CLASSE IV - Sintesi di Storia (2) |
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Terminologia storica |
Carlo II Stuart e il rinnovato conflitto con il parlamento
La restaurazione degli Stuart
La forma di governo repubblicano instaurata dal Cromwell e i risultati
politici da lui ottenuti non furono duraturi e in gran parte andarono perduti
con la sua morte (1658). Dopo un breve periodo di governo di Riccardo Cromwell,
figlio del Protettore, la popolazione, stanca dei rigori del regime puritano,
che si era imposto in tutte le forme della vita, compresi il costume privato e
le forme dell'arte (erano stati proscritti dalla vita pubblica il canto, il
gioco e gli spettacoli teatrali), si mostrò favorevole alla restaurazione della
monarchia con Carlo II Stuart e alla ricostituzione della Chiesa anglicana.
Nel maggio del 1660 Carlo II veniva riportato al trono dopo che il Generale
scozzese George Monk, marciando su Londra, aveva imposto al parlamento di
richiamare sul trono l'erede legittimo.
I primi atti di governo del nuovo monarca, tuttavia, furono improntati da
un carattere nettamente reazionario: fu ristabilita la Camera dei Lords
(abolita dal Cromwell), fu liquidato l'esercito degli Indipendenti e furono
restituiti i beni confiscati durante il periodo repubblicano. Seguirono leggi
contro i Puritani e le sette non conformiste (molti gruppi di dissenzienti
furono costretti a emigrare delle Americhe).
Carlo II governò col sussidio del Consiglio privato, in cui prevalse nei primi
tempi il cancelliere lord Clarendon, di tendenza francofila, e ricorse al
Parlamento solo per ottenere la concessione di larghe somme di denaro.
Ciò che maggiormente urtò gli interesse e le aspirazioni di larghi strati
della popolazione inglese fu però la manifesta volontà del sovrano di
assecondare i disegni imperialistici di Luigi XIV e di restituire al
cattolicesimo inglese la parità rispetto alle confessioni riformate. Il
Parlamento, tuttavia non permise a Carlo II l'attuazione della direttiva
politica per la quale si era di fatto accordato con Luigi XIV col trattato
segreto di Dover (1670), né accettò di emanare una Dichiarazione di
Indulgenza (proposta nel 1672) a favore dei cattolici d'Inghilterra e
d'Irlanda e neppure di collaborare con i francesi in funzione anti-olandese
(1672-1674).
Per contro, la parte Protestante del Parlamento ottenne un successo decisivo
con l'introduzione di un Atto di prova (1673), per il quale tutti i
funzionari pubblici inglesi dovevano prestare un giuramento contro la dottrina
cattolica dell'eucaristia.
Si aprì, invece, una nuova crisi interna quando, al prospettarsi di una
successione cattolica al trono (Carlo II non aveva figli maschi legittimi e
gli sarebbe dovuto succedere il fratello Giacomo, duca di York, notoriamente
cattolico), il Parlamento propose un disegno di legge che avrebbe escluso dal
trono proprio il duca di York (1679).
Carlo II e Giacomo II. La rivoluzione parlamentare
In quella occasione acquistarono rilievo nelle due Camere e nel paese i
partiti storici inglesi dei whigs, favorevoli all'approvazione del Bill (progetto di legge) di Esclusione e quindi inclini ad
affermare la superiorità della volontà popolare espressa dal Parlamento, e dei tories rispettosi delle prerogative sovrane (le espressioni Whig e Tory significano entrambe «brigante e ladro di bestiame»
rispettivamente nel dialetto scozzese e irlandese; gli avversari se li
attribuivano vicendevolmente per dileggio).
I ceti progressisti, commercianti e simpatizzanti per le sette non conformiste
aderirono al partito whig, i ceti conservatori, la grande aristocrazia
e gli anglicani ligi alla dottrina della non-resistenza ed obbedienza passiva
inculcata dalla Chiesa inglese, inclinarono per la parte tory. Carlo II
tentò invano di mitigare l'ostilità dell'opposizione permettendo che fosse
emanata una legge detta Habeas corpus (1679), che assicurava la difesa
della libertà personale dagli incarceramenti arbitrari; poi, per denaro,
accettò che si votasse il Bill di Esclusione, che però, approvato dai
Comuni, fu respinto dai Lords e decadde (1681).
La rivoluzione parlamentare del 1688
Con la morte di Carlo II la questione della successione si impose in tutta la
sua gravità. La successione toccò, come previsto, al fratello Giacomo II, che
regnò dal 1685 al 1688 (morì nel 1701). Poiché però egli insistette nel voler
rafforzare l'assolutismo monarchico e ristabilire il cattolicesimo, la
collaborazione con il Parlamento divenne dopo pochi anni impossibile e tutte le
forze avverse agli Stuart si collegarono per effettuare un colpo di stato che
passò alla storia come la «pacifica rivoluzione parlamentare» in
contrapposizione alla «grande ribellione puritana».
Anche gli esponenti della Chiesa anglicana e dell'aristocrazia terriera
abbandonarono la causa degli Stuart, cosicché la rivoluzione del 1688 fu l'opera
concorde delle diverse forze nazionali, dei whigs e dei tories; in
realtà nessuno voleva un mutamento radicale della costituzione politica (già
negativamente sperimentato nel 1648), ma soltanto un parziale cambiamento di
dinastia, e perciò si fece appello a Guglielmo III d'Orange, principe
protestante olandese, che aveva sposato Maria, figlia di Giacomo II.
Il principe d'Orange venne in Inghilterra nel novembre del 1688 e senza
difficoltà tolse il trono al suocero Giacomo II che, abbandonato anche dai suoi
ufficiali, fuggì in Francia.
Il Parlamento inglese acclamò come sovrani Guglielmo e Maria, ma impose loro,
con un giuramento, l'osservanza di una Dichiarazione dei Diritti (1689)
che affermava la supremazia della legge sulla volontà arbitraria del sovrano. In
tal modo la monarchia riconosceva i propri limiti e sottoscriveva un patto
fondamentale con la nazione britannica assumendo l'aspetto di monarchia
costituzionale. I diritti del popolo inglese (diritto di proprietà, di libertà
personale, di petizione, di libertà di stampa e di parola), che la tradizione
nazionale (common law) aveva elaborato durante i secoli senza mai
codificarli, erano riconosciuti e garantiti.
La Francia sotto il Mazzarino; la fronda parlamentare
La Francia sotto il governo di Mazzarino; la guerra con la Spagna
La Francia era uscita veramente vittoriosa dalla guerra dei Trent'Anni:
essa infatti aveva ottenuto la conferma del possesso dei vescovati di Toul,
Metz e Verdun, e l'annessione di numerose città e terre dell'Alsazia che, con
formula piuttosto generica e tale da fornire pretesto in seguito a molteplici
contestazioni, erano state sottratte alla sovranità imperiale. Richelieu e
Mazzarino avrebbero preferito ottenere vantaggi territoriali verso le Fiandre,
servendosi dei possessi alsaziani come eventuale mezzo di scambio, ma avevano
urtato nell'opposizione della giovane Repubblica delle Provincie Unite che,
allontanato il pericolo spagnolo, cominciava a temere quello francese.
Del resto, strategicamente l'Alsazia era importante perché tagliava la via di
comunicazione tra due provincie spagnole, la Franca Contea e il Lussemburgo, e
costituiva un'ottima base per la penetrazione nella Germania occidentale, dove
la Francia si atteggiava a protettrice e garante delle libertà politiche dei
principi tedeschi.
Il cardinale italiano Giulio Mazzarino (1602-61), già intelligente
collaboratore del Richelieu, assunse la direzione del governo francese nel
1643, poco dopo la morte di Luigi XIII, e la mantenne col favore e la fiducia
della regina vedova Anna d'Asburgo, reggente per conto del giovanissimo
principe Luigi.
Al Mazzarino toccò il compito di governare la Francia in un momento
particolarmente difficile per il rinascente spirito di autonomia feudale che,
soffocato dal ferreo governo del Richelieu, trovava ora nelle condizioni di
disagio e di miseria della popolazione francese (conseguenze della guerra) il
momento e l'occasione propizia per manifestarsi in violente ribellioni contro
la Corona.
Dapprima furono i magistrati e gli ufficiali del Regno a sollevare una
violenta protesta contro il controllo della corte sui loro uffici e contro
l'imposizione di gravami fiscali che sembrava compromettere il loro prestigio
e benessere: a questa Fronda parlamentare (1648-49) parteciparono anzitutto i
giudici dei tribunali e del Parlamento (organismo di carattere giudiziario) di
Parigi, che sollevarono la popolazione e costrinsero la corte, con Anna
d'Asburgo e il figlio Luigi, ad abbandonare la città. Il richiamo dal
fronte fiammingo del principe di Condé in difesa della monarchia e qualche
scontro armato risoltosi a danno dei Parlamentari convinsero però i rivoltosi a
sottomettersi, mentre il Mazzarino concedeva una generale amnistia.
La guerra con la Spagna e l'avvento al trono di Luigi XIV
Non molto
dopo, mentre era già in corso la guerra con la Spagna, furono i maggiori
esponenti dell'aristocrazia, tra cui lo stesso principe di Condé, a ribellarsi
al governo di Anna d'Asburgo, dando luogo alla cosiddetta Fronda dei principi
(1650-53). Dapprima il cardinale sembrò dominare la situazione riuscendo a fare
imprigionare il Condé, ma poi, essendosi coalizzati tra loro i sostenitori
delle due Fronde, fu costretto a lasciare il governo, allontanandosi. Non
esistendo, tuttavia, comunanza di interessi e di aspirazioni tra la grande aristocrazia
francese, il ceto dei magistrati e la plebe parigina, la regina,
che fece leva sull'appoggio del clero e sulla fedeltà dell'esercito comandato
dal visconte di Turenne (1611-1675), rese possibile al figlio Luigi XIV, ormai
uscito di minorità, di riprendere con sovrana autorità il controllo della
situazione nella capitale. La Fronda si sciolse, il principe di Condé fuggì
presso gli Spagnoli e il Mazzarino poco più tardi, poté ritornare al suo
posto di Primo ministro (1653).
Domate le rivolte interne, il cardinale Mazzarino potè far fronte con maggior tranquillità alla guerra contro la
Spagna, volgendola favorevolmente al proprio paese, specie dopo che nel 1657
ebbe ottenuto l'alleanza di Oliviero Cromwell, Lord Protettore
d'Inghilterra. Un'offensiva condotta nelle Fiandre dal Turenne, con
l'appoggio della flotta britannica, portò così alla vittoria delle Dune
(1658), dopo di che la Spagna fu indotta ad accettare la Pace dei Pirenei
(1659), cedendo alla monarchia francese gran parte dell'Artois, alcune
piazzeforti ai confini coi Paesi Bassi spagnoli e le regioni montuose del
Rossiglione e della Cerdagna. Veniva inoltre stipulato il matrimonio tra
l'infanta di Spagna, Maria Teresa, figlia di Filippo IV, e il giovane Luigi
XIV. La principessa spagnola avrebbe dovuto portare in dote una somma
ingentissima in cambio della quale Luigi XIV avrebbe rinunciato a qualsiasi
diritto di successione alla corona di Spagna; ma poiché l'erario spagnolo,
perennemente in passivo, non era in grado di pagare la dote promessa,
sussisteva la possibilità di una riunione delle due corone di Francia e di
Spagna e si apriva la prospettiva di una politica imperialistica francese.
L'Inghilterra, intanto, a titolo di premio per l'alleanza con la Francia,
otteneva l'importante base continentale di Dunquerque.
I problemi dell'Europa settentrionale
L'altro Stato che si era assicurato larghi vantaggi con i trattati di
Westfalia era la Svezia. Essa infatti aveva ottenuto il dominio del
Baltico col possesso della Pomerania occidentale da Stettino a Stralsunda e
dei vescovati di Brema e di Verden.
Dopo la morte di Gustavo Adolfo (1632) e durante la minorità della regina
Cristina, aveva retto le sorti dello Stato svedese il cancelliere Axel
Oxenstierna, che aveva condotto una politica di pace, intesa a conservare alla
Svezia i vantaggi acquistati recentemente e soprattutto a mantenere l'alleanza
con la Francia.
Nel paese si era stabilito un proficuo accordo tra la
nobiltà (rappresentata dal Senato o Riksrad), il clero (in Svezia, la riforma
non aveva abolito la gerarchia ecclesiastica) e la popolazione rurale, e
prospettive di un largo sviluppo economico erano rappresentate dall'afflusso
in Svezia di capitali stranieri, per mezzo dei quali sarebbe stato possibile
sfruttare adeguatamente le ricche risorse di legname e di ferro richiesti in
tutta Europa per le costruzioni navali.
Avversaria diretta e naturale della Svezia restava la Danimarca, in
cui regnava Federico III di Oldenburg (1648-70), successo al padre Cristiano
IV.
Intento essenziale dei sovrani danesi era di conservare il controllo marittimo
del Sund, che costituiva una larga fonte di entrate per i diritti doganali
imposti al commercio di transito anglo-olandese. Al predominio effettivo nel
Baltico, però, la Danimarca aveva dovuto rinunciare a vantaggio della Svezia
che, in seguito a una fortunata spedizione militare dell'Oxenstierna (1643),
aveva ottenuto l'esenzione dal pagamento dei tributi degli Stretti e
l'acquisto della Scania, appendice meridionale della penisola svedese che
apparteneva da secoli alla Danimarca (1645).
Al problema del Baltico si interessava direttamente anche la Polonia,
che si affacciava su quel mare per un largo tratto di territorio.
Il Regno di Polonia era un baluardo del cattolicesimo posto in una ben
difficile posizione tra la Moscovia di religione ortodossa all'est, il
vastissimo dominio dei Turchi a sud e gli Stati luterani di Germania e del
Baltico. I confini naturali erano incerti e vulnerabili e il potere monarchico
continuamente ostacolato dalla nobiltà. Solo il pericolo pressante di una
invasione musulmana costituiva un motivo di unione, estrinseca però e
temporanea, che cessava immediatamente col dileguarsi del pericolo stesso. I
cavalieri polacchi, così valorosi in guerra secondo una gloriosa tradizione
nazionale, in periodo di pace divenivano per le loro incessanti controversie,
causa di un progressivo e irrimediabile indebolimento del Regno e facile
pretesto ad interventi stranieri.
Dal 1572 la monarchia era elettiva e il re, al momento dell'elezione, doveva
accettare i pacta conventa, norme che ne limitavano il potere sopra
tutto in campo militare, mentre il potere legislativo era esercitato dalle
assemblee o Diete della nobiltà, in cui tuttavia la prassi del liberum veto (per cui le decisioni dovevano esser prese all'unanimità e bastava talora
l'opposizione di uno dei partecipanti per rompere la dieta) rendeva di fatto
impossibile ogni attività effettiva di governo.
Al disgregamento si aggiunse un peggioramento dei
rapporti sociali interni, perché la maggior ricchezza del paese, costituita
dalla terra e dai prodotti agricoli, oggetto di larga esportazione, era nelle
mani delle grandi famiglie magnatizie e della nobiltà minore costituente la slazchta, mentre i contadini erano asserviti alla terra ed oppressi dalle
corvées. Perennemente ribelli e insofferenti delle pretese feudali della
nobiltà polacca, poi, erano i cosacchi dell'Ucraina, che abitavano tra il
Dniepr e il Donez ed erano soggetti alla sovranità del re di Polonia, benché
di fatto costituissero una repubblica di contadini, allevatori e piccoli
proprietari terrieri.
In Polonia, infine, l'industria restava essenzialmente domestica e assai meno
efficiente che nel secolo XVI; le città si erano impoverite salvo Varsavia
che, posta sulla media Vistola navigabile, era divenuta assai più fiorente e
popolosa dell'antica capitale rinascimentale Cracovia, ormai in declino.
Poiché, poi, il commercio era sopra tutto in mano degli Ebrei, non si era
formato né poteva formarsi un ceto medio borghese che, come nell'Occidente
europeo, fornisse i mezzi al monarca per restaurare l'ordine interno e
promuovere il funzionamento dell'apparato statale.
Estremamente salda era invece la struttura politica di un quarto Stato che
aveva motivo di partecipare alle contese per il predominio nel Baltico, la
Marca elettiva di Brandeburgo. Questo principato tedesco luterano, dopo
essere stato uno dei campi di battaglia europei durante la guerra dei
Trent'anni, tanto da essere ridotto in rovina, aveva cominciato a riprendersi
con Federico Guglielmo di Hohenzollern (1640-88), detto il Grande elettore,
principe formatosi in Olanda a contatto degli Orange, che aveva rinforzato lo
Stato con metodi energici e che, con opportuni interventi nell'ultima fase
della guerra, si era assicurato notevoli acquisti territoriali nella Pomerania
orientale.
Egli non poteva disporre di un dominio veramente compatto, in quanto
consistente principalmente di tre parti staccate: il Marchesato di
Brandeburgo, il Ducato renano di Cleve e il Ducato della Prussia orientale,
ereditato per l'estinzione di un ramo cadetto degli Hohenzollern (1618).
Attuati numerosi provvedimenti atti a porre rimedio alla povertà delle
campagne brandeburghesi, spopolate e in gran parte occupate da foreste e
paludi, e a regolare la pacifica convivenza dei sudditi con spirito di
tolleranza religiosa e senso di opportunità, favorì l'immigrazione di esuli
perseguitati da altri paesi, calvinisti francesi, luterani tedeschi, ebrei o
cattolici, portando al Brandeburgo un prezioso contributo per il miglioramento
dell'agricoltura, la bonifica delle terre paludose e il sorgere di una nuova
attività industriale.
Federico Guglielmo, poi, dedicò particolari cure alla costituzione di un
solido, agguerrito e ben disciplinato esercito, che si rivelò presto uno dei
più validi strumenti di guerra degli Stati dell'Europa centrale.
La Prima guerra del Nord
In questo quadro generale delle condizioni politiche ed economiche
dell'Europa centro-settentrionale si inseriscono gli avvenimenti della Prima
guerra del Nord (1655-60), evento di importanza considerevole nella storia
secolare della lotta per l'egemonia nel Mar Baltico. Questo conflitto fu
diretto principalmente contro il predominio nel Baltico detenuto dalla Svezia
dopo i trattati di Westfalia; perseguirono anzitutto tale intento antisvedese
la Polonia e la Danimarca e, con minor insistenza ma con risultati più
favorevoli, il Brandeburgo.
In Svezia, dopo la reggenza dell'Oxenstierna, regnò la regina Cristina
(1644-54), figlia di Gustavo Adolfo, la quale infine, stanca delle cure del
governo e convertitasi al cattolicesimo, si trasferì a Roma dove trascorse il
resto della vita proteggendo e incoraggiando letterati e artisti. Il trono di
Svezia fu così ereditato dal cugino di Cristina, Carlo (1654-1660), principe
audace fino all'imprudenza.
Carlo X, approfittando del fatto che il re Giovanni Casimiro di Polonia
(1648-68) era impegnato a difendersi dall'attacco combinato dei Cosacchi e dei
Russi, mosse contro la Polonia giungendo ad occupare Varsavia (1655) senza
incontrare una grande resistenza e costringendo il re polacco alla fuga. In
Occidente, però, dove era in corso la fase conclusiva del duello
franco-spagnolo, il Mazzarino cominciò a preoccuparsi per la sorte della
cattolica Polonia, la cui regina era una principessa francese, Maria Luisa
Gonzaga-Nevers, moglie di Giovanni Casimiro, e tentò di interporre i suoi
buoni uffici, benché, dapprima, senza successo. Ripresasi, però, la Polonia
per uno slancio di ardore patriottico, il re Giovanni Casimiro poté rientrare
dall'esilio e con opportune concessioni ridare libertà ed indipendenza al
paese; particolarmente importante fu il trattato da lui concluso con
l'Elettore del Brandeburgo a cui, in cambio dell'aiuto militare contro la
Svezia, riconobbe la piena sovranità sul Ducato di Prussia, sciogliendolo da
ogni vincolo feudale (Trattato di Wehlau, 1657). Così gratificato, quindi,
l'elettore Federico Guglielmo attaccò allora in direzione dello Holstein,
ducato alleato degli Svedesi, mentre il re di Danimarca scendeva egli pure in
guerra contro la Svezia, muovendo dalle sue basi norvegesi.
Carlo X dovette rapidamente rientrare per difendere il paese e dirigere una
pronta controffensiva sul fronte norvegese, che condusse alla conquista di
Trondheim, importante scalo marittimo; in seguito attaccò direttamente, ma
senza successo, la capitale danese, Copenaghen. Vi fu allora un nuovo
intervento diplomatico della Francia in funzione di mediatrice, che condusse
alle paci di Oliva e di Copenaghen (1660), con le quali la Svezia si
assicurava il possesso della Livonia, cedutale dalla Polonia, ma abbandonava i
territori conquistati in Norvegia intorno a Trondheim. L'Elettore del
Brandeburgo otteneva vantaggi territoriali, mentre all'Olanda, che era
intervenuta per la difesa di Copenaghen, venivano garantite ampie concessioni
per il passaggio del Sund.
Il decennio dal 1648 al 1660, dunque, si chiudeva con il successo della politica del Mazzarino, intesa ad assicurare lo status quo sia al centro dell'Europa (con la frantumazione politica dell'Impero e l'umiliazione militare degli Asburgo) sia nel nord, dove veniva sostanzialmente conservata l'egemonia svedese nel Baltico.
L'ascesa economica delle Provincie Unite e la rivalità con l'Inghilterra
La giovane Repubblica delle Provincie Unite, sorta dall'Unione di Utrecht
del 1579, era stata riconosciuta come stato indipendente alla pace di
Westfalia nel 1648 dopo una lunga resistenza al tentativo della Spagna di
ristabilire la sua dominazione.
La Repubblica risultava dall'unione di sette provincie, differenti per risorse
economiche, struttura sociale e organizzazione politica: i territori verso
l'interno (Gheldria, Overijssel) conservavano una organizzazione
prevalentemente feudale; altre provincie erano abitate da una popolazione
rurale che si dedicava all'allevamento (Frisia e Groninga); altre erano
popolate da una borghesia cittadina che viveva delle risorse della pesca e del
commercio (Olanda, Zelanda); c'era infine l'ex arcivescovato di Utrecht,
secolarizzato dal Capitolo protestante.
Superati i particolarismi, nonostante la diversità delle condizioni
economico-sociali e la limitatezza del territorio, la Repubblica delle
Provincie Unite poté divenire alla metà del secolo XVII un paese molto
progredito, civile ed economicamente fiorente, che venne lentamente elaborando
una costituzione di tipo federale e rappresentativo: le singole province
nominavano i deputati agli Stati Provinciali, che erano i veri organismi di
governo, mentre gli Stati Generali (riunitisi una prima volta all'Aia nel
1585) non costituivano un'assemblea legislativa, ma solo la riunione di
delegati delle provincie che si consultavano sui problemi comuni di politica
estera, di economia e di religione. Vi era poi l'importante carica di statholder, comandante militare ed ammiraglio, che era divenuta ereditaria
nella famiglia dei principi d'Orange, discendenti di quel Guglielmo il
Taciturno che aveva avuto una parte di prim'ordine nella rivolta antispagnola.
La Casa d'Orange dominò nelle Provincie Unite dapprima con Maurizio di Nassau
(1585-1625) e poi coi suoi successori, che continuarono la guerra contro la
Spagna fino al riconoscimento ufficiale dell'indipendenza della Repubblica
(1648). Si verificò allora un cambiamento di regime interno per la prevalenza
della fazione repubblicana e mercantile rappresentata da Giovanni De Witt,
Gran Pensionario d'Olanda, che attuò la smobilitazione dell'esercito facendo
abolire la carica di Statholder generale.
Ne poté però approfittare il Cromwell che, dopo aver invano proposto alle
Provincie Unite di unirsi al Commonwealth britannico, attraverso una unione
doganale che sarebbe tornata a danno degli Olandesi, emanò il primo Atto di
navigazione (1651), che portò inevitabilmente alla guerra.
La flotta olandese, condotta dall'ammiraglio Tromp, seppe affrontare quella
inglese dell'ammiraglio Blake conseguendo non pochi successi, ma il governo
delle Provincie Unite fu infine costretto ad accettare la Pace di Westminster
(1654), con cui gli Olandesi rinunciarono alla funzione preminente di
intermediari nel commercio con l'Inghilterra e riconobbero la supremazia
navale britannica nei mari circostanti l'isola.
Fondamento della prosperità raggiunta dalle Provincie Unite era la loro
incessante attività commerciale e marinara: oltre alle attività di pesca nel
Mare del Nord e nei mari artici, un'altra fonte di prosperità furono le le
iniziative dei commercianti di Rotterdam e di Amsterdam, i quali cominciarono
ad arricchirsi col trasporto dei prodotti del Baltico (legname, grano, lino)
ai porti inglesi e con la distribuzione all'interno del continente europeo
delle spezie che giungevano al porto di Lisbona e che venivano inoltrate nei
territori germanici e francesi attraverso le vie fluviali della Schelda-Reno-Mosa. In un secondo momento, dalla fine del secolo XVI, furono le
stesse navi olandesi a spingersi alle isole della Sonda, per procurarsi
direttamente i preziosi carichi di coloniali da portare in Europa: così nel
1598-1600 il navigatore olandese Van Noort compì un nuovo viaggio di
circumnavigazione del globo e nel 1602 sorse la Compagnia olandese delle
Indie orientali. Riguardo a ciò, lo sviluppo del conflitto con la Spagna
(che aveva annesso il Portogallo) costituì un fattore decisivo per la
costituzione di un impero coloniale olandese, in quanto le Provincie Unite
poterono approfittare della propria superiorità navale per impadronirsi delle
maggiori colonie portoghesi dell'Oriente: Giava, Sumatra e le Molucche.
Furono pertanto attrezzata una fitta rete di agenzie, fattorie e piantagioni,
empori e basi navali e il porto di Batavia, nell'isola di Giava, divenne il
centro di una navigazione intensissima che si spingeva col piccolo cabotaggio
lungo le coste dell'Insulindia, della penisola di Malacca, fino al Giappone ed
alla Tasmania (raggiunta nel 1642 da Abele Tasman), mentre altre flotte
compivano la lunga navigazione da Giava alla madrepatria, facendo scalo dal
1652 al Capo di Buona Speranza, tolto esso pure ai Portoghesi.
Nei primi decenni del secolo XVII almeno due terzi delle navi mercantili
europee appartenevano alle Provincie Unite. La Compagnia olandese delle Indie
orientali, che deteneva il monopolio di tutto il commercio a est del Capo di
Buona Speranza, aveva un fortissimo capitale sociale ed oltre ad attribuire
agli azionisti dividendi che si aggiravano in media sul 15-25% (raggiungendo
un massimo del 75 % nel 1606) forniva un ingente contributo al bilancio
federale delle Provincie Unite, assumendo così il carattere di una vera
impresa di Stato.
Dal 1621 entrò in funzione anche una Compagnia delle Indie occidentali, che
operò sulle coste dell'America penetrando nelle colonie spagnole e portoghesi
e favorendo il commercio di contrabbando; il tentativo di insediarsi
stabilmente nel Brasile (a Pernambuco e a Santos) fallì però perché il
territorio brasiliano fu riconquistato dai Portoghesi (1654) e poco più tardi
la Compagnia dovette sciogliersi con grave danno degli azionisti. Alle
Province Unite rimasero solo la località di Surinam (nella Guiana) e l'isola
di Curaçao. Anche la colonia olandese costituitasi presso la foce del fiume
Hudson col nome di Nuova Amsterdam ed in seguito allargatasi per l'annessione
dei territori del Delaware, fu poi ceduta all'Inghilterra (nel 1667), che
riuscì così ad eliminare un pericoloso cuneo tra le colonie britanniche del
sud e del nord nell'America settentrionale.
La caratteristica fondamentale del traffico marittimo
olandese consisteva soprattutto nel fatto che esso era commercio di
commissione: esso traeva larghi profitti dal basso costo dei noli, grazie ad
un sistema di assicurazioni, alla perfezione dei mezzi nautici ed alla
possibilità di disporre di un'amplissima e ben distribuita rete di scali
marittimi che andavano dall'una all'altra costa dell'Atlantico, toccando il
Mediterraneo con Smirne e i mari orientali con Batavia; scali che consentivano
a questi «carrettieri del mare» di compiere ininterrotti viaggi sempre a
carico completo. I capitali ricavati dal commercio marittimo olandese
affluivano soprattutto ad Amsterdam, divenuta la metropoli del capitalismo
europeo e dotata di una solidissima Banca internazionale (1609) che usava il
fiorino come moneta di scambio.
La fortuna delle Provincie Unite era dovuta per altro non soltanto
all'intraprendenza dei suoi abitanti, ma anche alla particolare situazione
geografica, che ne faceva un nodo di comunicazione tra il Nord europeo,
l'Inghilterra, la Germania e la Francia; al temporaneo disinteresse
dell'Inghilterra degli Stuart per i problemi marittimi coloniali, al duello
franco-spagnolo che aveva rovinato le Fiandre e il porto d'Anversa e infine al
rialzo generale dei prezzi, che permetteva di ricavare larghi guadagni dai
noli marittimi. La congiuntura favorevole, tuttavia, non avrebbe potuto durare
a lungo: già la politica protezionistica di Cromwell costituì un colpo
gravissimo per il commercio di commissione olandese, poi sopravvennero
l'invasione delle truppe francesi di Luigi XIV e l'ascesa commerciale e
industriale della Francia e dell'Inghilterra, stati ben più popolati e più
ricchi di risorse naturali dei piccoli Paesi Bassi.
l'epoca di luigi XIV
L'avvento al trono del Re Sole
Nella seconda metà del secolo XVII il Regno di Francia assurse ad una
posizione egemonica per la politica di espansione attuata da Luigi XIV; tale
politica portò, alla fine del secolo, alla formazione di una coalizione avversa
composta da gran parte degli Stati europei, che riuscì a prevalere sulla Francia
creando in Europa una situazione di equilibrio.
La posizione di primato politico-militare ottenuta dalla Francia negli ultimi
decenni del '600 fu il risultato di una serie di provvedimenti attuati da Luigi
XIV e dai suoi collaboratori che resero possibile l'utilizzazione estrema, ai
fini della guerra, di tutte le risorse economiche e morali della nazione
francese; essa, tuttavia, fu favorita da una particolare situazione
internazionale per cui si ebbero contemporaneamente il declino della monarchia
spagnola, la momentanea paralisi della Casa d'Austria, fortemente impegnata in
Oriente nella difesa dei propri Stati contro la rinnovata minaccia turca, e
infine la rinuncia temporanea da parte dei sovrani d'Inghilterra ad una politica
attiva sul continente.
Luigi XIV, chiamato le Roi Soleil (Il Re Sole) per la potenza e lo
splendore del suo regno, aveva ereditato il trono alla morte del padre Luigi
XIII nel 1643, ma assunse di fatto il potere solo nel 1661, dopo la scomparsa
del cardinale Mazzarino.
Giovane di 23 anni, aveva un'elevata coscienza della sua funzione di monarca,
che non intendeva abdicare in favore di nessuno, né dei ministri, considerati
come semplici strumenti della Corona e pubblici funzionari, né di alcuna
rappresentanza del popolo o dell'aristocrazia. Dei suoi atti di sovrano doveva
rispondere solo a Dio attraverso la propria coscienza, poiché era re per diritto
divino e tutto lo Stato gli apparteneva: territorio, sudditi, risorse
economiche, esercito e clero.
Luigi XIV realizzò una forma di monarchia assoluta che fu presa come modello da
altri sovrani dell'Europa secentesca, in un'età in cui il senso dell'autorità e
della tradizione prevaleva sulle libertà degli individui e delle istituzioni.
Assumendo il governo della Francia, Luigi XIV trovò nel paese, dopo i turbamenti
interni della Fronda e le rovine della guerra, un intenso bisogno di ordine e di
pace che disponeva la popolazione all'obbedienza completa. Anche la nobiltà,
fiaccata moralmente e impoverita, sembrava disposta a rinunciare alla propria
secolare indipendenza in cambio di un reddito sicuro o di una onorifica carica
di corte, mentre il ceto borghese era ansioso di acquistare, al servizio della
monarchia, terre ed uffici pubblici, elevandosi a quella nobiltà di toga che
andava sostituendo la nobiltà di sangue.
Complessivamente lo Stato francese contava circa diciannove milioni di abitanti
e si era di recente allargato con l'inclusione di parte dell'Alsazia (1648),
dell'Artois, del Rossiglione e della Cerdagna (1659). Svigorita ormai
l'opposizione aristocratica, era possibile superare anche gli eventuali ostacoli
frapposti dai Parlamenti cittadini, corti competenti nel campo della giustizia,
che talvolta, come il Parlamento di Parigi, potevano opporsi alla registrazione
degli editti regi. Nelle provincie, senza sopprimere del tutto l'autonomia delle
città, delle corporazioni artigiane e le immunità e i privilegi feudali, il
sovrano poteva esercitare un governo diretto attraverso i suoi funzionari dei Bureaux des finances, incaricati della riscossione delle imposte, le cui
competenze potevano essere accresciute ed estese al campo giuridico; inoltre
esisteva già un diritto tradizionale del sovrano di emanare ordinanze generali
ed editti specifici, con effetti di legge, e persino di ottenere
l'imprigionamento arbitrario di sudditi con le lettres de cachet.
L'opera di Luigi XIV non fu che la sistemazione di un assetto politico e sociale
già in parte realizzato dall'opera unificatrice e centralizzatrice del Richelieu
e del Mazzarino. Ciò che costituì il carattere peculiare dell'attività del Re
Sole fu la sua capacità di raccogliere e concentrare le diverse forze materiali
e morali della Francia per sottometterle ad un'unica volontà e dirigerle ad un
unico fine di potenza.
Luigi XIV: strumenti del suo potere
La monarchia assoluta di Luigi XIV
Luigi XIV si servì nel suo governo dell'aiuto di alcuni ministri tratti
generalmente dalla classe borghese e sopra tutto di Giovan Battista Colbert, che
tenne la carica di Controllore generale delle finanze dal 1665 alla morte nel
1683, ma che si interessò di moltissime altre attività riguardanti lo sviluppo
interno del paese, la sua economia e le colonie.
Diversamente però da quanto era accaduto al tempo del Richelieu e del Mazzarino
questi ministri rimasero sempre e soltanto strumenti nelle mani del sovrano, che
non si lasciò sopraffare dalla loro personalità neppure durante i primi anni di
regno.
Con una serie di ordinanze emanate da Luigi XIV d'intesa con il Colbert fu
attuata una maggiore uniformità nella legislazione dello Stato francese,
imponendo la superiorità del diritto regio — ossia del diritto statale secondo
il motto attribuito a Luigi stesso: l'état c'est moi — sui diritti
feudali e cittadini. Tali ordinanze, particolarmente
frequenti dal 1666 al 1681, riguardarono la procedura giudiziaria, che fu
semplificata, il funzionamento della giustizia feudale, gli istituti di
istruzione, il commercio, la marina mercantile e il patrimonio dello Stato,
particolarmente quello forestale, che fu difeso dalle devastazioni compiute allo
scopo di ottenere combustibile per le fonderie. Le disposizioni regie miravano a
rendere uniforme la condizione dei sudditi di fronte al re senza tuttavia
intaccarne la divisione in classi e senza mutare la distribuzione dei beni
terrieri o dei capitali mobili.
La realizzazione di queste misure fu possibile per l'opera degli Intendenti,
funzionari nominati e stipendiati dal re che agivano nelle più lontane province,
curando l'esecuzione dei decreti governativi; la carica di intendente assunse
col passare degli anni sempre maggiore importanza ed un significato politico più
accentuato: ad essi venne affidato il controllo delle amministrazioni municipali
e la vigilanza sui parlamenti, sugli ospizi, le corti di giustizia, le scuole ed
anche il clero delle parrocchie. In tal modo sia i governatori di provincia (che
provenivano dal ceto nobiliare, mentre gli intendenti erano dei borghesi) sia le
assemblee o «Stati provinciali» furono in gran parte esautorati a vantaggio del
potere regio.
La nobiltà francese, privata di ogni carica di governo, venne perdendo la sua
funzione e fu abilmente indotta da Luigi XIV a divenire una semplice nobiltà
cortigiana, aristocrazia servile ed adulatrice che riempì di eleganza e di
frivolezze le splendide sale del Palazzo reale di Versailles. Restavano ancora
ai nobili le cariche maggiori dell'esercito, ma esse erano assegnate
direttamente dal re ed assoggettate ad una severa disciplina militare.
Di importanza forse maggiore fu l'attuazione di riforme organiche nel campo economico-finanziario, in cui maggiormente si sentì l'impronta personale del Colbert. Il Controllore generale, infatti, volle instaurare in Francia un sistema economico mercantilistico inteso a proteggere e a sviluppare al massimo le industrie francesi, col frapporre ostacoli doganali all'importazione di manufatti stranieri e col favorire invece l'afflusso di materie prime. Sorsero manifatture nuove sovvenzionate o costituite direttamente dallo Stato, che permisero lo sfruttamento più intenso della mano d'opera francese ed accolsero anche la mano d'opera specializzata proveniente dall'estero e attratta da condizioni di lavoro particolarmente favorevoli. Ad altre industrie furono concessi premi di fabbricazione ed esenzioni fiscali così da ottenere un incremento considerevole nella produzione di manufatti, specialmente in determinati campi come le stoffe di lusso di Sedan, le tappezzerie delle manifatture Gobelin, le seterie di Tours e di Lione, i pizzi di Chantilly e i saponi di Marsiglia e di Parigi.
Nei possedimenti coloniali Colbert cercò le materie prime adatte allo
sviluppo delle industrie francesi: zucchero di canna, tabacco e legni pregiati e
più tardi anche cotone; a loro volta le colonie potevano diventare ottimi
mercati dei manufatti nazionali, particolarmente dei tessuti e dei vini.
Sorsero così e furono rafforzate le compagnie commerciali marittime, tra cui
principalmente la Compagnia delle Indie Orientali (1664), che pose
depositi e uffici a Pondichery (1674) e a Chandernagore (1686) sulla costa
orientale dell'India, la Compagnia del Senegal, che tenne per qualche
tempo il monopolio della tratta dei neri, e la Compagnia del Levante, che
diresse i suoi traffici nel Mediterraneo facendo concorrenza a Venezia ed alle
altre città italiane nel commercio con il Marocco e con la Turchia.
La Francia attuò pure una larga politica di espansione in America.
Nel 1665 i Francesi si stabilirono a San Domingo ed in altre isole delle
Antille, dove svilupparono le piantagioni di canna da zucchero; nell'America
settentrionale le terre costituenti la Nuova Francia, cioè il Canadà, l'isola di
Terranova e l'Acadia, presso Capo Breton, divennero possesso diretto della
Corona (1663) e vi affluirono coloni e soldati francesi, che oltre ad aumentare
la popolazione delle già esistenti città di Montreal e Quebec penetrarono sempre
più verso l'interno e nella zona dei Grandi Laghi, giungendo a stabilire un
presidio militare a Detroit. Di lì alcuni audaci mercanti o missionari scesero
lungo il Mississippi fino al mare, che fu raggiunto la prima volta nel 1682 da
un mercante di Rouen, Cavelier de La Salle. Così si venne costituendo una nuova
colonia francese, la Luisiana, che si estendeva alle spalle delle colonie
anglosassoni, ad occidente dei monti Allégani.
Poiché, tuttavia, il regime assolutistico imposto dalla Francia di Luigi XIV e l'economia protezionistica del Colbert erano stati attuati in funzione di una larga politica di espansione e di primato in Europa, ingenti somme e cure particolari furono dedicate dal governo francese alla costituzione di un esercito che fosse uno strumento formidabile di conquista.
Le riforme militari furono attuate sopra tutto dal Marchesé di Louvois, che
curò il riordinamento dei quadri degli ufficiali, l'introduzione di una più
severa disciplina militare e l'adozione di armi e uniformi regolari.
L'esercito era reclutato secondo il sistema tradizionale dagli ingaggiatori, che
percorrevano le provincie raccogliendo soldati, ed era composto in gran parte di
francesi, salvo pochi mercenari svizzeri. Solo più tardi (1688), per le
crescenti esigenze belliche, fu introdotta una forma di coscrizione obbligatoria
a sorteggio per la formazione di truppe di riserva.
L'armamento migliorò molto, specialmente durante la Guerra di Successione
spagnola: fu in questo periodo che, come negli altri più efficienti eserciti
europei, furono adottate carabine rigate per la cavalleria e fucili
relativamente maneggevoli con la baionetta innestata, in luogo dei vecchi
archibugi, per la fanteria.
Negli anni di maggiore impegno l'esercito di Luigi XIV raggiunse i 230.000
uomini, sostenuti da una poderosa artiglieria; lo comandarono abili generali
come il Turenne, il Vauban e il Vendóme.
La politica religiosa di Luigi XIV
La politica religiosa
Per interesse politico più che per zelo religioso Luigi XIV difese in Francia
l'ortodossia cattolica cercando di realizzare l'unità religiosa del suo popolo
come base e fondamento dell'unità dello Stato; perciò contrastò in ogni modo
l'esistenza e l'attività dei gruppi anticattolici, specialmente degli Ugonotti.
Questi avevano potuto fino allora praticare con una certa libertà il culto
calvinista secondo la concessione fatta da Enrico IV nel 1598 con l'Editto di
Nantes; sotto il regime di Luigi XIV, però, ciò non fu più possibile e il
calvinismo francese, dapprima ostacolato con ogni mezzo legale, fu infine
espressamente proibito con la revoca dell'Editto di Nantes (1685) e l'ordine di
demolizione delle chiese riformate.
Gli Ugonotti francesi, che erano alcune centinaia di migliaia, abbandonarono allora in gran numero il paese rifugiandosi in Olanda, in America e nel Brandeburgo, dove portarono il contributo prezioso della loro abilità tecnica e artigiana.
Il re intervenne anche in una contesa di ordine teologico sorta tra i Gesuiti
e i Giansenisti, i fautori delle teorie morali e teologiche dì Giansenio,
vescovo di Ypres nelle Fiandre (1585-1638).
Giansenio propugnava l'osservanza di una morale austera, assai più rigida di
quella insegnata dai Gesuiti; nel complesso essi tendevano a diminuire
l'importanza dell'alta gerarchia ecclesiastica (vescovi e papa) nei confronti
dei semplici fedeli e del basso clero, e a diffondere l'uso di una liturgia più
semplice, basata sulla lingua francese.
Questa dottrina si era rapidamente diffusa in Francia, trovando seguito nel
convento femminile di Port-Royal, presso Parigi, ed ottenendo l'approvazione di
moralisti e scrittori come il poeta Jean Racine e il filosofo Blaise Pascal.
Il re, in parte per le pressioni del confessore, il gesuita La Chaise, ma sopra
tutto per non perdere l'appoggio dell'episcopato francese, adducendo la ragione
che le teorie giansenistiche si avvicinavano molto a quelle dei protestanti,
ordinò la soppressione del Convento di Port-Royal (1710) ed ottenne la condanna
del giansenismo con la bolla Unigenitus (1713) di papa Clemente XI. La
bolla sanzionò anche i buoni rapporti che si erano venuti a stabilire fra Luigi
XIV e la Santa Sede negli ultimi anni del regno, laddove in precedenza erano
sorti gravi contrasti a causa delle tendenze gallicane del clero francese, che
avevano trovato una condizione favorevole nell'assolutismo del monarca.
Gli interventi di Luigi XIV nelle questioni ecclesiastiche, infatti, non
si limitavano al campo puramente temporale, quale poteva essere quello della
rendita dei benefici vacanti, ma si estendevano anche al campo spirituale con la
nomina dei vescovi e dei superiori dei conventi. In cambio egli assicurava al
cattolicesimo francese protezione contro l'eresia e favorevoli condizioni per la
diffusione delle pratiche religiose.
Questa politica trovò un'accoglienza favorevole in alcuni esponenti
dell'episcopato francese che, raccolti in una assemblea a Parigi, formularono
una Dichiarazione affermante l'indipendenza del re in materia temporale,
la superiorità del Concilio sul pontefice e la legittimità delle tradizioni
religiose gallicane.
Il pontefice comasco Innocenzo XI (papa Odescalchi, 1676-89), energico assertore
dei secolari diritti del Papato, reagì prontamente e colpì con le opportune
censure canoniche i prelati partecipanti all'assemblea. Luigi XIV, per
rappresaglia, fece allora invadere il territorio e la città di Avignone,
appartenente alla Santa Sede (1688). In seguito però, nel 1693, fu indotto ad
abbandonare le terre occupate e accordarsi col pontefice Innocenzo XII
(1691-1700), rinunciando alle cosiddette «regalie spirituali» (nomina dei
vescovi ed abati), accordandosi su quelle «temporali» (redditi dei benefici
vacanti) e respingendo la Dichiarazione dei vescovi gallicani.
Il miglioramento dei rapporti tra Versailles e Roma era dovuto in gran parte al
fatto che il re francese si trovava impegnato nella Guerra della Lega di Augusta
(1689-97) contro una coalizione di stati diretti da due potenze protestanti
(Inghilterra e Olanda) ed aveva quindi un forte interesse ad avviare relazioni
più amichevoli con il capo del cattolicesimo europeo.
La politica espansionistica
Le riforme politiche ed economiche introdotte da Luigi XIV in Francia per
realizzare la prosperità economica e l'unità dello Stato, costituivano
l'indispensabile preparazione ad una politica di espansione nell'Europa
occidentale.
L'assetto politico dell'Europa, del resto, favoriva i disegni del re Sole:
- il trattato di Wesfalia (1648), infatti, aveva tolto ogni possibilità al
Sacro Romano Impero di ricostituirsi come organismo unitario, lasciando via
libera alla penetrazione francese nei territori del sud e dell'ovest (Palatinato
e Baviera soprattutto);
- il trattato dei Pirenei (1659), per l'unione matrimoniale di Luigi XIV con
l'infanta di Spagna, offriva la possibilità di una fusione parziale o totale dei
due regni;
- il trattato di Oliva (1660) manteneva nel Nord dell'Europa il primato della
Svezia, alleata tradizionale della Francia.
Il giovane Luigi XIV, di temperamento audace ed ambizioso, non intendeva perdere
alcuna occasione per affermare la preminenza europea della Francia conquistando
quanti più territori fosse possibile in direzione del Reno, sia dalla parte
delle Fiandre spagnole sia verso la Germania.
In complesso, le guerre combattute da Luigi XIV furono:
- la Guerra di Devoluzione (1667-1668) —> pace di Aquisgrana (Aix-la-Chapelle);
- la Guerra di Olanda (1672-1678) —> pace di Nimega;
- la Guerra della Lega di Augusta (1686-1697) —> pace di Ryswick;
- la Guerra di Successione spagnola (1702-1714) —> paci di Utrecht e di Rastadt.
La Francia di Luigi XIV
Non mancando di accortezza, prima di intraprendere la guerra si assicurò l'amicizia dell'Inghilterra riottenendo da Carlo II Stuart, per una grossa somma, la base di Dunquerque (1662). La Francia strinse inoltre legami di alleanza con la Polonia e si assicurò l'appoggio dei principi tedeschi dell'ovest, che costituivano una Lega renana (sorta nel 1658 grazie all'abilità diplomatica del cardinale Mazzarino, che in tal modo aveva creato per la Francia un punto di appoggio al di là del Reno). Ma questa alleanza germanica presto fu perduta e alla Francia non rimase che l'appoggio del duca elettore di Baviera e di alcuni principi vescovi (di Colonia, di Münster), mentre si andava formando, ad iniziativa delle Dieta imperiale di Ratisbona, un fronte antifrancese inteso a salvare l'integrità territoriale dei paesi tedeschi dalle mire di conquista, ormai evidenti, di Luigi XIV. Questo peggioramento dei rapporti tra la monarchia francese ed i principi tedeschi della zona renana costituì una delle ragioni per cui . le grandi offensive militari di Luigi XIV raggiunsero solo in parte i risultati che il re si era prefisso.
La guerra di devoluzione e la guerra d'Olanda
La Guerra di Devoluzione (1867-68)
Il primo conflitto scoppiò quando Filippo IV di Spagna, morendo, lasciò come
erede un fanciullo natogli dal secondo matrimonio, Carlo II (1665-1700);
l'infanta Maria Teresa, andata sposa a Luigi XIV nel 1660, era nata invece da
una prima unione.
Il re di Francia approfittò subito di questa circostanza per avanzare diritti
sui Paesi Bassi spagnoli (Fiandre, Hainaut, Brabante, Limburgo) appellandosi ad
una norma del diritto privato del Brabante, detta diritto di devoluzione, per
cui i figli del primo matrimonio avevano la precedenza, nell'eredità, sui figli
anche maschi dei matrimoni successivi. Ne nacque la cosiddetta Guerra di
Devoluzione (1667-1668).
I Francesi attaccarono subito nei Paesi Bassi occupando alcune località
strategiche (Lilla, Charleroi, Douai) e ad ovest invasero la Franca Contea.
Mentre l'imperatore si manteneva neutrale, Inghilterra, Olanda e Svezia si
allearono per arrestare l'avanzata francese (Prima Lega dell'Aia, 1668).
La Repubblica delle Provincie Unite, rimasta alleata della Francia durante la
prima metà del secolo finché aveva dovuto lottare contro la dominazione
spagnola, considerava ora con crescente ostilità un allargamento del territorio
francese verso i propri confini; così, dopo una seconda guerra navale con
l'Inghilterra (1665-67) conclusasi con la Pace di Breda, si fece promotrice di
un'alleanza antifrancese: i rapporti tra le due potenze marittime, Olanda e
Inghilterra, si erano ormai stabilizzati con l'accettazione e il riconoscimento
della superiorità navale e dell'autonomia commerciale britannica, mentre di
fronte ad entrambi gli stati si profilava minacciosa l'avanzata francese lungo
la Manica.
Con la rottura dell'alleanza franco-olandese e la resistenza tenace, e talora
disperata, opposta all'espansione francese dalla popolazione delle Provincie
Unite sorse un altro formidabile ostacolo all'attuazione dei disegni
imperialistici di Luigi XIV. La Guerra di Devoluzione si concluse rapidamente
con la Pace di Aix-la-Chapelle (Aquisgrana) nel 1668: Luigi XIV dovette
accontentarsi dell'annessione di alcune località delle Fiandre, tra cui Lilla.
Alla guerra seguirono poi vicendevoli rappresaglie
economiche tra Francia e Provincie Unite con l'imposizione da parte del Colbert
di elevate tariffe doganali sul commercio di importazione dall'Olanda e col
rifiuto da parte olandese di commerciare i prodotti provenienti dalla Francia,
principalmente sale e vini.
La guerra di Olanda (1672-78)
Non trascorse molto tempo che una nuova guerra di aggressione fu intrapresa da
Luigi XIV e questa volta direttamente contro la Repubblica delle Provincie Unite
(Guerra d'Olanda, 1672-78).
Il re di Francia era riuscito a trarre dalla sua parte Carlo II Stuart (Trattato
segreto di Dover, 1670) e così le Provincie Unite si trovarono, all'inizio delle
ostilità, quasi isolate di fronte all'attacco francese. L'esercito organizzato
dal Louvois ottenne subito brillanti successi: il Reno fu superato presso la
foce e gran parte del territorio della Repubblica invaso (1672).
L'invasione straniera provocò un mutamento decisivo nel regime interno delle
Provincie Unite: il governo del De Witt cadde ed i poteri civili e militari
furono affidati allo statholder Guglielmo III d'Orange, che ricostituì le forze
armate e indusse la popolazione ad abbattere le dighe che difendevano i terreni,
faticosamente strappati al mare, pur di arrestare, con l'allagamento di vaste
campagne, l'avanzata francese.
Nel frattempo si era venuta formando una nuova coalizione antifrancese
costituita da Spagna, Impero, Brandeburgo e Danimarca. Alleata della Francia
rimase invece la Svezia, mentre l'Inghilterra usciva dal conflitto concludendo
una pace separata (1674).
La guerra era ormai divenuta europea, benché gli epicentri rimanessero le valli
del Reno, della Mosa e della Saar, e i Francesi, postisi sulla difensiva nei
Paesi Bassi, avanzarono rapidamente, condotti dal Turenne, nella Franca Contea e
penetrarono in Germania vincendo a Salzbach (1675), dove il Turenne cadde
combattendo.
La guerra si svolse anche sul mare e mentre nell'Atlantico la superiorità navale
olandese poté imporsi, nel Mediterraneo la flotta francese ottenne notevoli
successi presso le isole Lipari ed accolse sotto la sua protezione la città di
Messina, ribellatasi agli Spagnoli nel 1674.
Nel Nord, invece, l'elettore del Brandeburgo otteneva contro gli Svedesi la
schiacciante vittoria di Fehrbellin (1675), che costituì per tutta l'Europa una
dimostrazione della potenza e dell'efficienza raggiunte dall'esercito del
Brandeburgo nel volgere di pochi decenni.
Dopo queste vicende, ovunque, non risolutive, si avviarono trattative di pace,
concluse a Nimega nel 1678-79: l'Olanda, che aveva salvato la propria
indipendenza e l'integrità del suo territorio, ottenne dai Francesi l'abolizione
parziale delle tariffe protezionistiche del Colbert; la Francia conservò gran
parte dei territori occupati durante la guerra nei Paesi Bassi spagnoli ed
ottenne dalla Spagna la cessione dell'intera Franca Contea. Nel Nord, invece,
cessate le ostilità, tra Svezia e Danimarca-Brandeburgo, dopo un fallito
tentativo danese di invadere la Scania, venne ristabilita la situazione
precedente.
La guerra della Lega d'Augusta (1686-97)
L'avvento al trono inglese di un sovrano protestante mutò considerevolmente
il rapporto delle forze sul continente a danno dei disegni imperialistici di
Luigi XIV e costituì un nuovo fattore atto ad impedirne la realizzazione.
Il Re Sole, pur essendo soddisfatto dei risultati raggiunti a Nimega (1679),
trovò nuovi pretesti giuridici per conseguire altri allargamenti territoriali in
direzione del Reno. Così, traendo motivo dalle genericità della formula con cui
nel trattato di Westfalia si era sancita la sovranità parziale della Francia
sulle città e i territori alsaziani, nel 1681 fece attaccare e occupare il
Vescovato di Strasburgo e nel 1684 fece invadere il Lussemburgo. Per
giustificare queste occupazioni di territori imperiali e per prepararne altre,
Luigi XIV istituì apposite Camere di riunione, formate da giuristi che avevano
il compito di identificare le città e i territori aventi carattere di dipendenze
feudali dalle regioni annesse coi trattati precedenti (ad es. la Franca Contea),
affinché si potesse procedere, mantenendo una forma di legalità, alla loro
inclusione nel territorio francese.
Un importante acquisto fu ottenuto anche in Italia, dove il duca di Mantova
vendette a Luigi XIV la piazzaforte di Casale Monferrato, posizione chiave della
regione subalpina (1681). D'altra parte la città di Genova, ancora legata da
rapporti di amicizia con la Spagna, fu sottoposta ad un bombardamento di alcuni
giorni finché fu costretta a fare atto di sottomissione, rinunciando a costruire
navi per gli Spagnoli (1684).
Mentre Luigi XIV compiva questi atti di aggressione e di violenza, di fronte ad
una Europa inquieta e impotente, l'imperatore Leopoldo d'Asburgo si trovava
impegnato contro i Turchi, che erano giunti a cingere d'assedio la città di
Vienna. Solo l'intervento del valoroso re Giovanni Sobieski di Polonia rese
possibile la liberazione della città, dopo una schiacciante vittoria cristiana
ottenuta nella battaglia di Vienna (1683).
In seguito ebbe inizio la ritirata delle forze musulmane che abbandonarono anche
la città di Budapest e quasi tutto il territorio dell'Ungheria e della
Transilvania (1686).
Questi fortunati avvenimenti militari liberarono la monarchia asburgica
dall'ossessione del pericolo turco e permisero all'imperatore Leopoldo di dare
tutto il suo contributo alla coalizione antifrancese che si costituì allora ad
Augusta (Lega di Augusta, 1686). Venne a cessare, in tal modo, l'altra delle
circostanze (quella della pressione turca in Oriente) che avevano favorito le
mire espansionistiche della Francia.
Alla coalizione aderirono oltre all'imperatore, l'Olanda, la Spagna, i principi
della Germania renana, il duca di Baviera e il duca Vittorio Amedeo II di
Savoia; quando poi ebbero inizio le ostilità, a capo dell'alleanza fu scelto
Guglielmo d'Orange, divenuto da poco sovrano d'Inghilterra.
Si svolse subito un'efficace azione militare che paralizzò in parte la forza
d'urto dell'esercito francese, portato al massimo dei suoi effettivi con
arruolamenti obbligatori, ma si ebbero successi da ambo le parti, perché
Guglielmo III, alla testa di un esercito anglo-olandese, fu in grado di
arrestare le colonne francesi che avanzavano lungo la Mosa, mentre in Spagna gli
alleati persero la città di Barcellona ed in Piemonte Vittorio Amedeo di Savoia
dovette accettare una pace separata col re di Francia (Trattato di Pinerolo,
1696).
Il conflitto terminò infine per l'esaurirsi delle forze dei contendenti senza
che ci fosse un vero vincitore e con la Pace di Ryswick (1697) la Francia
acconsentì alla restituzione dei territori annessi dopo Nimega, salvo Strasburgo
che essa conservò; Guglielmo III d'Orange fu riconosciuto re d'Inghilterra da
Luigi XIV, che abbandonò la causa degli Stuart, e le Provincie Unite fruirono di
larghi vantaggi nel commercio con la Francia.
Luigi XIV, poi, che di recente si era pacificato con il papa, richiese però, ed
ottenne, garanzie di libertà per i cattolici dei territori restituiti
all'Impero.
La guerra di Successione spagnola (1702-14)
Una delle ragioni più forti che avevano spinto i belligeranti a concludere la
pace di Ryswick era stata, oltre l'esaurimento delle forze in campo, la prevista
estinzione del ramo della Casa d'Asburgo regnante in Spagna, per cui Luigi XIV,
l'imperatore ed altri sovrani europei si prospettavano la possibilità di una
proficua spartizione dei territori spagnoli, madrepatria e terre annesse, anche
nelle colonie.
Il declino della monarchia spagnola nella seconda metà del Seicento era chiaro:
con la pace dei Pirenei (1659) erano stati perduti l'Artois, il Rossiglione e la
Cerdagna, e nelle guerre seguenti anche la Franca Contea e una decina di città
delle Fiandre e del Brabante erano state cedute ai Francesi; si era spezzata
l'unione, peraltro precaria, con il Regno del Portogallo, cui si era dovuto
riconoscere l'indipendenza (1668), mentre aveva resistito nel suo complesso
l'impero coloniale, il Messico, il Venezuela, il Perù e le principali isole del
Mar dei Caraibi, salvo la Giamaica, conquistata dagli Inglesi nel 1655, e parte
di S. Domingo, occupata dai Francesi nel 1665. Restavano ancora spagnole le
Canarie nell'Atlantico, la base di Ceuta sulla costa del Marocco e l'arcipelago
delle Filippine nell'Oceano Pacifico.
La debolezza della Spagna era sopra tutto dovuta all'esaurimento della capacità
di governo dei suoi sovrani, al peso di una burocrazia indolente e venale e
all'insufficienza di una economia basata quasi esclusivamente sull'apporto delle
colonie. Anche l'esercito, il primo in Europa fino alla sconfitta di Rocroi
(1643), era ormai in gran parte composto di mercenari mal pagati e male
equipaggiati.
Dal 1665 regnava sul trono di Spagna Carlo II, sovrano malato e privo di
discendenza diretta; si prospettava quindi la fine prossima di questo ramo
spagnolo degli Asburgo e molti erano i candidati all'eredità:
- Filippo di Borbone duca d'Angiò, di cui sosteneva le aspirazioni lo
zio Luigi XIV, che considerava nulla la rinuncia ai diritti di successione sul
trono si Spagna fatta dalla moglie Maria Teresa (sorella di Carlo II) all'atto
del matrimonio, in quanto non era stata interamente pagata la dote che tale
rinuncia condizionava;
- l'arciduca Carlo, i cui diritti erano difesi dal padre, l'imperatore
Leopoldo II d'Asburgo (di cui era secondogenito), che pure aveva sposata una
sorella di Carlo II, Margherita Teresa;
- il duca Vittorio Amedeo II di Savoia;
- l'elettore Massimiliano Emanuele di Baviera.
Era poi inevitabile che, data l'ampiezza e la ricchezza dei possedimenti
coloniali spagnoli, anche l'Olanda e l'Inghilterra intervenissero in questa
contesa per la successione.
Già un piano di spartizione era stato concertato tra il Re Sole ed altre potenze
europee, per cui la corona spagnola sarebbe toccata ad un principe di Baviera,
mentre alla Francia sarebbero stati assicurati larghi vantaggi territoriali
specialmente in Italia (1698).
Invece, nel novembre del 1700, Carlo II di Spagna morendo lasciò un testamento
in cui proibiva la spartizione dei suoi Stati e lasciava unico erede Filippo di
Borbone duca d'Angiò. Il testamento fu accettato e Filippo V poté insediarsi a
Madrid, ma, avendo il re di Francia manifestato il proposito di assumere
direttamente il governo dei territori rimasti a formare i Paesi Bassi spagnoli
ed eventualmente di impadronirsi anche del monopolio commerciale con le colonie
d'oltreoceano, si formò una grande coalizione europea (Seconda Alleanza
dell'Aia, 1701) con l'adesione dell'Inghilterra, delle Provincie Unite, della
Dieta imperiale, dell'imperatore e dell'elettore del Brandeburgo, diretta ad
impedire che Francia e Spagna formassero, sotto principi della medesima Casa di
Borbone, e forse anche in seguito, sotto un unico sovrano, un blocco compatto e
strapotente in Europa.
I sovrani della coalizione antiborbonica si accordarono quindi per sostenere i
diritti dell'arciduca Carlo al trono di Spagna.
Dalla parte di Luigi XIV, invece, si schierarono l'elettore Massimiliano
Emanuele di Baviera, l'arcivescovo di Colonia e per qualche tempo (dal 1701 al
1703) il duca di Savoia, Vittorio Amedeo II.
Il conflitto ebbe inizio nel 1702, pochi mesi dopo che era morto Guglielmo III
d'Inghilterra, promotore della coalizione; ciò, però, non mutò lo schieramento
delle forze alleate perché la successione al trono inglese era già stata fissata
in precedenza a favore di Anna, principessa protestante figlia di Giacomo II,
con la definitiva esclusione dal trono del ramo cattolico degli Stuart.
La regina Anna (l702-14) proseguì con impegno nella guerra, affidando il comando
del corpo spedizione inglese a John Churchill duca di Marlborough, condottiero
di grandi capacità militari.
Nei primi anni (1702-1706) la Francia ebbe l'iniziativa militare: i suoi
eserciti attaccarono nei Paesi Bassi, occupando alcune piazzeforti olandesi di
sicurezza dette La Barriera, e svolsero una manovra a tenaglia in direzione di
Vienna, con l'invio di un corpo d'armata al comando del maresciallo di Villars
nella Germania meridionale, d'intesa con i Bavaresi, e di un altro comandato dal
duca di Vendóme nella pianura padana. Ma la vittoria degli Imperiali ed Inglesi
a Blenheim (1704) e quella degli Anglo-olandesi a Ramillies (1706) arrestarono
le puntate offensive dei Francesi sia in Baviera che nel Belgio, costringendo
gli invasori ad abbandonare gran parte del territorio conquistato.
Nel frattempo la flotta inglese occupava la rocca di Gibilterra (1704), chiave
delle comunicazioni tra l'Atlantico e il Mediterraneo, e grazie all'alleanza col
Portogallo (Trattato di Methuen, 1703) l'Inghilterra poteva creare un terzo
fronte nella stessa Penisola iberica, inviando un corpo di spedizione fin nei
pressi di Madrid.
Anche in Italia la guerra assunse un aspetto sfavorevole ai Francesi, in quanto
l'esercito di Vittorio Amedeo II, abbandonato Luigi XIV e unitosi agli Imperiali
del principe Eugenio di Savoia-Soissons, riportò, dopo l'insuccesso di Cassano
d'Adda (1705), una decisiva vittoria nella Battaglia di Torino (sett. 1706).
Così ormai da ogni parte gli eserciti alleati convergevano sulla Francia. Lo
stesso territorio nazionale francese era minacciato direttamente di invasione;
il paese era stremato, l'agricoltura soffriva per mancanza di contadini,
arruolati nei corpi ausiliari dell'esercito, il commercio europeo era
completamente paralizzato e il governo dovette ricorrere ad aggravi fiscali e a
sempre nuovi espedienti per far fronte alla situazione; e cominciavano anche a
manifestarsi alcune proteste contro l'assolutismo regio da parte di autorevoli
scrittori, come il vescovo Fénelon e il duca di Saint-Simon.
Inutilmente Luigi XIV, ancora energico benché settantenne, aveva tentato di
suscitare una controcoalizione facendo appello al re di Svezia Carlo XII, il
quale però, dopo aver condotto una fortunata campagna in Polonia, si lasciò
attrarre dall'idea di un attacco contro i Russi e subì una disastrosa sconfitta
in Ucraina (1709).
Gli ultimi anni di guerra (1707-12) furono contrassegnati dalla resistenza dei
Francesi sul loro stesso territorio; le vittorie del maresciallo di Villars (a
Malplaquet, nel 1709, e poi non lontano dalla stessa Parigi) impedirono che la
guerra si risolvesse per la Francia in un completo disastro.
Nel 1711, tuttavia, morì l'imperatore Giuseppe I (successo al padre Leopoldo nel
1705); erede del trono d'Austria e della corona imperiale era il fratello
arciduca Carlo, quello stesso che gli alleati sostenevano come candidato al
trono di Spagna; tale evento avrebbe creato le condizioni per l'unione
dell'Impero con il Regno di Spagna (come ai tempi di Carlo V), il che avrebbe
costituito per l'equilibrio europeo una minaccia non meno grave di quella della
riunione di Francia e Spagna sotto l'unica dinastia dei Borboni.
L'Inghilterra, allora, per iniziativa del partito tory che aveva ottenuto
la maggioranza in Parlamento nelle ultime elezioni, richiese subito accordi di
pace, che vennero stipulati al congresso di Utrecht (1713) tra gli alleati
(escluso l'imperatore) e la Francia, e in quello di Rastadt (1714) cui aderì
anche l'imperatore Carlo VI.
I trattati di Utrecht e di Rastadt
In base ai due trattati di pace:
- Filippo V di Borbone fu riconosciuto re di Spagna e delle Indie a condizione
che rinunciasse ad ogni pretesa sul trono di Francia;
- rinuncia simile nei confronti di un'altra eventuale successione spagnola fu
richiesta a Luigi XIV in nome dei suoi eredi diretti;
- la Repubblica delle Provincie Unite, che durante tutto il periodo della
guerra era stata abilmente governata dal Gran Pensionario Heinsius, ottenne la
sicurezza dagli attacchi francesi con la ricostituzione della serie di fortezze
della Barriera;
- all'elettore del Brandeburgo fu riconosciuto il titolo di re di Prussia
(concessogli dall'imperatore nel 1701) e furono assegnati alcuni territori
dell'Alta Gheldria spagnola;
- il duca di Savoia Vittorio Amedeo II ottenne il titolo regio, collegato con
l'acquisto della Sicilia, e l'annessione di Casale Monferrato e di altre terre
piemontesi.
I due Stati che trassero i maggiori vantaggi dalla guerra di Successione
spagnola furono: la Casa d'Austria, che ottenne l'annessione dei territori
spagnoli in Italia (salvo la Sicilia) e nei Paesi Bassi, e l'Inghilterra che
acquistò alcune basi francesi intorno alla baia di Hudson, l'Acadia e l'isola di
Terranova, mantenne il possesso di Gibilterra e di Minorca, occupate durante la
guerra, e ottenne il privilegio di inviare ogni anno una nave mercantile nelle
colonie spagnole e di partecipare alla tratta degli schiavi neri.
Nel 1715 morì il Re Sole, lasciando lo Stato carico di debiti ed un passivo
annuale tale che faceva prospettare il pericolo di una bancarotta.
La fine delle guerre imperialistiche di Luigi XIV vide l'Europa ormai orientata
verso il mantenimento dell'equilibrio delle forze fra i diversi Stati;
equilibrio di cui l'Inghilterra si faceva promotrice e garante.
Il Ducato di Savoia
Lo Stato italiano che trasse vantaggi territoriali cospicui dalle guerre europee della fine del '600 fu il Ducato di Savoia.
L'Italia settentrionale dopo il 1714
Dopo la morte di Vittorio Amedeo I (1637) e il brevissimo periodo di governo
del figlio Francesco Giacinto (1637-38), la corona passò a Carlo Emanuele II
(1638-1675), che tuttavia per la sua giovane età rimase per una decina d'anni
sotto la reggenza della madre, la duchessa Cristina di Francia, sorella di Luigi
XIII e soprannominata Madama Reale. Fu un periodo di disordini e di contrasti
interni a causa della lotta tra due partiti avversi, i «madamisti» sostenitori
della duchessa, che godevano dell'appoggio del cardinale di Richelieu, ed i «principisti»
favorevoli alla Spagna e capeggiati dal principe Tommaso di Savoia Carignano e
dal cardinale Maurizio.
In complesso, però, la Francia, che possedeva dal 1631 la base di Pinerolo, fu
in grado di esercitare una pesante protezione sul Ducato.
Una volta assunto direttamente il governo (1648), Carlo Emanuele II iniziò
un'intensa opera di restaurazione e di consolidamento del Ducato, aumentando le
fonti di entrata, rafforzando l'esercito con la costituzione del Corpo dei
granatieri e provvedendo opportunamente al miglioramento delle condizioni del
ceti meno abbienti (i cui mali venivano segnalati alla corte dal cosiddetto
«Avvocato dei poveri» istituito da Amedeo VIII nel secolo XV).
La capitale, Torino, fu largamente abbellita e subì una vera trasformazione
edilizia. Lo Stato rimase tuttavia caratterizzato da un largo frazionamento
feudale e l'agricoltura continuò a costituire la principale risorsa economica.
Il figlio e successore Vittorio Amedeo II (1675-1730) rimase egli pure (fino al
1684) sotto la reggenza della madre Giovanna Battista di Nemours. Uscito di
minorità, dovette dapprima accettare le imposizioni di Luigi XIV, che aveva
acquistato anche la piazzaforte di Casale Monferrato dai Gonzaga (1681), ed
assecondarlo nella lotta contro i calvinisti (l'Editto di Nantes era già stato
revocato). Per questo il governo sabaudo infierì contro i Valdesi delle vallate
alpine occidentali, che erano stati perseguitati anche da Carlo Emanuele II.
In seguito, tuttavia, il duca ebbe la possibilità di attuare una politica
indipendente, giovandosi del contrasto tra il re di Francia e gli Asburgo
durante la guerra della Lega di Augusta. Vittorio Amedeo
II, non avendo ottenuto favorevoli condizioni di alleanza da Luigi XIV, si unì
alla coalizione antifrancese; le ostilità non si svolsero però favorevolmente
per i Piemontesi, che furono dapprima sconfitti a Staffarda presso Saluzzo nel
1690 dall'esercito del generale Catinat e solo più tardi poterono riprendere
l'offensiva penetrando nel Delfinato (1692). Ma di nuovo i Francesi del Catinat,
scendendo da Fenestrelle in direzione di Pinerolo, riportarono una importante
vittoria contro l'esercito sabaudo nella battaglia campale della Marsaglia
(1693). La caduta di Casale nel 1695 indusse Luigi XIV a scendere a patti con
Vittorio Amedeo e a restituirgli, in cambio della sua neutralità, la città di
Pinerolo; gli accordi furono conclusi con il Trattato di Pinerolo (1696), dopo
di che, non avendo voluto gli alleati, almeno in un primo momento, riconoscere
la neutralità del Ducato, Vittorio Amedeo unì le sue armi a quelle francesi
attaccando il Milanese. Presto, però, la pace fu ristabilita in Italia (ott.
1696) e l'anno seguente anche in Europa col trattato di Ryswick.
Un nuovo e ancor più importante intervento del Ducato di Savoia nelle contese
europee avvenne durante la Guerra di Successione spagnola.
La questione apertasi con la morte di Carlo II di Spagna (1700) interessava
direttamente l'Italia, perché dalla sua soluzione dipendeva la sorte dei
possessi spagnoli della Penisola. Per giunta, anche Vittorio Amedeo II aveva
qualche diritto di successione da avanzare, discendendo dalla principessa
spagnola Caterina, figlia di Filippo II e andata a sposa nel 1585 al duca Carlo
Emanuele I; gli altri candidati, però, avevano sostenitori di maggior peso e il
duca sabaudo dovette accontentarsi di conseguire qualche ingrandimento
territoriale.
Le ostilità in Italia cominciarono nel 1701 ancor prima della dichiarazione
ufficiale di guerra e Vittorio Amedeo II fu nei primi anni alleato con la
Francia, che aveva inviato nella pianura padana un esercito. In seguito, però,
Vittorio Amedeo ruppe l'intesa con Luigi XIV e si accostò all'imperatore
(1703) sperando di ottenere acquisti territoriali non solo nel Monferrato ma
anche nella Francia orientale (Delfinato e Provenza). La situazione militare del
ducato sabaudo, allora, divenne difficile, perché i francesi riuscirono a
occupare le più importanti città della Savoia e del Piemonte e vincendo gli
imperiali del principe Eugenio di Savoia-Soissons, disarmarono i reparti
piemontesi ex alleati. In un secondo momento i francesi cinsero d'assedio Torino
(1706), che resistette per quattro mesi. In quella circostanza Vittorio Amedeo
II, rimasto all'esterno della città, attese l'arrivo dell'esercito del principe
Eugenio con l'apporto del quale poté liberare la capitale allontanandone gli
assedianti (Battaglia di Torino, 7 sett. 1706).
L'anno seguente le truppe austriache occuparono tutto lo Stato di Milano e la città di Mantova; poi, violando la neutralità dello Stato della Chiesa, avanzarono nel Regno di Napoli che conquistarono rapidamente. Coi trattati di pace di Utrecht (1713) e di Rastadt (1714) i domini italiani furono ceduti da Filippo V, riconosciuto re di Spagna, alla Casa d'Austria, che ebbe anche il Ducato di Mantova, tolto nel 1707 all'ultimo rappresentante dei Gonzaga, Ferdinando Carlo, a motivo della sua alleanza con la Francia. Vittorio Amedeo II ebbe, per la mediazione inglese, la Sicilia col titolo regio ed inoltre il territorio del Monferrato con Casale, la città di Alessandria, la Lomellina e la Valsesia. Dalla Francia fu ceduta ai Savoia la Valle di Fenestrelle sul versante italiano delle Alpi, in cambio di quella di Barcellonette, sul versante francese.
In tal modo, nei primi anni del secolo XVIII il dominio austriaco si sostituì a quello spagnolo nei maggiori Stati della Penisola e il nuovo Regno di Sicilia (presto mutato in Regno di Sardegna) assurse ad una posizione di prim'ordine nell'Italia settentrionale, poiché l'altro grande Stato italiano, la Repubblica di Venezia, tutta assorbita nei propri problemi marittimi e nella guerra antiturca, non aveva conseguito, data la sua neutralità, nessun vantaggio durante le recenti vicende belliche.