito
conservatore, il processo di adesione alla democrazia politica. Delle
rivendicazioni sostenute dal movimento ultraradicale dei Cartisti mezzo secolo
prima, che erano allora parse essenzialmente rivoluzionarie, solo quella delle
elezioni parlamentari annuali e quella dello stipendio ai deputati non erano
divenute realtà.
I due partiti politici emersi nell'epoca immediatamente precedente dai vecchi
partiti aristocratici whig e tory, ossia il Partito liberale e il
Partito conservatore, guidati rispettivamente da William Gladstone e Benjamin
Disraeli, si resero entrambi promotori di questo progresso verso la democrazia
politica. Fu in effetti il governo conservatore del Disraeli (sostenitore
dell'alleanza dell'aristocrazia con le masse popolari contro il capitalismo
borghese, ossia della cosiddetta «democrazia tory») a introdurre la prima
e più radicale riforma elettorale di questo periodo, quella del 1867.
Il primo ministero di William Gladstone, (1868-74), d'altra parte, promosse
notevoli riforme nei settori più diversi (educativo, militare, tributario ecc.).
Un deciso contrasto caratterizzò invece la concezione e l'azione dei due
partiti nel campo della politica estera e in quello della politica
imperiale-coloniale.
I liberali, quando si trovarono al governo, seguirono, specie in un primo tempo,
una politica di isolamento dalle questioni europee assai criticata dai
conservatori, che sotto la guida del Disraeli erano per una politica di potenza
e di prestigio. Quando, ad esempio, la Germania annetté l'Alsazia-Lorena, il
Gladstone, allora primo ministro, e con lui la maggior parte dei liberali,
concepirono verso di essa una decisa diffidenza, contrariati soprattutto dal
fatto che con tale annessione non era stato rispettato il principio
dell'autodecisione dei popoli, e il governo liberale britannico fu indotto a
dedicarsi con ancor maggior convinzione ai problemi interni.
Il successivo ministero Disraeli (1874-81) si impegnò invece attivamente nella
politica internazionale, sebbene il Disraeli tendesse particolarmente ad
affermare la potenza della Gran Bretagna fuori d'Europa. Fu per sua iniziativa
che il governo britannico, che a suo tempo aveva lasciato che la Francia
costruisse e si assicurasse una posizione preminente nel funzionamento del
canale di Suez, acquistò nel 1875 le azioni della Compagnia del Canale in
possesso del Khedive d'Egitto, e che nel 1876 la regina Vittoria assunse il
titolo, molto discusso in Inghilterra, di «Imperatrice dell'India».
Nella crisi d'Oriente del 1876-78 il Disraeli sostenne energicamente la Turchia,
e il primo ministro conservatore, con il valido aiuto del ministro degli Esteri,
lord Salisbury, guidò energicamente la politica britannica finché riuscì a
salvare ancora una volta l'Impero ottomano al congresso di Berlino
(giugno-luglio 1878), non senza però aver ottenuto un compenso dalla Turchia con
la cessione di Cipro, considerata dall'Ammiragliato la migliore base navale nel
Mediterraneo orientale.
L'altro grande settore in cui si ebbe un netto contrasto fra le concezioni e
l'azione del partito liberale e quelle del partito conservatore, fu, abbiamo
detto, il settore della espansione imperiale-coloniale. Per l'Inghilterra
l'espansione coloniale e imperiale assunse in questo periodo un'importanza ben
maggiore che per gli altri paesi europei, sia per i motivi ormai tradizionali
della sua economia e della sua preminenza marittima mondiale, sia per la
profonda rispondenza che i problemi imperiali-coloniali trovarono nell'opinione
pubblica.
Nel 1872, quando il movimento imperialistico era agli inizi, il Disraeli ne
inserì principi e aspirazioni nel programma del Partito conservatore, mentre il
Gladstone, pur riconoscendo il valore di stretti legami economici e sentimentali
con i territori d'oltremare colonizzati (ossia i futuri stati membri di
Commonwealth), fu contrario all'espansione e la conquista di nuovi territori, la
sottomissione e lo sfruttamento economico di popolazioni indigene. Peraltro,
l'atteggiamento del Gladstone non fu seguito che da una parte del Partito
liberale, o meglio una parte del Partito liberale (in cui figuravano personalità
di primo piano quali lord Rosebery, successo al Gladstone come primo ministro, e
il più brillante esponente del liberalismo radicale, Joseph Chamberlain) finì
col deviare dalla linea di tradizionale antimperialismo seguita dal Gladstone.
Il problema che operò una grave frattura nel Partito liberale britannico fu
però quello dell'Irlanda.
William Gladstone era dominato da una profonda esigenza morale di risolvere
questo problema secolare che pesava gravemente sulla coscienza dei liberali
inglesi. Nel 1869 aveva compiuto un primo passo facendo approvare una legge che
aboliva la posizione di Chiesa di stato goduta dalla Chiesa anglicana in
Irlanda, paese in maggioranza cattolico.
Nel 1870 una legge, ampliata e rafforzata undici anni dopo, provvide a regolare
le condizioni dei fittavoli agricoli irlandesi, duramente sfruttati dai grandi
proprietari terrieri. L'isola, tuttavia, continuava ad essere periodicamente
sconvolta da agitazioni e tumulti, inaspriti dalle divergenze religiose fra la
minoranza protestante, che aveva posizione sociale ed economica dominante, e la
maggioranza cattolica, formata quasi esclusivamente da contadini poverissimi.
Sotto la guida di Charles Stewart Parnell si formò nel Parlamento britannico,
dove convenivano anche i deputati irlandesi, un Partito nazionale irlandese di
86 deputati, che nell'intento di forzare il governo e concedere l'autonomia
all'Irlanda, adottò una tattica ostruzionistica, fonte di tensione e di tumulto,
che confinava con l'aperta ribellione.
In tale situazione il Gladstone si convinse che era venuto il momento di
assicurare all'Irlanda la tanto desiderata autonomia (Home Rule).
Nel 1886 egli introdusse una legge a tal fine, che però venne bocciata dai
conservatori e da una parte dei liberali, la quale, guidata da Joseph
Chamberiain, non si sentì di abbandonare il controllo inglese sull'isola.
L'autonomia irlandese sarebbe poi stata approvata dal Parlamento solo nel 1914 e
applicata effettivamente solo dopo la prima guerra mondiale.
I secessionisti liberali costituirono il Partito unionista, destinato a
collaborare e poi a fondersi con il Partito conservatore.
La Russia e la Questione d'Oriente
La storia della Russia durante questo periodo è caratterizzata in politica
interna da un inasprimento del regime autocratico e in politica estera da una
ripresa dell'espansionismo antiturco.
In entrambi i campi della politica russa si avverte l'influenza crescente del
movimento panslavista.
Lo zar Alessandro II, dopo l'insurrezione polacca del 1863, aveva abbandonato
la politica di riforme degli anni precedenti. Tale ritorno alla reazione non
fece per altro che stimolare l'opposizione più radicale dei nihilisti e dei
socialisti anarchici seguaci del Bakunin, portando alla formazione di gruppi di
terroristi che malgrado l'efficienza della polizia segreta compirono con
successo una serie di attentati politici, finché nel 1881 lo stesso zar venne
assassinato.
Il successore Alessandro III, con l'aiuto di due abili ministri reazionari, il
Pobiedonostsev e il Plehve, concentrò allora tutti gli sforzi del suo governo
nell'eliminare qualsiasi tentativo di opposizione, centralizzando
l'amministrazione con l'abolire quelle rimanenze di governo locale che
Alessandro II aveva permesso, e proibendo qualsiasi forma di istruzione che non
fosse impartita, con metodi tradizionali e senza tener conto dello sviluppo
della società moderna fuori della Russia, dalla Chiesa ortodossa; dure condanne
alla deportazione in Siberia colpivano quanti si opponevano anche in forma non
rivoluzionaria alla politica zarista.
In tal modo Alessandro III e i suoi consiglieri riuscirono ad arrestare il
naturale progresso politico-sociale-intellettuale del popolo russo, la cui
grande massa (75 milioni nel 1871) era composta da contadini analfabeti,
profondamente devoti allo zar («il Piccolo Padre») e alla religione cristiana
ortodossa.
Legata agli intenti di questa politica autocratica e reazionaria fu l'opera
di russificazione dell'Impero, ossia di soppressione o assimilazione forzata di
gruppi nazionali in esso esistenti e di tutte le forme di culto che non fossero
quella cristiana ortodossa, saldamente controllata dallo zar.
Tale opera venne favorita dalla diffusione nei ceti dirigenti intellettuali e
politici del movimento panslavista, che sosteneva l'autocrazia zarista perché
riteneva che avrebbe tenuto uniti gli Slavi dell'Impero e avrebbe pure reso
possibile l'estensione dell'influenza russa a tutte le popolazioni slave
dell'Europa orientale.
La politica di russificazione, iniziata sotto Alessandro III e continuata sotto
Nicola II (1894-1917), portò all'imposizione della lingua russa in Polonia, alla
persecuzione dei cattolici in Lituania, alla sostituzione dei funzionari locali
con funzionari russi in Finlandia, e sopra tutto alla persecuzione degli Ebrei,
sottoposti a una legislazione discriminatoria, mentre periodici tumulti popolari
contro di essi (i pogróm) ne mettevano in pericolo la vita e i beni. La
più grave manifestazione di tale persecuzione fu il massacro di Kishinec (1903)
nel quale perdettero la vita migliaia di Ebrei.
Tenuta in tal modo separata dall'Europa da una sospettosa politica
reazionaria intesa a impedire la penetrazione di idee e di costumi occidentali,
la Russia conservò, in un periodo di rapidi progressi tecnici ed economici
nell'Europa centro-occidentale, la sua economia quasi esclusivamente agricola,
condotta con metodi arcaici e tradizionali. Ciò si verificò malgrado gli sforzi del più
illuminato dei ministri di Alessandro III e di Nicola II, il ministro delle
Finanze conte Witte, fautore di un più adeguato sviluppo delle comunicazioni
ferroviarie, dell'introduzione in Russia di industrie moderne e di una
legislazione sociale.
Negli ultimi due decenni del secolo si compirono tuttavia due notevoli
trasformazioni: con l'aiuto di capitali e tecnici stranieri vennero create nella
valle del Donez le prime industrie moderne e nel 1891 venne iniziata, con
l'aiuto del capitale francese, la grande Ferrovia Transiberiana, la cui
realizzazione, portata a termine nel 1905, mentre soddisfaceva esigenze di
progresso economico e sociale, serviva pure agli intenti espansionistici dei
panslavisti e alla politica accentratrice del governo zarista.
Nel campo della politica estera la Russia dedicò in questo periodo le sue
energie all'espansione antiturca, con risultati tuttavia in gran parte negativi.
Nel 1870 il governo zarista, con il consenso di Bismarck, ben felice di ottenere
in cambio la neutralità benevola della Russia nella guerra contro la Francia,
denunciò l'articolo del trattato di Parigi del 1856 che le impediva di tenere
navi da guerra nel Mar Nero.
Tale atto, che il governo liberale inglese si limitò a deplorare quale mezzo
arbitrario di porre fine unilateralmente a un impegno internazionale, ma che poi
accettò e sanzionò ufficialmente con le altre grandi potenze nella conferenza di
Londra del 1871, costituì l'inizio di una ripresa dell'attività russa nella
Questione d'Oriente.
Quando nel 1875 scoppiò nella Bosnia-Erzegovina un'insurrezione che si estese
poi rapidamente ai territori bulgari, la Russia, si affrettò a sfruttare la
situazione per indebolire l'Impero ottomano e rafforzare la propria influenza
nella penisola balcanica.
La repressione turca dell'insurrezione bulgara permise allo zar di approfittare
della reazione sentimentale da essa provocata in Europa per intervenire
(primavera del 1877). Un esercito russo penetrò allora nei Balcani e, dopo aver
occupato Sofia e Adrianopoli, giunse a Santo Stefano, di fronte a
Costantinopoli, mentre un altro contingente attraversava il Caucaso e arrivava a
Trebisonda.
Il sultano si piegò al trattato di Santo Stefano (3 marzo 1878) che stabiliva:
- l'annessione da parte della Russia, nella parte asiatica dell'Impero
ottomano, delle città di Kars, Batum e Bayazid e, nella parte europea, della
Dobrugia;
- ingrandimenti territoriali per la Serbia e per il Montenegro;
- l'autonomia per la Bosnia-Erzegovina e l'indipendenza per la Romania (ossia
gli ex Principati danubiani di Moldavia e Valacchia), già autonoma;
- infine la formazione di un grande stato bulgaro dal Mar Nero all'Egeo.
Ciò avrebbe permesso alla Russia, secondo le potenze europee allarmate degli
sviluppi della Questione d'Oriente, di controllare attraverso il grosso
satellite bulgaro tutti i Balcani e di affacciarsi al Mediterraneo orientale.
La decisa opposizione al trattato dell'Inghilterra, appoggiata dall'Austria,
indusse il governo russo — in cui il moderato cancelliere principe Gortchakov
riprese il sopravvento sugli intransigenti elementi panslavisti — ad accettare
la proposta di un congresso internazionale che rivedesse tutta la questione e
stabilisse un nuovo assetto dei Balcani.
Il congresso, che si riunì a Berlino fra il 15 giugno e il 13 luglio 1878,
quando in realtà le grandi potenze avevano già definito con accordi bilaterali i
punti più importanti, modificò in misura notevolissima l'assetto della Questione
d'Oriente previsto dal trattato di Santo Stefano:
- la «Grande Bulgaria» venne sostituita da un principato autonomo di
proporzioni più modeste che non si estendeva fino all'Egeo, ossia al
Mediterraneo, e rimaneva sotto la sovranità del Sultano;
- la Russia conservò, in Asia, Kars e Batum, ma non Bayazid, e ricevette dalla
Romania la Bessarabia, mentre la Romania venne a sua volta compensata con la
cessione del territorio bulgaro della Dobrugia;
- gli aumenti territoriali della Serbia e del Montenegro vennero notevolmente
ridotti, mentre vennero promessi vantaggi territoriali alla Grecia, lo stato
balcanico che più risentiva l'influenza britannica e occidentale.
I Balcani dopo il Congresso di Berlino
Lo scacco subito dalla Russia appariva ancora più grave se confrontato con i vantaggi ottenuti dalle sue avversarie, l'Inghilterra e l'Austria-Ungheria; infatti, mentre l'Inghilterra otteneva dalla Turchia la cessione di Cipro e stringeva con il governo ottomano un'alleanza che poneva il territorio asiatico dell'Impero sotto la protezione britannica, l'Austria-Ungheria ottenne l'ultimo grande successo internazionale nella storia dell'Impero, consistente nel diritto di amministrare la Bosnia-Erzegovina, senza però poter procedere all'annessione, nel diritto di mantenere una guarnigione nel Sangiaccato di Novi Bazar, che le permetteva di controllare la linea di sviluppo della sua espansione economica verso Salonicco, nella limitazione degli aumenti territoriali ottenuti dagli stati che costituivano i naturali oppositori della sua espansione nei Balcani, ossia la Serbia e il Montenegro.
Le iniziative della Russia ancora una volta avevano fatto sorgere contro di essa una coalizione europea. Questa volta però (diversamente rispetto alla precedente crisi del 1853-56) l'Austria-Ungheria, per opera del ministro degli esteri, il conte Andrassy, assumeva una posizione di preminenza e di controllo sulla parte occidentale della penisola balcanica che le avrebbe permesso di contrastare efficacemente ogni ulteriore pressione russa sulla Turchia europea. Ciò avvenne, in questo periodo, in Serbia, in Romania e infine nella stessa Bulgaria, dove la Russia vide svanire attraverso tumultuose vicende ed intrighi la posizione di controllo ottenuta durante l'occupazione del paese e apparentemente garantita dall'assunzione al trono del principe Alessandro di Battenberg, nipote dello zar Alessandro III. Ritiratosi nel 1886 il Battenberg, il trono di Bulgaria andò infatti, nel 1887, al principe Ferdinando di Sassonia Coburgo, candidato dell'Austria-Ungheria.
A meno di dieci anni di distanza dal trattato di Santo Stefano, che aveva trionfalmente sanzionato le aspirazioni dei panslavisti russi, la Russia si vedeva quindi privata del solo importante vantaggio che era riuscita a conservare al congresso di Berlino: dopo la Serbia e la Romania, anche la Bulgaria sfuggiva al suo controllo, e la sua politica di espansione nei Balcani pareva destinata al completo fallimento.
Gli altri stati europei
Oltre che nell'espansione nella penisola balcanica, ossia nel cosiddetto Drang nach Osten («spinta verso oriente»), la politica estera
austro-ungarica ottenne risultati lusinghieri anche in altri settori. Nel 1879,
infatti, l'Austria-Ungheria stabilì con la Germania l'alleanza che
sarebbe rimasta un punto fermo della sua situazione internazionale e di tutta la
situazione internazionale europea fino alla prima guerra mondiale; nel 1882,
poi, aderendo alla Triplice Alleanza con la Germania e l'Italia, essa garantì i
suoi confini, minacciati dalle rivendicazioni degli irredentisti italiani.
I successi nella politica estera, tuttavia, non potevano eliminare il problema
della multinazionalità dello stato in un'epoca di affermazione delle
nazionalità.
La suddivisione e l'associazione stabilita nel 1867 con la costituzione della
Duplice Monarchia fra Austriaci e Ungheresi consentì senza dubbio ai governi di
ciascuna delle due parti dello stato asburgico (Impero d'Auaria e Regno
d'Ungheria) di tenere più facilmente sotto controllo le altre popolazioni
(Boemi, Polacchi, Rumeni della Transilvania, Italiani, Iugoslavi). Tuttavia,
Austriaci e Ungheresi, quantunque uniti, costituivano pur sempre una minoranza
della popolazione complessiva della duplice Monarchia (35 milioni nel 1871) e la
resistenza degli Slavi, soprattutto, dei Rumeni della Transilvania e degli
Italiani del Trentino e di Trieste, costituiva un persistente ostacolo all'opera
dello stato.
In tale complessa e difficile situazione, comunque, la monarchia asburgica, pur
avendo perduto il prestigio e l'ascendente di un tempo, rappresentava l'unico
valido elemento atto a tener insieme lo stato.
La Spagna fu probabilmente, per gran parte del secolo XIX il paese più
inquieto e turbolento d'Europa.
Dopo la morte nel 1833 del re Ferdinando VII di Borbone, restaurato nel 1814, il
paese era stato sconvolto dalla guerra civile fra costituzionali fautori della
regina Isabella II e assolutisti, guidati dallo zio di Isabella, don Carlos di
Borbone. Le grandi potenze erano intervenute in una forma o nell'altra nella
contesa; nel 1834 lord Palmerston era riuscito a concludere una Quadruplice
Alleanza fra l'Inghilterra, la Francia e i regimi costituzionali di Spagna e del
Portogallo, intesa a sostenere tali regimi contro l'opposizione assolutistica
interna ed esterna.
Nel 1868, però, Isabella fu infine costretta a fuggire in Francia, e l'offerta
della corona spagnola al principe Leopoldo di Hohenzollern costituì due anni
dopo la causa occasionale della guerra franco-prussiana.
Nel 1871 accettò e assunse la corona di Spagna un principe di Casa Savoia,
Amedeo, duca d'Aosta, figlio secondogenito di Vittorio Emanuele II; la
situazione tumultuosa del paese, tuttavia, lo indusse ad abdicare solo dopo due
anni. Venne allora instaurata la repubblica, dalla durata solo biennale, fino
alla restaurazione della dinastia borbonica nella persona del figlio di Isabella
II, Alfonso XII, il quale, con l'aiuto dei due ministri Martinez Campos e
Canovas del Castillo, riuscì a ristabilire l'ordine, introdusse una costituzione
liberale che rimase in vigore fino alla caduta della monarchia nel 1931, e
riassestò la situazione finanziaria.
Alfonso XII morì, però, soltanto ventottenne, nel 1885 e fino all'assunzione al
trono del figlio postumo Alfonso XIII (1902) la reggenza venne tenuta dalla
regina Maria Cristina d'Asburgo.
Il Canovas del Castillo, rimasto al governo, promosse il progresso civile del
paese, introducendo un nuovo codice civile, modificando la procedura dei
processi penali e istituendo il suffragio universale maschile (1890); questo
periodo, tuttavia, si concluse con una disastrosa guerra con gli Stati Uniti
(1898), che, oltre a pesare pericolosamente sulle finanze spagnole, fece perdere
al paese Cuba, Porto Rico, le Filippine, Guam.
L'anno seguente la Spagna vendeva alla Germania le ultime rimanenze (a parte
l'insediamento nel Marocco) del suo grande impero coloniale, consistente nelle
Caroline e in poche altre isole.
In Portogallo il regno di Maria II (1834-53) fu turbato da intrighi,
corruzione, illegalità e colpi di mano militari; lo stesso disordine si
protrasse sotto i suoi successori, finché nel 1910 la rivoluzione abbatté la
monarchia, allora rappresentata da Manoel II, e instaurò la repubblica.
A differenza della Spagna, il Portogallo riuscì tuttavia a conservare almeno una
parte del suo impero coloniale.
Svezia-Norvegia, Danimarca, i Paesi Bassi (Olanda), il Belgio e la Svizzera proseguirono invece nella seconda metà del secolo XIX lungo un percorso di
graduale e pacifico progresso verso la democrazia politica, accompagnato
dall'estensione di un notevole benessere economico ai ceti meno elevati della
popolazione.
L'evento più drammatico della storia di questi stati dopo la guerra della
Danimarca contro la Prussia e l'Austria del 1864, fu la secessione della
Norvegia dal Regno di Svezia e la sua costituzione in regno separato sotto un
principe della famiglia reale danese, Haakon VII (1905); ma esso si compì senza
spargimento di sangue, perché la Svezia accettò il fatto compiuto, e l'integrità
territoriale e statale della Norvegia venne riconosciuta due anni dopo da una
convenzione internazionale firmata dalla Gran Bretagna, dalla Francia, dalla
Germania e dalla Russia.