CLASSE III - Sintesi di Storia (3) |
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Terminologia storica |
L'Europa orientale nella seconda metà del '400
I Paesi scandinavi e l'Europa orientale
La Danimarca, rimasta a lungo sotto l'influenza dei tedeschi conti di
Holstein, si riebbe con Valdemaro IV (1340-75), che aspirava a stabilire la sua
egemonia sul Mar Baltico.
I disegni del re di Danimarca, tuttavia, urtarono contro gli interessi delle
città anseatiche, riunite in una lega tanto potente da costringere Valdemaro ad
accettare la Pace di Stralsunda (1370), che confermava ai negozianti tedeschi
del Baltico tutti i loro diritti e le loro franchigie.
La figlia di Valdemaro, Margherita di Danimarca, andò sposa al re di Norvegia e
dopo la morte di questi (e del figlio Olav) poté raccogliere sotto la sua
reggenza i tre regni di Danimarca, Svezia e Norvegia, realizzando l'Unione di
Kalmar (1397-1523). Tale unione non fu però definitiva per il contrasto
esistente tra Danesi e Svedesi, mentre il legame dinastico tra Danimarca e
Norvegia si conservò fino all'Ottocento con una netta preminenza danese.
Per quanto concerne l'Europa orientale, per lungo tempo era stata accettata
la colonizzazione tedesca in Polonia, Boemia e Ungheria, quando si manifestò
sotto varie forme una reazione antigermanica, determinata sia da una risorgente
coscienza slava, sia dall'avversione diffusa in ogni strato sociale contro
l'invadenza economica della borghesia tedesca, sia da motivi di dissidenza
religiosa.
La Polonia ebbe un sovrano di notevole importanza in Casimiro il Grande
(1333-70) ultimo dei Piasti, che promosse una espansione verso nord-est nel
Granducato di Lituania; i suoi successori, la dinastia degli Iagelloni,
regnarono infatti sopra uno Stato derivato dalla fusione della Polonia e
Lituania.
Nel secolo XV, il re Casimiro IV Iagellone (1444-1492) fu impegnato in una lotta
contro i Cavalieri dell'Ordine Teutonico, signori feudali della Prussia e della
Pomerania orientale, conseguendo successi decisivi, in seguito ai quali la bassa
Vistola, compreso il porto di Danzica, venne incorporata nella Polonia (Pace di
Thorn, 1466). Ai Cavalieri teutonici restava la Prussia orientale, in condizione
di vassallaggio; la loro tradizione antislava e antipolacca tuttavia, sarebbe
poi stata raccolta dai margravi tedeschi del Brandeburgo che, agli inizi del
secolo XVII, avrebbero ereditato la Prussia orientale.
Ne1 nuovo grande Stato si svilupparono anche gusti e tendenze intellettuali, che
ebbero i loro centri nella Corte e nell'Università di Cracovia, in cui furono
ospitati dotti umanisti italiani e tedeschi.
In tal modo la Polonia rimase a lungo la potenza marginale dell'Europa verso
l'Oriente russo e asiatico.
La corona di Boemia, attribuita per qualche tempo all'imperatore
Sigismondo, nonostante la violentissima opposizione ussita, passò poi ad un
principe di Casa d'Asburgo, la cui autorità fu nulla. Fu pertanto lasciato
libero campo a Giorgio Podiebrad, che divenne «Amministratore generale del
Regno» e poi ottenne la corona con grande soddisfazione popolare come primo re
nazionale boemo (1458).
La Boemia era agitata da una duplice controversia, politica, rappresentata da
una forte corrente nazionale che si opponeva all'invadenza germanica, e
religiosa, rappresentata da una corrente ussita (cioè dei seguaci di Giovanni
Hus), che rivendicava la propria autonomia nei confronti di Roma e chiedeva che
i Boemi potessero liberamente beneficiare di un rito particolare relativo alla
comunione eucaristica (rito utraquista). Agli occhi del popolo boemo la Chiesa
cattolica e l'Impero erano due poteri collegati e la lotta contro l'uno
significava anche l'indipendenza dall'altra.
Il Podiebrad, esponente di queste forze nazionali, riuscì a mantenere per
qualche tempo la pace all'interno e ad avviare buone relazioni con i paesi
vicini; incorse però poi nell'accusa di eresia e nella scomunica di papa Paolo
II (1465), che gli suscitò contro il vicino re d'Ungheria, Mattia Corvino.
Negli anni seguenti si cercò di venire ad un accordo per la mediazione di
Casimiro di Polonia, ma senza successo, anche perché contro il Podiebrad si
levarono alcuni signori boemi e tedeschi, cattolici, suoi avversari (1467).
Nonostante le rivalità interne, però, le risorse del paese (miniere di argento)
ne conservarono floride le condizioni, permettendo la fioritura di una civiltà
elegante, di transizione tra il Medioevo e il Rinascimento.
Morto il Podiebrad nel 1471, la nobiltà ceca proclamò re Ladislao Iagellone,
figlio di Casimiro IV di Polonia, a patto che garantisse il mantenimento delle
leggi che davano parità di diritti ai cattolici ed agli utraquisti.
Un risultato ugualmente favorevole il re di Polonia l'ottenne nei confronti
dell'Ungheria.
Anche questo regno abitato dai Magiari, popolazione di lontana derivazione
asiatica, era riuscito durante il Medio Evo a crearsi una struttura politica e
una civiltà propria, nonostante la continua pressione germanica.
Il Regno di Ungheria non faceva parte dell'Impero, ma era stato unito alla
Polonia all'epoca di Luigi d'Angiò, dal 1370 al 1382; alla metà del XV secolo
era sotto la reggenza effettiva di Giovanni Hunyadi, valoroso condottiero
cristiano nella guerra contro i Turchi, e alla sua morte il figlio Mattia
Corvino, ancora in giovane età, fu proclamato re (1458-90).
Mattia Corvino seppe svolgere una vigorosa opera contro i Magnati (grande
aristocrazia terriera), che sottopose, con l'appoggio della nobiltà minore, a un
rigoroso controllo e ad un severo regime tributario; si distinse, però, anche
come principe appassionato della cultura e dell'arte umanistica, di cui si fece
protettore e promotore. Seppe anche imporre il rispetto della indipendenza
ungherese agli Austriaci ed agli Ottomani e avrebbe voluto farsi riconoscere
sovrano di Boemia, appoggiandosi alla parte cattolica, ma il suo disegno fallì
per l'intervento di Casimiro di Polonia che sostenne con successo la candidatura
del figlio.
Ai Turchi Mattia Corvino strappò una parte della Bosnia e al debole Ladislao di
Boemia tolse la Moravia. Attaccò anche l'Austria, mentre era imperatore il poco
capace Federico III, occupandone la parte orientale e la stessa Vienna (1485).
Non riuscì, tuttavia, a fondare una dinastia e alla sua morte (1490) il re di
Polonia fu pronto a cogliere l'occasione, proponendo per la successione al trono
ungherese il proprio figlio Alberto. L'alta nobiltà magiara, però, preferì
l'altro Iagellone, Ladislao, già sovrano di Boemia, e lo elesse re (1492).
Non molto tempo dopo, nei primi decenni del secolo XVI, l'Ungheria avrebbe
perduto l'indipendenza, stretta tra il pericolo turco e la preminenza polacca, e
si sarebbe associata all'Austria degli Asburgo.
L'espansione del Principato di Mosca
Alla fine del XV secolo si realizzò l'unificazione delle semibarbare province
centrali russe intorno al Principato di Mosca.
Ivan III il Grande (1462-1505) fu il maggiore artefice di questa opera di
conquista: abbatté prima la Repubblica di Novgorod, nel nord, ormai decaduta
dagli splendori del passato, poi allargò la sua signoria e la sua influenza in
direzione del Mar Nero e del medio Volga.
Nella Russia meridionale si era costituito un dominio tartaro detto Orda d'Oro,
che occupava le terre dal Mar Nero al lago d'Aral. Questo dominio ai primi del
'400 si era suddiviso in vari Khanati; due di essi, quello di Astrakan, presso
il Mar Nero, e quello di Kazan, sul medio Volga, divennero vassalli del principe
di Mosca; un terzo, il Khanato di Crimea, fu invece sottomesso dal Sultano.
Approfittando dei contrasti sorti tra Polacchi e Lituani (dopo la morte di
Casimiro IV) Ivan riuscì ad occupare anche le terre alla sinistra del fiume
Dniepr (1500).
Il despota di Mosca assunse il titolo di Signore (Czar = Caesar)
di tutte le Russie, sposò una principessa bizantina, Zoe, erede dei Paleologi di
Morea, e chiamò presso la sua corte numerosi artisti e artigiani bizantini e
italiani, che lasciarono un'impronta della loro opera nelle sontuose costruzioni
del Cremlino.
Nell'insieme però, col trasferimento della preponderanza da Kiew a Mosca, si
accentuò il carattere asiatico dei principati russi.
Moventi economici e psicologici dei viaggi oceanici
viaggi e scoperte geografiche
L'economia dei nuovi regni
L'esistenza di forti monarchie,
che avevano posto a sostegno del proprio regime l'alleanza col capitalismo
borghese, ebbe le sue immediate ripercussioni in campo economico.
Le condizioni
interne di pace e di salda amministrazione garantivano anzitutto una maggior
sicurezza delle strade, sottratte alle insidie dei soldati sbandati e dei
piccoli nobili affamati e predatori; il traffico, dopo i turbamenti prodotti
dalla guerra nella prima metà del secolo, riprese e si intensificò, sollecitato
dall'aumento della popolazione e dal bisogno di maggior lusso e comodità sentito
dalle classi medie non meno che dall'aristocrazia.
Fu cura di taluni sovrani,
come Luigi XI, Enrico VII, Ferdinando il Cattolico, assicurare una buona
viabilità entro il loro regno, creare servizi regolari di corrieri, ricostruire
ponti semidistrutti e luoghi di posta o di asilo per i viaggiatori: da questi
governi di tendenze assolutistiche e centralizzate la rapidità delle
comunicazioni era considerata uno strumento essenziale per controllare
politicamente l'intero paese, eliminando le zone franche, irraggiungibili e
perciò al di fuori della giurisdizione regia.
Il ritorno ad una relativa pace,
sicurezza e prosperità nei regni dell'Occidente europeo, Francia, Inghilterra e
Spagna, e per riflesso anche in Italia e nell'Impero, spinse ad intensificare le iniziative nel commercio e nell'industria.
L'economia, nelle sue due
forme della produzione e dello scambio, apparve come un fatto non più limitato ad
una città o ad una regione, ma una questione di importanza nazionale e, di conseguenza, tale
da avere il suo peso nei rapporti tra Stato e Stato. I sovrani cominciarono a
preoccuparsi della bilancia commerciale, della quantità d'oro e d'argento che
usciva dalle frontiere per l'acquisto di materie prime straniere e della
quantità che ne entrava per la vendita dei propri prodotti, e cercarono (con
provvedimenti spesso occasionali e provvisori) di controllare, favorire e
proteggere il lavoro degli opifici nazionali, modificando, quando fosse
opportuno, gli statuti delle corporazioni artigiane, incoraggiando le invenzioni
e concedendo privilegi e brevetti.
Tale forma di incipiente protezionismo doveva assicurare al fisco un più
abbondante afflusso di denaro, richiesto per far fronte alle grandi spese che la
monarchia si assumeva armando grossi eserciti e organizzando la numerosa
burocrazia necessaria per l'amministrazione delle province e per lo svolgimento
della corte.
Per coprire le spese divenne necessario trovare nuove fonti d'entrata,
sfruttando con maggiore intensità le capacità produttive del paese.
In questa linea di condotta sono da riconoscere le iniziative, ad esempio,
dei primi Tudor in Inghilterra, i quali impressero una spinta decisiva
alla trasformazione economica dell'isola, che divenne, da paese produttore di
lana grezza destinata agli opifici di Fiandra e d'Italia, paese produttore ed
esportatore di stoffe. Volta al medesimo fine, fu imposta una limitazione
all'acquisto dei vini francesi che, per un'ordinanza di Enrico VII, poterono
essere importati solo su navi inglesi o irlandesi.
Non diversamente, d'altronde, si comportò Luigi XI di Francia che, per
combattere il monopolio che gli Italiani di Lombardia e Toscana detenevano
nel campo serico, fece sorgere a Lione e poi a Tours nuovi setifici,
incoraggiando ovunque la coltivazione del gelso.
Anche i re castigliani si adoperarono, con minor successo però, per proteggere e
conservare efficienti le manifatture di seta, che i Mori, emigrati a causa delle
persecuzioni religiose, avevano abbandonato in Andalusia.
Le correnti commerciali europee
Poiché, tuttavia, nessuno Stato poteva ragionevolmente conservare una
economia chiusa ed autarchica, se non col rischio di vedersi rapidamente
sorpassato nella qualità e quantità dei prodotti dagli Stati vicini, il nuovo
orientamento dato all'economia dai governi monarchici dell'Occidente non
ostacolò e talora favorì l'aumento del volume degli scambi in tutta Europa.
Agli inizi del Cinquecento, i prodotti di maggior uso e pertanto più
frequentemente oggetto di scambi commerciali erano:
- i cereali, che talune regioni come la Sicilia, l'Impero ottomano e i Paesi
baltici esportavano nelle località più densamente popolate come il nord della
Francia e i Paesi Bassi;
- il lino, la canapa, il legname da costruzione prodotti in Russia, Pomerania e
Paesi scandinavi e trasportati per via di mare dal Baltico ai porti inglesi,
olandesi e francesi;
- il sale delle miniere austriache, delle lagune venete, della foce del Rodano
e delle paludi salate di Bretagna, che era richiesto in ogni luogo, ma
particolarmente nel Nord per la salatura del pesce e l'allevamento del bestiame;
- la lana prodotta in Inghilterra e nella Castiglia;
- la seta grezza prodotta in Italia e in Francia, non però in grande quantità,
poiché per la maggior parte veniva dal Levante;
- i vini di Francia;
- l'allume, un prodotto essenziale per l'industria tessile, che nel passato
proveniva dall'Asia minore, ma, dopo l'occupazione turca, era stato scoperto in
consistenti giacimenti presso Civitavecchia e nel Regno di Napoli, dando origine
a una società per lo sfruttamento, costituita sotto la protezione papale, che,
dopo un accordo col re di Napoli (1470) inteso ad eliminare i pericoli di una
dannosa concorrenza, ne deteneva il monopolio in Europa.
Il dilatato volume degli scambi produsse immediatamente un assorbimento della
scarsa quantità di denaro in circolazione; pertanto, mentre i prezzi dei generi
di commercio restavano bassi, crebbe il valore dei metalli atti al conio delle
monete. Oro e argento, peraltro, erano impiegati in larga misura anche nella
fabbricazione di oggetti d'arte, di vasellame per uso sacro e profano secondo il
raffinato costume del tempo; il rame, poi, trovava largo impiego
nell'artiglieria (i cannoni erano di bronzo, lega di rame e stagno), la nuova
formidabile arma degli eserciti moderni.
La ricerca di questi metalli si fece allora sempre più intensa e quasi
affannosa: le vecchie miniere europee, talora inattive fin dall'età romana,
furono rimesse in funzione e in ogni paese, ma specialmente nel centro
dell'Europa, risorse e si sviluppò l'industria mineraria.
La Spagna valorizzava i suoi giacimenti di rame e di argento, la Francia quelli
di ferro; nel Tirolo, in Sassonia, in Boemia e Ungheria si ricercavano l'argento
e l'oro. Questa rinata attività mineraria fece in talune località, come in
Austria a vantaggio degli Asburgo, la fortuna della nobiltà feudale che su terre
e miniere possedeva diritti di regalia, ma più frequentemente concorse ad
arricchire grosse famiglie borghesi che, disponendo dei capitali necessari allo
sfruttamento delle miniere, li concedevano in prestito ai principi, traendone
una forte percentuale di guadagno proporzionata alla quantità del materiale
estratto, salvo poi non assumevano direttamente l'appalto dei lavori di scavo.
In questo modo, infatti, agirono i Fugger, in origine tessitori di Augusta, poi
commercianti di spezie a Venezia e infine banchieri dell'imperatore Carlo V e
appaltatori di miniere; così avvenne per i Thurzo d'Ungheria, che seppero trarre
larghi vantaggi finanziari dall'impiego di nuovi congegni meccanici, da essi
adottati per prosciugare l'acqua dai pozzi minerari e rimetterli in uso.
Conseguentemente al riattivarsi delle miniere, si sviluppò l'industria
siderurgica; per la lavorazione dei metalli si cominciò ad usare in piccola
misura nelle fucine di fusione il carbone come combustibile e s'introdussero
procedimenti nuovi per separare il metallo dal minerale inutilizzabile.
La viva speranza di trovare giacimenti di metallo, specialmente d'oro e d'argento, ben più ricchi di quelli esistenti nel sottosuolo europeo, fu tuttavia tra gli impulsi psicologici che più vigorosamente sollecitarono a compiere le spedizioni oltreoceano.
Le cause economiche e morali dei viaggi oltreoceano
La speranza di trovare nuovi depositi di metalli preziosi e la necessità di giungere ai paesi produttori delle spezie, eludendo il monopolio veneto-egiziano, furono i principali moventi di quella audace e fortunata serie di viaggi oceanici, che contrassegnò gli ultimi decenni del XV secolo e l'inizio del XVI.
Le "spezie" (dal latino species: pepe, zenzero, cannella,
garofano, aromi, noce moscata, oppio, aloe) e le altre merci esotiche (sete
fini, cotone, zucchero, resine, coloranti, legni pregiati e pietre rare) erano
cercate e pagate a peso d'oro sui mercati europei per le esigenze dell'industria
tessile, della farmacopea, dell'arte di confezionare cibi e medicine e di
soddisfare le ambizioni del ceto aristocratico.
Questi prodotti rari venivano dal lontano Oriente, dal Catai, dalle isole della
Sonda, dalle Molucche, da Celebes, dalla penisola di Malacca; di là venivano
trasportati ai luoghi di raccolta, ai mercati della costa indiana del Malabar,
dove venivano depositati sotto la protezione dei piccoli sultani locali. Poi gli
Arabi, con le loro flottiglie e approfittando dei venti periodici, portavano i
preziosi carichi attraverso l'Oceano Indiano al Mar Rosso e al Golfo Persico.
Giunti alla foce dell'Eufrate o all'istmo di Suez il viaggio proseguiva per via
di terra e sui fiumi, fino a giungere ai porti dell'Anatolia, della Siria o
dell'Egitto. Qui attendevano i mercanti europei, in gran maggioranza italiani:
veneziani, pisani, genovesi, fiorentini. Per lungo tempo la reciproca
concorrenza tra questi, cui si aggiungevano anche i catalani, aveva posto un
freno al rialzo dei prezzi, ma poi, a poco a poco, ogni concorrenza era stata
vinta dai mercanti veneziani; ultima a cedere era stata Genova che, perdute le
basi e i fondachi nel Mar Nero per l'avanzata ottomana, impiegava il proprio
naviglio nel trasporto di merci dal Mediterraneo alle coste atlantiche
dell'Europa, fino ai porti inglesi e olandesi.
Caduta Costantinopoli, il traffico veneziano era stato convogliato ai porti
ancora liberi di Beirut in Siria e di Alessandria in Egitto, e si era così
formato un insuperabile blocco commerciale veneto-egizio.
Per spezzare questo blocco, sovrani, mercanti e marinai dei paesi europei
bagnati dall'Atlantico, in primo luogo il Portogallo, concepirono il disegno di
raggiungere direttamente per via di mare e senza interruzione i luoghi stessi di
origine delle tanto ambite spezie.
La via più breve e più sicura per raggiungere la meta era, date le cognizioni
geografiche del tempo, quella di costeggiare il continente africano finché si
fosse offerta la possibilità di virare verso oriente, mentre soltanto per un
felice errore di calcolo fu scelta da Colombo la via dell'occidente, che lo
portò ad attraversare per intero l'Oceano Atlantico.
Le cause economiche non furono però le sole a promuovere i viaggi oceanici, a
spingere all'esplorazione delle coste dell'Africa Occidentale, tentando di
risalirne il corso dei fiumi.
Tutto il fenomeno dei viaggi e delle esplorazioni va visto anche come
manifestazione di quella frenesia, di quell'irrequieto bisogno di ricerca, di
indagine e di scoperte che si manifestava in ogni campo della vita
umanistico-rinascimentale; non si possono poi neppure trascurare i motivi di
carattere spiccatamente religioso che spingevano taluni uomini di elevata
coscienza a prendere contatto con le popolazioni indigene di luoghi non
conosciuti nel passato, agendo: in essi il desiderio di portare il Vangelo alle
genti pagane, in modo tale che anche ad esse fosse concessa la possibilità di
ottenere la salvezza spirituale.
Tale ultimo scopo ebbe il suo peso, non lieve, nell'organizzazione dei primi
viaggi, particolarmente sentito dai navigatori spagnoli per l'incarico
espressamente avuto dai loro sovrani, i Re Cattolici.
Al felice successo di tali viaggi concorsero infine ragioni politiche e tecniche: le prime consistettero nel fatto che le nuove monarchie nazionali fecero propri i progetti dei geografi, dei marinai e della borghesia commerciale, come parte del loro programma di espansione e di conquista, e ne resero possibile l'esecuzione allestendo flottiglie, fornendo denaro, concedendo privilegi e diritti di priorità e, dopo i risultati incoraggianti dei primi viaggi, assicurando con la forza militare le occupazioni territoriali effettuate; la ragione tecnica fu invece data dai progressi compiuti nell'arte della navigazione (alle grandi galeazze a remi si venivano sostituendo le più piccole, ma più robuste caravelle, che offrivano il vantaggio della trazione eolica consentendo un enorme alleggerimento del carico di vettovagliamenti necessari per gli equipaggi di rematori; uso della bussola, dell'astrolabio e del quadrante, perfezionamento del timone e della velatura) e della scienza cartografica, per merito di geografi in gran parte italiani, tedeschi ed ebrei, che calcolarono le distanze e disegnarono carte nautiche o globi con le approssimative misure e dimensioni della Terra.
Portoghesi e spagnoli: la circumnavigazione dell'Africa e la scoperta dell'America
Le prime navigazioni e le grandi scoperte
Tra i grandi precursori dei navigatori oceanici furono i genovesi Ugolino e
Vallino Vivaldi, periti nel tentativo di superare le isole Canarie (1291).
Il merito di aver esplorato sistematicamente la costa occidentale africana
penetrando anche verso l'interno, fu però dei Portoghesi, incoraggiati e
protetti dai loro sovrani, soprattutto da Giovanni I d'Avis (1383-1433) e dal
figlio cadetto Enrico il Navigatore (1394-1460).
L'isola di Madera, le Canarie e le Azzorre furono le prime tappe (1418-1431);
poi furono superati il Capo Bianco e il Capo Verde (raggiunto da navigatori
italiani al servizio del Portogallo: il genovese Antoniotto Usodimare e il
veneziano Alvise Ca' da Mosto), fu attraversato il Golfo di Guinea e, intorno al
1470, oltrepassata la linea dell'Equatore.
I limiti dell'altro emisfero erano stati raggiunti e un nuovo cielo e nuove
stelle guidavano i naviganti.
Nelle prime esplorazioni verso l'interno della Mauritania si erano trovate
piccole quantità di polvere d'oro che avevano incoraggiato a proseguire; alcune
spedizioni genovesi, risalendo il Niger od esplorando il Sahara, avevano
riportato in patria oro, pelli e avorio.
Finalmente, nel 1486 o 1487, Bartolomeo Diaz doppiava la estrema punta
meridionale del continente africano, il Capo delle Tempeste, e si avventurava in
mare aperto verso oriente, verso il paese delle spezie. Contemporaneamente altri
esploratori discendevano il Mar Rosso penetrando in Etiopia, dove si diceva
esistesse un misterioso regno cristiano, quello di "prete Gianni", che avrebbe
dato forse man forte nella lotta contro i musulmani e favorito il collegamento
con le località raggiunte per via oceanica.
Nel maggio del 1498 la meta principale veniva raggiunta: Vasco de Gama, spagnolo
al servizio del Portogallo, partito con quattro navi, superava il Capo delle
Tempeste, ormai chiamato per felice augurio Capo di Buona Speranza, e
raggiungeva col soccorso di piloti indigeni le coste occidentali dell'India,
gettando l'ancora a Calicut, nel Malabar. Qui trovava le città costiere
brulicanti di mercanti indù, persiani, ebrei e musulmani, che esercitavano il
commercio delle spezie e, nonostante le insidie tesegli da mercanti arabi, con
un prezioso carico poteva ritornare a Lisbona dopo due anni e mezzo di
navigazione.
Nel frattempo, però, a favore degli Spagnoli, era stata tentata con risultati
sorprendenti la via dell'occidente.
La possibilità di raggiungere l'estrema Asia attraversando da est a ovest
l'Oceano Atlantico era stata variamente prospettata; questo progetto si fondava
su un presupposto esatto, che la terra fosse rotonda, e due errati, che la
distanza tra l'Europa e l'Asia, procedendo verso occidente, fosse assai minore
di quanto in realtà non sia e che non vi si frapponesse alcun'altra terra. Tale
via fu perseguita dal navigatore italiano Cristoforo Colombo (1451-1506).
Figlio di un tessitore genovese e marinaio fin dalla giovane età, Colombo ebbe
il suggerimento a compiere tale viaggio forse da una lettera di Paolo Toscanelli,
in cui il cartografo fiorentino esponeva ad un canonico portoghese l'ipotesi che
si potesse trovare una rotta marittima per il paese delle spezie più breve di
quella percorsa dai Portoghesi lungo il Golfo di Guinea. Certamente egli ebbe
conoscenza dell'opera intitolata Imago Mundi di Pierre d'Ailly, in cui
tuttavia, accettata la sfericità della Terra, era riprodotto un antico errore di
calcolo, che stimava la distanza da Lisbona alla costa indiana, verso oriente,
di 225 gradi invece di 180 e quindi riduceva di molto la rimanente distanza tra
Lisbona e la costa asiatica, procedendo verso occidente, attraverso l'oceano.
Per compiere l'impresa occorrevano i mezzi finanziari; dopo aver cercato
inutilmente, tramite il fratello Bartolomeo, di convincere il sovrano
portoghese, Colombo si rivolse ai Re Cattolici, allora impegnati nell'attacco a
Granata (1491). Isabella di Castiglia concedette l'autorizzazione ad armare tre
caravelle, navi solide e adatte a reggere alle grandi ondate oceaniche, e così,
grazie ai fratelli Pinzon di Palos, armatori del naviglio impiegato, da questa
città si levarono le ancore il 3 agosto 1492.
Ai primi di settembre, lasciate dietro di sé le isole Canarie, Colombo volse la
rotta decisamente verso ovest, seguendo all'incirca la linea del Tropico del
Cancro. Il 12 ottobre dello stesso anno 1492 egli toccò terra in un'isoletta
delle Bahama, che fu chiamata S. Salvador; in seguito raggiunse anche Haiti,
detta Hispaniola (Piccola Spagna).
Il ritorno avvenne nella primavera dell'anno successivo, salutato come una
grande vittoria in Spagna, mentre si vedeva con crescente preoccupazione il
costituirsi di un traffico commerciale per l'Oriente tenuto interamente dai
Portoghesi.
Lo scopritore, come riferì nel suo Giornale di bordo, era convinto di aver
toccato un'isola antistante al Giappone e la stessa convinzione si diffuse in
Europa. In seguito, tuttavia, grazie alle successive spedizioni di Colombo, che
aveva avuto il titolo di Ammiraglio e Governatore delle Indie, e di altri, ci si
rese conto che non il paese delle spezie era stato raggiunto, ma una terra
sconosciuta, che sembrava offrire poche ricchezze in oro e in altri prodotti,
costituendo anzi un ostacolo al raggiungimento del vero obiettivo.
Il disappunto si riversò sullo sfortunato navigatore, che nella seconda
spedizione (1493-95) aveva esplorato le Grandi e le Piccole Antille, e che
durante la terza (1498-99) fu destituito dalla sua carica e per qualche tempo
incarcerato.
Poi, Colombo riprese il mare per un ultimo viaggio, il quarto (1502), e dovette
convincersi di aver fallito la meta e di essere approdato ad una terra nuova.
La sua vita si chiuse tristemente nel 1506.
Il nome America al "Mondo Nuovo", venne in uso dopo che fu impiegato in un
trattato cosmografico del tedesco Martino Waldseemüller,
dal nome di Amerigo Vespucci, fiorentino prima al servizio di Colombo e poi
autore di due viaggi (1499-1500; 1501-1502) in cui aveva toccato le coste
dell'America meridionale.
Per garantire alla Corona di Spagna il possesso esclusivo delle nuove terre
contro eventuali spedizioni portoghesi, Ferdinando il Cattolico chiese
l'arbitrato del papa Alessandro VI ed ottenne che si fissasse una linea di
demarcazione a 270 leghe ad ovest dell'ultima delle Azzorre: le terre scoperte o
da scoprire a occidente di quella linea spettavano alla Spagna, quelle a oriente
al Portogallo (Trattato di Tordesillas, 1494).
Naturalmente tale spartizione a due del mondo coloniale non fu accettata dagli
altri sovrani. Intanto però essa servì, per una fortunosa vicenda, ad assicurare
al Portogallo il possesso dell'immensa terra del Brasile. Infatti, nell'anno
1500, Pedro Alvarez Cabràl, mentre era diretto con navi portoghesi verso il Capo
di buona Speranza, fu deviato dai venti verso occidente e venne ad approdare
sulle coste di quella che chiamò l'isola del Brasile dal nome di una pianta
tintoria, il legno brasil, che vi aveva trovato, ma che in realtà era una
parte dell'America meridionale.
Secondo le clausole del trattato di Tordesillas la nuova terra, non
essendo al di là della linea di demarcazione, fu considerata portoghese.
Presto però nel duello spagnolo-portoghese per il dominio delle rotte
marittime intervennero altri Stati europei, l'Inghilterra e la Francia.
Importanza decisiva ebbero allora i viaggi dell'italiano Giovanni Caboto, che al
comando di una nave inglese raggiunse nel 1497 le coste dell'America
settentrionale, nel Labrador o nella Terranova.
Il clima di quelle terre era rigido e non vi apparivano tracce di metalli
preziosi o di spezie, contro le speranze dei mercanti di Bristol e di Londra
fautori della spedizione, ma era stata aperta alla penetrazione europea anche
l'America settentrionale e il Canadà, verso cui si orientarono le correnti di
emigrazione e colonizzazione inglesi e francesi.
La formazione dell'impero commerciale portoghese; l'amministrazione spagnola in America
Nei primi due decenni del Cinquecento, infine, furono condotte altre
importanti esplorazioni: la prima, quella di Vasco de Balboa che, entrato nel
golfo di Darien, attraversò l'istmo di Panama, giungendo al cospetto del "mare
del Sud" (1512), l'oceano Pacifico.
In base a questo rilevamento, Ferdinando Magellano (Magalhaes), nobile
portoghese non privo di solide nozioni scientifiche sulle dimensioni della Terra
e sulle condizioni degli oceani, riprese il disegno di circumnavigazione del
globo, ipotizzando la circumnavigazione dell'America meridionale.
Il suo disegno, respinto dal re Emanuele I del Portogallo, fu invece accolto da
Carlo V di Spagna, che ne finanziò l'impresa.
Partito nel settembre del 1519, Magellano scoprì il passaggio tra l'estremità
meridionale della Patagonia e la Terra del Fuoco, e proseguendo la navigazione
attraverso l'oceano, che fu chiamato Pacifico, giunse alle Isole Filippine.
Magellano fu ucciso nell'isola di Matan durante una guerriglia di indigeni, ma i
suoi compagni proseguirono, toccando le Molucche e le altre isole delle spezie.
Poi alcuni di essi, ritornati verso il Pacifico, naufragarono, altri invece,
imbarcati sulla nave Vittoria, proseguendo per il Capo, poterono rientrare a
Siviglia nel 1522, tra essi il nobile vicentino Antonio Pigafetta, che scrisse
la cronaca dello straordinario viaggio.
La prima colonizzazione europea
L'apertura della via del Capo portò un durissimo colpo al monopolio
veneto-egiziano delle spezie.
I Veneziani cercarono di reagire facendo convergere il traffico su Alessandria
d'Egitto, che rimase il loro grande emporio anche dopo che i Turchi ebbero
occupato questa parte dell'Africa (1516), ma la via Mar Rosso-Alessandria era
molto più costosa di quella oceanica: bisognava infatti perdere tempo per
aspettare i monsoni favorevoli, poi affrontare la navigazione nel Mar Rosso,
irto di scogli, che presentava non pochi rischi anche per le piccole
imbarcazioni usate dagli Arabi; occorreva trasbordare i carichi da Suez al
Cairo, farli procedere sul Nilo con barche e compiere infine un nuovo trasbordo
per raggiungere Alessandria o Beirut.
Presto ci si accorse che sul mercato di Lisbona le spezie venivano a costare
molto meno che a Venezia.
La sorte della Serenissima e del commercio mediterraneo era segnata, in quanto
l'unica possibilità di sostenere la concorrenza portoghese, sarebbe stata quella
di procedere al taglio dell'istmo di Suez, eventualità che a Venezia fu
attentamente studiata, ma che l'occupazione turca dell'Egitto fece svanire.
Nel frattempo i Portoghesi occupavano tutti i luoghi strategicamente e
commercialmente importanti che incontravano sulla via delle Indie.
La nuova rotta fu in breve costellata di scali, fortini e depositi. Varie
spedizioni armate ripercorsero la rotta tracciata da Vasco de Gama, cosicché a
poco a poco l'isolotto di Socotra all'ingresso del Golfo di Aden, la località di
Ormuz all'inizio del Golfo Persico, Goa sulla costa indiana, Malacca presso
l'odierna Singapore, ed altre località della Guinea, della regione del Capo di
Buona Speranza e del Madagascar furono occupate e fortificate.
Di lì i Portoghesi ingaggiavano battaglia con le navi arabe che commerciavano
con i Veneziani, impedendo ad esse di accedere al Mar Rosso e al Golfo Persico.
Trattamento simile, essi riservarono alle città costiere dell'India, i cui
principi si rifiutavano di offrire loro buone condizioni di commercio. I
Portoghesi, sotto il comando degli ammiragli Francesco de Almeida e
Alfonso de Albuquerque, giunsero a impegnare vere e proprie battaglie navali,
come nel 1509 quando distrussero presso Diu, a nord di Bombay, una flotta
allestita di comune accordo dal governo veneto e da quello egiziano.
L'Albuquerque, in qualità di Vicerè (1512-15), inviò poi navi da Goa, sua
residenza, nelle Molucche, a Giava ed a Sumatra, e prese contatto coi mercanti
cinesi, favorendo la penetrazione commerciale nella Cina e nel Siam.
Diverso criterio di insediamento seguì la Spagna nel formare il proprio
impero coloniale.
Essa operò una conquista metodica delle Antille e poi della terraferma nella
parte centrale e meridionale del nuovo continente.
In generale non si può affermare che gli insediamenti umani fossero cospicui:
allora come oggi, vastissime zone interne, soprattutto nell'America meridionale,
non conoscevano affatto o quasi la presenza dell'uomo.
Già negli anni immediatamente successivi ai viaggi di scoperta, appena si era
intravista la possibilità di sfruttare in qualche modo le nuove terre, vi erano
stati inviati numerosi soldati, artigiani e contadini. Ad Haiti (Hispaniola)
si introdusse una specie di feudalesimo, poiché lotti di terreno furono
assegnati a soldati, per curarne lo sfruttamento e abituare al lavoro gli
indigeni, che si dimostravano indolenti. In cambio gli indios ricevevano
protezione, nutrimento e vesti.
Conquistatori e coloni europei tuttavia si trovarono con loro stupore a contatto
con popolazioni indigene che avevano una loro cultura ora primitiva, come nelle
isole caraibiche, ora sviluppata e complessa, come nel Messico degli Aztechi o nel Perù degli Incas. Animati però dalla convinzione di
essere giunti in terre ricche di metalli preziosi, essi si preoccuparono
soltanto di
reperire e rastrellare oro e argento, ricorrendo senza scrupoli alla violenza e
all'eccidio.
I metodi violenti furono prima sperimentati nelle isole del mar Caraibico, poi,
dal 1518, sul continente: Fernando Cortés, sbarcato con qualche centinaio di
uomini sulle coste messicane, intraprese quella leggendaria impresa che lo portò
nel giro di pochi anni a impadronirsi di un territorio immenso, il Messico,
allora, a quanto pare, abitato da circa 25 milioni di uomini. Era quello il
dominio degli Aztechi, popolo di conquistatori venuti dal Nord, e che
intorno al XII secolo della nostra era avevano soppiantato i Maya e la
loro civiltà. Nel 1520 Cortés e i suoi divennero padroni del Messico e nel
decennio seguente la conquista fu completata annettendo alla sovranità spagnola
un milione e mezzo di chilometri quadrati di terre dall'istmo di Panama fino
alle zone desertiche del Messico settentrionale.
Dopo il 1530 si ebbe la seconda grande fase di conquista, che ebbe per oggetto
l'espansione lungo le coste del Pacifico e particolarmente il Perù. Qui
dominavano gli Incas che, al pari e forse più degli Aztechi messicani, avevano raggiunto un alto grado di civiltà e una robusta
organizzazione sociale e politica.
Bastarono le voci relative alle ricchezze di questo Paese a indurre una
spedizione di avventurieri spagnoli guidati da Francisco Pizarro a tentarne la
conquista. Profittando del vantaggio imprevisto di discordie interne che
laceravano in quel momento l'Impero degli Incas, Pizarro ripeté il
successo di Cortés nel Messico. Tra il 1532 e il 1535 gli spagnoli divennero
padroni del Paese, inaugurando un'età di distruzioni, di saccheggi, di
sfruttamento inauditi.
Ai lavori più faticosi e nelle miniere furono poi impiegati, fin dal principio
del secolo XVI, i negri, trasportati dall'Africa da società private che
ottenevano dal governo il riconoscimento (detto asiento) di tale traffico
disumano.
Ogni colonia era retta da un Governatore (e tenne tale carica anche un figlio di
Colombo, Diego), da cui dipendevano altri funzionari; ogni governatore a sua
volta era posto sotto il controllo del Consiglio delle Indie, che aveva sede a
Madrid.
Carlo VIII: la preparazione e la discesa in Italia
le lotte per il predominio in italia
La crisi politica italiana alla fine del secolo XV
Le rivalità incessanti tra gli Stati italiani, la mancanza di una coscienza
unitaria, il sistema delle leghe per l'equilibrio che aveva impedito ad uno
qualsiasi degli Stati della Penisola di compiere una funzione unificatrice,
l'atmosfera di diffidenza e di reciproco sospetto creata dal gioco delle
diplomazie e dei patti segreti furono le condizioni che resero possibile
l'instaurazione del predominio straniero in Italia tra la fine del secolo XV e
l'inizio del secolo XVI.
La crisi si determinò quando, nell'ultimo decennio del secolo XV, la situazione
politica italiana venne a coincidere con l'aprirsi di una fase espansionistica
francese e spagnola.
Nell'aprile del 1492 era morto, a quarantaquattro anni, Lorenzo, il
Magnifico, signore di Firenze.
Nello stesso anno, nel mese di agosto, fu eletto papa, col nome di Alessandro VI,
il cardinale spagnolo Rodrigo Borgia (1492-1503), promotore, per il suo
desiderio di creare uno Stato al figlio Cesare, di una diretta intesa con la
monarchia francese.
Contemporaneamente si verificò uno spostamento nelle alleanze tradizionali:
Ludovico il Moro, desideroso di liberarsi del nipote Gian Galeazzo Sforza, che
era il signore legittimo del Ducato di Milano, ruppe l'amicizia con i sovrani di
Napoli (re Ferrante fino al 1494 e poi il figlio Alfonso II) coi quali il duca
Gian Galeazzo era imparentato, avendo sposato Isabella, figlia di Alfonso.
Rottasi l'alleanza Milano-Firenze-Napoli, che era stata l'asse dell'equilibrio
italiano nella seconda metà del Quattrocento, si ebbe un avvicinamento di
Venezia a Milano, dal momento che la città marinara, impegnata contro i Turchi,
non sembrava più in grado di allargarsi verso il territorio milanese e questo
fatto eliminava il principale motivo di antagonismo tra i due Stati.
Il papa Alessandro VI, a sua volta, si accostò a Ludovico il Moro e a Venezia,
stabilendo con essi una lega che per diversi motivi aveva un carattere
nettamente ostile agli Aragonesi di Napoli:
- per l'inimicizia già accennata tra Lodovico il Moro e gli Aragonesi,
- per il contrasto tra Venezia e Napoli (la Serenissima possedeva alcuni scali
portuali nelle Puglie),
- per gli incerti rapporti tra il papa e il re di Napoli, dovuti al fatto che
Rodrigo Borgia era stato eletto pontefice contro la volontà di re Ferrante.
Sul Regno di Napoli potevano vantare diritti sia il sovrano spagnolo
Ferdinando il Cattolico, che apparteneva alla stessa famiglia aragonese del
cugino Ferrante, sia il re di Francia Carlo VIII, succeduto a Luigi XI nel 1483,
che aveva raccolto le pretese dinastiche degli Angiò, famiglia estintasi da poco
tempo.
Mentre però Ferdinando il Cattolico era impegnato ancora nell'assedio di Granada, Carlo VIII era libero da impegni sul territorio nazionale, dopo che
le guerre del padre Luigi XI avevano distrutto la potenza della Casa di
Borgogna, e poteva contare, per una spedizione in Italia, sulla favorevole
accoglienza della Lega antiaragonese e dei baroni napoletani.
Il giovane re di Francia, pertanto, appena uscito di minorità nel 1491,
intraprese la prima spedizione straniera nell'Italia del Rinascimento,
spedizione che, sebbene non ottenesse risultati durevoli, tuttavia aprì la
strada a successive invasioni.
La spedizione di Carlo VIII
Dalla discesa in Italia Carlo VIII si riprometteva grandi cose, ma aveva
concepito disegni superiori alle sue capacità: obiettivo immediato sarebbe stato
certamente la conquista del Regno di Napoli, ma poi, a partire di lì, egli si
sarebbe imbarcato per compiere una nuova grande crociata nel Vicino Oriente, a
Gerusalemme o a Costantinopoli.
Voleva condurre una guerra di prestigio più conforme alla tradizione angioina
(che dal XIII secolo in poi aveva mirato ad ottenere un primato nel Mediterraneo
centro-orientale) che alle direttive nazionali seguite dai Valois, Carlo VII e
Luigi XI; per realizzare i suoi intenti egli disponeva di larghe risorse
finanziarie, tra cui i consistenti prestiti ottenuti dai banchieri di Lione, e
di un solido esercito.
Prima di intraprendere la guerra, Carlo VIII volle assicurarsi contro
eventuali tentativi di aggressione alle frontiere francesi, concludendo con gli
Stati confinanti alcuni importanti trattati, che sono tra i primi della storia
diplomatica europea:
- con il Trattato di Étaples (1492), si assicurò anzitutto la neutralità di
Enrico VII d'Inghilterra, mediante il pagamento di un'ingente somma di denaro;
- con il Trattato di Barcellona si accordò con Ferdinando il Cattolico di
Spagna, a cui cedette le provincie pireneiche del Rossiglione e della Cerdagna;
- con il Trattato di Senlis (1493), infine, riconobbe a Massimiliano d'Austria,
sposo di Maria di Borgogna, il possesso dell'Artois e della Franca Contea (parte
dell'eredità di Maria che era oggetto di contesa tra Francia e Impero).
Dall'Italia Ludovico il Moro sollecitava la venuta dei Francesi poiché il
momento sembrava particolarmente favorevole. Nel gennaio del 1494, infatti, era
morto Ferdinando I (Ferrante) e sul trono di Napoli gli era successo il figlio
Alfonso II, inviso alla nobiltà napoletana, capeggiata da Antonello Sanseverino,
principe di Salerno.
Da Lione, dove l'esercito francese si era riunito nell'autunno del 1494, Carlo
VIII valicando il Monginevro raggiunse i possessi dei Savoia, suoi alleati, poi
proseguì rapidamente per Pavia, dove lo venne ad incontrare Ludovico il Moro.
Pochi giorni dopo, la morte di Gian Galeazzo Sforza, che faceva sorgere il
sospetto di avvelenamento, permetteva a Ludovico di farsi riconoscere come duca
di Milano.
Quasi ovunque le accoglienze fatte ai Francesi furono favorevoli: mentre però a
Pisa, Carlo VIII fu accolto come un liberatore, più fredda e quasi ostile si
dimostrò invece Firenze, dove la signoria di Piero II era stata abbattuta per il
contegno incerto e remissivo dimostrato dal Medici e un governo repubblicano, in
cui si distinse il nobile Pier Capponi, controllava la città, mentre si
sviluppava l'azione politico-religiosa del frate domenicano Gerolamo Savonarola
(costui, sentendosi investito della missione di sanare la corruzione pagana
della Firenze medicea, nelle sue appassionate prediche si mostrava favorevole
alla venuta del re di Francia che, quale inviato della provvidenza, avrebbe
fatto cessare lo, scandalo del malcostume; il frate nutriva la speranza che
Carlo VIII avrebbe convocato un concilio per far deporre Alessandro VI,
giudicato simoniaco e causa prima della decadenza morale della Chiesa romana).
Proseguendo nella sua facile marcia, Carlo giungeva in breve tempo a Roma (fine
di dicembre), mentre i Colonna, suoi alleati, occupavano Ostia e la fazione
degli Orsini, a lui avversa, si sbandava. Il pontefice, dal canto suo,
rifugiatosi in Castel S. Angelo, la poderosa rocca presso il Tevere appena
ricostruita, riusciva ad eludere la richiesta del re di Francia di ottenere una
regolare investitura dalla Chiesa prima di intraprendere la conquista del Regno
di Napoli.
Il re lasciò presto Roma, dirigendosi velocemente verso Napoli e il 22 febbraio
1495 entrava nella capitale aragonese senza colpo ferire, mentre la fatica
maggiore della «conquista», si disse, fu per i francesi quella di segnare col
gesso gli alloggiamenti dei soldati.
Alfonso II aveva preferito abdicare in favore del figlio Ferdinando II detto
Ferrandino, che mantenne viva la resistenza fortificandosi nell'isola d'Ischia.
In breve il soggiorno dei Francesi a Napoli provocò malcontento e desiderio di
rivolta. I baroni furono delusi nelle loro ambiziose speranze ed il popolo, tra
gli altri guai, ebbe anche un notevole aggravio fiscale.
Ad un certo momento giunse a Carlo la notizia che alle sue spalle si era
costituita una Lega ostile, promossa da Ludovico il Moro, che ora temeva le
possibili rivendicazioni sul Ducato milanese dei discendenti francesi di
Valentina, figlia di Gian Galeazzo Visconti e sposa di un duca d'Orleans (1387).
Alla lega aderirono Venezia, Alessandro VI, Massimiliano d'Asburgo e Ferdinando
il Cattolico che, dalla Sicilia, osservava lo sviluppo degli avvenimenti.
Carlo VIII dovette rapidamente riprendere la via del nord per non essere chiuso
in una trappola. Da Roma venne a Pisa, ma, superate le strette appenniniche, si
incontrò con l'esercito della Lega comandato da Francesco Gonzaga presso Fornovo
sul Taro (luglio 1495). Attaccato, evitò il disastro salvandosi con una ritirata
e abbandonando le' salmerie ed i carriaggi. A Napoli, protetto dallo spagnolo
Consalvo di Cordova detto il «Gran Capitano», rientrava re Ferrandino,
ricostituendo il regno con la sola perdita di alcuni porti pugliesi ceduti a
Venezia.
Mentre si concludeva l'avventura di Carlo VIII, a Milano si stabilivano gli
accordi per un matrimonio tra l'arciduca Filippo il Bello d'Austria, figlio di
Massimiliano, e Giovanna Infanta (principessa ereditaria) di Castiglia, figlia
di Ferdinando il Cattolico; dal matrimonio, celebrato l'anno seguente (1496) a
Lilla, nasceva Carlo, erede della corona spagnola e designato ad ottenere il
titolo imperiale.
Si profilava per la Francia, con questa alleanza tra Aragonesi di Spagna ed
Asburgo, il pericolo dell'accerchiamento, che sarebbe divenuto minaccioso un
ventennio più tardi.
In Italia tutto era tornato come nel 1494, salvo che a Firenze persisteva la
Repubblica, instaurata dopo la cacciata di Piero II Medici.
La vita fiorentina fu dominata dal 1494 al 1498 dalla potente personalità del
Savonarola che, appoggiandosi alla parte popolare detta dei Piagnoni, voleva
realizzare una duplice riforma : una riforma religiosa e morale che risanasse i
costumi corrotti e riportasse veramente in Firenze il regno di Cristo ed una
riforma politica che desse alla città una costituzione su base popolare. Il
programma del Savonarola aveva un carattere fortemente teocratico per la
posizione dominante che veniva ad assumere l'elemento ecclesiastico nella vita
cittadina; era però anacronistico e destinato al fallimento. Inoltre il
Savonarola, del quale non si poteva mettere in dubbio l'onestà personale, la
forza morale e la rigidezza dei costumi, intendeva purificare la vita pubblica,
combattendo il neo-paganesimo rinascimentale con metodi violenti e con un
fastidioso controllo della vita privata. Infine, il frate aveva contro di sé la
Curia romana per le accuse che egli aveva coraggiosamente lanciato contro
Alessandro VI.
Nel maggio del 1497 il papa decretava la scomunica contro il Savonarola, con la
proibizione di predicare in pubblico e con la conseguente minaccia di interdetto
alla città se tale condizione non fosse stata osservata. Il timore delle
sanzioni religiose si aggiunse alle preoccupazioni e al malcontento suscitati
dai gravami fiscali che il governo dei Piagnoni aveva dovuto imporre per far
fronte alla guerra contro Pisa, liberatasi dalla dominazione fiorentina durante
la discesa dei Francesi. Per queste ragioni alla fine del 1497 Gerolamo
Savonarola perse gran parte dei suoi sostenitori e la fazione avversa, detta
degli Arrabbiati, prese il sopravvento. Il frate domenicano, catturato e
processato per eresia e falsità, fu impiccato ed arso il 23 maggio del 1498.
Firenze, dominata dai grandi mercanti e dai banchieri che cercarono di rendere
stabile il governo cittadino creando un Gonfaloniere a vita, rimase libera
repubblica fino al ritorno dei Medici nel 1512.
Luigi XII e l'Italia
Il problema italiano entrava in una fase in cui sarebbe divenuto problema
europeo.
Nel 1498 successe a Carlo VIII il cugino Luigi XII, duca di Orleans (1498-
1514). Egli, come lontano discendente di Valentina Visconti, poteva vantare
diritti sul Ducato di Milano, tenuto da quel Ludovico il Moro che veniva
giudicato un usurpatore. Il vecchio programma di conquista di Carlo VIII,
pertanto, incluse ora anche questa parte dell'Italia settentrionale e la sua
realizzazione fu facilitata dall'accordo stretto tra il papa Alessandro VI e
Luigi XII, intesa cui aderì anche Venezia.
Secondo il patto, Cesare Borgia, figlio del pontefice, ebbe dal sovrano francese
l'investitura del Ducato di Valentinois, onde il nome a lui attribuito di « Duca
Valentino », e la mano di Carlotta d'Albret, sorella del re di Navarra.
Con Venezia il re di Francia stipulò invece un accordo di spartizione del Ducato
di Milano (1499).
Così preparata, la spedizione di Luigi XII ebbe inizio nel luglio del 1499;
il re di Francia aveva assoldato un forte numero di mercenari elvetici ed aveva
affidato l'esercito al condottiero milanese Gian Giacomo Trivulzio, nemico degli
Sforza.
In breve tempo Milano fu alla mercè degli invasori e Ludovico il Moro dovette
fuggire presso Massimiliano d'Austria; ritornato nella primavera dell'anno
seguente, egli pure con l'aiuto di fanterie svizzere, fu vinto e fatto
prigioniero nella battaglia di Novara (aprile1'500), che decise le sorti del
ducato. Dopodiché i Veneziani ottennero Cremona e la Ghiara d'Adda (territorio
tra il Serio e l'Adda); gli Svizzeri ebbero la Contea di Bellinzona (Canton
Ticino), mentre il rimanente del ducato passava alla Francia.
Con l'appoggio del padre e con l'aiuto francese, in quei primi anni del
Cinquecento, Cesare Borgia cercò di realizzare nell'Italia Centrale un vasto
programma di conquiste per crearsi un solido e moderno principato. Da Alessandro
VI era stato fatto Gonfaloniere della Chiesa e poi, nel 1501, Duca di Romagna al
posto dei signorotti locali che il papa giudicava decaduti dai loro titoli; in
breve tempo, dal 1499 al 1502, il Borgia si impadronì di Forlì, Faenza, Rimini,
Pesaro, Urbino, Camerino e Senigallia.
Sventata una congiura tramata dai suoi nemici personali, egli ne attirò alcuni
con promesse di amicizia in un convegno a Senigallia (dic. 1502) e poi,
impadronitosi di loro, li fece trucidare. Il Valentino pensava di allargare il
suo dominio verso la Toscana, quando per la morte improvvisa del padre (agosto
1503), proprio in un periodo in cui egli giaceva infermo per violenti febbri
malariche, tutta la sua costruzione politica crollò; non gli rimase che
rifugiarsi in Navarra, dove morì in un oscuro fatto d'arme (1507).
Nel frattempo altri importanti avvenimenti erano accaduti nell'Italia
meridionale.
In un accordo segreto stipulato a Granada nel 1500 tra Luigi XII e Ferdinando di
Spagna era stata decisa una spartizione del Regno di Napoli; il pontefice
Alessandro VI non si era opposto, sollecitando però in cambio l'organizzazione
di una crociata antiturca che arrestasse lo slancio aggressivo dei musulmani,
usciti vincitori dai recenti scontri navali contro Venezia. Gruppi di armati
turchi, infatti, dalla Dalmazia penetravano nel Friuli, spingendosi oltre il
Tagliamento, fino alle porte di Vicenza, e massacrando o conducendo in schiavitù
la popolazione cristiana.
L'invito del papa fu accettato e una flotta veneto-spagnola ottenne qualche
successo rioccupando Santa Maura (isola a nord di Cefalonia; poi i Turchi,
minacciati ad oriente dai Persiani, rallentarono la loro offensiva e la crociata
si sciolse (1503).
Il piano di conquista del Regno di Napoli fu attuato facilmente; il re Federico
III d'Aragona, successo nel 1496 a Ferdinando II, vistosi attaccato da due parti
rinunciò alla corona e si ritirò in Francia (1501).
Presto, però, i vincitori vennero a contrasto tra di loro per la divisione delle
terre conquistate e il dissidio si tramutò in aperta guerra.
I Francesi, comandati dal duca di Nemours, sostennero brillantemente alcuni
scontri, ma gli Spagnoli, condotti da Consalvo di Cordova, si dimostrarono
superiori vincendo due battaglie decisive a Cerignola e sul Garigliano (1503).
Fu in questa occasione che avvenne la cosiddetta Disfida di Barletta, in cui
alcuni cavalieri francesi furono battuti da un ugual numero di cavalieri
italiani al servizio della Spagna e guidati da Ettore Fieramosca.
La pace di Blois, Giulio II e le leghe
Alla guerra tra Francia e Spagna pose termine il Trattato di Lione, seguito dalla Pace di Blois (1504) con cui veniva sancito il dominio francese su Milano e quello spagnolo sul Regno di Napoli.
Negli anni immediatamente seguenti, il centro della politica europea rimase
ancora l'Italia ed in particolare Roma, dove era salito al soglio pontificio,
dopo il breve papato di Pio III, il cardinale Giuliano della Rovere col nome di
Giulio II (1503-1513), il più temibile avversario dei Borgia.
Uomo dal temperamento appassionato, dotato di volontà imperiosa anche se non
costante, Giulio II si propose di restaurare lo Stato pontificio, facendone una
grande potenza, non a vantaggio di qualche principe particolare, fosse o no suo
parente, ma esclusivamente della Chiesa.
Tolse Perugia ai Baglioni e Bologna ai Bentivoglio, spingendosi verso nord;
venne però a urtare contro la Repubblica di Venezia, che si rifiutava di
restituire Cervia e Faenza, occupate dopo il crollo del dominio di Cesare
Borgia.
Con l'adesione di Giulio II si costituì allora la Lega di Cambrai (1508-9)
contro Venezia, dichiarata nemica della cristianità perché, a varie riprese, si
era alleata coi Turchi. Alla lega che assunse il carattere di una intesa per
dividere il dominio veneto di terraferma, parteciparono l'imperatore
Massimiliano, cui i Veneziani avevano recentemente tolto Trieste e Fiume, Luigi
XII, che voleva ricuperare le terre oltre l'Adda cedute ai Veneziani, Ferdinando
il Cattolico, che rivendicava i porti pugliesi in possesso di Venezia, Alfonso
d'Este, Francesco II Gonzaga e Carlo III di Savoia.
Il papa lanciò nell'aprile del 1509 la scomunica contro Venezia che, in
risposta, chiese la convocazione di un concilio ecumenico.
Le operazioni di guerra erano state iniziate e i Francesi vincevano i Veneziani
ad Agnadello sull'Adda (maggio 1509), mentre gli Imperiali invadevano il Friuli
penetrando fino a Padova, che resistette.
Venezia riuscì però a concludere paci separate, soddisfacendo le richieste dei
suoi maggiori avversari, cioè il papa, la Francia e la Spagna; dopodiché gli
Imperiali furono costretti ad abbandonare il territorio veneto.
Quando Giulio II, accordata l'assoluzione alla città ribelle, cominciò a
rendersi conto che, indebolita la Repubblica, aumentava minacciosamente la
potenza francese in Italia, la situazione si rovesciò: non soltanto la Lega di
Cambrai fu disciolta, ma si costituì un nuovo fronte che proclamò la cacciata
dei «barbari», ossia la liberazione dell'Italia dai Francesi.
Luigi XII in
risposta fece convocare a Pisa un concilio per deporre il Pontefice (1511), ma
questi trovò alleati in Venezia, nei Cantoni Svizzeri (che cominciarono in
quella occasione a militare sotto la bandiera pontificia), nel re di Spagna e
nel re d'Inghilterra. Forte di tali appoggi Giulio II costituì la Lega Santa
(1511-13). L'imperatore Massimiliano, invece, rimase neutrale.
Luigi XII si avvalse di un abile condottiero, Gastone
di Foix, che movendo con sorprendente rapidità le sue truppe riuscì a
sconfiggere i confederati, tra cui erano principalmente soldati spagnoli, in
una grande battaglia presso Ravenna (1512); la vittoria tuttavia costò la vita al Foix e
la situazione per le armi francesi si aggravò per l'afflusso in Italia di
cospicui contingenti di Svizzeri, venuti in soccorso del papa.
I Francesi
perdettero Milano, dove poté rientrare Massimiliano Sforza, figlio di Ludovico
il Moro.
Poco più tardi, in seguito ad un riavvicinamento di Venezia alla
Francia, Luigi XII volle nuovamente tentare l'attacco al Ducato di Milano, ma di
nuovo fu battuto dalle fanterie svizzere a Novara (1513), mentre gli Inglesi,
partendo dalla loro base di Calais, battevano i Francesi a Guinegatte in Fiandra (1513). Per il momento la partita era chiusa, ma la situazione nella
Penisola appariva notevolmente mutata rispetto a quella stabilita soltanto nove
anni prima dal trattato di Lione (pace di Blois):
- a Milano erano tornati gli Sforza (ma vi
sarebbero rimasti solo due anni);
- a Firenze era stato restaurato, con
l'appoggio della fazione dei Palleschi, la signoria medicea;
- i Francesi ritirandosi avevano abbandonato anche Asti e Genova, e in tutta la Penisola si
era notevolmente rafforzato il predominio spagnolo.
Nello stesso
anno 1513 era morto Giulio II e gli era successo, con il nome di Leone X, il
cardinale Giovanni de' Medici (1513-21), di temperamento diverso dal suo
predecessore, mite, amante delle lettere e protettore delle arti.
Francesco I e Carlo V: la pace di Cambrai
La prima fase del duello franco-asburgico
La guerra si riaccese nuovamente nell'Italia
settentrionale, quando, morto Luigi XII, salì al trono di Francia Francesco I di
Valois-Angouléme (1515-47), figlio di Luisa di
Savoia e genero del sovrano scomparso. Egli intraprese subito la riconquista del Ducato di Milano.
Concentrato a Lione un esercito di circa 30.000 uomini, passò
le Alpi conducendo con sé grosse artiglierie ed affrontò gli
Svizzeri, che erano i protettori di Massimiliano Sforza, nella battaglia di Melegnano (o Marignano) presso Milano nel settembre del 1515.
Si combatté ininterrottamente per due giorni, mentre i cannoni
francesi seminavano la strage tra le schiere della fanteria svizzera, finché
l'arrivo di un contingente veneziano, alleato ai Francesi, decise la battaglia.
Milano tornò una volta ancora francese e il duca Massimiliano fu inviato
prigioniero in Francia. I mercenari svizzeri, sconfitti per la prima volta in
battaglia campale, si ritirarono verso le Alpi occupando definitivamente il
Canton Ticino, che da quella data entrò a far parte della loro Confederazione.
Dopo la battaglia di Melegnano il papa Leone X, che dapprima aveva perseguito la
stessa politica antifrancese di Giulio II, volle riconciliarsi con la Francia ed
ebbe un incontro amichevole con Francesco I, ottenendo in cambio, il
riconoscimento del ritorno dei Medici a Firenze. Alla pace generale si giunte
l'anno seguente, 1516, col Trattato di Noyon, stipulato tra Francesco I e il
nuovo sovrano di Spagna Carlo I d'Asburgo, erede del nonno materno Ferdinando il
Cattolico.
A Noyon veniva ripristinata una situazione non dissimile da quella del trattato
di Lione di dodici anni prima:
- alla Spagna restava l'Italia meridionale e insulare,
- verso la Francia, da cui dipendeva direttamente il Ducato di Milano,
gravitavano Firenze, gli Estensi e i Savoia.
La pace di Noyon ebbe tuttavia validità provvisoria, in quanto a destabilizzarla
giunse ben presto (1519) l'elezione ad imperatore del Sacro Romano Impero di
Carlo d'Asburgo, già re di Spagna (1516) ed erede, alla morte del nonno
Massimiliano (1519), dei possessi borgognoni ed asburgici. Questa serie di
circostanze, che attribuirono al giovane sovrano un potere grandissimo ed il
dominio sopra territori addirittura immensi, se si considerano anche le colonie
spagnole d'oltreoceano, creò per la monarchia francese una situazione
insostenibile e la Francia, nella persona del suo re Francesco I, dovette
impegnarsi in una guerra a fondo per difendersi dalla morsa che da nord, da est
e da sud minacciava di soffocarla nel suo stesso territorio nazionale.
All'elezione imperiale del 1519, fatto di eccezionale importanza nella storia europea del secolo XVI, presentarono la propria candidatura, oltre a Carlo d'Asburgo, anche Francesco I e Federico il Saggio duca di Sassonia. Ma a convincere i principi elettori che il 28 giugno elessero a Francoforte Carlo V, influì in modo decisivo l'appoggio dato all'Asburgo dai banchieri tedeschi (in primo luogo da Iacob Fugger di Augusta) che si impegnarono a pagare, attraverso le loro lettere di credito, migliaia di fiorini se l'elezione fosse stata favorevole. Contro questa decisiva operazione creditizia, resa possibile solo dalla potenza finanziaria delle case bancarie di Anversa e di Augusta, nulla poté il tentativo di Francesco I di comperare a sua volta il voto degli elettori col denaro fornitogli dalle case bancarie lionesi.
I possedimenti europei di Calo V
L'Impero di Carlo V per la sua vastità aveva risorse certo di gran lunga
superiori a quelle francesi, specialmente dopo che si cominciarono a sfruttare
le miniere d'oro e d'argento dell'America spagnola, ma era indebolito dalla sua
posizione geografica, poiché era composto da provincie spesso lontane, diverse
per istituzioni, tradizioni e interessi ed unite solo nella persona del sovrano,
mentre la monarchia francese poteva far ricorso alle risorse che le provenivano
dall'essere uno Stato unitario e accentrato.
Durante lo svolgimento del conflitto, che con varie pause e riprese si protrasse
sino alla metà del XVI secolo, intervennero però anche altri fatti a diminuire
la potenza imperiale, in particolare la situazione creata dalla Riforma
evangelica in Germania, che oppose all'imperatore gran parte dei principi
tedeschi, e l'avanzata turca in Ungheria ed in Boemia, che impegnò considerevoli
forze militari asburgiche sul confine orientale.
Fino al 1530 l'Italia fu ancora il principale campo di battaglia in cui si
scontrarono le ambizioni imperialistiche di Carlo V e la disperata resistenza
francese; dopo quella data invece essa divenne un settore di minore importanza
ed altre regioni europee furono teatro del duello.
Le ostilità cominciarono nel 1521 ed ebbero come loro centro la Lombardia, al
cui possesso mirava ancora Francesco I.
Gli Imperiali, condotti dal marchese di Pescara, sconfissero l'esercito
svizzero-francese, comandato dal Lautrec, nella battaglia della Bicocca presso
Milano (1522) e il Ducato di Milano andò momentaneamente perduto per i Francesi.
Nel frattempo Carlo V e Enrico VIII (che aveva sposato Caterina d'Aragona,
sorella della madre di Carlo) avevano preso accordi segreti (l'Inghilterra, cui
interessava che la costa fiammingo-olandese non cadesse nelle mani della
Francia, cominciò allora ad esercitare una funzione equilibratrice nella
politica europea, spostandosi dalla parte ora dell'uno ora dell'altro
contendente).
Soldati inglesi attaccarono i Francesi in Piccardia, d'intesa con Margherita
d'Austria, reggente dei Paesi Bassi per conto del nipote Carlo V.
Contemporaneamente l'imperatore venne favorito da altre due circostanze: Carlo
di Borbone, Gran connestabile di Francia, abbandonò il suo sovrano alleandosi
con gli Spagnoli (1523) e sul soglio pontificio salì, alla morte di Leone X, il
papa Adriano VI (1522-23), precettore ed amico dell'imperatore.
Francesco I non si perse d'animo e riprese l'iniziativa attaccando nuovamente
in Lombardia; rioccupata Milano, assediò Pavia, presso la quale si
affrontarono i due eserciti nemici: gli Svizzeri,
alleati ai Francesi, abbandonarono il campo e la giornata si risolse in un
disastro per la Francia; lo stesso re fu fatto prigioniero e condotto in
Spagna.
Il giorno della battaglia di Pavia, 24 febbraio 1525, l'imperatore
compiva il suo venticinquesimo anno.
L'anno seguente, in prigionia, Francesco I
fu costretto a firmare una pace (Madrid, 1526), con cui prometteva di
rinunciare ai suoi diritti su Milano, su Napoli e sulla Borgogna.
Le difficoltà sorte in Francia per la prigionia del re furono intanto affrontate con
abilità dalla madre, Luisa di Savoia, che tenne la reggenza. Una
intensa attività diplomatica salvò la corona a Francesco I contro le insidie del
partito borbonico e dello, stesso Parlamento di Parigi: Venezia, il nuovo
pontefice Clemente VII Medici (1523-34) e il sovrano d'Inghilterra si resero
conto della necessità di soccorrere Francesco I per evitare che la supremazia
imperiale si trasformasse in un assoluto dominio europeo.
Dalla Lega di Cognac alla Pace di Cambrai
Appena riavuta la libertà, Francesco I denunciava
la validità del patto firmato in prigionia e favoriva la formazione della Lega
di Cognac (1526), cui aderirono molti Stati italiani, il papa Clemente VII,
Venezia, Firenze e Francesco II Sforza, secondogenito di Ludovico il Moro.
La
Lega aveva lo scopo di ristabilire l'equilibrio italiano attraverso la pace
generale e l'esclusione sia dei Francesi, sia degli Spagnoli
dalla Penisola.
A capo dell'esercito della Lega fu posto Giovanni Maria, della
Rovere, duca di Urbino; con lui operava pure il condottiero Giovanni dei Medici, detto «Giovanni dalle Bande Nere»
perché aveva listato a lutto le
proprie insegne dopo la morte del papa Leone X.
Ripresa la guerra in Italia in seguito
alla formazione della Lega di Cognac, un esercito imperiale comandato dal
connestabile di Borbone, ricevuti in rinforzo a Milano consistenti bande di
lanzichenecchi tedeschi, condotti da un cavaliere luterano (la Riforma
evangelica data al 1520) animato da sentimenti
antipapali, Giorgio di Frundsberg, si diresse verso Roma. Debolmente ostacolati
dalle truppe del duca di Urbino, gli Imperiali giunsero a Roma e, sfuggendo al
controllo dei loro capi, saccheggiarono per otto giorni la città, compiendo
numerose uccisioni ed atti sacrileghi (maggio 1527).
Il papa, impotente di
fronte a tanta rovina, rimase chiuso entro Castel S. Angelo, finché
decise di abbandonare la Lega, ritirandosi dalla lotta. La Chiesa romana
cominciava ad avere altre preoccupazioni che non quelle politiche, visto che da
un decennio era in corso, nei territori germanici, il movimento luterano, che suscitava
quella avversione contro il Papa e la Curia romana di cui il «sacco di Roma» compiuto da soldati luterani, certo contro la volontà
dell'imperatore, era stato una minacciosa manifestazione.
Come
ripercussione degli avvenimenti romani si ebbe a Firenze una nuova sollevazione
contro i Medici, che furono allontanati dalla città, dove venne restaurata la
repubblica (maggio 1527).
Intanto Francesco I tentava un'azione di larghissima portata contro Carlo V,
facendolo attaccare alle spalle dai Turchi. L'imperatore, cattolico, era
d'altronde alleato dello scià di Persia, musulmano, per cui non sembrò
disonorevole al «Re Cristianissimo» di richiedere l'aiuto del sultano Solimano
il Magnifico, già vittorioso nella grande battaglia di Mohacs (1526) contro
Luigi II Iagellone, re d'Ungheria.
I Turchi, però, preferirono premere verso la pianura ungherese e la Boemia,
difese da Ferdinando, fratello di Carlo V, piuttosto che verso l'Italia, e
poiché le ultime spedizioni francesi nella Penisola, dopo il sacco di Roma, non
avevano avuto successo e Genova con la sua flotta, comandata da Andrea Doria,
insoddisfatta dell'alleanza con i francesi, era passata dalla parte imperiale,
Francesco I non meno di Carlo V sentiva il bisogno di porre termine alla guerra.
Un primo accordo fu concluso a Barcellona tra il papa Clemente VII e Carlo V;
con esso veniva assicurato al pontefice il ristabilimento dei Medici a Firenze e
il recupero di molte terre tolte al papa dai Ferraresi o dai Veneziani, in
cambio Clemente VII avrebbe solennemente offerto a Carlo V la corona imperiale.
Poi si giunse alla pace generale, stipulata a Cambrai per iniziativa di
Margherita d'Austria e di Luisa di Savoia, e perciò chiamata anche la Pace delle
due Dame (agosto 1529); per essa la Francia abbandonava al suo destino l'Italia,
l'imperatore rinunciava ai diritti sulla Borgogna e Enrico VIII d'Inghilterra,
che recentemente aveva partecipato alle ostilità a fianco del re di Francia,
riceveva una grossa somma a titolo di risarcimento.
L'anno seguente si attuò il programma stabilito dal papa e dall'imperatore a
Barcellona: durante un Congresso tenuto a Bologna, tra il novembre del 1529 e il
febbraio del 1530, con grandi feste e cerimonie Carlo V fu incoronato dal papa
Clemente VII Re d'Italia e Imperatore del Sacro Romano Impero.
Contemporaneamente un esercito imperiale, comandato da Filiberto d'Orange
riportò a Firenze la signoria di Alessandro de' Medici. La Repubblica fiorentina
difese la propria indipendenza dal febbraio all'agosto del 1530. Un mercante,
Francesco Ferrucci, assunse il comando di una parte delle milizie cittadine,
impegnando gli Imperiali fuori della città, finché cadde in uno scontro a
Gavinana sull'Appennino; Michelangelo Buonarroti diresse i lavori di
fortificazione e, tra i difensori si fecero notare molti degli ex seguaci di
Gerolamo Savonarola. Alla fine, durante l'estate, anche per la condotta equivoca
del comandante supremo, il perugino Malatesta Baglioni, la città dovette cedere
(12 agosto 1530). Alessandro, sposo di Margherita, figlia naturale
dell'imperatore, fu creato duca l'anno seguente e poté restaurare la signoria,
ormai definitiva e riconosciuta, dei Medici.
Dopo il 1530 l'Italia si venne sistemando sotto la dominazione spagnola, ormai senza più contrasti. Venezia si chiuse in una stretta neutralità; i pontefici romani furono assorbiti dalla preoccupazione di arginare lo scisma protestante; il duca di Savoia, Carlo III (che aveva ottenuto, in premio della sua neutralità, la città di Asti), il marchese di Mantova, il duca di Milano Francesco II Sforza manifestarono la loro amicizia per l'imperatore. Era inoltre previsto che, alla morte dello Sforza, il Ducato di Milano sarebbe stato devoluto all'imperatore, da cui già dipendevano il Regno di Napoli, la Sicilia e la Sardegna; guarnigioni spagnole erano state poste nelle Repubbliche di Lucca e di Siena.
Le cause della Riforma evangelica
La Riforma evangelica
Le cause: la giustificazione e i coefficienti storici
La Riforma evangelica fu un fatto eminentemente religioso.
Ecclesiologicamente parlando, la riforma appartiene alla natura stessa della
Chiesa, peccatrice nonostante la presenza vivificante dello Spirito santo, e
quindi bisognosa, senza tregua, di una continua conversione al suo Signore. La
riforma è in atto nella Chiesa nella misura in cui la Chiesa è vivace e
consapevole di sé.
La Riforma evangelica luterana prese però piede come un movimento ereticale che
creò un profondo scisma e segnò la crisi definitiva dell'unità dei cristiani
europei.
Il merito teologico della questione che costituì l'asse della separazione
della Chiesa tedesca dalla Chiesa romana riguarda il cuore del cristianesimo
nella sua prospettiva dottrinale.
Mentre, infatti, il cristianesimo, dal punto di vista dell'esistenza pratica, è
la sequela di Cristo, cioè il percorso di assimilazione nel pensiero e nei gesti
che il credente battezzato compie sulla scia del Maestro Gesù, per divenire
testimone partecipe della sua natura divina, dal punto di vista puramente
dottrinale esso consiste nella “giustificazione dell'uomo”.
Decaduto dall'originaria condizione di familiarità con Dio nel giardino
dell'Eden, l'uomo, inorgoglito nel peccato, è separato dalla vita divina e
condannato a un esilio terreno che culmina nella morte.
Di sua iniziativa, Dio creatore richiama l'uomo dall'interno della storia,
costituendolo in seno a una comunità di eletti (Israele) come propria eredità in
base a un'alleanza ripetutamente ripristinata nelle generazioni (vicenda
ebraico-giudaica).
Definitivamente e metastoricamente, infine, lo stesso Dio decide l'incarnazione
nel Cristo Gesù, volendo offrire all'uomo, finora giustificato nella storia
dall'osservanza della Legge, una giustificazione definitiva che lo riabiliti
all'antica familiarità con Lui mediante l'associazione nella fede al proprio
Figlio immolato come vittima di espiazione sul patibolo della croce.
Attraverso l'incarnazione di Dio nell'uomo, l'uomo vede se stesso riabilitato
alla natura divina nel Figlio, cui attribuisce la propria fede.
Gesù il Cristo, il nuovo Adamo che ha vissuto da Dio, indica dunque all'uomo la
strada per essere di nuovo adottato da Dio come figlio.
L'uomo risulta dunque giustificato in Cristo in base alla fede.
Il primo teorico della giustificazione fu Paolo di Tarso, l'apostolo.
Nelle sue lettere, soprattutto quella ai Romani e quella ai Galati,
egli afferma a chiare lettere che l'uomo è giusto (cioè giustificato) in virtù
della fede in Cristo, non delle opere, che sono piuttosto “causa di peccato” per
l'uomo.
Paolo, tuttavia, ex-Fariseo convertito sulla via di Damasco, usa il termine
“opera” facendo riferimento alle “opere dell'osservanza”, cioè all'adempimento
dei doveri religiosi che nella mentalità giudaica ottemperano ai complicati
precetti della Legge di Mosé.
Paolo non parla, invece, delle “opere della carità”, cioè degli atti di amore,
ispirati al Cristo, che costituiscono l'anima stessa e la vitalità della fede
cristiana e senza le quali la fede risulta essere parola vuota e priva di
significato esistenziale.
Secondo Paolo, dunque, il giusto vive (in Dio e di Dio) per la sua fede, la
quale è sostanziata di carità operativa, la vita stessa di Gesù tra gli uomini,
di cui il credente si fa imitatore.
Storiograficamente parlando, invece, la Riforma è una categoria, un concetto che
individua nel corso del '500 un contesto processuale che si staglia per la sua significatività
storica.
In tal senso, al manifestarsi della Riforma concorsero diversi fattori di
rilevanza storica:
- la cupidigia da parte dei principi tedeschi di impossessarsi delle grandi
proprietà terriere della Chiesa (causa economica);
- l'opposizione dei principi tedeschi alla politica accentratrice di Carlo V
(causa politica);
- il disordine morale e disciplinare della Chiesa (causa etica);
- la diffusa avversione alla potenza temporale della Chiesa e al fiscalismo
papale.
Preparazione della Riforma
Durante il papato del mite Leone X, amico degli artisti e dei letterati, si avviò una serie di avvenimenti politico-religiosi che portarono alla rottura del corpus cristiano della società europea, fondato sull'unità teologica della fede e sulla comune sottomissione al pontefice romano; in questo modo si venne rafforzando il particolarismo nazionale dell'Europa moderna, di fronte al decaduto universalismo medievale.
Alla Chiesa romana si rivolgevano da tempo accuse e critiche di ordine morale, di ordine disciplinare-organizzativo e di ordine teologico. Dal periodo della «cattività avignonese» in poi le accuse al decaduto costume del clero si erano fatte più insistenti e precise. La rilassatezza dei frati, la fiscalità della Curia romana che, attraverso un sistema di colletterie diffuso in tutta Europa, raccoglieva grandi somme di denaro, ricavandole dalle decime ordinarie, dai contributi straordinari, dalla tassa sui benefici vacanti o assegnati, e che di tale denaro sembrava fare un impiego non corrispondente alla missione apostolica e caritativa propria della Chiesa, le manie nepotistiche e le ambizioni politiche dei papi, il disinteresse dei vescovi per le loro diocesi, nelle quali spesso neppure avevano la residenza, distratti altrove dal cumulo delle cariche e dei benefici, furono un insieme di fattori che ingenerarono un forte scadimento della vita religiosa nelle masse cristiane, attirate da pratiche superstiziose e grossolane e inclini a nascondere sotto l'apparenza delle «opere» (preghiere, digiuni, atti di culto esterno) un deplorevole vuoto nella coscienza e nell'intimità profonda della fede.
La necessità di una riforma in capite et in membris, tale cioè da
investire la Chiesa in ogni sua parte, era stata riconosciuta durante il
Concilio di Costanza (1414-18); qualche provvedimento risanatore era poi stato
preso dai pontefici nel corso della seconda metà del XV secolo e, sopra tutto,
avevano ottenuto buoni risultati gli sforzi isolati di alcune personalità del
mondo ecclesiale. Nell'insieme, però, era mancata un'azione organica e concorde,
che avesse l'appoggio incondizionato della S. Sede.
Gli ultimi pontefici non avevano dato un esempio edificante di vita cristiana:
Alessandro VI era stato violentemente accusato, tra gli altri anche dal
Savonarola, di condurre una vita licenziosa e di ricorrere alla simonia, Giulio
II, suo successore, era apparso più come un guerriero collerico ed un
politicante che un pastore della Chiesa e Vicario di Cristo, Leone X, infine,
rappresentava il tipo di pontefice amante del lusso e degli ozi letterari e
assai poco preoccupato della propria missione apostolica.
Da queste censure di ordine genericamente morale si passava facilmente ad
un'altra serie di attacchi che colpivano, invece, la struttura gerarchica della
Chiesa.
Sulla traccia delle critiche esposte dall'inglese Giovanni Wycleff (1324-1384) e
tradotte nella pratica dal boemo Giovanni Hus († 1415), si contestava l'origine apostolica del Papato, la sua supremazia sulla
gerarchia ecclesiastica ed il suo magistero dottrinale nella comunità cristiana.
Tale posizione aveva ottenuto per lungo tempo l'appoggio delle monarchie
occidentali, specie di quella francese, che desideravano sottrarre a Roma
l'attribuzione dei benefici e delle supreme cariche ecclesiastiche, eliminare
l'appello al pontefice nei giudizi contro i sacerdoti ed infine far cessare
l'invio di denaro, sotto forma di decime, alla Curia romana.
Le popolazioni germaniche in particolare continuavano a lamentare i gravami fiscali imposti dalla Curia romana e nell'accentramento pontificio vedevano la causa dei mali che affliggevano la Chiesa e provocavano la decadenza delle tradizioni religiose un tempo fiorenti.
Se però la critica morale e la ribellione disciplinare costituivano la preparazione prossima dello scisma, fu l'opposizione dottrinale, in campo dogmatico, a dare allo scisma una solida ed insuperabile base teorica. Sulla traccia delle idee esposte da Wycleff nella seconda metà del XIV secolo, si asseriva infatti che il patrimonio vero della dottrina cristiana fosse da ricercare esclusivamente nella Sacra Scrittura, negando effettivo valore di rivelazione al rimanente insegnamento cattolico, fondato sulla tradizione conciliare e sulle definizioni papali. Da questa tesi rivoluzionaria del teologo inglese si deducevano conseguenze altrettanto radicali, quali l'abolizione di taluni sacramenti, del culto dei santi, delle indulgenze ed altre simili innovazioni.
Fattori storici favorevoli
Fu innanzitutto il movimento umanistico a sollecitare e ad insegnare l'indagine
critica dei testi della Bibbia e dei Padri della Chiesa.
Lorenzo Valla fu autore delle Adnotationes in Novum Testamentum,
e Erasmo da Rotterdam di una edizione critica del Nuovo
Testamento, edita a Basilea nel 1516 con un'importante introduzione sul metodo
migliore di esegesi biblica. D'altra parte, una viva
corrente umanistica, che faceva capo ancora ad Erasmo e al francese Lefèvre d'Étaples,
auspicava forme purificate del culto cattolico, in nome di una fede più
interiore, libera da preoccupazioni mondane e politiche; si chiedeva, da parte questi
umanisti, che erano assai numerosi in Europa e di grande prestigio culturale, un
cristianesimo meno sacerdotale e più evangelico.
Nessuno degli umanisti, del resto,
intendeva rompere l'unità del mondo cristiano provocando lo scisma e neppure
attaccare il dogma e le tradizionali istituzioni cattoliche. Furono infatti
altre concomitanti ragioni politiche e sociali a portare nel movimento
riformatore tutto il peso della loro forza materiale, suscitando l'adesione
appassionata dei principi tedeschi e delle classi popolari.
I grandi principi di Germania, tradizionalmente indipendenti, aspiravano a
divenire padroni assoluti del loro territorio, secondo concezioni giuridiche
tratte dal diritto romano, che anche nell'Europa centrale andava sostituendo
l'antico diritto consuetudinario tedesco; non volevano più tollerare l'ingerenza
di forze estranee entro i loro confini, opponendosi sia alle esenzioni ed ai
privilegi di cui godevano vescovi ed abati, sia alla intromissione fiscale della
Curia romana che faceva ordinarie e straordinarie raccolte di denaro.
L'opposizione dei principi tedeschi a Roma li portò ad accogliere con entusiasmo
le teorie luterane che sottraevano i paesi tedeschi alla supremazia religiosa
romana, inducendoli a combattere in campo aperto contro l'imperatore Carlo V
d'Asburgo, che manifestava la volontà di attribuire nuovamente all'Impero un
carattere sacro e cattolico. Tale concezione, infatti, avrebbe riaffidato al
papa il privilegio di assegnare la corona del Sacro Romano Impero, mentre la
Bolla d'Oro di Carlo di Boemia (1356) aveva conferito ai Principi elettori
poteri determinanti ed autonomi nella scelta dell'imperatore.
Nelle terre germaniche poi i contrasti di classe si esasperavano nel contesto
una grave crisi economica (provocata in parte anche dalla iniziata svalutazione
del denaro in seguito all'aumento di circolazione dell'oro e dell'argento di
provenienza coloniale) che infieriva sul ceto contadino, su cui si erano
inaspriti i gravami feudali, e sulla classe dei cavalieri (piccola nobiltà di
campagna) impoverita e insoddisfatta.
Entrambe queste categorie di persone, che componevano la grande maggioranza
della popolazione tedesca, si rivolsero con rinnovata speranza alle
predicazioni, spesso apocalittiche, dei riformatori, nell'illusione di ottenere,
da un rinnovamento radicale della società da ricostituirsi sul modello
evangelico, una parte almeno di quei beni e di quella prosperità che erano
riservatri allora ai soli grandi signori laici, agli abati e ai vescovi
cumulatori di benefici, e all'abile e intraprendente borghesia cittadina, che
nel breve volgere degli anni aveva accumulato grandi ricchezze col prestito ad
usura, col monopolio e lo sfruttamento delle risorse minerarie nazionali.
Lutero
Nato ad Eisleben in Sassonia da una famiglia di minatori arricchiti, Martin
Lutero (1483-1546) ricevette una educazione severa; dal 1501 al 1505 fu studente
di diritto all'Università di Erfurt, in Turingia, poi, dopo una violenta crisi
spirituale dell'estate del 1505, entrò nel convento degli Agostiniani di Erfurt,
ordine di frati mendicanti che era ancora soggetto ad una severa disciplina.
Seguì i corsi di filosofia e teologia, divenne sacerdote nel 1507 e negli anni
seguenti insegnò teologia all'Università di Wittenberg, centro di studi di
recente costituzione.
Dal dicembre 1510 al gennaio 1511 fu inviato in missione a Roma per conto
dell'Ordine e conobbe l'ambiente indifferente e mondano della Curia papale, pur
non rimanendone eccessivamente turbato.
Al suo ritorno in Germania continuò le lezioni a Wittenberg, dove, nel 1515-16,
tenne un importante corso commentando la lettera di S. Paolo ai Romani.
Lutero dimostrava un forte temperamento dialettico, un intelletto robusto ed una
parola abile e appassionata; la sua coscienza era però tormentata dall'idea
della perdizione: il terrore della morte e della dannazione eterna lo teneva in
una ansia tormentosa, da cui cercava di liberarsi dedicandosi con profondo
impegno alle pratiche di mortificazione ed alle preghiere.
Sulla sua formazione spirituale agirono diversi fattori: le dottrine degli
occamisti tedeschi, la lettura dei mistici medievali come S. Bernardo e Gerson,
la rielaborazione del pensiero di Sant'Agostino sulla grazia e sulla
predestinazione. Per quanto non ignorasse gli autori latini, come Virgilio e
Orazio, e conoscesse il greco, Lutero non ebbe mai simpatia per gli studi
umanistici, che ispiravano un ideale di vita troppo diverso da quello che
intimamente sentiva; ne applicò però il metodo critico nello studio della Bibbia
e degli scritti dei Padri della Chiesa.
La giustificazione e le principali tesi di Lutero
Influenzato dalla lettura della mistica medievale, che inclinava verso una
prevalenza della teologia mistica su quella speculativa, impressionato dalle
dottrine di Gugielmo di Ockham sulla volontà libera di Dio e suggestionato dalla
lettura di Agostino nelle sue opere antipelagiane concernenti i temi del
peccato, della grazia e della predestinazione, Lutero interpreta l'apostolo
Paolo equivocando sul termine “opere”, estendendone il significato a tutta
l'attività umana, indifferentemente dettata dal dovere o dall'amore,
l'osservanza e la carità.
Persuaso della corruzione irreversibile che ha travolto l'umanità dopo il
peccato di Adamo, egli ritiene che la volontà umana sia stata ridotta in una
condizione di schiavitù tale da non potersi risollevare dal peccato se non per
l'esclusiva opera della grazia divina, indipendentemente da qualsiasi sforzo
della volontà dell'uomo.
Secondo Lutero, il genere umano, di per sé considerato, ossia privo dello
Spirito di Dio, è il regno del diavolo, è un caos confuso di tenebre; l'arbitrio
dell'uomo è sempre e solo “schiavo”, o di Dio o del Demonio. Lutero paragona la
volontà umana a un cavallo che sta fra due cavalieri, Dio e il Demonio: se ha
sul dorso Dio vuole andare e va dove Dio vuole, se ha sul dorso il Demonio vuole
andare e va dove va il Demonio. Essa non ha nemmeno la facoltà di scegliere fra
i due cavalieri; sono i cavalieri che disputano fra loro per impossessarsene.
Se questa condizione, poi, sembrasse “ingiusta”, per Lutero la risposta dovrebbe
essere che Dio è Dio proprio perché non deve rendere conto di quel che vuole e
che fa, ed è ben al di sopra di ciò che appare giusto o ingiusto al diritto
dell'uomo. Natura e grazia sono radicalmente scisse, come ragione e fede.
Quando l'uomo agisce secondo natura, per Lutero, non può far altro che peccare,
perché quando pensa con il proprio intelletto non può far altro che errare.
Per Lutero, dunque, l'espressione paolina “il giusto vive per la sua fede”
significa che, a prescindere dalla buona volontà umana e dalle opere di
qualsiasi tipo che l'uomo si proponga di compiere, la giustificazione avviene
esclusivamente tramite la gratuita iniziativa di Dio che salva sulla base
dell'istanza umana della professione di fede in Cristo.
I capisaldi della dottrina di Lutero sono sostanzialmente tre:
a) la dottrina della giustificazione radicale dell'uomo attraverso la sola fede.
Lutero si sentì a lungo profondamente frustrato e incapace di meritare la
salvezza con le proprie opere, che gli parevano sempre inadeguate, e l'angoscia
di fronte alla problematicità della salvezza eterna, di conseguenza, lo tormentò
senza posa. La soluzione che adottò affermando che basta la fede per salvarsi,
era tale da liberarlo completamente e radicalmente da tale angoscia. Gli uomini
sono, a suo parere, creature fatte dal niente e, in quanto tali, non possono
fare nulla di buono che valga agli occhi di Dio, nulla, cioè, che valga per
diventare quelle nuove creature di cui si parla nel Vangelo. Ma Dio, che ha
creato l'uomo dal nulla, lo rigenera con analogo atto di libera volontà
completamente gratuito. L'uomo, dopo il peccato di Adamo, è decaduto al punto
che da solo non può fare assolutamente nulla; tutto ciò che deriva dall'uomo di
per sé considerato è concupiscenza, cioè egoismo, amore esclusivo di sé che
contrasta con l'amore di Dio. Pertanto, la salvezza dell'uomo non può se non
dipendere dall'amore divino, che è dono assolutamente gratuito. La fede consiste
nel comprendere questo e nell'affidarsi totalmente all'amore di Dio. La fede
giustifica senza opera alcuna.
b) la dottrina dell'infallibilità della Scrittura, considerata come
sola fonte di verità.
Tutto ciò che si sa di Dio e del rapporto uomo-Dio è contenuto nella Scrittura,
che deve essere intesa con rigore assoluto e senza l'intrusione di ragionamenti
e di commenti metafisico-teologici. La sola Scrittura, sostiene Lutero,
costituisce l'autorità infallibile di cui si ha bisogno ai fini della salvezza:
il papa, i vescovi e i concili e tutta la tradizione teologica e magisteriale
della Chiesa non solo non giovano all'uomo, ma ostacolano e compromettono la
retta comprensione del testo sacro.
c) la dottrina del sacerdozio universale in connessione con la
dottrina del libero esame delle Scrittura.
In conseguenza di quanto sopra, Lutero sostiene che la dignità sacerdotale
acquisita dal cristiano tramite il battesimo e l'adesione alla fede in Cristo è
tale da renderlo dispensatore sufficiente della grazia nei propri confronti e in
quelli degli altri, senza alcuna necessità di riconoscere valore a una gerarchia
sacerdotale temporale che voglia interporsi nel rapporto diretto Dio-uomo.
Ciascun battezzato, in quanto dotato dello spirito di Cristo, è perfettamente in
grado, secondo Lutero, di leggere la Scrittura e di interpretarla nella propria
vita senza bisogno di un'autorità estrinseca che imponga significati e
valutazioni. Ogni cristiano è perfettamente autonomo nel suo rapporto con Dio.
La questione delle indulgenze
Le tesi di Lutero sarebbero rimaste probabilmente nell'ambito delle questioni
disputate dai maestri universitari, se in concomitanza con esse non si fossero
innestate sull'altra questione, più canonica che teologica, delle indulgenze, l'evento clamoroso che determinò l'irrigidimento dell'atteggiamento di Lutero
e la crisi nel clero tedesco.
Dovendosi raccogliere i fondi per la ricostruzione della Basilica di S. Pietro a
Roma, il pontefice Leone X, come il suo predecessore Giulio II, emise una bolla
che concedeva determinate indulgenze in cambio di offerte in denaro. In Germania
soprattutto la concessione delle indulgenze assunse l'aspetto scandaloso e
simoniaco di una vera transazione commerciale, grazie al metodo rozzo e alla
rumorosa pubblicità usata, nella divulgazione della bolla papale, dal domenicano
Giovanni Tetzel, il quale, trascurando di accennare alle disposizioni spirituali
richieste per ottenere le indulgenze, poneva l'accento sull'effetto
straordinario che ogni versamento di denaro avrebbe avuto per la liberazione
delle anime dei defunti dalle pene del Purgatorio.
Indignato, Lutero ritenne suo dovere opporsi pubblicamente a questo sfruttamento
dei sentimenti religiosi popolari e nell'ottobre 1517 pubblicò il programma
delle tesi che avrebbe sottoposto al dibattito nel prossimo anno accademico,
contenente i principi della sua dottrina della giustificazione e l'impugnazione
della sostanza stessa delle indulgenze, a suo parere inutili sia per i vivi sia
per i defunti.
Ne seguì una polemica che si trascinò fino al 1519, quando, dopo una pubblica disputa tenuta a Lipsia con il teologo Giovanni Eck, la rottura con Roma divenne definitiva.