CLASSE IV - Sintesi di Storia (3) |
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Terminologia storica |
La guerra di Candia e il conflitto austro-turco. Pietro I Romanov
L'Europa centro-orientale alla fine del '600
L'espansione turca
L'Impero ottomano era ancora nel Seicento una grande potenza; si estendeva
dall'Egitto all'Armenia, dal Golfo persico alla pianura ungherese occupando in
Europa quasi tutta la Penisola balcanica e parte della pianura russa
meridionale, dove teneva come vassallo il Khanato tartaro di Crimea-Mar d'Azov.
Il Sultano aveva poteri assoluti e dispotici, e quindi, in linea di principio,
poteva disporre in modo illimitato della vita e dei beni dei sudditi (fatto che
rendeva l'assolutismo turco ben diverso da quello dei sovrani europei e simile
piuttosto al regime autocratico della Russia e di taluni stati dell'Oriente); di
fatto, però, l'influenza del Primo ministro o Gran Visir era tale che egli
poteva sostituirsi al sultano, annullandone in gran parte la funzione
politico-militare.
La popolazione dell'Impero ottomano era divisa in due classi nettamente
separate, quella dei soldati e dei funzionari, in buona parte cristiani
convertiti, e quella dei contadini, artigiani e mercanti. I primi comandavano,
gli altri obbedivano senza riserve.
Tutta la terra coltivabile, salvo qualche breve striscia intorno ai villaggi,
apparteneva al sultano che l'assegnava all'aristocrazia musulmana in forma di
concessione provvisoria simile al feudo; inevitabilmente, però, il possesso
tendeva a diventare definitivo e i proprietari terrieri esercitavano su questo
loro dominio un'autorità assoluta, riscuotendo tasse e arruolando soldati.
Dopo la morte del sultano Solimano il Magnifico (1566), l'Impero attraversò
un periodo di relativo declino, durante il quale migliorarono i rapporti con i
Greci sottomessi, con la Casa d'Austria e con la Repubblica di Venezia. A fatica fu invece conservato il dominio sopra i territori
tolti all'Impero persiano (parte dell'Armenia e della Mesopotamia), perché si
ebbe un ritorno offensivo dei Persiani sotto il vigoroso scià Abbas, che per
breve tempo giunse a riprendere la città di Bagdad (1623).
Difficile era mantenere la disciplina dei reparti scelti dei giannizzeri, le cui
frequenti rivolte minacciavano la stabilità interna del regime ottomano; una di
esse costò addirittura la vita al sultano Osman II (1622).
In seguito una più severa disciplina fu imposta all'esercito, in modo tale che
fu possibile rinnovare lo slancio conquistatore ottomano in direzione
dell'Europa centrale e nell'Egeo.
Dal 1644, anno in cui i Turchi intrapresero l'attacco all'isola di Candia
(Creta), rompendo una tregua con Venezia che durava dagli anni immediatamente
seguenti la battaglia di Lepanto, si ebbe una nuova serie di conflitti fra
l'Impero ottomano e gli Stati dell'Europa centro-orientale, particolarmente la
Casa d'Austria e il Regno di Polonia, fino alla fine del secolo.
La Guerra di Candia (1644-1669) impegnò a fondo la Repubblica di Venezia, che
riuscì per alcuni anni, grazie alla superiorità delle sue squadre navali, ad
impedire la conquista totale dell'isola. La resistenza della piazzaforte di
Candia, diretta dal comandante Francesco Morosini, apparve in un primo tempo
insuperabile. In alcuni scontri navali, ed in uno sopra tutto presso l'isola di
Paro (1651), le squadre turche furono sconfitte, al punto che l'ammiraglio
Lazzaro Mocenigo osò, benché invano, forzare i Dardanelli per portare l'attacco
alla stessa capitale turca, Istanbul (1657).
Quando però i Turchi riuscirono a stabilire il controllo marittimo dell'Egeo e a
Venezia non fu più possibile soccorrere e rifornire i difensori di Candia, la
fortezza, ridotta ad un cumulo di rovine, dopo ben venticinque anni, dovette
capitolare (1669).
Il duello austro-turco e il declino della potenza ottomana
La Casa d'Asburgo del ramo austriaco era distinta in tre famiglie, all'inizio
del secolo:
- d'Austria,
- di Stiria
- di Tirolo.
Estintisi gli Asburgo d'Austria, con la morte dell'imperatore Mattia (1619), e
del Tirolo (1665), tutti i domini furono raccolti ed unificati dagli Asburgo di
Stiria.
Essi seppero governare il complesso eterogeneo dei popoli e dei territori,
creando una monarchia assoluta di tendenze paternalistiche, il cui governo era,
nella sostanza, ben accetto alle popolazioni soggette.
La coesione statale si fondava sull'unità della fede religiosa cattolica,
sull'esercito e sulla solerte burocrazia; particolarmente efficiente era la
diplomazia austriaca, dipendente dalla Cancelleria centrale.
I paesi più restii a sottomettersi al governo centrale di Vienna erano stati la
Boemia e l'Ungheria, che avevano un'antica tradizione di indipendenza. La prima,
però, era stata assoggettata definitivamente durante la prima fase della Guerra
dei Trent'Anni, quando nel 1627 era stato tolto alla corona di Boemia il
carattere elettivo, assicurando la sua unione con l'Austria; similmente, per la
seconda, dopo la liberazione del territorio magiaro dai Turchi, la Dieta di
Presburgo (1687) aveva proclamato l'eredità per la Casa d'Austria del possesso
della Corona ungherese.
Agli arciduchi d'Austria competeva inoltre, per tradizione antica e consolidata,
il titolo di Re dei Romani, che preludeva all'elezione ad imperatore del Sacro
Romano Impero, per volontà dei principi elettori tedeschi riuniti nella grande
Dieta imperiale.
L'imperatore Leopoldo I (1658-1705) resse le sorti dei domini asburgici nel
difficile periodo in cui la Francia di Luigi XIV esercitava il suo predominio
europeo.
Egli perseguì i propri obiettivi con molta tenacia ma poca chiarezza, mirando
nel complesso a rafforzare in senso assolutistico e burocratico lo Stato
asburgico ed a creare un forte esercito; nel castello di Schönbrunn,
presso Vienna, divenuta capitale stabile, egli si circondò di una corte
sfarzosa.
Mentre era in pieno svolgimento la Guerra di Successione spagnola succedettero a
Leopoldo i figli Giuseppe I (1705-1711) e Carlo VI (1711-1740); quest'ultimo
approfittò dell'estinzione della collaterale dinastia degli Asburgo di Spagna
per annettere col trattato di Rastadt gli ex possessi spagnoli nel Belgio ed in
Italia.
Per tutta la seconda metà del Seicento, fino ai primi decenni del secolo
seguente, gli Asburgo d'Austria furono duramente impegnati in una lotta a fondo
contro i Turchi che avevano ripreso l'avanzata tra la Drava e la riva destra del
Danubio. L'Impero turco, infatti, con Maometto IV (1648-1687) ed i Visir della
famiglia Köprili, attraversava un periodo di
ordine e di prosperità, che gli permise di compiere un nuovo sforzo militare per
penetrare più profondamente nell'Europa centrale.
Già nel 1661 un grosso esercito musulmano risalendo il Danubio avanzava verso
Vienna e solo la vittoria ottenuta a S. Gottardo, sul fiume Raab, da un esercito
cristiano condotto da Raimondo Montecuccoli, generale italiano al servizio
dell'Impero, poté momentaneamente risparmiare alla capitale un attacco diretto
(1664). Una nuova offensiva ottomana, tuttavia, iniziata nel 1682, raggiunse
Vienna, circondandola e disponendosi ad espugnarla.
Il pronto accorrere dell'esercito polacco del re Giovanni Sobieski ed il suo
collegamento con gli imperiali consentì alle forze cristiane di riportare una
significativa vittoria nella battaglia di Vienna (settembre 1683), che condusse
alla liberazione della città ed alla riconquista di gran parte dell'Ungheria;
infatti, anche la città di Budapest nel 1686 fu ritolta ai Turchi che
arretrarono verso Belgrado.
Ad animare questa vittoriosa controffensiva si era nel frattempo costituita
una Lega santa con la partecipazione dell'Austria, della Polonia, di Venezia e
del papa Innocenzo XI.
La Repubblica di Venezia, approfittando della favorevole circostanza, fece
compiere uno sbarco in Morea (Peloponneso) ad opera dell'ammiraglio Francesco
Morosini (poi detto il «Peloponnesiaco»), che condusse all'occupazione
dell'intera penisola (1687).
Dopo una vittoria a Zenta (1697), presso il fiume Tibisco, da parte degli
imperiali condotti dal principe Eugenio, che liberò altre terre ungheresi e la
Transilvania, ed in seguito ad audaci azioni belliche dei Veneziani sulle coste
dalmate e albanesi, i Turchi furono indotti ad accettare la Pace di Carlowitz
(1699) per cui Venezia acquisiva la Morea.
La conquista però non fu definitiva perché nei primi anni del '700, nuovamente
impegnata in una guerra antiturca insieme con l'Austria, Venezia perdette di
nuovo la Morea restando tuttavia in possesso delle isole Ionie (Corfù,
Cefalonia, Zante), di alcune località della costa albanese e di una buona parte
di quella dalmata (con Zara, Sebenico, Spalato e Cattaro). Questi accordi furono
definiti dalla pace di Passarowitz (1718), che attribuì agli Asburgo larghi
acquisti territoriali in Serbia e nella Valacchia.
Dopo il trattato di Passarowitz l'Impero turco pur mantenendo una relativa
solidità per tutto il secolo XVIII si avviò verso una lenta decadenza.
Organismo politico invecchiato, chiuso e incapace di rinnovarsi all'interno per
l'inettitudine dei sultani, la corruzione e l'apatia della classe dirigente in
cui erano subentrati elementi greco-ortodossi molto meno disciplinati dei
cristiani convertiti all'islamismo che avevano occupato fino ad allora le
cariche direttive più importanti, l'Impero era condannato ad una inevitabile
disgregazione, di cui già si aveva qualche sintomo nella tendenza delle regioni
periferiche a rendersi autonome.
I popoli della Penisola balcanica, invece, e particolarmente i Rumeni ed i
Serbi, erano attratti verso l'orbita austriaca.
La Russia dei Romanov
La Russia nel secolo XVII è un immenso paese coperto da steppe o da foreste e
solcata da grandi fiumi, con migliaia di piccoli e grossi villaggi, in cui si
raccoglie la popolazione, in grande maggioranza di stirpe slava e di religione
cristiano-ortodossa, dedita ai lavori agricoli (coltivazione dei cereali, della
canapa e del lino), alla caccia di animali da pelliccia (nel nord) ed alla pesca
nei fiumi e nei laghi.
Nei villaggi abitano anche gli artigiani e, poco numerosi ed in gran parte
stranieri, i commercianti.
I costumi, determinati da una mescolanza antichissima di usanze bizantine e
asiatiche, sono arretrati rispetto all'Europa; il grado dell'istruzione è
bassissimo, ma il popolo è tenace, attaccato ai suoi principi morali e
religiosi.
Nelle maggiori città (e sopra tutto nella capitale Mosca) esiste anche un
quartiere per gli stranieri, detto sloboda, abitato da Tedeschi, Scozzesi
ed Ebrei, che detengono quasi il monopolio del grande commercio e costituiscono
in sostanza il solo punto di contatto con il mondo occidentale.
Unico sovrano è lo Zar (= Cesare, cioè imperatore), che ha ormai in gran
parte spezzato l'autonomia della nobiltà dei boiari e dispone di immensi
possessi terrieri in tutto il paese, frutto di conquiste e di confische. Molto
potente è però ancora la Chiesa ortodossa, diretta dal Patriarca di Mosca, che
ambisce a raccogliere l'eredità della Chiesa greca, soggetta alla dominazione
dei musulmani.
La massa della popolazione è formata dai contadini, ancora soggetti alla
condizione di servi della gleba; tale condizione (di mugik) tende ad
aggravarsi con le nuove leggi emanate dagli zar nel secolo XVIII
Dopo il periodo dei cosiddetti "torbidi", cioè una fase in cui la nobiltà
russa agitava il popolo temendo un'infiltrazione della vicina nobiltà polacca,
interessata ad acquisire il potere anche in Russia, con l'avvento dei Romanov
(1613) sul trono degli Zar ha inizio la storia moderna ed europea della Russia.
Il primo personaggio della dinastia, Michele Romanov (1613-1645), insediato sul
trono da un'assemblea generale delle province russe, riuscì a cacciare dal
Cremlino la guarnigione straniera imposta dal re polacco Sigismondo Vasa,
eliminando la possibilità di una dominazione esterna, ma a titolo di compenso
per l'aiuto ricevuto, dovette cedere alcune terre nel Golfo di Finlandia (l'Ingria
e la Carelia) al re di Svezia Gustavo Adolfo (1617); più tardi, nel 1642, sempre
al fine di liberarsi dalle ingerenze esterne e di assolutizzare il proprio
potere, riconobbe ai Turchi il possesso di Azov (alla foce del fiume Don nel Mar
Nero) e si precluse così anche questo sbocco al mare.
Il vastissimo Impero moscovita rimase in tal modo completamente chiuso, da nord
a sud, da una barriera costituita dai possessi svedesi, polacchi e turchi, salvo
la possibilità di sfruttare il porto di Arcangelo, presso il Circolo polare; ma
ciò solo per pochi mesi all'anno.
La necessità per la Russia di ottenere una via diretta di comunicazione
marittima coi paesi dell'Europa occidentale, già sentita nel secolo XVI dallo
zar Ivan IV che era penetrato profondamente in Estonia, costituirà poi la
preoccupazione costante di Pietro il Grande.
Cominciò intanto l'espansione russa verso oriente, con la costituzione di
capisaldi nell'immensa pianura dell'Asia settentrionale e la fondazione di
talune città siberiane come Yenisseisk (1618) e Nertcinsk (1658), fino a che i
Russi raggiunsero il fiume Amur, ai confini della Manciuria e dell'Impero
cinese.
Il successore dello zar Michele, il mite Alessio Romanov (1645-76), avviò
all'interno dello Stato una serie di riforme che prepararono il terreno alle ben
più radicali e tumultuose innovazioni di Pietro I e che portarono al
rafforzamento del potere dello Zar e alla formazione del primo nucleo di una
burocrazia stabile.
Pietro il Grande
Dopo la morte dello zar Alessio (1676) vi furono disordini per la
successione, analoghi a quelli di inizio secolo, finché una rivolta di palazzo
portò al potere Pietro, figlio di Alessio e di Natalia Naryschkina (1689).
Pietro I detto il Grande (1689-1725), autodidatta, si era formato
frequentando il quartiere degli stranieri di Mosca e abituandosi ai costumi e
alla mentalità occidentali, che esercitavano su di lui una grande attrattiva; amava
però anche prendere contatto diretto con il suo popolo, interessandosi
personalmente di ogni lavoro.
Divenuto zar, Pietro il Grande si propose di fare
della Russia un grande Stato moderno ed europeo.
Nel vasto Impero moscovita, che
si era di recente accresciuto per l'annessione dei territori dell'Ucraina, sulla
sinistra del fiume Dniepr, abitati da popolazioni cosacche, non esistevano più
né istituzioni né classi sociali in grado di opporsi durevolmente alla volontà
dispotica dello Zar: sia la nobiltà che il clero ortodosso e le comunità
rurali erano già stati piegati, spesso con sanguinose rappresaglie, alla volontà
del monarca. Tuttavia, riordinare l'amministrazione dei vastissimi territori,
costituire un forte esercito, sfruttare le risorse economiche nazionali e soprattutto scuotere il popolo russo dalle
abitudini secolari, costringendolo a cambiare i
vecchi costumi semi-asiatici e primitivi e ad aprirsi alla più progredita
mentalità europea, costituiva un'opera vasta e impegnativa, dapprima affrontata
disordinatamente, ma poi sistematicamente dal nuovo Zar.
Nel 1697-98 Pietro
compì, mantenendo l'incognito, un lungo viaggio in Europa, fermandosi in Olanda
dove si interessò vivamente dei lavori nei cantieri navali, in Inghilterra e in
Austria. Richiamato dalla necessità di sedare una rivolta, ritornò con la mente
piena di idee innovatrici e accompagnato da un certo numero di tecnici e
specialisti occidentali.
Le prime riforme ebbero carattere esteriore, anche se furono ispirate a scopi
civili e umanitari: lo zar impose che si mutassero le fogge asiatiche dei
vestiti adottando quelli occidentali, e giunse perfino ad imporre il taglio
della barba (che aveva un significato religioso) ai notabili; ordinò che si
diffondesse la consuetudine di fumare il tabacco, di cui lo Stato esercitò il
monopolio; fece riformare il calendario sul modello di quello europeo; proibì
l'inumana usanza di uccidere gli infermi e i bastardi e castigò severamente i
responsabili di risse e di ferimenti.
La apertura di uno sbocco sul mare; le riforme strutturali della Russia
Era sopravvenuta intanto la Seconda Guerra del Nord (1700-1721) e lo zar, che
aveva costituito un forte esercito di circa 60.000 fanti e 100.000 cosacchi, ben
più potente di quello che si formava in precedenza in Russia col contributo di
milizie male addestrate e fornite dalle collettività rurali, affrontò la guerra
col fermo proposito di riottenere l'accesso al Mar Baltico.
I primi scontri con gli Svedesi ebbero risultati disastrosi e l'esercito russo
fu battuto a Riga (autunno 1700?) dall'agguerrito esercito svedese, condotto da
Carlo XII. In seguito, tuttavia, il re di Svezia, sottomessa la Polonia, si
lasciò attirare nel cuore della pianura russa e a Poltava nel 1709 subì una
sconfitta decisiva.
Pietro il Grande poté rioccupare le terre costiere del Baltico e nel 1715
trasferì la capitale a Pietroburgo, città sorta da pochi anni per volontà dello
zar nel luogo in cui la Neva sfocia nel Golfo di Finlandia.
Per far capire al suo popolo l'importanza che il mare aveva per la Russia,
Pietro aveva già fatto allestire, con l'aiuto di tecnici olandesi, una piccola
flotta, che aveva partecipato alle ostilità contro gli Svedesi ottenendo qualche
successo. Anche nel Mar Nero fu creata una flotta russa, che aveva la sua base
presso Azov, località conquistata ai Turchi nel 1696, ma restituita pochi anni
dopo (per evitare che si formasse una alleanza tra la Svezia e la Turchia, dove
si era rifugiato lo sconfitto Carlo XII).
Con il Trattato di Nystadt (1721) Pietro il Grande raccolse i frutti della
guerra vittoriosa ottenendo la cessione da parte della Svezia delle terre
baltiche della Livonia, dell'Estonia, dell'Ingria e della Carelia e realizzando
così il suo disegno di aprire alla Russia uno sbocco al mare.
Pochi anni più tardi, in seguito ad una spedizione contro i Persiani, i Russi
raggiunsero e occuparono anche la città di Bacu sulla riva occidentale del Mar
Caspio.
Era intanto rapidamente progredita l'attuazione di riforme interne più
profonde e sistematiche che non nei primi anni del governo di Pietro:
- il territorio russo fu diviso in grandi circoscrizioni territoriali e queste
in provincie, affidate a governatori (voivodi) responsabili verso lo zar,
che dal canto suo si occupò direttamente dell'amministrazione centrale dello
Stato;
- la riscossione delle imposte si fondò sopra tutto sulla raccolta di un
testatico (tassa sulla testa, cioè sulla persona fisica) che servì a raddoppiare
le entrate pubbliche;
- con il denaro raccolto si ammodernò l'armamento e si organizzò l'arruolamento
dei soldati;
- parte non piccola degli introiti fu anche destinata all'apertura di scuole ed
ospizi.
Sotto il profilo economico furono emanati decreti:
- per la protezione del patrimonio forestale,
- per l'incremento dell'allevamento delle pecore nelle zone steppose,
- per la ricerca di minerali utili, ferro, argento e stagno.
Pietro, inoltre:
- cercò di abbozzare una politica protezionistica, favorendo il sorgere di
fonderie, di laboratori di tappeti, cuoi, tele di cotone (con scarsi risultati);
- avviò una forma di governo centralizzato e moderno di tipo europeo;
- vide la necessità di formare una classe dirigente, adatta al servizio di
stato, fedele ed intelligente, e la trasse dalla nobiltà imponendo ai
proprietari terrieri di lasciare i beni ad un unico erede, in modo tale che gli
altri figli, i cadetti, potessero dedicarsi alle armi o all'amministrazione
pubblica;
- per eliminare ogni ostacolo all'attuazione dei programmi di governo, esautorò
completamente l'antica Duma, o consiglio dei Boiari, sostituendola, nelle
funzioni specifiche di supremo organo di amministrazione, con un Senato
controllato da lui direttamente (1711);
- ai fini della realizzazione di un assolutismo teocratico, implicito nella
tradizione orientale e bizantina, fu la istituzione di una commissione di
ecclesiastici, detta Santo Sinodo, vigilata attentamente dal potere politico
(1721).
Questa trasformazione radicale dei costumi e della mentalità russa fu realizzata con metodi drastici e talvolta con brutali e selvagge repressioni (come avvenne nei confronti del principe ereditario Alessio, fatto condannare a morte per la sua ostilità al governo paterno nel 1718), ma lasciò il paese stanco e scontento; l'opposizione si fece particolarmente viva tra il clero conservatore e tra la nobiltà. Il governo di Pietro il Grande (morto nel 1725) lasciò tuttavia un'impronta indelebile nella vita del paese.
La Seconda guerra del Nord (1700-1721)
Anche nell'Europa orientale, nei primi decenni del '700, si venne realizzando
una situazione politica di equilibrio, che segnò la fine dell'egemonia svedese
nel Baltico sancita a metà '600 dalla pace di Westfalia.
Prima del verificarsi di ciò, tuttavia, la monarchia dei Vasa compì uno sforzo
straordinario non solo per rafforzare il primato esistente, ma per allargarlo al
territorio russo e polacco.
Il protagonista di tale impresa fu Carlo XII (1697-1718), salito sul trono a
quindici anni.
Il giovanissimo sovrano si rese conto che si stava costituendo contro di lui una
potente coalizione, con la partecipazione di Pietro il Grande, del re di
Danimarca e di Federico Augusto II di Polonia, successo dopo un breve periodo di
anarchia al re Giovanni Sobieski (1697). Brillante erede della
tradizione militare dei Vasa, Carlo XII prevenne l'attacco prendendo direttamente
l'iniziativa e costringendo fin dall'inizio Federico IV di Danimarca a ritirarsi
dalla lotta, sconfitto (1700); subito dopo egli vinse gli eserciti
collegati di Russia e di Polonia presso la città di Riga (in Livonia, odierna
Lettonia, 1701?) e mentre le truppe zariste si ritiravano verso est, scese
direttamente in Polonia, occupando la capitale e facendo deporre Federico
Augusto II, elettore di Sassonia, in luogo del quale fu proclamato re Stanislao Leszczynski (1704).
Arbitro nella situazione nell'Europa orientale, il re di Svezia fu interpellato da
Luigi XIV, allora duramente impegnato nella Guerra di Successione spagnola, per
volgersi contro l'Impero, ricostituendo la precedente alleanza tra Francia e
Svezia. Carlo XII, però, preferì deviare verso le terre russe, tentando di
collegarsi con gruppi di ribelli ucraini e facendo affidamento sull'amicizia del
sultano turco.
Nella grande battaglia di Poltava (1709), tuttavia, poco oltre il fiume Dniepr,
l'esercito svedese fu annientato dai Russi ed il re dovette cercare
scampo, ferito, presso il sultano.
Negli anni seguenti Carlo XII tentò senza successo di
trascinare la Turchia in una guerra a fondo contro la Russia; dopo alcuni
scontri lungo il fiume Prut (1711), tuttavia, Pietro il Grande seppe abilmente liberarsi
da questo pericolo cedendo al sultano la base di Azov, in cambio del
ristabilimento della pace.
A questo punto Carlo XII abbandonò la Turchia rientrando, con un'avventurosa
cavalcata attraverso i territori tedeschi, in Pomerania nella cittadella svedese di Stralsunda, sul Baltico; vi si rinchiuse e resistette un anno all'attacco
nemico, finché dovette capitolare (1715).
Nel frattempo lo zar aveva ripreso larghi territori dell'Estonia ed aveva
trasferito la capitale a Pietroburgo; in Polonia il Leszczynski, travolto nella
rovina dell'alleato svedese, era fuggito (1709), permettendo il ritorno di
Federico Augusto II; infine, anche le truppe del re di Prussia, Federico I
(1688-1713), entrate a far parte della coalizione antisvedese, avanzavano in
Pomerania.
Perduta completamente la sponda del Baltico, Carlo XII dovette rientrare in
Svezia, dove riprese la lotta attaccando in Norvegia, ma cadde in battaglia
(1718).
Il declino della potenza francese in Occidente veniva così a corrispondere
con il crollo dell'egemonia tenuta fino ad allora dalla Svezia nell'Europa
settentrionale. Sulle rive del Baltico si determinava una situazione di
equilibrio tra i diversi Stati che vi si affacciavano: coi trattati di pace di
Stoccolma (1720 - tra Svezia, Brandeburgo e Danimarca) e di Nystadt (1721 - tra
Russia e Svezia), che ponevano fine alla Seconda guerra del Nord, il Brandeburgo
otteneva quasi tutta la Pomerania, la Russia annetteva la Livonia, l'Estonia, l'Ingria
e la Carelia, mentre al Regno di Polonia restava una fascia di terra
comprendente la Curlandia (o Lettonia occidentale) e la foce della Vistola con
Danzica.
Si trattava di una situazione di equilibrio, analoga a quella creatasi in
Occidente con i trattati di Utrecht e di Rastadt, che durerà per tutto il secolo
XVIII.
Le condizioni del Sacro Romano Impero
La situazione generale nell'Impero era notevolmente migliorata nella seconda
metà del secolo XVII dopo gli avvenimenti disastrosi della guerra dei
Trent'Anni.
I centri maggiori del commercio, specialmente Francoforte,
Lipsia e i porti di Amburgo, Brema e Lubecca, ripresero la loro attività
ritornando in breve fiorenti. Amburgo divenne anche la sede di una importante
Banca internazionale.
Gli Stati in cui era suddiviso l'organismo del Sacro Romano Impero, dopo essersi
sottrattisi all'egemonia asburgica con la pace di Westfalia, in seguito
riuscirono anche ad evitare che sul territorio tedesco si esercitasse in modo
preminente e durevole l'influenza francese (avviata dal Mazzarino) costituendo
la Lega renana; la Dieta di Ratisbona, poi, divenuta stabile per la riunione dei
rappresentanti diplomatici dei vari principati tedeschi, era riuscita a
raccogliere un piccolo esercito imperiale, con il quale era stata ostacolata
l'invasione francese sulla riva destra del Reno e nel Palatinato, dal 1689 al
1713.
All'interno dei singoli Stati, accrescendosi il potere di governo dei sovrani,
aumentarono l'ordine e la sicurezza dei beni e delle persone, si svilupparono
centri di cultura, università ed accademie scientifiche, di cui la più celebre
fu quella di Berlino (1700).
Il protestantesimo tedesco, largamente tollerante, si orientò verso la soluzione
di problemi pratici, riguardanti la carità, l'assistenza e l'educazione
popolare, e tutta la vita tedesca, specie negli strati sociali più umili, subì
la benefica azione filantropica del movimento detto «pietismo», di cui fu
apostolo il Francke (1663-1727).
Il frazionamento dell'Impero tendeva tuttavia ad aumentare, perché le maggiori
dinastie tedesche (Principi Palatini, Wittelsbach, duchi di Sassonia ecc.) si
frazionavano, col succedersi delle generazioni, in rami secondari, dividendo la
proprietà.
Le città, dal canto loro, conservavano, seppure a fatica, gli statuti e le
autonomie municipali, e la media nobiltà dei cavalieri i suoi privilegi feudali,
più formali che effettivi, specie nei confronti dei contadini.
Nelle regioni orientali, oltre l'Elba, la grande aristocrazia feudale era invece
ancora assai ricca e potente.
Tra gli Stati maggiori e più solidi erano:
- il Ducato di Baviera, che sotto Massimiliano Emanuele II Wittelsbach
(1679-1726) partecipò attivamente alle guerre europee, mantenendo un
atteggiamento favorevole alla Francia;
- il Marchesato di Brandeburgo, in cui a Federico Guglielmo il Grande
elettore (1640-88), successe l'ambizioso e fortunato Federico I (1688-1713), che
ebbe nel 1701 il titolo di re di Prussia, e poi Federico Guglielmo I detto il
«Re sergente» (1713-40);
- dall'imperatore Leopoldo fu poi creato un nuovo Stato elettorale (il nono)
con l'elevazione a tale dignità del duca Ernesto Augusto di Hannover (1692), il
cui figlio e successore assurse, nel 1714, alla morte della regina Anna, il
trono d'Inghilterra, dove si era estinto il ramo diretto (protestante) degli
Stuart;
- il ducato elettorale tedesco degli Hannover, approfittando della mutata
situazione nel Nord, si era accresciuto con l'acquisto di Verden e del porto
fluviale di Brema, sul Weser, già appartenenti alla Svezia.
L'età di Walpole e la reggenza in Francia
L'EUROPA DOPO LA PACE DI UTRECHT
La preminenza diplomatica dell'Inghilterra
Il trattato di Utrecht (aprile 1713) segnò l'inizio di un periodo di vigile
presenza inglese nelle vicende dell'Europa occidentale.
Tale politica si basava sulla potenza economica e commerciale raggiunta negli
ultimi decenni dalla nazione britannica e sulla superiorità marittima inglese
che la posizione insulare del paese rendeva particolarmente agevole e, in modo
specifico, si valeva di una intensa attività diplomatica, rivolta a mantenere un
certo dissidio e rivalità tra gli Stati continentali europei senza giungere però
ad un conflitto generale e a creare una forma di equilibrio politico-militare da
cui l'Inghilterra traeva per prima i vantaggi.
Approfittando dei dissensi, dei malumori e dei desideri di rivincita esistenti
in forma più o meno intensa in quasi tutti i paesi d'Europa dopo la fine della
Guerra di Successione spagnola, la diplomazia britannica intervenne quindi
atteggiandosi ad arbitra e a pacificatrice, ma cercando soprattutto di
conservare l'assetto stabilito nel 1713-14 ad essa favorevole specialmente nel
campo coloniale.
Nell'Europa centro-meridionale i trattati di Utrecht e
di Rastadt costituirono la base di un nuovo assetto politico:
- la Casa di Borbone si era solidamente insediata sul trono di Spagna;
- gli Asburgo d'Austria ereditavano i domini italiani e fiamminghi dell'estinto
ramo spagnolo;
- la Francia, per quanto sconfitta nella guerra, conservava i confini
riconosciuti a Luigi XIV dalla pace di Ryswick (1697) e manteneva il rango di
grande potenza;
- nell'ambito dell'Impero, infine, il Principato elettorale di Hannover
(accresciuto dei porti di Brema e di Verden e congiunto alla Gran Bretagna nella
persona del re Giorgio I) costituiva un centro di attrazione per gli Stati
germanici protestanti in opposizione alla dinastia cattolica degli Asburgo, ed
anche un ostacolo ai tentativi russi di avanzare verso il Mecklemburgo ed il
Mare del Nord.
Tuttavia, l'importante funzione politica di questa «dipendenza» inglese sul
continente fu di breve durata, perché negli anni seguenti si verificò l'ascesa
della monarchia prussiana, divenuta in breve il luogo di convergenza degli
interessi germanico-luterani al centro dell'Europa. D'altra parte la monarchia
asburgica, per cui la dignità imperiale era divenuta un diritto quasi
ereditario, stava ritornando lentamente alla ribalta della storia europea, dopo
un periodo di relativa oscurità durante il secolo XVII, quando le sue forze
erano state totalmente impegnate nella lotta contro i Turchi; ora essa, mentre
cercava di riprendere una funzione egemonica nel S. R. Impero, tentava altre vie
di espansione e di predominio nel Mediterraneo (attraverso i territori di
recente acquistati in Italia) e nei Balcani. Nel Nord, coi trattati di Stoccolma
(1720) e di Nystadt (1721), era crollato il predominio svedese nel Baltico e su
quel mare si affacciavano ormai, con potenza press'a poco uguale, la Danimarca,
la Prussia e la Russia. La monarchia svedese, invece, dopo la morte di Carlo XII,
era caduta sotto un regime aristocratico, aperto all'influenza delle potenze
straniere, in primo luogo dell'Inghilterra.
Nella parte orientale dell'Europa si verificò un processo involutivo, non solo nella Polonia, condannata ad una inevitabile disgregazione a causa della turbolenza anarchica e della corruzione della sua nobiltà minore, e nella Turchia, costretta dalle sconfitte militari e dall'incipiente paralisi del suo organismo politico ad una posizione faticosamente difensiva, ma anche nella stessa Russia che, dopo la scomparsa di Pietro il Grande (1725), subì una crisi interna: essa si manifestò soprattutto nella debolezza dei sovrani (Caterina I, Pietro II, Anna Ivanovna, Ivan VI), nelle frequenti rivolte di palazzo e nel contrasto violento tra le antiche e radicate tradizioni slave e nazionali e gli ordinamenti, specie burocratici, creati dalle recenti riforme che avevano preso come modello istituti e costumi europei. La monarchia moscovita poté però risollevarsi già con la zarina Elisabetta (1741-62), figlia di Pietro il Grande, sotto la quale la Russia riprendeva la sua posizione di grande Stato europeo.
L'evoluzione del sistema costituzionale britannico
La regina Anna d'Inghilterra aveva regnato durante i difficili anni della
Guerra di Successione spagnola grazie all'aiuto dei whigs e in
particolare del duca di Marlborough; la sua morte, avvenuta nel 1714, avrebbe
potuto significare la fine della pace interna, raggiunta coll'assetto del 1689,
e riaprire il dissidio tra pretendenti cattolici e protestanti.
L'Inghilterra superò invece questa potenziale crisi accettando ed attuando una
disposizione votata dal Parlamento nel 1701 (Act of Settlement), di netta
ispirazione whig, intesa ad escludere definitivamente dal trono; inglese
gli Stuart cattolici, ossia in quel tempo il principe Giacomo Edoardo, figlio di
Giacomo II, assicurando invece la corona a Giorgio I di Hannover (1714-28),
principe protestante tedesco che discendeva in linea femminile da Giacomo I
Stuart.
In tal modo, in seno alla costituzione inglese, venivano contemperati il
principio della legittimità dinastica, espresso dal legame di sangue, e quello,
di origine contrattualistica, della designazione parlamentare.
La politica di Giorgio I fu dapprima discordante da quella whig,
perché mirante a stabilire un'alleanza con la Francia, dove era Reggente il duca
Filippo d'Orleans (1715-23) per conto del giovanissimo Luigi XV, mentre la
maggioranza whig restava fedele al principio dell'ostilità alla monarchia
francese, di cui temeva l'espansione europea lungo la Manica e l'espansione
coloniale in America e in India.
Il regno del primo sovrano della Casa di Hannover, tuttavia, ottenne il consenso
generale del paese, anche quello dei tories, guidati dal visconte di
Bolingbroke, che abbandonarono quasi del tutto la causa degli Stuart.
L'accordo tra la Corona e la Nazione risultò confermato e il regime
costituzionale-parlamentare britannico ne uscì consolidato, mentre si veniva
costituendo come organo di governo un Comitato dei Ministri, che sostituì negli
affari più importanti il Consiglio privato della Corona, con facoltà di riunirsi
e deliberare indipendentemente dalla presenza del sovrano.
La posizione di tale Comitato ministeriale fu per qualche tempo incerta e
difficile perché i ministri dipendevano singolarmente dal sovrano, da cui erano
nominati, ma dovevano necessariamente avere la fiducia del Parlamento, che
giudicava la loro condotta politica. Acquistò allora grande importanza la figura
del ministro principale, che si assunse il delicato compito di fare da mediatore
tra il sovrano, il parlamento e il ministero.
Giorgio I e il suo successore, Giorgio II (1728-60) dovettero accettare
ministeri formati in maggioranza da whigs che, o ormai conseguito un
netto predominio alla Camera dei Comuni e che ad ogni elezione vedevano
confermata dalla volontà popolare la loro preminenza. La prima metà del secolo
XVIII fu in tal modo caratterizzata in Inghilterra dalla supremazia del partito whig, anzi di una oligarchia whig, di cui fu capo riconosciuto il
primo ministro Roberto Walpole (1721-42).
I sovrani, tuttavia, benché appartenessero ad una dinastia nuova e
sostanzialmente straniera, conservavano larghi poteri: non erano obbligati a
congedare un ministero che avesse perso l'appoggio del Parlamento, avevano la
facoltà di volgere a proprio favore la maggioranza nella Camera dei Lords,
creando d'arbitrio un certo numero di nuovi Pari, disponevano di innumerevoli
impieghi civili e militari, di pensioni e privilegi lucrativi, che abilmente
distribuiti e concessi potevano decidere delle elezioni ai Comuni.
Anche i ministri potevano disporre, per concessione regia, di un cospicuo numero
di uffici e di impieghi pubblici, cosicché si creò di fatto una solidarietà di
interessi tra Corona e Ministero, che contribuì a mantenere l'equilibrio
politico di recente instaurato, ma che indusse il governo whig ad
esercitare un'azione corruttrice sul costume nazionale.
L'età di Walpole, come venne chiamata, fu così contrassegnata da una scandalosa
mescolanza degli interessi privati con quelli politici, di cui fu prova
clamorosa il fallimento della Compagnia del Mare del Sud (costituita per
sfruttare il commercio di contrabbando con l'America latina) che coinvolse
uomini politici eminenti, rendendo necessaria, per calmare l'opinione pubblica,
una severa inchiesta parlamentare (1721).
La Francia durante la Reggenza
Luigi XIV morì il 1° settembre 1715.
Le sue disposizioni testamentarie non furono integralmente applicate e si
costituì un Consiglio di Reggenza, con a capo il duca Filippo d'Orleans (il
Reggente), che governò per conto del legittimo sovrano, Luigi XV, pronipote del
Re Sole ed ancora minorenne.
Poiché il giovanissimo re era debole di salute, il duca d'Orleans sperava di
poterne occupare presto il trono e per garantirsi il successo iniziò una larga
politica di conciliazione con tutti quei gruppi sociali che la personalità
autocratica del Re Sole aveva oppresso e umiliato. Il periodo della Reggenza
(1715-23) ebbe così il carattere di una restaurazione aristocratica e di una
rivincita dei giansenisti e dei parlamentari.
Anche nella politica estera vi fu all'inizio un cambiamento radicale;
abbandonato ogni proposito imperialistico, si cercò l'alleanza delle potenze
marittime, l'Olanda e l'Inghilterra, ed il duca di Orleans avviò personalmente
relazioni di amicizia con Giorgio I di Hannover.
Tale cambiamento tornò tuttavia a vantaggio dell'Inghilterra, che si valse della
sottomissione francese per estendere la giurisdizione territoriale
dell'Elettorato di Hannover (Brandeburgo), arrestando la pressione russa verso il Mare del
Nord, e per mantenere nel Mediterraneo una situazione di equilibrio con una
adeguata spartizione dei territori della Penisola italiana tra i Farnese-Borboni
di Spagna e l'imperatore.
In Francia, come in Inghilterra, il capitalismo finanziario si impadronì per
qualche tempo delle leve di comando ed esercitò il suo influsso preminente anche
nelle combinazioni diplomatiche internazionali.
Il periodo della Reggenza fu anzi addirittura sconvolto da una crisi finanziaria
che rivelò a qual punto fosse penetrata anche nella popolazione di medie risorse
economiche la tendenza alla speculazione e dell'affarismo.
Il clima inquieto del dopoguerra, che spingeva alla ricerca di guadagni rapidi,
dette modo di affermarsi in Francia allo scozzese John Law, avventuriero ed
audace economista, che seppe acquistarsi la fiducia del Reggente fino a ottenere
la carica di Controllore Generale.
Partendo dal presupposto che la moneta doveva essere concepita come puro mezzo
di scambio, senza valore intrinseco proprio, e che l'abbondanza della
circolazione monetaria costituiva uno stimolo alla produzione e agli scambi, il Law ottenne l'autorizzazione a creare una Banca generale (1716), poi trasformata
in Banca regia, la quale emetteva moneta cartacea che, largamente immessa nella
circolazione economica, avrebbe dovuto in breve tempo ridare alla Francia
benessere e ricchezza.
Per dare una garanzia all'emissione di tale valuta, il Law fece sorgere nel 1717
una nuova Compagnia commerciale, la Compagnia d'Occidente, che si proponeva di
attuare lo sfruttamento delle risorse economiche della Luisiana e che nelle
intenzioni del fondatore avrebbe dovuto assorbire anche i privilegi ed i
possedimenti delle già esistenti Compagnie del Senegal e delle Indie orientali,
dando vita ad un consorzio di affari capace di realizzare guadagni colossali.
Fatto appello al credito pubblico, fu consentito l'uso di banconote cartacee per
il pagamento delle azioni e si promisero interessi elevatissimi (fino al 401'%).
Si verificò allora una vera corsa all'acquisto delle azioni, ma la necessità di
anticipare, per il pagamento degli interessi, profitti che in realtà non erano
stati ancora realizzati, portò in breve all'inevitabile bancarotta, che si
verificò in modo precipitoso quando nei creditori della Compagnia cominciò ad
insinuarsi il dubbio che le azioni avrebbero perso valore e si volle ottenerne
rapidamente il rimborso.
Il panico divenne generale e ne conseguì il crollo dell'intero sistema del Law.
Gli sforzi del governo del Reggente per arrestare la svalutazione completa delle
banconote e delle azioni della Compagnia fallirono ed il Law stesso dovette
riparare all'estero (1720).
Nel complesso, tuttavia, l'esperimento non fu senza
qualche attivo, dal momento che, insieme all'aumento del costo della vita (a
causa dell'inflazione), si era avuto anche un considerevole incremento della
produzione e del commercio, soprattutto coloniale. Nella Luisiana, presso la
foce del fiume Mississippi, era sorta la città di Nuova Orleans e nelle Antille
era in pieno sviluppo la coltivazione della canna da zucchero.
Contemporaneamente si infittivano i nuclei dei coloni francesi che, discendendo
lungo l'Ohio e il Mississippi, venivano ad occupare una serie di località tra il
Canadà e la Luisiana, alle spalle delle colonie anglosassoni.
Le vicende degli ex-domini spagnoli in Italia
Contrasti internazionali e rivendicazioni dei Farnese
Il trattato di Rastadt (1714) aveva riconosciuto all'imperatore Carlo VI
l'eredità dei territori italiani già appartenenti agli Asburgo di Spagna.
La questione non era però del tutto chiusa perché il nuovo sovrano spagnolo,
Filippo V di Borbone, non ancora disposto a rinunciare all'Italia, aveva
rifiutato di stabilire la pace coll'imperatore.
Il dissidio si complicò quando Filippo V sposò in seconde nozze la principessa
Elisabetta Farnese, erede del Ducato di Parma e Piacenza ed aspirante anche, per
ragioni di parentela, all'eredità del Granducato di Toscana, dove si prevedeva
l'estinzione della Casa dei Medici.
Elisabetta Farnese era decisa a sostenere in ogni modo i diritti dei propri
figli, don Carlo e don Filippo, sui ducati italiani, tanto più che i due giovani
principi spagnoli non avrebbero avuto diritto all'eredità della corona di
Spagna, spettante ai figli di prime nozze di Filippo V.
Le rivendicazioni dei Farnese trovarono un abile sostenitore in un agente
diplomatico italiano, il piacentino cardinale Giulio Alberoni (1664-1752), che
dal servizio del duca Francesco Farnese, era passato, dopo il matrimonio di
Elisabetta con Filippo V, a Madrid, assumendo la carica di primo ministro della
monarchia spagnola. L'Alberoni si apprestò a disporre una rete di rapporti
diplomatici favorevoli alla Spagna, che permettessero al momento propizio di
attuare la conquista dei ducati italiani, nonostante l'opposizione, che si
poteva prevedere fortissima, dell'Austria. Infatti anche l'imperatore Carlo VI
aveva progetti per l'Italia (i cui territori erano stati affidati, per
l'amministrazione centrale, ad un Consiglio d'Italia, appositamente istituito
nella capitale austriaca) e pensava di consolidare il proprio dominio nella
Penisola ottenendo lo scambio della Sardegna con la Sicilia (assegnata dai
trattati ai Savoia) e nello stesso tempo di promuovere un'intensa attività
commerciale e navale che facesse capo al porto di Trieste, sbocco marittimo per
l'economia austriaca diretta verso il Mediterraneo.
In tal modo i piccoli interessi dinastici italiani salirono alla ribalta
della grande politica europea.
Molto dipendeva dall'atteggiamento dell'Inghilterra, cui l'Alberoni cercò di
avvicinarsi concedendole alcuni favorevoli accordi commerciali. L'Inghilterra,
tuttavia, in quel momento preferì sostenere l'imperatore, da cui in cambio
ottenne la promessa di respingere i Russi dall'Hannover e dal Mare del Nord
(Accordi di Vienna del 1716), mentre anche la Francia, per iniziativa del
ministro degli esteri Dubois, aderiva alla politica inglese.
L'Inghilterra, quindi, propose un arbitrato pacifico per risolvere la
questione italiana. Filippo V, che fino ad allora, preoccupato di riordinare
l'amministrazione interna del paese e di combattere il contrabbando britannico
nelle Indie occidentali, si era quasi disinteressato dell'eredità dei Farnese,
volle forzare la situazione, nonostante il parere avverso dell'Alberoni, che
avrebbe desiderato temporeggiare, apprestando nel frattempo una poderosa flotta.
Approfittando di una ripresa bellica sul fronte danubiano (per quella fase
di ostilità tra la Turchia e gli Austro-Veneti che condusse alla pace di Passarowitz, 1718), gli Spagnoli attaccarono la Sardegna
austriaca e la Sicilia (1717-18) dei Savoia. La diplomazia inglese fu subito in allarme, temendo che la
questione italiana facesse scoppiare di nuovo una guerra generale, con una
modifica di quell'assetto del trattato di Utrecht che stava tanto a cuore ai whigs (nel Mediterraneo l'Inghilterra aveva acquistato le importantissime basi
di Gibilterra e Minorca, che la Spagna, con una guerra ben condotta, avrebbe
potuto riprendersi), e fece concludere a Londra la Quadruplice Alleanza (agosto
1718) tra Inghilterra, Austria, Francia e Provincie Unite.
Una
squadra inglese distrusse una flotta spagnola presso Capo Passero, truppe
austriache sbarcarono in Sicilia, mentre Vittorio Amedeo II era indotto a
rinunciare all'isola in cambio della Sardegna.
Filippo V tentò di resistere e si
rifiutò dapprima di allontanare l'Alberoni, che dal canto suo tentò invano di
suscitare opposizioni e rivolte negli Stati avversari. Quando però anche i
Francesi attaccarono sui Pirenei, la Spagna dovette cedere e l'Alberoni fu
licenziato.
Con il Trattato dell'Aia (febbraio 1720) Filippo V rinunciò
definitivamente al trono di Francia, a Gibilterra e alla Sardegna
riconciliandosi con l'imperatore. Al figlio don Carlo Borbone-Farnese venne
riconosciuto il diritto di successione al Ducato di Parma e Piacenza e a
Vittorio Amedeo II fu assegnata la Sardegna, terra assai povera ma più vicina al
Piemonte, in cambio della Sicilia.
Il sistema degli Stati europei, instaurato
coi trattati di Utrecht e di Rastadt e basato sull'equilibrio delle forze tra le
maggiori potenze nei punti nevralgici dell'Europa, Impero, Mar Baltico e Mar
Mediterraneo, veniva così completato e consolidato.
Rivalità anglo-austriaca e nuovi contrasti internazionali
La Quadruplice Alleanza non si fondava su una durevole
concordia di interessi e di punti di vista.
Esisteva infatti un contrasto latente tra l'imperatore e il duca di Hannover, re
d'Inghilterra, per l'influenza che entrambi intendevano esercitare sopra il
territorio germanico, il primo allo scopo di riaffermare l'autorità imperiale e
cattolica degli Asburgo, il secondo per difendere l'autonomia degli Stati e
delle leghe protestanti, punto d'appoggio dell'ingerenza britannica nella
Germania settentrionale e presso le corti del Nord.
Esisteva anche un motivo di rivalità tra l'imperatore e le Provincie Unite
olandesi, non solo per la presenza di guarnigioni olandesi sul territorio dei
Paesi Bassi austriaci, nella regione chiamata "La Barriera", ma anche, e forse a
maggior ragione, perché l'imperatore manifestava il proposito di fare del
piccolo porto di Ostenda (sulla costa fiamminga) una grande base navale e
commerciale austriaca, così come nel Mediterraneo tale funzione sarebbe stata
assolta dal porto di Trieste. Questo disegno, accompagnato dalla costituzione
della Compagnia di Ostenda (1722), suscitò la gelosia e l'ostilità dei grandi
mercanti di Londra e di Amsterdam creando un'atmosfera favorevole ad un
conflitto.
Dal momento che, poi, si era verificato negli ultimi tempi un avvicinamento tra
l'Austria e la Russia (dove regnava la zarina Caterina I [1725-27], vedova di
Pietro il Grande) allo scopo di allontanare gli Hannover dal Mecklemburgo, che
essi avevano occupato provvisoriamente, si ebbe per contrasto un distacco della
Prussia dall'amicizia austriaca ed un accostamento di questo stato
all'Inghilterra, che promise il suo aiuto in caso di attacco russo alla
frontiera orientale.
Nello stesso tempo, infine, l'Inghilterra si adoperò per dissuadere la Spagna da
un eventuale accordo con l'Austria con dimostrazioni navali lungo le coste
iberiche.
Tutto ciò non portò ad un nuovo conflitto europeo, perché il governo britannico, diretto dal Walpole, preoccupato sopra tutto dall'evoluzione politica interna e timoroso delle ripercussioni che una eventuale guerra avrebbe avuto sull'economia del paese ancora in fase di assestamento, intendeva mantenere la pace. Migliorati poi i rapporti tra Inghilterra e Spagna per l'atteggiamento benevolo assunto dal governo inglese di fronte alle aspirazioni di Elisabetta Farnese ad allargare i possedimenti italiani dei suoi figli, si giunse ad una pacificazione completa anche con l'imperatore Carlo VI. Questi rinunciò ai suoi disegni riguardo a Ostenda e si impegnò a sciogliervi la Compagnia commerciale; in cambio Giorgio II d'Inghilterra ordinava lo sgombero del Mecklemburgo (Accordi di Vienna, 1731).
La crisi per la successione polacca del 1733
Questi nuovi sviluppi dei rapporti internazionali ebbero la loro ripercussione anche in Italia, dove già Carlo di Borbone, alla morte dell'ultimo duca Farnese (1731), aveva occupato il Ducato emiliano, (nonostante le proteste della Santa Sede, che lo rivendicava come proprio feudo) e dove il granduca di Toscana Gian Gastone (1723-37), successo a Cosimo III (1670-1723) e privo di eredi diretti, era indotto a riconoscere la prossima successione borbonica al Ducato, accettando anche un'occupazione anticipata del proprio Stato da parte di guarnigioni spagnole (dicembre 1731).
Il governo del cardinale Fleury in Francia e la crisi di successione in Polonia
Nella composizione degli ultimi contrasti internazionali aveva avuto un peso
decisivo l'intervento della Francia per iniziativa del cardinale Fleury.
Vecchio diplomatico, già precettore di Luigi XV, egli aveva assunto le redini
del governo francese nel 1726 e con la sua abile politica intendeva ridare al
paese una posizione di primaria importanza tra gli stati europei. Il Fleury,
deciso a ridare prestigio e autonomia alla politica francese, liberandola della
mortificante «tutela» britannica, non intendeva però rompere del tutto i buoni
rapporti con l'Inghilterra in un momento in cui il primo ministro Roberto
Walpole tendeva a disinteressarsi dei problemi europei. La temporanea assenza
dell'Inghilterra dalla politica continentale, limitata al decennio dal '31 al
'40, favorì quindi il programma del Fleury, che si realizzò soprattutto in
occasione della crisi per la successione al trono di Polonia (1733-38).
Lo Stato polacco, minato all'interno da leggi che favorivano l'anarchia della
nobiltà, era pressato alle frontiere da potenti vicini, l'Impero russo e
l'Impero asburgico, stretti da una alleanza che, sebbene recente, aveva molte
ragioni per essere durevole. L'influenza straniera in Polonia, e particolarmente
quella russa, si era infatti trasformata in un vero predominio.
Federico Augusto Il (1697-1733), elettore di Sassonia e re di Polonia, aveva
cercato di rafforzare la monarchia e di unire definitivamente il regno con la
Sassonia, che era una delle regioni più ricche e meglio amministrate dell'Europa
centrale, ma i nobili della Dieta e gli agenti russi ed austriaci avevano
mandato a vuoto i suoi propositi e alla sua morte (1733) la candidatura al trono
del figlio Federico Augusto divenne una questione di ambito europeo.
La Russia, l'Austria e la Prussia riconobbero la successione di Federico Augusto
di Sassonia; la Francia invece sostenne la candidatura di Stanislao Leszczynski,
ritornato in primo piano (era già stato re nel 1704) come esponente del partito
nazionale. Il Leszczynski fu acclamato re dalla Dieta, ma quasi
contemporaneamente truppe russe e sassoni invasero la Polonia, costringendo il
nuovo sovrano a fuggire a Danzica, mentre il rivale Federico Augusto occupava il
trono.
La rottura tra la Francia e gli Austro-russi divenne allora inevitabile
ed il Fleury riuscì ad attrarre dalla sua parte la Spagna, la Turchia, la
Baviera e il Regno di Sardegna, dove Carlo Emanuele III (1730-73) era succeduto
da poco al padre Vittorio Amedeo II. Per indurre il re di Sardegna a prendere
parte al conflitto gli fu promessa, col trattato di Torino (1733), la cessione
della Lombardia, mentre Elisabetta Farnese reclamava una nuova assegnazione di
terre italiane per il secondogenito don Filippo di Borbone.
L'Inghilterra e
l'Olanda, invece, rimasero neutrali e ciò permise alla Francia di prendere
rapide e decise iniziative militari sul Reno ed in Italia. Mentre infatti un esercito
francese avanzava in Lorena, superando il Reno e cercando di congiungersi coi
Bavaresi sul Danubio, un altro esercito, condotto dal maresciallo Villars,
penetrò in Lombardia, raggiungendo Milano nel novembre del 1733. Gli imperiali,
battuti a Parma ed a Guastalla, si rinchiusero in Mantova (1734) che resistette
all'attacco nemico.
Nello stesso tempo un corpo di spedizione spagnolo al
comando di don Carlo di Borbone, dalla Toscana, scese verso l'Italia meridionale
e raggiunse Napoli, accolto con entusiasmo dalla popolazione (maggio 1734). Gli
austriaci, sconfitti presso Bitonto, dovettero abbandonare il Regno meridionale.
Con ciò le operazioni militari in Italia cessarono (1735).
Il Fleury, tuttavia, non intendeva spingere a fondo la guerra, creando un
distacco difficilmente colmabile con l'Austria, ed avviò preliminari segreti di
pace, cui presto seguì un accordo ufficialmente riconosciuto col Trattato di
Vienna (1738):
- Federico Augusto III fu riconosciuto re di Polonia;
- il Leszczynski accettò come compenso della rinuncia al trono il Ducato di
Lorena, con la clausola che questa regione, alla sua morte, sarebbe passata alla
Corona francese;
- l'ex duca di Lorena, Francesco Stefano, marito di Maria Teresa d'Asburgo,
figlia dell'imperatore e presunta erede al trono, ebbe il Granducato di Toscana,
rimasto vacante per la morte dell'ultimo Medici, Gian Gastone, avvenuta nel
1737;
- svanita la possibilità di ottenere la Toscana, i Borboni di Spagna ottennero
invece il Regno di Napoli (con annessi alcuni «Presidi» sulla costa toscana),
che fu riconosciuto a don Carlo;
- Carlo Emanuele III di Savoia non poté invece conservare il Ducato di Milano,
da lui occupato durante la guerra, e dovette accontentarsi dell'annessione di
Novara, Tortona e alcuni piccoli feudi imperiali delle Langhe;
- l'imperatore, oltre a conservare saldamente il Milanese e Mantova, ottenne la
sovranità sul Ducato di Parma e Piacenza, che secondo i progetti spagnoli
sarebbe dovuto toccare al principe don Filippo di Borbone.
Così la guerra di Successione polacca si concluse con un notevole successo per
la Francia che, senza eccessivo dispendio di forze militari e di denaro, ottenne
la reversione della Lorena e rafforzò la sua posizione in Italia e in Spagna.
Intorno al 1740 la Francia appariva un paese rinnovato e in pieno sviluppo; le
finanze e il bilancio dello Stato, dopo le disastrose esperienze del Law, erano
stati restaurati e la produzione industriale era in notevole aumento. Il
commercio francese risentiva del benefico influsso di una nuova fase di
espansione coloniale, che portò a nuovi insediamenti sulla costa africana (nel
Senegal, nella Guinea e nell'isola di Réunion ad est di Madagascar) e ad una
intensificazione degli scambi commerciali con le Antille francesi (S. Domingo,
Guadalupe, Martinica), che costituivano i mercati per la vendita dei prodotti
industriali francesi e nello stesso tempo fornivano abbondanti e preziosi
prodotti coloniali. La classe media borghese, composta di armatori e negozianti,
tendeva ora a porsi sullo stesso livello dell'alta borghesia finanziaria che
aveva dominato durante la Reggenza, ma questa sua ascesa economica non portò a
modifiche sostanziali nella struttura politica del paese, sempre basata
sull'assolutismo monarchico, cui si appoggiavano i ceti privilegiati del clero e
dell'aristocrazia, mentre una grande quantità di residue leggi feudali
ostacolavano lo sviluppo della nuova economia.
I recenti avvenimenti avevano portato invece ad una diminuzione della potenza
dello Stato asburgico, nel quale presto si sarebbe posta anche la questione
della successione al trono di Carlo VI, che non aveva eredi maschi.
Una delle ragioni per cui l'imperatore aveva aderito al trattato di Vienna era
infatti che il Fleury si dimostrava disposto a riconoscere la successione al
trono d'Austria della granduchessa Maria Teresa. Nel frattempo, comunque, la
preminenza territoriale austriaca in Italia era fortemente diminuita e, in
seguito ad un nuovo conflitto coi Turchi, l'Austria aveva dovuto cedere anche
alcune regioni della Penisola balcanica. Alleatosi infatti con la zarina Anna
Ivanovna, l'imperatore aveva condotto un'offensiva sul Danubio contro i Turchi,
allora duramente impegnati sul confine persiano (1736); concluso un accordo con
la la Persia col sacrificio di alcune regioni orientali, però, il sultano poté
intraprendere una vigorosa controffensiva che respinse gli Austriaci in
Valacchia ed i Russi nell'Ucraina. Col Trattato di Belgrado (1739) l'Austria fu
costretta a restituire le regioni che aveva acquistato vent'anni prima al di là
del Danubio, ossia parte della Serbia e della Valacchia.
Carlo VI d'Asburgo e la "Prammatica sanzione"
L'EUROPA ALLA META DEL
SECOLO XVIII
ESPANSIONI E RIVALITÀ EXTRAEUROPEE
Intorno alla metà del secolo XVIII si ebbe in Europa una ripresa dei
conflitti armati, che portarono sì qualche mutamento nella situazione politica
del continente, ma che ebbero grandi ripercussioni nel campo coloniale.
In genere si trattò di guerre per motivi dinastici condotte dai sovrani per
difendere l'integrità del proprio Stato o per assicurarsi vantaggi territoriali
a danno degli Stati vicini, senza che, apparentemente, fossero in gioco gli
interessi e le aspirazioni degli abitanti delle regioni contese. Tali conflitti
avevano il loro presupposto nell'idea, allora comunemente accettata, che lo
Stato fosse un "patrimonio personale" del sovrano, soggetto alle complesse
vicende della successione ed all'interferenza dei rapporti di parentela.
Accanto a ciò, nel settore coloniale si risentì invece con maggiore intensità il
peso che nei rapporti internazionali venivano assumendo gli interessi immediati,
soprattutto gli interessi economici, dei ceti borghesi e commercianti dei paesi
occidentali, specialmente della Francia e dell'Inghilterra, dove questa nuova
classe sociale andava acquistando una posizione preminente. Il fattore coloniale
venne così ad inserirsi tra gli altri elementi componenti il complesso sistema
dell'equilibrio europeo, determinando per se stesso talvolta la rottura di
alleanze tradizionali e lo spostamento di grandi potenze dall'una all'altra
coalizione.
La paralisi della Monarchia austriaca e l'ascesa del Regno di Prussia
I territori dell'Europa centrale, da Ostenda a Trieste, dalle Alpi ai monti
della Transilvania, costituivano un complesso politico soggetto alla sovranità
degli Asburgo, ai quali inoltre spettava il diritto, come imperatori del Sacro
Romano Impero (dignità che era divenuta prerogativa quasi ereditaria di questa
Casa), di intromettersi con piena legittimità negli affari degli Stati
germanici.
Il dominio degli Asburgo, tuttavia, mancava di unità e di coesione, formato
com'era da popoli di stirpe (latini, magiari e slavi, subordinati al nucleo
centrale tedesco), lingua ed anche religione diverse. Questo complesso di circa
venti milioni di abitanti restava unito soprattutto per il legame dinastico, per
la sistematica attività diplomatica ed anche per l'opera attenta e consapevole
della burocrazia.
A Vienna tre Cancellerie principali si occupavano
rispettivamente della Boemia, dell'Ungheria e degli stati ereditari; gli affari
d'Italia e delle Fiandre facevano capo invece a due Consigli.
Le Fiandre, ossia i Paesi Bassi austriaci (ottenuti nel 1714 alla fine della
Guerra di Successione spagnola), costituivano un territorio distante che i
sovrani asburgici, abbandonato il tentativo di farne una base di espansione
marittimo-commerciale nell'Atlantico, avrebbero volentieri permutato con regioni
più vicine, quali la Baviera o la Toscana.
Agli organi del governo centrale, poi, si opponevano innumerevoli organismi
amministrativi e politici, assemblee e corpi riconosciuti e consacrati da una
tradizione secolare che nelle diverse terre asburgiche conservavano privilegi e
sfere di giurisdizione autonoma, sia nel campo della giustizia civile e
criminale, sia in quello dell'amministrazione finanziaria e della riscossione
dei tributi. Tali corpi erano per lo più controllati dall'aristocrazia o dai
patriziati locali e contro di essi risultavano spesso vani gli ordini e le
disposizioni provenienti da Vienna.
L'esercito, infine, sempre confermatosi uno dei più validi strumenti per
l'affermazione della potenza asburgica, dopo lo sforzo compiuto per la
liberazione del territorio ungherese dai Turchi (sforzo coronato dal successo
colla pace di Passarowitz, 1718) si andava disgregando, per mancanza di denaro,
ridotto a settanta-ottantamila uomini dispersi un po' dovunque e armati in modo
obsoleto.
A fronte di tale situazione si prospettava il pericolo dello smembramento
territoriale. Infatti, l'imperatore Carlo VI, che regnava dal 1711, non aveva
eredi maschi, mentre in quasi tutti gli Stati asburgici si accettava soltanto
l'eredità in linea maschile. Carlo VI, preoccupato di una situazione che poteva
portare alla dissoluzione dello Stato, aveva cercato fin dal 1713 di far
accettare la cosiddetta Prammatica Sanzione, che assicurava la successione al
trono alla figlia Maria Teresa, consorte di Francesco Stefano, già duca di
Lorena e — dal 1738 — granduca di Toscana.
Il riconoscimento della Prammatica Sanzione fu richiesto non solo agli stati
soggetti agli Asburgo, ma anche alle altre potenze europee, e principalmente
alla Francia e all'Inghilterra, affinché non ostacolassero la regolare
successione dinastica, ma ciò aveva fatto sì che molti atti di politica interna
e internazionale di Carlo VI dovessero subordinarsi e adattarsi alla necessità
di ottenere queste garanzie.
Nell'ambito del Sacro Romano Impero vi erano due Stati in grado di attuare
una politica autonoma e avversa agli Asburgo, il Ducato elettorale di Baviera,
in cui Carlo Alberto di Wittelsbach, forte dell'amicizia francese e del
matrimonio con una arciduchessa austriaca, ambiva alla corona imperiale, ed il
nuovo Regno di Prussia, che il governo di Federico Guglielmo I detto il Re
Sergente (1713-40), aveva reso straordinariamente forte in campo militare.
L'esercito prussiano, numericamente non inferiore a quello austriaco, appariva
assai più disciplinato e meglio organizzato, data l'omogeneità degli effettivi
che lo componevano (in gran parte contadini del Brandeburgo) e la rigorosa
efficienza degli ufficiali, appartenenti alla piccola nobiltà feudale e
sottoposti ad una accurata preparazione militare nell'Accademia dei Cadetti di
Berlino.
Anche la burocrazia statale prussiana assolveva il suo compito con disciplina e
impegno, seguendo l'esempio del re che, proclamandosi il primo servitore dello
Stato, si assoggettava ad un lavoro incessante per controllare personalmente
ogni settore dell'attività pubblica. Lo Stato prussiano era così in grado di
imporre ai sudditi il pagamento delle tasse fino all'ultimo centesimo e di
esigere l'assolvimento di altri servizi senza incontrare opposizione o proteste.
I profitti dell'economia prussiana erano riservati all'addestramento dei
soldati, alla fabbricazione di nuove armi ed ai rifornimenti per l'esercito.
Tutto il regno sembrava trasformato in un'unica, grande caserma.
Il Re Sergente, tuttavia, mancava di iniziativa e di genialità e nonostante le
sue ambizioni non riuscì ad ottenere altri ingrandimenti territoriali dopo la
pace di Stoccolma (1720), che gli riconobbe il possesso della Pomerania
occidentale con la città di Stettino.
Il figlio Federico II, invece, con nuove spregiudicate azioni di guerra e di
conquista, avrebbe affermato la posizione della Prussia come grande potenza
europea.
La guerra di successione austriaca
La Guerra di Successione austriaca
Con il 1739 si verificò una ripresa dei conflitti
internazionali, che si protrassero quasi senza interruzioni fino al 1763.
Da una parte vi fu lo scoppio di una guerra continentale, provocata dalla
Prussia contro l'Austria; dall'altra si ebbe il riaccendersi della rivalità
coloniale prima tra l'Inghilterra e la Spagna, e poi tra l'Inghilterra e la
Francia alleata con la Spagna. In questo periodo la Prussia assunse la posizione
di grande potenza, riportando straordinari successi contro intere coalizioni
europee; l'Inghilterra, dal canto suo, ridiede slancio alla propria politica
estera e si impegnò a fondo per riaffermare il proprio dominio del mare e per
garantirsi un'ampia espansione coloniale.
Si ruppe, pertanto, nel campo degli interessi marittimi e commerciali, l'intesa
franco-inglese a lungo favorita dal cardinale Fleury.
Alla fine del 1739 l'Inghilterra dichiarò guerra alla Spagna, con l'intento di
rompere il monopolio commerciale spagnolo nell'America latina e aprire nuovi
sbocchi al commercio britannico. Il governo del Fleury, allora, non potendo
assistere neutrale agli attacchi che la flotta britannica conduceva contro le
basi coloniali spagnole, in quanto anche la Francia aveva grossi interessi da
difendere nelle Antille, decise l'intervento militare contro l'Inghilterra, ma,
mentre questo conflitto era in corso si aprì la crisi per la successione
austriaca.
L'imperatore Carlo VI morì nell'ottobre del 1740; secondo le disposizioni da
lui lasciate, con la Prammatica Sanzione (1713) la figlia Maria Teresa d'Asburgo
sarebbe dovuta succedergli regolarmente sul trono.
Ciò non poté avvenire senza contrasti, perché il nuovo re di Prussia Federico II
(1740-86) contestò la successione ed invase rapidamente la Slesia. Egli aveva
considerato con cura quali vantaggi sarebbero potuti derivare alla Prussia da un
indebolimento della Monarchia asburgica e, appena divenuto re (1740), si era
accinto a realizzare il suo piano di ingrandimento della Prussia a spese
dell'Austria.
Si era adoperato per stringere patti di alleanza segreta con le corti di Parigi
e di Londra, senza tuttavia divenire uno strumento della loro politica.
Nessuno in Europa credeva però alla reale consistenza dei disegni del re
prussiano, il quale, invece, sicuro dell'appoggio o per lo meno della neutralità
della maggior parte degli Stati europei (che più o meno speravano di trarre
qualche profitto dalla situazione difficile in cui si trovava la Monarchia
austriaca), abbandonò ogni indugio e entrò in guerra (dicembre 1740).
La Slesia (regione compresa tra i monti Sudeti e l'alto corso dell'Oder) fu
invasa e rapidamente occupata, ed i Prussiani, giunti a Glatz, avanzarono verso
la Moravia. Nel frattempo si era delineato lo schieramento degli altri Stati
europei Inghilterra e Olanda si dichiararono a favore di Maria Teresa (ma
l'Inghilterra entrò in guerra soltanto l'anno seguente, 1741, e svolse un'azione
energica solo dopo il ritiro dal governo di Walpole, 1742).
Il re di Sardegna,
Carlo Emanuele III, dapprima avverso agli Austriaci, finì con l'accordarsi con
Maria Teresa (1743), essendosi prospettato il pericolo dell'insediamento di un
principe della Casa di Borbone (probabilmente don Filippo, secondogenito di
Elisabetta Farnese) in Lombardia. Le due monarchie di Francia e di
Spagna ed il Ducato elettorale di Baviera, infatti, si erano schierati contro Maria
Teresa, costituendo un'alleanza con la Prussia.
Un esercito franco-bavarese
avanzò vittoriosamente lungo il Danubio, giungendo fino a Linz, e il duca Carlo
Alberto di Baviera fu eletto imperatore col nome di Carlo VII (1742): il crollo
della Monarchia asburgica sembrava inevitabile.
I territori tedeschi tra successione austriaca e polacca
Federico II, però, che aveva fatto
scoppiare la guerra, improvvisamente ne uscì, firmando un armistizio con
l'Austria e stipulando poi il Trattato di Berlino (1742), che gli riconosceva il
possesso della Slesia e della Contea di Glatz.
A questo prezzo Maria Teresa poté
salvare il nucleo principale dei propri stati e, ottenuto l'appoggio degli Ungheresi, fu in grado
di avviare un'energica controffensiva che portò non solo alla liberazione del
territorio austriaco occupato dai franco-bavaresi, ma anche all'invasione di
parte della Baviera, fino a Monaco.
Vi fu allora un breve periodo di sospensione delle ostilità, durante il quale la
diplomazia britannica si adoperò, invano, per rompere la coalizione avversaria,
isolando le monarchie borboniche. In Francia, morto il Fleury (1743), la
direzione della politica estera era stata assunta direttamente da Luigi XV,
spesso influenzato o addirittura dominato dal corrotto ambiente di corte.
Riprese le ostilità e rinnovata l'alleanza tra Luigi XV e Federico II (1744), i
Prussiani attaccarono in Boemia ed i Francesi in Piemonte e nei Paesi Bassi.
Ancora una volta gli avvenimenti militari sembravano favorevoli alla coalizione
antiaustriaca, se non in Boemia dove la guerra si svolgeva con alterne vicende,
nei Paesi Bassi, dove le truppe francesi, vittoriose a Fontenoy (1745),
occuparono numerose ed importanti città fiamminghe, tra cui Ostenda e Bruxelles.
In Italia gli Austriaci, che avevano intrapreso l'attacco al Regno di Napoli,
furono arrestati da Carlo III di Borbone nella battaglia di Velletri (1744) e
costretti a ritirarsi; in Piemonte, dopo la sconfitta subita dall'esercito sardo
a Bassignana sul Tanaro, penetrarono i Francesi.
Federico II, tuttavia, dopo aver ottenuto un grande successo contro le forze
austriache dell'arciduca Carlo d'Asburgo a Hohenfriedberg (1745) ed essere
penetrato nel cuore della Sassonia (alleata degli Austriaci), si accordò di
nuovo separatamente con Maria Teresa stipulando il Trattato di Dresda (1745).
Ciò permise un ritorno offensivo in Italia degli Austriaci, che vinsero i
Franco-spagnoli a Piacenza (1746), liberando il Piemonte dall'invasione nemica
ed occupando Genova con l'aiuto della flotta britannica. L'occupazione di Genova
si protrasse per alcuni mesi, finché una sollevazione popolare portò alla
liberazione della città (5-10 dicembre l746).
Poco più tardi un nuovo tentativo dei Francesi di penetrare in Piemonte,
scendendo dalla strada del Monginevro, fu sventato dall'esercito sardo, che
riportò una vittoria al Colle dell'Assietta (luglio 1747).
La pace di Aquisgrana. La situazione italiana alla metà del secolo XVIII
La guerra venne lentamente esaurendosi; la pace venne firmata ad Aquisgrana
nell'autunno del 1748. Non vi furono né vincitori né vinti; gli Inglesi
abbandonarono i territori conquistati lungo la costa del Canadà ed i Francesi
restituirono ai loro avversari la città di Madras in India, di cui si erano
impadroniti; il governo francese acconsentì, inoltre, ad abbandonare i territori
conquistati nei Paesi Bassi austriaci, nella Savoia e nel Nizzardo. Don Filippo
di Borbone fu riconosciuto duca di Parma e Piacenza, mentre Carlo Emanuele III
poté annettere al proprio regno Voghera, Vigevano e l'Alto Novarese, portando il
confine al Ticino. La Prussia mantenne la sua conquista più preziosa, la Slesia,
ma la Monarchia asburgica, nonostante le perdite territoriali subite, aveva
allontanato il pericolo di essere travolta e smembrata ed ora anzi riacquistava
solidità col riconoscimento del titolo imperiale a Francesco di Lorena, marito
di Maria Teresa.
La guerra di Successione austriaca aveva così confermato l'irresistibile ascesa
della Prussia tra le grandi potenze europee, la tendenza dell'Inghilterra a
subordinare i propri interventi in campo europeo ad esigenze di ordine marittimo
e coloniale, e la debolezza della Monarchia francese.
Dopo la scomparsa del cardinale Fleury, Luigi XV si era dimostrato incapace di
sfruttare durante le trattative di pace le brillanti vittorie militari ottenute
nel corso del conflitto.
Per ciò che riguarda l'Italia il trattato di Aquisgrana segnò un'ulteriore
diminuzione del dominio diretto degli stranieri nella Penisola, poiché tutti gli
Stati italiani, salvo i Ducati di Milano e di Mantova, ebbero dinastie proprie,
sia pure imparentate con case regnanti straniere, come era il caso dei Borboni a
Napoli e a Parma e dei Lorena in Toscana.
Il Regno di Sardegna, dopo mezzo secolo di intensa attività diplomatica e
militare, risultava notevolmente ingrandito per l'acquisto dei territori sulla
riva destra del Ticino; i suoi confini orientali erano quindi assai meglio
delineati e più sicuri dal punto di vista militare, ma ai sovrani di Casa Savoia
non era riuscito di raggiungere l'obiettivo di maggiore importanza, la conquista
del Milanese, ormai saldamente occupato dagli Asburgo.
La colonizzazione europea in America
Alla metà del secolo XVIII il continente americano presentava tre zone
diversamente soggette alla colonizzazione europea:
- l'America centro-meridionale, dal Messico al Rio della Plata, divisa tra
Spagnoli e Portoghesi;
- le isole della zona dei Caraibi appartenenti alla Spagna, alla Francia e
all'Inghilterra;
- la fascia occidentale dell'America settentrionale, dalla foce del Mississippi
alla Baia di Hudson, contesa tra i coloni francesi e inglesi.
Nei domini coloniali spagnoli l'amministrazione era rimasta sostanzialmente
quella stabilita al tempo di Filippo II, tutto il territorio, cioè, apparteneva
alla monarchia che lo governava per mezzo di Vicerè e di Capitani generali. I
criteri di governo erano basati sul predominio assoluto dell'elemento spagnolo
su quello indigeno, sia per la formulazione delle leggi sia per lo sfruttamento
delle risorse economiche, che andavano ad esclusivo vantaggio della madrepatria.
La rigidità dei criteri mercantilistici adottati dagli Spagnoli contrastava con
la mobilità dello sviluppo economico naturale del paese, cosicché si venne
formando una corrente sempre più intensa di traffico di contrabbando, che aveva
i suoi centri di raccolta nelle isole inglesi delle Antille (Giamaica, Bermude,
Barbados ecc.) e sulle coste dell'Honduras (nell'America centrale) dove gli
Inglesi provenienti dalla Giamaica avevano costituito alcune basi commerciali,
creando una nuova colonia britannica in pieno territorio spagnolo (1720-40).
Tutto il vastissimo territorio brasiliano (costituito essenzialmente dal bacino
del Rio delle Amazzoni, dalle foreste impenetrabili del Mato Grosso e dalla
fascia costiera tra Pernambuco e Santos) era rimasto sotto la sovranità
portoghese, essendo falliti i tentativi compiuti verso la metà del secolo XVII
dagli Olandesi di impadronirsene; tuttavia era in gran parte inesplorato. Solo
la scoperta di giacimenti di oro e di diamanti nella zona del fiume San
Francisco (1728) costituì un incentivo ad una maggiore penetrazione verso
l'interno e fece sorgere nuovi villaggi abitati da europei.
Le numerose isole della zona dei Caraibi (oltre quelle inglesi già citate)
appartenevano alla Spagna, che occupava Cuba e una parte di S. Domingo (Haiti),
e alla Francia che in varie occasioni si era impadronita del resto di S.
Domingo, della Martinica e della Guadalupe.
Il clima tropicale e l'abbondante mano d'opera, composta sopra tutto da schiavi
neri, vi avevano permesso una intensa coltivazione della canna da zucchero, del
tabacco e di altri tipici prodotti «coloniali», che alimentavano una ricca
corrente di esportazione verso l'Europa e verso le colonie inglesi della Nuova
Inghilterra (America settentrionale).
Più complessa e gravida di conseguenze la situazione nell'America
settentrionale, dove i coloni francesi e inglesi si contendevano i territori
pianeggianti dell'interno.
I primi da tempo si erano stabiliti nel Canadà (1608), tra il fiume S. Lorenzo e
la Baia di Hudson, e di lì, seguendo le valli dell'Ohio e del Mississippi si
erano spinti verso sud, creando una serie di villaggi abitati da franco-canadesi
(da Detroit a Saint Louis a Nuova Orleans, sorta nel 1718), che chiudevano alle
spalle le zone abitate dai coloni britannici.
A loro volta i coloni inglesi della Nuova Inghilterra, della Virginia, delle due
Carolingi (1729) e della Georgia (1732) aspiravano ad allargarsi non solo verso
nord (verso il territorio canadese e il golfo di San Lorenzo) ma sopra tutto, di
là dai Monti Allegani, verso le estesissime pianure del l'Ovest.
Antagonismo coloniale franco-inglese nel Nord-America
Questa ricerca di nuove terre da colonizzare non era motivata soltanto dal
desiderio di espansione commerciale, ma derivava anche dal grande incremento
demografico verificatosi negli ultimi decenni, con particolare intensità nelle
colonie britanniche, dove affluivano incessantemente Scozzesi, Irlandesi e anche
Tedeschi e Svizzeri, così da quadruplicare, in meno di mezzo secolo, l'intera
popolazione.
Di conseguenza i rapporti tra Francia e Inghilterra in Europa risultavano
strettamente collegati coi rapporti delle rispettive colonie e basi commerciali,
in America non meno che in India, e già durante la Guerra di Successione
austriaca il conflitto tra le due potenze si era svolto sopra tutto in campo
coloniale e sul mare.
Con la pace di Aquisgrana però era stato ristabilito lo status quo, ma la
rivalità non si era risolta.
Il rovesciamento delle alleanze
Il rovesciamento delle alleanze europee e la Guerra dei Sette Anni
L'antica rivalità tra la Monarchia francese e la Casa d'Asburgo si era
esaurita con il cambiamento dinastico avvenuto in Spagna all'inizio del
Settecento, per cui era cessato il pericolo di un attacco combinato alla Francia
su due fronti.
Si era anche allentata l'amicizia tra Inghilterra e Austria da
quando la prima aveva ostacolato il progetto di Carlo VI di creare una base
navale e commerciale nelle Fiandre e aveva sventato il tentativo dell'imperatore
di stabilire il suo completo dominio sulla Penisola italiana.
Tra i secolari
contendenti, inoltre, si era inserita una quarta potenza di recente formazione,
la Prussia, che esercitava una notevole influenza sugli stati tedeschi
dell'Europa centrale.
Quindi, alla metà del secolo XVIII si ebbe un'alleanza tra le secolari rivali Austria e Francia, dall'altra
un avvicinamento tra Inghilterra e Prussia. L'Inghilterra trovò nella solida monarchia prussiana un punto d'appoggio per conservare l'equilibrio
europeo e nel contempo uno strumento per umiliare la Francia; mentre infatti Francia e
Inghilterra continuavano ad essere rivali in campo marittimo-coloniale,
nasceva l'inimicizia tra Francia e Prussia per l'egemonia sui paesi renano-germanici.
Questo nuovo schieramento fece la sua prova durante la Guerra dei Sette Anni
(1756-63), l'ultimo dei grandi conflitti internazionali del secolo XVIII.
Il conflitto, aspramente combattuto per terra e per mare, in Europa e nelle
colonie, scaturì dal desiderio della Monarchia austriaca, governata dalla
giovane imperatrice Maria Teresa con l'aiuto dell'abile principe di Kaunitz, di
rialzare il proprio prestigio nell'Europa centrale e nell'Impero, e di
ricuperare eventualmente la Slesia, annessa di recente da Federico II.
Per alcuni anni dopo la pace di Aquisgrana la diplomazia austriaca aveva cercato
di isolare politicamente la Prussia, onde poterla poi più facilmente battere in
campo militare. Si era formata una rete di alleanze antiprussiane, cui aderivano
l'Austria, la Russia, la Svezia, la Sassonia-Polonia, altri stati germanici
minori e infine anche la Francia, dove il debole Luigi XV appariva sempre più
incline a lasciarsi condurre, anche in politica estera, dalla favorita marchesa
di Pompadour.
Fu firmato un patto difensivo austro-francese (Primo trattato di Versailles,
maggio 1756) che assicurava la neutralità dell'Austria in un conflitto tra
l'Inghilterra e la Francia (o di fatto ormai già in corso tra i coloni
dell'America settentrionale) ed impegnava la Francia a fornire il suo aiuto
militare nel caso che l'Austria fosse attaccata da altre potenze europee
(presumibilmente la Prussia).
Così la diplomazia imprudente e improvvisata della Corte di Versailles legò la
Francia ad un patto che la trascinava in una nuova guerra continentale, proprio
nel momento in cui tutte le forze della nazione dovevano essere impegnate sul
mare e nella difesa delle colonie.
L'Inghilterra, dal canto suo, era guidata da William Pitt, divenuto poi conte di
Chatam, che impresse al paese un vigoroso ritmo di ripresa politica e nazionale,
dissipando quei residui di corruzione e di opportunismo che il regime del
Walpole aveva tramandato. Il governo britannico si alleò allora con la Prussia,
assicurandole un forte sussidio finanziario, ma rifiutandosi di inviare soldati
inglesi sul continente.