CLASSE III - Sintesi di Storia (2) |
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Terminologia storica |
L'Italia tra '300 e '400: Milano, Venezia, Firenze
Crisi del Comune e origine della Signoria
La costituzione comunale era minacciata da una sua interna contraddizione: in
essa, infatti, accanto ai vecchi organismi municipali che formavano il Commune maius, espressione dell'originario accordo tra il vescovo, la
nobiltà cittadina ed alcuni gruppi economicamente più potenti, era sorto e si
era affermato il Commune populi, espressione delle Corporazioni
mercantili ed artigiane, ossia del «popolo» grasso e minuto.
Escluse Venezia e Firenze in cui si ebbe la prevalenza decisiva di una parte
sull'altra, con una maggiore stabilità di governo, in quasi tutte le altre città
i due Comuni persistettero l'uno accanto all'altro, coi loro magistrati e
consigli: capitano del popolo e podestà, consigli podestarili e consigli delle
Arti.
Questo dualismo nella costituzione politica causò a lungo andare la paralisi del
potere esecutivo e generò, all'interno della vita comunale, un profondo
malessere ed uno squilibrio che contrastava straordinariamente con il grande
sviluppo finanziario, industriale ed artistico raggiunto dalla vita cittadina.
Altri motivi di carattere sociale concorrevano a compromettere la stabilità
comunale: tali erano le rivolte dei ceti più depressi, degli operai salariati,
asserviti alle Arti maggiori, o di coloro che ne erano esclusi e costituivano un
proletariato cittadino, che si trovava in condizioni di inferiorità giuridica e
conduceva una vita difficile e stentata. Infine, anche i non mai sopiti desideri
di rivincita della nobiltà, esclusa dal governo, erano causa di discordie, di
litigi e di lotte. In taluni casi, la stessa grossa borghesia aspirava ad un
mutamento costituzionale per dare maggiore continuità alla politica estera della
città, mutevole a causa dell'avvicendarsi frequente dei magistrati, o per
assicurarsi una forte guida militare nella persona di un condottiero abile e
sicuro, che aiutasse i ricchi commercianti della città a liberarsi dai
concorrenti pericolosi dei comuni vicini, realizzando quell'egemonia sulla
regione, cui fin dall'inizio l'associazione comunale, per il suo stesso bisogno
di espansione economica, aveva aspirato.
Questa crisi interna porta al sorgere della Signoria, per cui un individuo, che
per lo più ha rivestito la carica di Podestà o di Capitano del popolo, assume
con poteri assoluti il governo della vita cittadina.
In un primo tempo questi appare come il tutore degli interessi generali, colui
che agisce per il bene comune, ristabilendo la pace e la concordia cittadina. A
poco a poco scompaiono gli ordinamenti comunali e repubblicani, scompare anche
il privilegio politico e sociale che aveva acquistato il ceto medio borghese a
danno delle classi sociali inferiori, e le Corporazioni, quando non siano
soppresse, vengono limitate alla loro primitiva funzione di regolare
tecnicamente il lavoro, senza più rivestire alcuna importanza politica.
Il Signore preferirà, infatti, col pretesto di ripristinare la libertà di
commercio e di produzione, appoggiarsi alle forze capitalistiche di alcuni
gruppi e di alcune famiglie, favorendone lo sviluppo ed il monopolio.
La Signoria non è una concessione come il feudo, ma una conquista personale,
talvolta legittimata dall'approvazione popolare.
Il nuovo tiranno ha assunto il potere seguendo una linea di condotta
spregiudicata, che mira soltanto alla realizzazione del proprio obiettivo e che
è mossa dal desiderio di gloria e di potenza, secondo lo spirito
individualistico che sarà carattere rinascimentale dell'uomo: il suo diritto è
nella forza, nell'abilità e nell'intelligenza con cui, riesce a sfruttare
l'occasionale invito che gli è stato rivolto da una fazione o dall'altra o da
tutti gli abitanti della città. Egli può vantare di essere Dominus civitatis per acclamazione popolare; eppure delitti, trame, congiure, uccisioni precedono
e accompagnano spesso la sua conquista del potere.
Certamente, in seguito, il Signore vorrà ottenere il riconoscimento del
pontefice o dell'imperatore ed assumerà il titolo di Vicario o di Duca, ma anche
con questo passaggio dalla Signoria vera e propria al Principato, il potere del
Signore rimarrà sempre assoluto, e il suo dominio, uscito dallo schema
gerarchico medievale assai più che il Comune, assumerà l'aspetto di un piccolo
Stato moderno: i poteri saranno accentrati nelle sue mani, si formeranno gli
organismi burocratici con uffici funzionanti come piccoli ministeri, con un
consiglio del principe, con una burocrazia da cui dipenderanno l'amministrazione
e la giustizia.
L'età delle Signorie fu per l'Italia anche l'età in cui si raccolsero i frutti
della rinascita economica dei secoli precedenti e si determinarono condizioni di
generale benessere, che favorì la fioritura culturale ed artistica, già iniziata
nell'età comunale.
Poiché i Signori si vantavano di essere protettori delle arti, mecenati che
amavano circondarsi di fasto e di cultura, le loro corti divennero, nel secolo
XIV e nei successivi, altrettanti centri di quella civiltà del Rinascimento che,
dall'Italia, si irraggiò poi in tutta Europa.
Le prime forme di regime signorile comparvero nell'Alta Italia nella seconda metà del '200.
A Milano Pagano Torriani, di famiglia feudataria della Valsassina,
divenne Capitano del Popolo facendo trionfare la parte popolare e guelfa, e
diede inizio, intorno al 1240, al predominio del suo casato sulla città. Infatti
il nipote Martino ottenne il titolo di Capo della Credenza e Dominus
civitatis.
L'ascesa dei Torriani, però, fu interrotta dal vescovo ghibellino Ottone
Visconti che, vincitore a Desio nel 1277, impose la preminenza della propria
famiglia.
Dopo un breve ritorno dei Torriani (1302-10) i Visconti si assicurarono una
durevole signoria con Matteo I, che ottenne l'aiuto dell'imperatore Enrico VII
ed il titolo di Vicario imperiale.
Nel Veneto, dal frazionamento dei domini del tiranno ghibellino Ezzelino da Romano, abbattuto da una coalizione di comuni e di signori nella battaglia di Cassano d'Adda (1259), sorsero le signorie dei Della Scala con Mastino, Podestà del Popolo a Verona (1261), dei Da Camino a Treviso e, più tardi, dei Carraresi a Padova.
A Ferrara dominarono gli Estensi, derivazione dell'antica famiglia feudale degli Obertenghi, che con l'aiuto dei Veneziani avevano superato i Salinguerra, loro rivali. Il marchese Obizzo II, intorno al 1264, divenne «Signore perpetuo» della città ed in seguito si insignorì anche di Reggio e di Modena.
In queste prime Signorie già si manifestava la tendenza a tramutare un dominio
temporaneo e personale, in un dominio permanente e trasmissibile ai discendenti,
se non di diritto, per lo meno di fatto.
Si formò così una nuova nobiltà non di origine feudale che, insediandosi in una
città o in una regione, vi dominò attraverso varie generazioni per molti decenni
e talvolta anche per alcuni secoli.
Il quadro politico dell'Italia nel Trecento appare estremamente vario mentre sorgono ovunque, nel nord e nel centro, tirannie locali, più o meno potenti, più o meno durevoli, persistono in talune regioni, specialmente in Toscana, i liberi ordinamenti comunali, e le repubbliche marinare perseguono, benché con sorte diversa, la loro tradizionale politica di espansione marittima. Al centro, per la lontananza dei papi, tutto quel complesso di terre che costituisce il Patrimonio di S. Pietro si trova in uno stato di caotica dispersione, che legati papali, mandati da Avignone con uomini e denaro, non riescono a contenere; nel sud, infine, il Regno di Napoli entra in un periodo di crisi e di decadenza, causato dal malgoverno degli ultimi Angioini.
L'Italia settentrionale nel secolo XIV
All'estremità occidentale del Piemonte, ai confini con la Borgogna, si erano
affermati a cominciare dall'XI secolo i conti di Savoia, il cui dominio
originario consisteva nelle province della Moriana, Savoia e Vaud, sul versante
francese delle Alpi. I conti di Savoia potevano conseguire ingrandimenti
territoriali sia spingendosi verso oriente che verso occidente; ma il
rafforzamento del Ducato di Borgogna e della Monarchia francese li sospinse,
lungo la valle d'Aosta e la valle di Susa, verso Torino e la Valle padana. Fino
al termine del Duecento i Savoia non seppero assumere un ruolo storico di
rilievo, benché la posizione geografica delle loro terre ne facesse i custodi
dei passi alpini occidentali; anzi la Casa si era divisa nei tre rami di Savoia,
Vaud e Acaia (Torino e altre terre cisalpine).
Le loro sorti cominciarono a risollevarsi con Amedeo V detto il Conte Grande
(1285-1323), che partecipò ad una lega con Milano, Pavia, Asti, Genova per
abbattere la potenza del marchese Guglielmo VII di Monferrato, ricavandone
vantaggi territoriali nella zona di Alessandria, dopo che il marchese Guglielmo
fu vinto e condotto a morire in prigionia (1290).
L'Italia settentrionale nel 1339
In seguito Amedeo VI detto il Conte Verde (1343-83) riuscì a consolidare il
dominio della propria famiglia, riunendo alla Contea di Savoia il paese di Vaud
ed estendendo il dominio nel Canavese e nel Saluzzese (1345). Tanto
sensibilmente fu allargato in conseguenza di ciò il territorio dei Savoia, che
esso venne a trovarsi a contatto con il dominio dei Visconti di Milano.
Il
successore Amedeo VII, il Conte Rosso (1383-91), si assicurò il possesso di
Nizza, ottenendo uno sbocco sul mare.
Infine, Amedeo VIII (1391-1440), avvantaggiatosi dell'indebolimento del Ducato visconteo, agli inizi del Quattrocento,
con l'acquisto del Vercellese, riunì alla dinastia principale il ramo dei
Savoia-Acaia e ridusse alle condizioni di vassallo il marchese di Saluzzo.
Amedeo VIII, che ebbe dall'imperatore Sigismondo il titolo di Duca, godette di
alto prestigio tra le potenze dell'Italia settentrionale; fu signore di un
dominio che abbracciava quasi tutta la regione piemontese, salvo Asti e il
Monferrato, fino alla Sesia. Con la sua rinuncia al ducato a favore del
figlio Ludovico (1440; ritiratosi a vita religiosa, fu l'antipapa del piccolo
scisma” con il nome di Felice V), ebbe inizio per la signoria sabauda una nuova fase di
declino.
Al centro della Pianura padana, Milano era la città dominante, cospicua
per popolazione, fiorente per l'industria delle armi e per il commercio di
transito che, dai paesi tedeschi, scendeva verso il Mediterraneo attraverso i
passi del Gottardo, dello Spluga e del Maloggia; già nell'età comunale Milano aveva cercato
di imporre la propria egemonia sulle altre città lombarde.
Tale programma fu
realizzato pienamente quando vi si affermò, alla fine del Duecento, la signoria
dei Visconti, che nel momento della loro massima fortuna inclusero in questo
programma di espansione il Veneto e l'Emilia, cercando anche di superare
l'Appennino verso l'Italia centrale.
Matteo I Visconti (1311-22) fu Vicario
imperiale per conto di Enrico VII ed aspro nemico della Chiesa che,
scomunicandolo, gli inviò contro senza successo il legato Bertrando del Poggetto
(1322).
I successori di Matteo continuarono vittoriosamente la lotta contro il legato
papale e più tardi, alleati con Venezia, Firenze, gli Estensi ed i Gonzaga
costituirono una coalizione contro gli Scaligeri (1337-41), che portò un
gravissimo colpo a quella signoria dominante su gran parte del Veneto e del
Friuli e pervenuta alcuni anni prima al vertice della potenza con Cangrande
della Scala (1312-1329).
Verso la metà del secolo, mentre era signore di Milano l'arcivescovo Giovanni
Visconti (1339-54), ben diciassette città, tra cui Bologna e Genova, erano state
sottomesse e di Giovanni si parlava come di un Regulus super Lombardos.
Così i Visconti, che avevano fama di uomini energici ma anche crudeli e
spregiudicati, avevano posto le basi per gli audaci disegni del maggiore tra
essi, Gian Galeazzo.
Altre Signorie minori si costituirono nella Pianura padana, ma non raggiunsero
grande importanza politica; importanza notevole ebbero invece nel campo della
cultura e dell'arte, con le loro corti che offrivano larga ospitalità ad artisti
e letterati. Tali furono la signoria degli Estensi a Ferrara e dei Gonzaga a
Mantova.
A Ferrara gli Estensi avevano ricostituito il loro dominio nei primi
decenni del '300, dopo che per alcuni anni era stato loro tolto dal papa, che
aveva assegnato la città a Roberto d'Angiò; nello stesso tempo i Gonzaga,
sopraffatti i Bonaccolsi, erano divenuti signori di Mantova (1328).
Entrambe queste signorie, benché sorte in territori per così dire incuneati tra
i domini della Chiesa, riuscirono, con alterne vicende, ad affermare una propria
indipendenza ed originalità di sviluppo.
Nella Lunigiana dominavano i Malaspina, famiglia della nobiltà feudale che, come gli Estensi, derivava dall'antico ceppo degli Obertenghi, da cui pure si erano staccati i Pallavicini, possessori di feudi sul crinale dell'Appennino tosco-emiliano.
Infine, nell'estremo nord, teneva la signoria della valle superiore dell'Adige un Vescovo-conte, che dominava l'importante città di Trento ed una parte del Tirolo.
Nonostante le grandi vittorie sul mare, conseguite alla Meloria (1284) contro Pisa ed all'isola di Curzola (1298) contro Venezia, la Repubblica genovese non era riuscita a mantenere una posizione di primo piano tra le città italiane a causa della sua instabilità interna: né le grandi famiglie patrizie, in dissidio tra loro, né la parte popolare, che ebbe un capo in Simon Boccanegra, eletto primo doge della città nel 1339, riuscirono infatti a istituire un regime di governo durevole. Genova dovette così subire l'influsso dei potenti vicini, i Visconti e i re di Francia, che alternativamente vi esercitarono la loro signoria: inoltre la città, chiusa a nord dall'Appennino, non ebbe la possibilità di espandersi territorialmente, mentre sul mare le fu necessario affrontare la crescente concorrenza della marina catalana e di quella provenzale.
Venezia, invece, seppe trovare assai presto il suo equilibrio interno con
l'affermazione sicura del patriziato mercantile. Volta naturalmente verso il
mare, la sua attenzione fu tuttavia già nel Trecento attirata dagli avvenimenti
del retroterra, dove si costituivano alcune grosse signorie che potevano
ostacolare le comunicazioni col Trentino e la Germania. Per questa ragione
Venezia partecipò alla lega del 1337-41 che arrestò l'espansione degli
Scaligeri, e dal crollo di quella signoria trasse vantaggi, occupando Treviso e
Castelfranco, base per ulteriori acquisti territoriali nella valle padana.
Nella seconda metà del secolo XIV, riaccesasi la lotta tra Genova e Venezia, si
ebbe la cosiddetta Guerra di Chioggia (1378-81), durante la quale la Serenissima
Repubblica di S. Marco corse un estremo pericolo. Mentre, infatti, i Genovesi
vittoriosi sul mare presso Pola si insediavano a Chioggia, all'estremità
meridionale della laguna, una coalizione cui aderivano i Carraresi, il duca
d'Austria, il patriarca di Aquileia e il re d'Ungheria minacciava da terra. I
Veneziani seppero con abilità e coraggio contenere la pressione avversaria sulla
terraferma e contemporaneamente investire con le forze condotte dall'ammiraglio
Vettor Pisani la base genovese di Chioggia. La situazione si capovolse ed i
Genovesi, da assalitori divenuti assediati, dovettero riprendere il mare e
allontanarsi. La guerra si concluse con la pace stipulata a Torino nel 1381 per
la mediazione del conte Amedeo VI di Savoia: con essa Venezia, sacrificando
alcuni domini sulla costa dalmata e la città di Trieste (l'anno dopo passata
agli Asburgo), salvava la propria indipendenza e il dominio del mare Adriatico.
La Toscana e Firenze
Nelle città della Toscana le signorie non poterono avere che breve fortuna nel corso del Trecento, per la persistente vitalità degli istituti comunali che, sorti in ritardo rispetto all'Italia settentrionale, raggiunsero la loro maturità quando altrove cominciavano a declinare o erano caduti sotto la tirannide.
Alcuni tentativi di instaurare la signoria ebbero risultati positivi, ma non durevoli. Così, subito dopo la fallita impresa di Enrico VII, si rese signore di Pisa (1313) il ghibellino Uguccione della Faggiuola, che estese il proprio dominio anche su Lucca e, come capo della parte ghibellina di Toscana, inflisse ai guelfi una dura sconfitta a Montecatini (1315). L'anno seguente, tuttavia, il popolo pisano, ribellandosi al suo governo dispotico, lo costrinse ad abbandonare la città.
Nello stesso tempo (1316), nella ricca ma politicamente debole Lucca, si imponeva la tirannia di Castruccio Castracani degli Interminelli, che prevalse anche a Pistoia e a Pisa, acquistando tale prestigio e potenza da indurre i Fiorentini, intimoriti, a richiedere la protezione di Carlo di Calabria, figlio del re di Napoli Roberto d'Angiò. Anche questa signoria ebbe ben presto termine, con la morte del suo iniziatore avvenuta nel 1328.
Firenze restava tenacemente repubblicana ed il suo governo, quasi
interamente nelle mani della grossa e media borghesia delle Arti, era
sufficientemente solido, nonostante le interne lotte dei partiti e delle
famiglie, per mantenersi libero ancora per tutto il Trecento.
L'unico tentativo di ottenere la signoria della città che ebbe un temporaneo
successo fu quello di Gualtieri, conte di Brienne, un francese che si attribuiva
il titolo di duca d'Atene. Giunto al potere con l'appoggio di una parte della
popolazione, il duca d'Atene poté mantenervisi soltanto dal 1342 al 1343, finché
un'insurrezione generale lo costrinse ad abbandonare la città.
Durante il '300 Firenze attraversò mo menti di acuta crisi economica e sociale
che colpirono duramente tutti gli strati della sua popolazione: già nel 1345 il
crollo finanziario dei banchi di credito dei Bardi e Peruzzi aveva travolto
nella
rovina molte altre imprese minori; poi, nel 1348, passò l'ondata micidiale
della «peste nera», che spopolò parte della città, togliendo alle industrie gran
numero di lavoratori e gettando panico e miseria ovunque; infine, nella seconda
metà del secolo, un conflitto con la Santa Sede, detto Guerra degli Otto dal
nome dei magistrati appositamente creati per dirigerlo, fece cadere su Firenze
l'interdetto di Gregorio XI ed i beni dei Fiorentini furono, esposti alle
rappresaglie ed ai sequestri dei rivali e dei creditori (1375-78).
Non appena
chiusa la guerra degli Otto (che il popolo aveva chiamato gli Otto santi),
scoppiò in città la rivolta degli operai salariati, che erano considerati i
servi delle Arti maggiori della lana e della seta, quali i farsettai, i tintori,
i sarti e gli scardatori di lana o «ciompi»; fu il famoso “Tumulto dei Ciompi”
(luglio 1378), cui parteciparono migliaia di persone appartenenti alle classi
più sacrificate dall'ordinamento economico e sociale fiorentino. Il popolano
Michele di Lando guidò con successo la rivolta nei primi tempi: fu ottenuta
l'istituzione di tre nuove Arti, ciascuna con un priore che entrò a far parte
della Signoria, ed il Lando ebbe la carica di Gonfaloniere. Ci fu per qualche
tempo il predominio del proletariato, ma poi i ciompi, che apparivano
insoddisfatti dei risultati ottenuti, rimasero isolati dalle altre Arti e,
sconfitti, furono ricacciati nella loro posizione di inferiorità e di
avvilimento (settembre 1378).
Qualche anno più tardi, nel 1382, anche le altre due Arti di recente istituite
furono soppresse ed ebbe fine questo periodo di regime popolare.
La borghesia più ricca si irrigidì nelle sue posizioni di privilegio,
costituendo anzi una oligarchia di grosse famiglie, alla testa delle quali erano
gli Albizzi, che resse la città ancora per alcuni decenni, fino all'avvento
della signoria dei Medici.
Lo stato pontificio; Napoli e la Sicilia. L'Italia a metà '400
I domini della Santa Sede
Nei territori che dipendevano dalla sovranità del pontefice formando il
cosiddetto Patrimonio di S. Pietro si erano costituite numerose piccole
signorie, tenute da tiranni locali, come i Manfredi a Faenza, i Da Polenta a
Ravenna, gli Ordelaffi a Forlì, i Malatesta a Rimini.
Più volte i pontefici avevano inviato i loro legati per ricuperare la perduta
sovranità su queste terre, ma inutilmente perché ne erano derivate lotte confuse
e senza risultati positivi.
Così era avvenuto per il cardinale Bertrando del Poggetto, che aveva operato
nell'Alta Italia dal 1320 al 1333, prendendo per qualche tempo possesso di
Bologna, donde poi l'aveva cacciato un movimento favorevole alla signoria di
Taddeo Pepoli.
La città di Roma viveva nel contrasto tra la realtà misera del presente ed i
ricordi dell'antica grandezza, cui davano nuova luce e nuova attrattiva i rinati
ideali umanistici. Ispirato ed esaltato da questi ideali di natura letteraria,
un oscuro notaio, Cola di Rienzo, fu protagonista del vano tentativo di
instaurare un regime tribunizio e repubblicano, che ridonasse grandezza e
potenza a Roma, raccogliendo intorno ad essa tutta l'Italia e tutto il mondo
civile.
Cola nutriva idee ad un tempo grandiose e fantastiche, cui si opponeva
la realtà di una Roma contesa tra le famiglie degli Orsini e dei Colonna, priva
di risorse proprie, di industrie e di commerci, decaduta nella forza morale
della popolazione, corrotta ed avvilita maggiormente dalla lontananza dei papi.
Tuttavia Cola, non privo di cultura e dotato di un'appassionata ed immaginosa
eloquenza, riuscì nel maggio del 1347 a sollevare la popolazione contro la
nobiltà prepotente e faziosa ed a costituire in Campidoglio un governo
democratico, di cui si fece dittatore col titolo di «Tribuno Augusto della
Repubblica romana».
I signori italiani e i rappresentanti dei comuni furono convocati personalmente
dal tribuno ad una assemblea, che con grandi feste si tenne il 1° agosto di
quello stesso anno, suscitando l'entusiasmo di molti italiani tra cui Francesco
Petrarca.
Gli eccessi della dittatura fecero però presto dimenticare i primi atti del
tribuno, che erano stati ispirati a criteri di giustizia e di pace, e favorirono
la reazione della nobiltà romana. Cola fu indotto a fuggire (dicembre 1347); si
recò in Germania e di lì per ordine dell'imperatore fu condotto ad Avignone dal
papa Innocenzo VI. Poiché tuttavia in Roma continuavano le violenze e i
disordini suscitati da altri tribuni popolari, il pontefice, desideroso di
restaurare l'ordine e l'autorità, rimandò in Italia Cola di Rienzo, investito
della carica ufficiale di Senatore. Il secondo periodo romano di Cola durò
dall'agosto all'ottobre 1354 e terminò tragicamente, perché il popolo,
nuovamente stanco degli abusi e dei suoi procedimenti tirannici, si sollevò e lo
mise a morte.
Questi avvenimenti avevano generato un senso di stanchezza che favorì la spedizione del legato pontificio Egidio di Albornoz, uno spagnolo abile ed energico che seppe affrontare con fortuna e genialità militare la caotica situazione in cui si trovava l'Italia centrale. Schiacciando o sottomettendo i signorotti ribelli, come gli Ordelaffi, occupando le più importanti città, Viterbo, Orvieto, Spoleto e Bologna (tolta ai Visconti) e ottenendo l'omaggio di Firenze e di Siena, egli conquistò e pacificò tutto il Patrimonio della Chiesa, lo riorganizzò con le Costituzioni emanate a Fano nel 1357 (le famose Costituzioni Egidiane, rimaste in vigore, con qualche modifica fino al 1816) e preparò il terreno per il ritorno dei papi in Roma.
L'Italia meridionale
L'Italia meridionale, dopo i Vespri siciliani, era divisa in due parti: il Regno
di Napoli, retto da una dinastia angioina, e il Regno di Sicilia, rimasto ad un
ramo laterale degli Aragonesi. Tale separazione fu permanente, perché le
condizioni del trattato di Caltabellotta, che stabilivano il ritorno della
Sicilia agli Angiò dopo la morte di Federico III, non furono osservate.
A Carlo II lo Zoppo (1285-1309) successe sul trono di Napoli Roberto il Saggio
(1309-1343). Questo sovrano, con il solidale appoggio dei papi di Avignone,
impose un protettorato angioino su quasi tutta l'Italia: fu a capo
dell'opposizione guelfa contro Enrico VII e Ludovico il Bavaro; sostenne il
cardinale Poggetto contro lo scomunicato Matteo Visconti, fece parte della lega
antiscaligera e, godendo di larga autorità e prestigio, fu per brevi periodi di
tempo Protettore di Ferrara, di Firenze, di Genova e di Roma. Periodo di
splendore, questo, per la Casa d'Angiò che ebbe in Napoli una corte fastosa e
raffinata, dove furono accolti artisti e dotti uomini, come Giovanni Boccaccio e
Francesco Petrarca. Non altrettanto florida e felice era però la situazione nel
rimanente del regno, oppresso dal peso crescente delle tasse, che erano state
applicate per rendere possibile la politica di egemonia angioina, mentre il
feudalesimo, portato dai baroni francesi, arrestava lo sviluppo economico del
paese, creando il latifondo ed impedendo il sorgere di un attivo ceto borghese.
Anche l'attività marittima era bloccata dalla superiorità navale dei Catalani e
degli Aragonesi di Sicilia, mentre il credito era stato monopolizzato dai
Fiorentini.
Dopo la morte di re Roberto il paese si trovò in piena crisi, perché i
feudatari, tenuti a freno fino ad allora, poterono sotto Giovanna I (1343-82),
nipote ed erede di Roberto d'Angiò, liberamente scatenare le loro ambizioni e
alimentare gli intrighi e le competizioni che travolsero l'autorità monarchica.
La situazione si fece ancora più complessa per le rivalità e le contese tra i
diversi rami in cui si era divisa la Casa d'Angiò, il ramo di Durazzo, di
Taranto e di Ungheria. E quando il principe Andrea, marito di Giovanna, cadde
assassinato in una congiura in cui parve implicata la regina (1345), Luigi il
Grande re d'Ungheria, fratello dell'ucciso, colse il pretesto per scendere in
Italia alla testa di una spedizione rovinosa, che per qualche tempo (1348)
giunse ad occupare Napoli.
Giovanna I, che ebbe in seguito altri tre mariti, fu oggetto di accuse
scandalistiche per la sua condotta privata, ma probabilmente fu essa stessa una
vittima dell'ambiente corrotto della corte napoletana.
La situazione si aggravò per l'incertezze nella successione al trono, poiché
Giovanna, nonostante i suoi numerosi matrimoni, era rimasta senza eredi diretti:
ella seguendo il consiglio del papa, adottò come successore Luigi d'Angiò,
fratello del re di Francia; ma ciò provocò la violenta reazione dell'erede più
vicino, Carlo III di Durazzo, il quale nel 1381 s'impadronì di Napoli facendo
prigioniera la regina. Morta assassinata Giovanna (1382), si scatenò la lotta
tra i due competitori che non ebbe fine neppure con la morte di entrambi, poiché
seguitò con i loro eredi, Ladislao di Durazzo e Luigi II d'Angiò. Tale contesa
tra Angioini e Durazzeschi fu causa di grande rovina per l'Italia meridionale.
Dalla Signoria al Principato
Nel secolo XV le Signorie italiane, ormai consolidate, si andarono
trasformando in Principati: persero valore nelle città le istituzioni
repubblicane che erano state fino ad allora conservate; il principio dinastico,
per cui il titolo nobiliare, l'onore e l'effettivo potere venivano trasmessi ai
successori, fu tacitamente accettato; il governo assunse carattere accentrato e
assoluto e la corte fu insediata con sfarzo in splendidi palazzi.
Contemporaneamente pervenne al Principe col titolo ducale il riconoscimento
dell'autorità superiore, religiosa e politica.
In questo senso la storia d'Italia non fu molto diversa da quella dell'Europa
occidentale, dove nel XV secolo si costituirono le grandi monarchie unitarie e
nazionali: i principati italiani infatti come organismi politici furono
altrettante piccole monarchie assolute. La differenza sostanziale fu che la
monarchia francese o inglese o spagnola raggiunse l'unità territoriale
estendendosi a quasi tutto il territorio nazionale, mentre in Italia (come in
Germania, dove si ebbe un analogo corso) le tendenze espansionistiche del
Principato ebbero limiti regionali ed i tentativi di imporre un'egemonia su
tutta o gran parte della penisola fallirono per la costituzione di leghe che
riuscirono costantemente a mantenere una situazione di equilibrio tra gli Stati
italiani.
Il Quattrocento vide, nella prima metà, il fallimento di questi tentativi di
egemonia e di unificazione e nella seconda metà il trionfo della cosiddetta
politica dell'equilibrio.
Gian Galeazzo Visconti
La signoria viscontea era entrata in un periodo di crisi quando, morto
l'arcivescovo Giovanni Visconti (1351), l'eredità era stata divisa fra Matteo II,
Galeazzo II e Bernabò.
Nel 1378 nella parte pavese del dominio, tenuta da Galeazzo II, succedette il
giovane Gian Galeazzo (1378-1402) una delle figure più notevoli nella storia
delle signorie italiane. Poiché il resto del dominio visconteo era rimasto nelle
mani di Bernabò, con un atto di tradimento Gian Galeazzo fece rinchiudere in
carcere lo zio (1385), rimanendo unico signore di un territorio già assai vasto.
Sotto di lui lo Stato visconteo raggiunse l'apice della sua potenza e della
sua estensione, sì da far sperare nella costituzione di un regno che si
estendesse su tutta l'Italia centro-settentrionale.
Particolari condizioni esterne favorirono la signoria di Gian Galeazzo Visconti,
quali la momentanea stanchezza di Venezia e di Genova dopo la guerra di
Chioggia, la crisi sociale che travagliava all'interno Firenze, lo scisma che
lacerava il Papato ed infine le contese tra Durazzeschi ed Angioini nel
Meridione.
Energico e abile politicamente, il Visconti si volse dapprima contro gli
Scaligeri, a cui, con l'alleanza dei Carraresi, distrusse il dominio,
impadronendosi di Verona e di Vicenza (1387); più tardi, alleato di Venezia,
abbatté gli stessi Carraresi togliendo loro Padova, Feltre e Belluno (1388).
Nel territorio piemontese occupò Novara, Vercelli, Asti. Quest'ultima città
costituì la dote della figlia Valentina, andata sposa al duca Luigi d'Orleans,
fratello di Carlo VI di Francia.
In seguito, con l'occupazione di Pisa, Siena, Perugia e Bologna, la signoria di
Gian Galeazzo, nel momento del suo massimo sviluppo, fu riconosciuta da
venticinque città italiane; essa si estendeva da Belluno a Vercelli e, oltre
Appennino, comprendeva una larga parte della Toscana tirrenica e dell'Umbria.
Firenze, che si vedeva chiusa come in un cerchio, si difese armando mercenari,
come le bande del francese conte di Armagnac, e suscitando coalizioni
antiviscontee. Ma non poté arrestare il progressivo sviluppo del dominio di Gian
Galeazzo, che nel 1395 acquistò dall'imperatore il titolo di Duca di Milano e
Conte di Pavia, trasformando ufficialmente, per primo in Italia, la propria
signoria in principato.
All'interno di così vasto dominio i pubblici poteri furono raccolti nelle mani
del principe, gli ordinamenti di gran parte delle città e dei castelli furono
riveduti e subordinati ai decreti ducali e l'intero territorio ebbe
un'amministrazione più unitaria. Gian Galeazzo, che aspirava ad imprese
grandiose, ordinò la costruzione di opere d'arte di mole imponente come il Duomo
di Milano e la Certosa di Pavia. La morte lo colse però d'improvviso nel
settembre del 1402 e allora non soltanto lo sviluppo del ducato si arrestò, ma
su di esso si gettarono subito le potenze rivali: Venezia si impadronì di
Verona, Vicenza e Padova; Firenze estese finalmente il suo dominio a Pisa
(1406); Amedeo VIII di Savoia fece acquisti nel Vercellese ed, infine, il papa
ricuperò Perugia, Assisi e Bologna.
Le Compagnie di ventura
Le continue guerre che questi avvenimenti comportavano non erano combattute
dalla popolazione, ma erano affidate a bande di soldati mercenari al soldo ora
dell'uno ora dell'altro signore. Tali mercenari avevano alla loro testa un
“condottiero”, che traeva questo nome dal fatto di trattare personalmente coi
principi l'assoldamento o “condotta” delle sue milizie.
L'abitudine ad avvalersi di soldati mercenari
proveniva dalla Francia, dove si era largamente diffusa durante la Guerra dei Cento
Anni: i gruppi mercenari, dapprima soldatesche rozze e indisciplinate che vivevano delle risorse
del paese in cui si trovavano, fosse amico o nemico, saccheggiando e compiendo
violenze di ogni sorta, divennero gradatamente, sotto la guida di esperti
condottieri, dotati spesso di un vero genio militare, milizie ben preparate per
l'uso continuo delle armi, bene organizzate ed addestrate secondo gli ultimi
accorgimenti dell'arte della guerra.
I
primi condottieri che operarono in Italia furono stranieri, come l'inglese John
Giovanni Hawkwood (Giovanni Acuto), il bretone Giovanni di Montreal (fra Moriale)
e il tedesco Guarnieri di Urslingen. In seguito si formarono compagnie condotte
da italiani, come quella detta di «San Giorgio» comandata dal conte Alberico
da Barbiano († 1409). Alberico fu considerato un caposcuola e fu imitato da
Muzio Attendolo Sforza, romagnolo, e da Braccio da Montone soprannominato
Fortebraccio, umbro di origine.
I condottieri italiani, a differenza di quelli
stranieri, non tardarono a manifestare l'ambizione di porsi sullo stesso piano
dei signori di cui erano al servizio e di insediarsi stabilmente in un
territorio, tramutando la loro potenza militare in potenza politica e dando
inizio ad una propria dinastia. Questo avvenne, ad esempio, per Braccio da
Montone, impadronitosi per qualche tempo di Perugia e di gran parte dell'Umbria
e, più tardi, per Francesco Sforza, figlio di Muzio Attendolo, che fu
successivamente marchese di Ancona e duca di Milano.
I tentativi di egemonia nella Penisola (tra il 1408 e il 1454)
Nella prima metà del Quattrocento si ebbero tre successivi tentativi per
ottenere la supremazia nella Penisola: essi partirono da Napoli, da Milano e più
tardi da Venezia, ma non raggiunsero il loro scopo, perché in ogni occasione si
formarono coalizioni avverse che riuscirono a mantenere un complessivo
equilibrio, fondato su uno stabile assetto territoriale.
Centro animatore di queste coalizioni conservatrici fu Firenze, ormai padrona
della valle dell'Arno, da Pisa ad Arezzo.
A Napoli era divenuto re Ladislao
di Durazzo (1386-1414), che aveva avuto momentaneamente la meglio sul rivale
Luigi II d'Angiò.
Accortosi della caotica situazione in cui si trovava lo Stato
della Chiesa a causa dello scisma, egli avanzò verso Roma, occupandola, e
proseguì verso la Toscana e l'Umbria (1408).
Il papa Gregorio XII non gli fu
avverso, ma Alessandro V, pontefice eletto a Pisa nel 1409, favorì il ritorno in
Italia dell'angioino Luigi II, che si spinse egli pure fino a Roma,
ricacciandone i Napoletani (1409). In seguito, però, Luigi II abbandonava la
conquista del Regno, imbarcandosi per la Francia. Ladislao, allora, con il
soccorso del condottiero Muzio Attendolo Sforza, riprendeva la sua avanzata
nell'Italia centrale. Ma la morte troncò i suoi piani espansionistici nel 1414.
La successione al trono toccò alla sorella Giovanna II (1414-35), i cui
vent'anni di regno furono infausti per l'Italia meridionale. La regina, famosa
per i disordini della sua vita privata non meno di Giovanna I, rese più
complessa la situazione politica nominando successivamente suoi eredi Alfonso V
di Aragona (già sovrano della Sicilia, oltre che della Sardegna, per
l'estinzione del ramo discendente da Federico «Re di Trinacria » [1409]) e
Luigi III d'Angiò (figlio di Luigi II). Nella lotta, inevitabile, tra i due
candidati intervennero Muzio Attendolo Sforza, per gli Angioini, e Braccio da
Montone per gli Aragonesi. La morte contemporanea di questi due condottieri
(1424) indusse Alfonso d'Aragona ad abbandonare momentaneamente l'Italia, e
Luigi III d'Angiò poté insediarsi a Napoli accanto a Giovanna come suo designato
erede.
A Milano successori di Gian Galeazzo († 1402) furono i giovani figli
Giovanni Maria e Filippo Maria.
Morto assassinato il primo nel 1412, Filippo
Maria Visconti stabilì il suo sicuro dominio sul ducato, con l'aiuto delle
soldatesche del condottiero Facino Cane, che era morto di recente e di cui il
Visconti aveva sposato la vedova, Beatrice di Tenda. Filippo Maria riprese la
politica di espansione del padre, servendosi degli ingenti mezzi che la
prosperità del ducato gli metteva a disposizione per assoldare i condottieri più
celebri del tempo, come il valente Francesco Bussone, creato poi Conte di
Carmagnola. Con l'aiuto del Carmagnola furono occupate molte terre e città che
dopo la morte di Gian Galeazze erano andate perdute, come Vercelli, Piacenza,
Bergamo, Cremona, Brescia e Parma.
Un'ulteriore avanzata verso il Veneto e la Romagna e l'alleanza conclusa con
Lucca e Siena, città che ancora si sottraevano alla egemonia fiorentina in
Toscana, fece sorgere contro il Visconti una lega promossa da Firenze, a cui
parteciparono anche il papa, Venezia e, per qualche tempo, il duca di Savoia.
Nella prima fase di questa guerra (1423-33) le sorti furono sfavorevoli al
Visconti sul fronte veneto, perché il Carmagnola lo abbandonò, passando al
servizio della Repubblica ed ottenendo per essa l'importante vittoria di
Maclodio (1427), che diede ai Veneziani un ricchissimo bottino e alcuni castelli
del Bresciano e del Bergamasco. Il Carmagnola, poi, caduto in sospetto di
tradimento presso il Consiglio dei Dieci per gli insuccessi subiti nelle
seguenti fasi di guerra, fu richiamato a Venezia e condannato a morte.
Sul fronte romagnolo-toscano, invece, gli altri due condottieri di cui si
serviva il duca di Milano, Niccolò Piccinino, nipote di Braccio da Montone, e
Francesco Sforza, figlio di Muzio Attendolo, ottennero rilevanti successi,
obbligando Firenze a rimanere sulla difensiva.
Si giunse così alla Pace di Ferrara (1433), una delle tante che segnavano una
pausa tra l'accendersi e lo spegnersi incessante di questi conflitti; con essa
Venezia si assicurò le conquiste fatte sino all'Adda, comprese le città di
Bergamo e Brescia.
L'anno seguente ebbe inizio la seconda fase della guerra (1434-41): Filippo
Maria lanciò lo Sforza alla conquista delle Marche e dell'Umbria, ma gli
avversari, nuovamente collegatisi, riuscirono ad ottenere un notevole successo
sottraendo quel condottiero al servizio del duca di Milano con l'offerta del
Marchesato di Ancona. Le vicende si fecero poi più complesse perché vi si
inserirono quelle dell'Italia meridionale, dove, alla morte di Giovanna e di
Luigi III d'Angiò (1435), era tornato Alfonso d'Aragona, per rivendicare i suoi
diritti contro Renato d'Angiò, fratello di Luigi III. In favore dell'Angioino si
coalizzarono Milano, Venezia e Firenze; la flotta genovese, al servizio del
Visconti, vinse però quella aragonese presso l'isola di Ponza (1435) e lo stesso
re Alfonso, fatto prigioniero, fu condotto a Milano da Filippo Maria.
L'Aragonese, tuttavia, riuscì dopo un colloquio con il suo vincitore a
riacquistare la libertà. Anzi, dall'imprevedibile e singolare avvenimento nacque
un'alleanza tra il Visconti e Alfonso d'Aragona, che ne approfittò subito per
riprendere la conquista del Regno fino ad occupare, nel 1442, Napoli, ottenendo
poi il riconoscimento di papa Eugenio IV.
Così Aragona, Sardegna, Sicilia e Regno di Napoli erano ormai sotto la sovranità
di un unico principe aragonese.
A Firenze, falliti i movimenti popolari del 1378, dominava
un'oligarchia borghese formata da un piccolo numero di famiglie di banchieri e
di grandi mercanti, tra cui gli Albizzi, gli Strozzi, i Pitti e i Capponi. Nel
frattempo il territorio soggetto alla Signoria di Firenze si era esteso,
includendo Arezzo, Cortona, Empoli, Pistoia, Volterra. La conquista di Pisa,
irriducibile rivale ghibellina, aveva messo a disposizione il litorale
tirrenico, ma siccome quell'antico porto diveniva inservibile per il graduale
insabbiamento, i mercanti fiorentini cercarono uno sbocco in un centro marittimo
che stava sorgendo sulle coste della maremma, Livorno. In tal modo Firenze, pur
restando una potenza di terraferma, poté disporre di una propria flotta
mercantile e, rivendicando gli antichi diritti pisani, cercò di ottenere scali
oltremare e nei Balcani.
Il governo oligarchico, diretto dagli Albizzi, suscitò un vivo malcontento tra
la media borghesia ed il popolo minuto, alimentato anche dal disappunto per gli
insuccessi subiti nella guerra contro Filippo Maria Visconti e poi contro la
Repubblica di Lucca. Interpreti di tale malcontento si fecero i Medici,
ricchissimi banchieri rimasti fuori del governo, che appoggiando le
rivendicazioni popolari costituirono in città una vera opposizione. Dopo
Giovanni, iniziatore della fortuna di questa famiglia, il maggiore esponente dei
Medici fu Cosimo il Vecchio, la cui popolarità crebbe a tal punto che, nel 1433,
gli Albizzi, per toglierlo di mezzo, lo fecero bandire dalla città sotto accusa
di peculato. L'esilio si risolse però in un trionfo per Cosimo, che fu accolto
con grandi onori nelle città della Repubblica veneta e l'anno seguente fece il
suo trionfale ritorno in Firenze, mentre gli avversari a loro volta dovevano
abbandonare la città.
Ebbe inizio allora la signoria fiorentina di Cosimo de' Medici che durò circa
trent'anni (1434-64) ed ebbe un'impronta singolare, in quanto il Medici non mutò
per nulla le istituzioni repubblicane, non assunse atteggiamenti dittatoriali,
ma fondò il potere esclusivamente sul prestigio personale e sui larghi mezzi
finanziari che gli permettevano, di collocare nelle più importanti cariche
cittadine i fautori e gli amici.
Cosimo divenne il maggiore animatore di una nuova offensiva contro il duca di
Milano, in cui Fiorentini e Veneziani, collegati, ottennero notevoli successi,
fino alla Pace di Cremona (1441), che pose fine al conflitto.
Nel frattempo Filippo Maria si riconciliava col suo condottiero Francesco
Sforza e gli concedeva in sposa la figlia Bianca Maria.
L'anno seguente l'equilibrio politico fu rotto nuovamente e questa volta il
pretesto venne dagli ingrandimenti territoriali conseguiti dallo Sforza
nell'Italia centrale. Si riaccese la guerra e si ebbe l'alleanza di Firenze, di
Venezia e dello Sforza contro il Visconti, il papa e il re di Napoli. Ma la
morte di Filippo Maria Visconti (1447) portò un mutamento essenziale nella
situazione, aprendo la contesa per la successione al Ducato di Milano.
Chi aveva tratto i maggiori profitti da tutte queste guerre territoriali era
stata la Repubblica di Venezia.
Il suo dominio sulla terraferma alla metà del XV secolo si estendeva dall'Isonzo
all'Adda, per le conquiste successivamente fatte a danno degli Scaligeri, dei
Carraresi e dei Visconti. Altre lotte fortunate avevano portato i Veneziani
all'acquisto del Patriarcato di Aquileia ed al consolidamento dei possessi in
Dalmazia, compresa la città di Zara; infine anche Ravenna era stata tolta ai Da
Polenta.
Lo Stato veneto, sostenuto da una ricchezza economica superiore a quella dello
stesso Ducato di Milano, sarebbe probabilmente stato in grado di assurgere a
dominatore ed unificatore dell'Italia settentrionale dopo gli insuccessi dei
Visconti. Questa fu infatti la politica perseguita dal doge Francesco Foscari
(1423-57) che, concentrando gli sforzi militari sulla terraferma, trascurò gli
interessi veneziani nel Levante, dove pure era diventata gravissima la minaccia
turca.
Come era avvenuto in precedenza, tuttavia, a questo slancio espansionistico di
Venezia si oppose una coalizione di altri Stati italiani, tra cui in primo luogo
Firenze.
Nel frattempo i Milanesi, mettendo in disparte tutti i pretendenti al ducato,
tra cui Carlo d'Orleans, il duca di Savoia, Francesco Sforza e Alfonso
d'Aragona, avevano proclamato la Repubblica Ambrosiana (1447-50). Ma di fronte
al pericolo di un'avanzata dei Veneziani, che erano penetrati nel Lodigiano,
ritennero necessario chiamare in aiuto dell'effimera repubblica lo Sforza che,
entrato al loro servizio, riportò la vittoria di Caravaggio (1448).
Poco dopo, sfruttando il prestigio procuratogli dalla sua capacità militare e
invocando i diritti che gli derivavano dal matrimonio con Bianca Maria Visconti,
lo Sforza si fece proclamare duca di Milano (1450).
Venezia, passata la delusione della sconfitta, riaprì le ostilità avendo dalla
sua parte il re di Napoli e il duca di Savoia.
Firenze, che questa volta meno aveva da temere dal Ducato milanese che dalla
crescente potenza veneziana, fu, per iniziativa di Cosimo dei Medici, alleata
con Milano, assieme a Genova, Bologna e Mantova.
La pace di Lodi e la Lega italica
La guerra durava da tre anni quando giunse la notizia che Costantinopoli era caduta nelle mani dei Turchi (maggio 1453) ed il papa Niccolò V sollecitava tutti ad organizzare una crociata contro gli infedeli: allora i belligeranti, già logorati dall'inutile guerra, giunsero ad una pace firmata a Lodi il 9 aprile del 1454, per cui Francesco Sforza veniva riconosciuto duca di Milano, mentre Venezia, rendendosi conto infine del pericolo che correvano le sue posizioni nell'Egeo, abbandonava il programma di espansione sulla terraferma.
Dopo la Pace di Lodi i cinque principali Stati della penisola, Milano,
Venezia, Firenze, Roma e Napoli bilanciarono le loro forze in modo da rendere
impossibile il predominio di uno di essi sugli altri ed allo scopo di mantenere
la pace e lo status quo territoriale formarono una alleanza detta Lega
italica, cui aderirono anche le altre signorie minori.
La Lega aveva scopi difensivi e conservativi, era volta cioè a parare attacchi
esterni e ad evitare conflitti interni.
I sedici capitoli della Lega furono firmati nell'agosto del 1454: l'accordo
avrebbe dovuto durare venticinque anni e si prevedeva anche la costituzione di
un piccolo esercito permanente per difendere l'Italia da eventuali aggressori.
Intorno ai cinque Stati maggiori (Milano, Firenze, Venezia, lo Stato della
Chiesa e il Regno di Napoli) come alleati e aderenti si raccolsero altri Stati
dell'Italia settentrionale e centrale, il Ducato di Savoia, il Vescovato di
Trento, le città di Bologna, Genova, Siena, Lucca e Ancona, gli Orsini, i
Colonna ed altri.
Per mantenere questo equilibrio, fondato sull'attenta valutazione e la sapiente
combinazione delle forze dei vari Stati italiani, venne elaborata una sottile
arte diplomatica, che si valeva di ambasciatori residenti in permanenza presso
le corti per svolgere soprattutto un'opera di attenta e perspicace osservazione:
in tale genere di attività si distinsero gli ambasciatori veneti, le cui
relazioni al Gran Consiglio furono in seguito fonte preziosa di notizie
storiche. Così le condizioni politiche generali dell'Italia rimasero inalterate
per quasi tutta la seconda metà del Quattrocento e si ebbero nella Penisola
circa quarant'anni di relativa pace, durante i quali presso le corti dei
principi e dei papi avvenne la fioritura letteraria ed artistica
prerinascimentale.
L'Umanesimo del Rinascimento; la stampa
L'Umanesimo del Rinascimento
Spesso si parla dell'Umanesimo come della fase preliminare del Rinascimento o
come del periodo immediatamente precedente la rinascita delle arti nel '400.
Un'interpretazione più recente e, forse, più corretta vuole che l'Umanesimo sia
la cultura rinascimentale, non dunque un periodo, ma l'impostazione del pensiero
e in generale dei modi di vivere che ha caratterizzato l'epoca del Rinascimento.
“Umanesimo” sta significa l'intensificazione della riflessione sull'uomo, non
tanto perché l'epoca precedente ne avesse trascurato l'importanza, ma a motivo
della nuova definizione che di esso viene elaborata dagli intellettuali del
periodo, vale a dire quella per cui l'uomo non si distingue grazie alla
specificità razionale (animal rationale), ma in ragione della capacità di
parlare in modo articolato e persuasivo (animal sermocinale), vale a dire
in ragione delle litterae humanae che ne improntano la vita.
La cultura umanistica nasce anche grazie alla reazione di scontento e di
fastidio registratasi tra gli esponenti più in vista della cultura civile del
tardo '300: primo fra tutti Francesco Petrarca, e poi Coluccio Salutati,
Leonardo Bruni e molti altri. Questi campioni delle lettere esprimono il proprio
disgusto nei confronti delle attività accademiche della facoltà delle Arti
liberali dei maggiori atenei d'Europa, presso i quali si è intensificata ed
approfondita a tal punto la riflessione in materia di logica da istituire un
linguaggio talmente tecnicistico da apparire, ai non addetti ai lavori, non
diverso dal vociare degli animali di un serraglio.
L'umanesimo, estraneo al mondo della tradizione accademica, denuncia
l'“ignoranza” dei cultori della logica e dei modi significandi (lo studio
delle modalità astratte del linguaggio) e rilancia la letteratura alternativa
delle discipline poetiche, storiche e in generale retoriche rimaste da parte
durante tutta l'età medievale.
La passione per l'uomo sermocinale, l'uomo che parla, fa sì che gli
umanisti si lancino alla ricerca delle scansioni originali della lingua parlata,
il latino, da riscoprire nelle opere dei grandi della classicità: Cicerone,
Orazo, Virgilio, Livio, Tacito, Quintiliano, ecc. Si instaura una gara, che vede
impegnati gli esponenti della nuova cultura in una spasmodica “caccia” al
manoscritto dimenticato, all'opera scomparsa, al testo integrale, per riportarne
alla luce la versione più autentica ed originale possibile attraverso una
minuziosissima analisi di tutta la tradizione manoscritta esistente (nasce la
scienza filologica). Ciò vale per la lingua latina, ma anche, in un secondo
tempo, per la lingua greca, non senza la complicità del fatto che intorno alla
metà del XV secolo molti dotti bizantini pensarono bene di fuggire in Italia,
con i loro tesori letterari, in vista di un ulteriore allargamento dei domini
turchi, fino alla scomparsa dell'antico Impero.
Il presupposto dell'animale sermocinale, dunque, porta a pensare a una
verità letteraria, non più consistente nei rapporti logici tra termini e
proposizioni, ma equivalente all'etimologia e al senso autentico ed originale
delle parole.
La connotazione speculativa del pensiero medievale, pertanto, cede il passo
all'inclinazione specialmente pratica del pensiero rinascimentale, che dalla
storia e dalla retorica, non dalla logica e dalla metafisica, trae gli spunti
per una rinnovata azione politica pienamente integrata nella storia fattiva
degli uomini.
Gli spunti letterari, poi, offrono alle arti figurative l'opportunità di
arricchirsi stilisticamente e contenutisticamente dell'infinità varietà degli
argomenti classici per una vera e propria “rinascita” dell'età antica, in cui
l'uomo era naturalisticamente integrato nel mondo terrestre.
Filosoficamente parlando, l'Umanesimo abbandona progressivamente il teorema
della finalità, lo schema fondamentale di tutta la metafisica teologica del
Medioevo, per abbracciare la più concreta dimensione dei fini pratici, non
illuminati da un significato di fondo, ma più efficaci per la totalizzazione di
risultati concreti. Non è più il significato a governare e giudicare in astratto
l'azione dell'uomo, ma è l'azione concreta a stabilire i fini pratici cui l'uomo
deve indirizzarsi.
Umanesimo e cristianesimo
Anche il cristianesimo, non in generale, ma nello specifico della professione
della fede, viene coinvolto dal rinnovamento umanista.
Come per le letterature latine e greche, così anche per quella biblica si
presenta la necessità di risalire alle fonti della fede, interpretando la
dottrina a partire dai testi originali ed autenticamente ricostruiti della
Scrittura rivelata.
L'esemplare aramaico e greco, per l'Antico e il Nuovo Testamento, vengono
rintracciati e rimessi in circolazione per un confronto filologico con le
traduzioni latine correnti.
L'atteggiamento umanistico ispira poi un confronto critico tra la lettura
scolastica del dettato biblico, modellata sui libri delle sentenze e sui
commenti dialettico-teologici e improntata alla definizione della dottrina, e il
rinnovato impulso alla ricerca della dizione originale ed autenticamente
espressiva della rivelazione. Ne scaturisce una contestazione su vasta scala
della complessità dialettica e dottrinale della teologia e un diffuso anelito
alla semplicità evangelica, che in diverse forme costituisce un presupposto non
indifferente ai movimenti di riforma della Chiesa che si sono poi manifestati
nell'epoca immediatamente successiva.
Il richiamo alla comune umanità, poi, anche in seguito al sempre più ravvicinato
confronto tra le diverse culture religiose dovuto all'intensificarsi degli
scambi e al movimento espansivo del mondo islamico, spinge gli intellettuali
cristiani, ecclesiastici e laici (ad es.: Niccolò da Cusa ed Erasmo da
Rotterdam) ad atteggiamenti di conciliazione e di riflessione eirenica per una
seria valutazione del concorso di verità presente nelle diverse fedi a
confronto. Si cercano basi comuni, soprattutto tra le culture del “Libro” (la
Bibbia), per coniugare l'umanità in una pacifica convivenza che esalti le
differenze per un comune arricchimento dei valori.
Niccolò Machiavelli e la trasformazione della politica
La nuova politica
Con Niccolò Machiavelli (1467-1527) inizia una nuova epoca del
pensiero politico: l'indagine politica, infatti, tende a staccarsi dal pensiero
speculativo, etico e religioso, assumendo come canone metodologico il principio
della specificità del proprio oggetto, che deve essere studiato autonomamente,
senza essere condizionato da principi valevoli in altri ambiti, ma che solo
indebitamente potrebbero essere fatti valere per l'indagine politica. La
posizione di Machiavelli può anche riassumersi con la formula “la politica per
la politica”.
La riflessione del Machiavelli suppone una forte crisi dei valori morali ormai
dilagante. Non solo prendeva atto della scissione fra le cose così come stanno
effettivamente e il loro dover essere rispetto ai valori morali, ma elevava a
principio la scissione medesima e la poneva a base della nuova visione dei fatti
politici.
Al suo realismo politico è congiunta una forte vena di pessimismo
antropologico; in proposito è basilare il capitolo XV del Principe (scritto nel 1513, ma pubblicato solo nel 1531, cinque anni dopo la morte
dell'autore), in cui viene messo a tema il principio secondo cui bisogna
attenersi alla «verità effettuale della cosa» e non perdersi nel ricercare come
la cosa “dovrebbe” essere:
Ma, sendo l'intento mio scrivere cosa utile a chi la intende, mi è parso più conveniente andare drieto alla verità effettuale della cosa, che alla immaginazione di essa. E molti si sono immaginati repubbliche e principati che non si sono mai visti né conosciuti essere in vero; perché elli è tanto discosto da come si vive a come si doverrebbe vivere, che colui che lascia quello che si fa per quello che si doverrebbe fare, impara più tosto la ruina che la preservazione sua: perché uno uomo, che voglia fare in tutte le parte professione di buono, conviene rovini infra tanti che non sono buoni. Onde è necessario a uno principe, volendosi mantenere, imparare a potere essere non buono, et usarlo e non usare secondo la necessità.
Machiavelli giunge addirittura a dire che il sovrano può trovarsi in condizione di dover applicare metodi estremamente crudeli e disumani; ma quando a mali estremi sono necessari rimedi estremi, egli deve adottare tali rimedi estremi ed evitare, in ogni caso, la via di mezzo, che è la via del compromesso che non serve a nulla, anzi è sempre e solo di estremo danno.
Di per sé, secondo Machiavelli, l'uomo non è né buono né cattivo, ma di fatto, propende ad essere cattivo. Di conseguenza, il politico non può fare affidamento sull'aspetto positivo dell'uomo, ma deve, piuttosto, prendere atto del prevalente aspetto negativo, e agire di conseguenza. Pertanto non esiterà ad essere temuto e a prendere le misure occorrenti per rendersi temibile. Certo l'ideale per il principe sarebbe quello di essere, ad un tempo, e amato e temuto. Ma le due cose sono ben difficilmente conciliabili, e dunque il principe farà la scelta più funzionale all'efficace governo dello Stato.
Le doti del principe, che emergono da questo quadro, sono chiamate
Machiavelli “virtù”. Egli usa il termine riprendendo antica accezione greca di areté, ossia di virtù come abilità naturalisticamente intesa, come era
concepita prima della spiritualizzazione che di essa Socrate, Platone e
Aristotele avevano operato. In particolare, essa ricorda il concetto di areté che avevano in modo particolare alcuni Sofisti. Virtù è vigore e salute, astuzia
ed energia, capacità di prevedere, di pianificare, di costringere e soprattutto
volontà che fa argine alla piena straripante degli eventi, che dà regola al
caos, che costruisce con tenacia l'ordine entro un mondo che frana e si disgrega
perpetuamente.
Questa virtù sa contrapporsi alla fortuna, cosicché per metà le cose umane
dipendono dalla sorte, per l'altra metà dalla virtù e dalla libertà:
... perché la fortuna è donna; et è necessario, volendola tenere sotto, batterla et urtarla. E si vede che la si lascia più vincere da questi [ = dai temperamenti impetuosi], che da quelli che freddamente procedono. E però sempre, come donna, è amica de' giovani, perché sono meno respettivi, più feroci, e con più audacia la comandano.
L'ideale politico di Machiavelli non è però il principe da lui descritto, che è piuttosto una necessità del momento storico, bensì quello della repubblica romana, fondata sulla libertà e sui buoni costumi. Descrivendo questa repubblica, egli sembra piegare in senso nuovo il suo stesso concetto di “virtù”, in particolare quando discute l'antica questione se il popolo romano nel conquistare il suo impero sia stato favorito dalla fortuna più che dalla virtù e risponde senza ombra di dubbio propendendo per la seconda.
Un ordine di idee analogo a quello di Machiavelli, sulla natura dell'uomo, sulla virtù, la fortuna e la vita politica, si trova in Francesco Guicciardini (1482-1540), in particolare nei suoi Ricordi politici e civili (terminati nel 1530). Guicciardini, però, più che alla dimensione storica pare più sensibile a quella del “particulare”, cioè del singolo frangente momentaneo e transeunte.
La trasformazione della guerra e l'assolutismo
Sviluppo e crisi delle monarchie europee
[pp. 92-96]
Dall'unitario mondo medievale si delinea sempre più nettamente, nel XIV e XV
secolo, la molteplicità statale dell'Europa moderna; l'Impero universale e
cristiano, i cui limiti si estendevano fin dove si estendeva la religione di
Cristo, si scinde in organismi politici minori, le monarchie nazionali, già da
tempo in corso di formazione, che affermano energicamente i propri diritti di
Stati sovrani ed indipendenti.
Il sistema dei legami personali, base del feudalesimo, si incrina, sostituito
dalla sottomissione (sudditanza) dell'individuo alla comunità nazionale,
rappresentata dal principe o dalle grandi assemblee degli ordini privilegiati.
I nuovi organismi politici hanno tendenza accentratrice e operano per darsi un'organizzazione
più completa:
- affidano l'amministrazione ad una nascente burocrazia, formata da funzionari
e non da feudatari semi-indipendenti;
- affermano la propria autonomia con il soccorso di giuristi che danno una
nuova interpretazione al diritto romano, in senso favorevole all'assolutismo del
principe, non al dominio universale dell'imperatore;
- contano sulla regolare riscossione dei tributi;
- hanno a disposizione forti eserciti formati in primo luogo da forti nuclei di
mercenari;
- hanno l'appoggio del ceto borghese della città, il «Terzo stato», la cui
potenza finanziaria è in pieno sviluppo.
Il potere civile, poi, mentre acquista coscienza di sè, dei suoi diritti e dei
suoi compiti, tende a liberarsi dall'ingerenza e dalla preminenza ecclesiastica,
esclude gli interventi della Chiesa negli affari interni dello Stato, le sottrae
ingenti ricchezze incamerando le decime ed i tributi riscossi nel proprio
territorio, rifiuta al clero taluni privilegi giudiziari, dispone delle dignità
episcopali e dei benefici vacanti, e tende perfino, in certi casi, a sottrarre
il clero all'autorità del pontefice, favorendo la costituzione di Chiese
nazionali.
In questa decisiva fase di sviluppo, come si è visto, le monarchie nazionali
furono soggette a violente crisi interne, a profonde trasformazioni economiche e
sociali, mentre dovettero affrontare, all'esterno, urti non meno violenti con
gli stati confinanti, i quali naturalmente nutrivano le stesse ambizioni di
consolidamento e di indipendenza.
Caratteristica comune all'evoluzione politica della Francia, dell'Inghilterra e della Spagna fu il rafforzamento del potere monarchico e dell'organizzazione statale. Tuttavia, tale fenomeno di concentrazione politica raggiunse nella seconda metà del sec. XV un grado notevolmente elevato solo in Francia; negli altri due stati occidentali tutte le forze sembrano ancora dirette a conseguire altri obiettivi: per l'Inghilterra si trattava anzitutto di superare la crisi suscitata dalla lotta tra le rivali fazioni aristocratiche, per la Spagna di vincere ogni differenza religiosa interna, conducendo una guerra a fondo contro i Musulmani e gli Ebrei.
Il consolidamento della monarchia francese
La Francia usciva esausta dalla guerra dei Cento anni contro gli Inglesi; le lotte che avevano devastato il paese,
però, avevano
suscitato nella popolazione un sentimento quasi moderno di patria e di
nazionalità, che tendeva a confondersi con il lealismo regio,
cioè con la fedeltà verso la dinastia dei Valois che aveva guidato la riscossa per la
liberazione del territorio francese.
Facendo leva sul favore dell'opinione
nazionale, i re francesi poterono attuare una serie di provvedimenti
militari e amministrativi di netta impronta anti-feudale, che portarono alla
ricostruzione dello Stato, incontrando una forte resistenza solo in Borgogna.
Carlo VII (1429-1461) riprese in Francia le forme di autoritarismo monarchico,
già proprie, in precedenza, del regno di Filippo Augusto e di Filippo il Bello,
soprattutto ora in campo amministrativo e finanziario. La
monarchia, per riorganizzare l'esercito, richiese un gettito più abbondante di
entrate, sia sotto forma di redditi ricavati dalle terre del demanio, sia sotto
forma di imposte dirette, come la taglia personale, sia indirette, come gli
aiuti sulle merci; In tal senso, poi, con una serie di ordinanze regie l'intero sistema di
riscossione fu esteso in modo quasi uniforme ai grandi feudi, esclusa la
Borgogna.
Un numero consistente di ufficiali regi, costituenti un'iniziale organizzazione
burocratica e reclutati anche tra il ceto borghese, venne a occupare le grandi
cariche dello Stato.
A Carlo VII successe
il figlio Luigi XI (1461-1483), principe spregiudicato, audace simulatore e politico avveduto.
Durante il suo regno la monarchia consegui un progresso decisivo per
l'estensione e il consolidamento del dominio della Corona, cioè dello Stato,
eliminando ed assorbendo i grandi feudi ancora per molti aspetti indipendenti.
Un primo successo Luigi XI lo conseguì resistendo abilmente ad una lega avversa
di feudatari, detta Lega del bene pubblico, che faceva affidamento sull'aiuto
dell'Inghilterra e mirava a spodestare il re per mettere al suo posto il
fratello Carlo. Non riuscendo a prevalere con le armi, Luigi ricorse all'astuzia
e corruppe con promesse di donativi i componenti della lega, procurando così il
suo scioglimento. Ottenuto il suo scopo, Luigi XI lasciò cadere gran parte delle
promesse, mentre al fratello Carlo tolse la Normandia che fece dichiarare
possesso inalienabile della Corona (1468).
Più lunga e impegnativa fu poi la lotta che il re dovette intraprendere contro Carlo il Temerario, divenuto nel 1467 duca di Borgogna.
Il Ducato di Borgogna apparteneva ad una famiglia cadetta dei Valois, che
aveva avuto come capostipite Filippo l'Ardito, investito del feudo dal padre,
Giovanni II il Buono re di Francia, nel 1363.
Sotto i successori di Filippo una serie fortunata di conquiste e di eredità,
conseguite con matrimoni, aveva allargato molto i confini del ducato, che era
giunto ad includere le Fiandre, l'Olanda, il Brabante, l'Artois, la Franca
Contea o Contea di Borgogna distinta dal Ducato di Borgogna. Si trattava di un
complesso di territori, legati da una unione personale al principe, disposti
come una fascia che dai monti del Giura svizzero giungeva alla foce del Reno,
seguendone in gran parte il corso. Territori ricchi, situati in una posizione
importante per il traffico europeo, che avevano i due principali centri in Gand
e Digione., città in cui i duchi tenevano una splendida Corte frequentata da
letterati e artisti.
La Borgogna aveva avuto una ruolo importante nella Guerra dei Cento Anni,
specialmente quando aveva stretto alleanza con l'Inghilterra; con il trattato di
Arras (1435), poi, Filippo il Buono aveva stabilito la pace con la Francia alla
condizione di essere esentato dal rendere l'omaggio feudale al re. Il duca di
Borgogna sapeva quindi di avere un potere pari se non superiore a quello del re
di Francia e desiderava che anche il proprio ducato fosse elevato alla dignità
di regno. A nutrire tale speranza con passione e slancio fu Carlo il Temerario
(1467-1477), successore di Filippo il Buono, principe energico, prepotente e
instancabile, collerico e talvolta disumano.
Il sovrano francese Luigi XI ricorse anche contro questo avversario ai suoi
metodi consueti, cominciando a intessere intorno a lui una rete di inimicizie e
di ostilità, e servendosi senza scrupolo dell'arma della corruzione.
Contro il borgognone, pertanto, si venne formando una coalizione, cui aderirono
alcune città renane, il duca Renato II di Lorena e i Cantoni svizzeri
occidentali (1474). Luigi, invece, non riuscì ad attirare subito nella
coalizione la sorella Iolanda, consorte di Amedeo IX di Savoia, ed effettiva
reggente del ducato sabaudo. Iolanda, che temeva le ambizioni francesi sulla
Savoia, si era accostata al Temerario, e solo più tardi, imprigionata da questi,
dovette ricorrere al fratello per ottenere la propria liberazione.
Carlo il Temerario mosse anzitutto contro i Cantoni svizzeri, ma venne sconfitto
a Grandson ed a Morat (1476). Ansioso di ottenere la rivincita, cinse d'assedio
la città di Nancy, in Lorena, ma sotto le mura della città la sua cavalleria fu
nuovamente vinta e dispersa mentre il Temerario stesso trovava la morte in
battaglia (1477).
A Luigi XI rimaneva così da sfruttare le circostanze: egli si affrettò ad
occupare il Ducato di Borgogna, ma la maggior parte delle terre (i Paesi Bassi,
l'Artois, la Franca Contea) gli sfuggirono perché toccarono a Maria, figlia
unica del Temerario, e da lei furono portati in dote al duca Massimiliano
d'Austria, erede dell'imperatore Federico III.
L'acquisto di altre province portò quasi a compimento l'unità territoriale della
Francia: nel 1463 erano state occupate, col consenso del re di Spagna Giovanni
II, le Contee del Rossiglione e della Cerdagna, nella zona montagnosa dei
Pirenei orientali; nel 1480, estintasi la seconda Casa d'Angiò, l'eredità della
Provenza, dell'Angiò e dei diritti sul Regno di Napoli passarono alla dinastia
regnante; dopo la morte di Luigi XI, infine, il matrimonio del figlio Carlo VIII
con Anna, erede del Ducato di Bretagna (1491), ebbe per risultato l'unione di
quel ducato alla Corona.
Alla fine del secolo XV, quindi, gran parte del territorio francese era
ritornato alla monarchia, che disponeva di forti poteri in campo amministrativo
e giudiziario, di ingenti risorse economiche, di un personale di governo e di un
esercito. L'assemblea degli Stati Generali (riunione dei rappresentanti dei tre
ordini della popolazione: clero, nobiltà e borghesia) tenuta a Tours, nel 1484,
non riuscì ad acquistare un'importanza politica permanente nel governo del
paese, rimasto affidato al sovrano, re per diritto dinastico, che entro i suoi
confini «non dipendeva da alcuno, fuorché da Dio e da se stesso».
La Spagna sotto i re cattolici. L'Inghilterra di Enrico VII
La situazione articolata della penisola iberica
Sotto il regno di Isabella di Castiglia e di Ferdinando di Aragona, il territorio
iberico, ancora lontano dall'unità nonostante l'unione personale delle corone di
Castiglia e Aragona, presentava parecchi motivi di disunione e di contrasto:
- differenze di lingua tra il castigliano e il catalano;
- diverse economie, come quella catalana, marittima, ma in declino perché
rivolta al Mediterraneo, quella agricola castigliana, e quella, destinata a
maggior fortuna, delle località prossime all'Oceano (Cadice e Siviglia);
- la popolazione spagnola professava tre fedi religiose diverse, il
cristianesimo, l'islam e il giudaismo.
Lo sforzo principale dei Re cattolici (tale nome ebbero dal papa Alessandro VI i
sovrani Ferdinando e Isabella) fu diretto a conseguire l'unità religiosa come
fondamento dell'unità politica e fattore essenziale della coscienza nazionale
spagnola. Per ottenere ciò, da una parte imposero agli Ebrei la scelta tra
l'espulsione e la conversione, costringendo molti ad emigrare, dall'altra,
compiuta l'espugnazione di Granada (1492), estremo baluardo arabo nella penisola
iberica, anche ai Mori rimasti in terra spagnola fu imposta la conversione e
l'abbandono delle consuetudini musulmane.
Non cessò, tuttavia, l'ostilità verso i convertiti che erano sospettati di
mantenere segretamente il loro culto, e contro i «marrani» e i «moriscos»
(giudei e musulmani mal convertiti) agi il Tribunale dell'Inquisizione e lo zelo
intransigente di Francesco Jimenez, arcivescovo di Toledo e consigliere della
regina Isabella.
La crociata contro gli infedeli, se portò ad una maggior unità spirituale del
paese, provocò però un indebolimento economico, perché interruppe l'opera di
irrigazione e di messa a cultura dell'altopiano centrale attuata dai Musulmani e
impoverì le attività commerciali esercitate nel passato dagli Ebrei.
Contro l'anarchia feudale degli hidalgos furono favorite le alleanze
cittadine e per l'amministrazione delle finanze e della giustizia si
costituirono i Consigli, quali organismi di un nascente apparato burocratico.
Re Ferdinando poté disporre di ingenti ricchezze che derivavano dalle rendite di
molti ordini religiosi e cavallereschi di cui il re era stato fatto Gran
Maestro, con l'autorizzazione del papa, e in tal modo gli fu possibile dare
inizio ad un arruolamento regolare di fanterie composte da picchieri, cui si
aggiunsero, con poche milizie mercenarie, reparti di archibugieri e di
artiglieria, la prima base di quella potenza militare che si sarebbe rivelata
nelle guerre del secolo XVI.
L'Inghilterra di fine '400. Gli Asburgo
L'Inghilterra sotto i Tudor
Nel 1485 un nobile gallese, Enrico Tudor, conte di Richmond e discendente dei
Lancaster per via materna, messosi alla testa dei numerosi nemici che la
crudeltà di Riccardo III aveva suscitato, lo affrontò e lo vinse a Bosworth,
nell'agosto. Riccardo III morì nella battaglia, e il Tudor, sposando Elisabetta
di York, figlia di Edoardo IV, fu proclamato re col nome di Enrico VII
(1485-1509).
Così si chiuse la luttuosa serie di lotte civili che aveva devastato
l'Inghilterra per circa trent'anni. La distruzione vicendevole delle fazioni
nobiliari e il bisogno generale di ordine e di pace assicurarono ad Enrico VII
un governo stabile, garantito dalla fedeltà della popolazione agricola e del
ceto mercantile.
Il Parlamento continuò ad esistere e a riunirsi, perché aveva già raggiunto un
grado di notevole solidità nei suoi due rami, la Camera dei Pari e la Camera dei
Comuni. Della prima facevano parte vescovi e membri dell'alta nobiltà che si
tramandavano ereditariamente, col titolo nobiliare, la dignità di pari; la
seconda era costituita dai rappresentanti della piccola nobiltà, nominati nelle
contee, e dai rappresentanti dei borghi. Il Parlamento, i cui membri godevano di
un alto grado di immunità, aveva il principale compito di approvare i sussidi
per la Corona; non aveva il potere di emanare leggi, ma poteva provocarne
l'introduzione.
Per altro, con l'avvento dei Tudor, che erano in grado di fare a meno dei
sussidi finanziari concessi dal Parlamento, e con la scomparsa durante le
recenti guerre dei grandi baroni, il controllo parlamentare sul potere regio fu
ridotto quasi a nulla. Il sovrano poté quindi rafforzare le istituzioni
monarchiche ed estendere senza ostacoli la competenza giudiziaria di un suo
tribunale supremo, la «Camera Stellata» (Star Chamber), che, occupandosi
degli affari di carattere straordinario, divenne un organo di sorveglianza e di
difesa della monarchia e, in seguito, un vero strumento di dispotismo.
L'Inghilterra dei Tudor si avviava a diventare un regno centralizzato e moderno
con una discreta coscienza nazionale e un vivo attaccamento alla monarchia.
L'attività preindustriale che stava emergendo venne favorita da misure
protezionistiche, che difendevano la produzione nazionale dei tessuti di lana e
imponevano tasse sull'importazione dei vini francesi.
L'insularità del paese, la posizione dei porti di Bristol, di Plymouth e di
Londra costituirono una premessa felice allo sviluppo della navigazione
atlantica, mentre Calais, sulle coste francesi, fungeva ancora da punto
d'appoggio sul continente.
Difficili erano però i rapporti con la Scozia e con la vicina Irlanda. La
Scozia, ostile all'Inghilterra nonostante una parziale comunanza di lingua, era
allora sotto la dinastia degli Stuart, che mantenevano le più amichevoli
relazioni con la Francia, potendo, all'occasione, diventare una pericolosa base
per i nemici della nazione inglese. L'Irlanda era invece asservita agli Inglesi,
ma sempre pronta a insorgere; la popolazione celtica, infatti, resisteva
ostinatamente alla colonizzazione inglese, mentre l'odio e il disprezzo
vicendevole accrescevano la distanza. Tale situazione era destinata a peggiorare
alla metà del '500, quando alle preesistenti differenze si sarebbe aggiunta
anche quella religiosa.
L'Italia nella seconda metà del '400: Venezia
Gli Stati italiani nella seconda metà del Quattrocento: l'Italia settentrionale
La Repubblica di S. Marco non aveva mutato sensibilmente la propria
costituzione negli ultimi decenni: i poteri statali restavano nelle mani di un
patriziato di origine mercantile, che attraverso una politica espansionistica
sulla terraferma — fatto dominante nella storia italiana della prima metà del
secolo XV — si era consolidato, acquistando vasti possessi terrieri. Le
conquiste di terraferma erano costate milioni di ducati e perciò esisteva in
Venezia una forte corrente che voleva abbandonarle per occuparsi solo delle
questioni marittime e coloniali, aggravate dalle rapide conquiste turche nei
Balcani. Molte città della costa albanese e dell'Egeo si erano date a Venezia
per trovare una difesa contro i musulmani e bisognava soccorrerle; ma la flotta
veneta si dimostrò impari al suo compito e nel 1470 non fu in grado di impedire
la caduta del Negroponte (Eubea) in mano al sultano. Perdita gravissima, questa,
per il predominio veneziano nell'Egeo, che fu solo in parte compensata
dall'acquisto, nel 1489, dei diritti di sovranità sull'isola di Cipro, ceduti da
Caterina Cornaro, ultima erede (benché la legittimità fosse contestata) dei re
della Casa di Lusignano.
Venezia aveva dovuto, prima e più direttamente degli
altri Stati italiani, stabilire rapporti coi Turchi, cercando una via amichevole
per non compromettere in modo irreparabile il proprio commercio col Levante.
Così nell'aprile del 1454 (poco dopo la pace di Lodi) fu stabilito col sultano
Maometto II un trattato di commercio che sostituiva le antiche franchigie e
immunità, godute dai mercanti veneziani, con moderate tariffe doganali. Le
conseguenze economiche di questi mutamenti non si fecero sentire subito e gran
parte del traffico veneziano deviò naturalmente verso Alessandria d'Egitto, non
ancora in possesso dei Turchi; ma poiché le nuove vie di navigazione
sull'Atlantico permettevano di arrivare direttamente, evitando intermediari
costosi e poco affidabili, ai paesi d'origine dei prodotti d'importazione, era chiaro
che iniziava per Venezia alla fine del '400 la parabola discendente della sua
prosperità e della sua potenza marinara.
A Mantova la signoria di Gian Francesco I Gonzaga (1407-1444) conseguì notevoli acquisti territoriali, raggiungendo la zona a sud del lago di Garda; Gian Francesco, che fu Capitano generale di Venezia dopo la condanna del Carmagnola, ebbe anche il titolo di marchese dall'imperatore Sigismondo, di ritorno da Roma nel 1433. I Gonzaga allargarono le loro relazioni per mezzo di matrimoni coi principi tedeschi di Hohenzollern, ma la loro signoria, stretta tra Venezia e Milano, rimase circoscritta ad un territorio non molto vasto, sicuro dal punto di vista difensivo, ma di limitate possibilità economiche e militari.
A Ferrara gli Estensi, ottenuta la restituzione di Rovigo e del Polesine da Venezia (1438), avevano fatto nuovi acquisti in Romagna e nella Garfagnana. Essi ebbero nella prima metà del secolo XV la funzione di mediatori e di pacificatori, mantenendosi in rapporti di amicizia con Venezia. Più tardi, Borso d'Este (1450-71) ottenne dall'imperatore il titolo di duca di Modena e Reggio e dal papa quello di duca di Ferrara, mentre la Corte estense diveniva uno dei centri maggiori dell'arte e della cultura rinascimentale.
Bologna non aveva uno stabile regime politico, oscillando tra le forme di autonomia comunale, il dominio visconteo e quello papale. Alla fine vi sorse una signoria propria, quella dei Bentivoglio; un membro di questa famiglia, Sante Bentivoglio, dominò la città dal 1446 al 1462 e a lui successe fino al 1506 Giovanni II. Fu una signoria senza titoli, che mantenne le forme del governo comunale col Podestà e coi Reggitori, e che dovette riconoscere i superiori diritti del pontefice in un concordato, detto dei Capitoli (1447), fondamento dei futuri rapporti con la Curia romana.
La Romagna era stata nella prima metà del '400 il luogo d'incontro delle mire espansionistiche di Venezia e di Milano; Firenze, per salvaguardare i passi appenninici, vi era intervenuta altrettanto frequentemente. A Ravenna i Da Polenta si erano estinti nel 1441 e la città era stata annessa da Venezia; a Forlì governarono gli Ordelaffi fino al 1480, poi la città fu dei Riario, parenti di papa Sisto IV, fino alla signoria romagnola di Cesare Borgia, all'inizio del '500; Imola, tenuta dagli Alidosi dal 1334 al 1424, passò poi ai Manfredi di Faenza e nel 1472 venne acquistata da Galeazzo Maria Sforza, che la diede in dote alla figlia Caterina, sposa di Girolamo Riario; Cesena, morto nel 1465 Malatesta Novello, ritornò al papa; Rimini e il territorio circostante furono del tiranno Sigismondo Malatesta († 1468) e la città rimase poi ai suoi successori; infine Faenza fu tenuta dai Manfredi fino al tempo di Cesare Borgia. Su tutte queste terre e città, naturalmente, il papa si apprestava ad affermare la propria sovranità, allora rispettata solo in modo formale e non da tutti i signori.
Milano, Firenze, Roma e Napoli
Il Ducato di Milano era passato dalla signoria viscontea a
quella sforzesca, dopo la breve parentesi della Repubblica Ambrosiana
(1447-1450), che non fu un ritorno a forme di governo popolare e democratico, ma
piuttosto il tentativo di alcune famiglie del patriziato cittadino (i Trivulzio,
i Bossi, i Lampugnani, ecc.) di istituire un governo oligarchico: la guerra con
Venezia, la carestia e la mancanza di base di quel regime repubblicano portarono
in città il condottiero Francesco Sforza, che colse l'occasione per instaurarvi
la propria signoria vantando anche i diritti ereditari della moglie Bianca Maria
Visconti. Francesco Sforza governò dal 1450 al 1466 : fu principe dotato di
vigile senso dell'opportunità, mente acuta ma sopra tutto forte personalità di
soldato. Rafforzò militarmente il ducato, facendone alla metà del '400 lo Stato
più forte della penisola, promuovendone però anche lo sviluppo agricolo e
industriale e favorendo l'immigrazione di artigiani e di artisti. Egli fece
ricostruire il Castello di Porta Giovia o Castello Sforzesco, diede inizio ai
lavori per la costruzione di un grande Ospedale Maggiore e allo scavo del
Naviglio della Martesana, che recava l'acqua dell'Adda da Trezzo a Milano.
Il successore Galeazzo Maria (1466-76) fu invece principe crudele e dissoluto.
Sposò Bona di Savoia; poi, nel 1476, cadde nella Chiesa di S. Stefano sotto il
pugnale di tre giovani, che per odio personale e per esaltazione umanistica
ritennero di compiere opera meritevole verso la patria liberandola dal tiranno.
Bona di Savoia, figlia del duca Amedeo IX e nipote del re di Francia Luigi XI,
rimase come reggente per il figlio Gian Galeazzo. Al suo fianco era il ministro
e consigliere Cicco Simonetta, mentre i fratelli del morto duca, tra cui
l'ambizioso Ludovico il Moro, venivano banditi dalla città. Nel 1479 però
Ludovico ritornava, faceva imprigionare e condannare a morte nel Castello di
Pavia il Simonetta, allontanava la reggente e assumeva in nome del nipote Gian
Galeazzo l'effettivo governo del ducato.
In Piemonte esistevano tre signorie: il Ducato di Savoia, il cui
centro di gravità era però sul versante franco-svizzero delle Alpi, dove
occupava le terre tra il Rodano, l'Isère e il lago di Ginevra, mentre dalla
parte piemontese si estendeva sino a Torino, Pinerolo e Chivasso; inoltre Amedeo
VII di Savoia aveva acquistato la contea di Nizza con i valichi del colle di
Tenda. La dinastia sabauda rimase nell'orbita francese fino al secolo XV e solo
più tardi si sarebbe orientata verso la Pianura padana, dove la resistenza era
assai minore che sull'altro versante delle Alpi.
Le altre due signorie piemontesi, il Marchesato di Saluzzo, quasi
totalmente sotto l'influenza francese, e quello di Monferrato, sotto la
famiglia dei Paleologi, in condizioni di dipendenza feudale dai Savoia, non
furono in grado né di ostacolare l'espansione sabauda né di svolgere per loro
conto una politica attiva nell'Italia settentrionale.
Il ducato di Amedeo VIII,
durato dal 1391 al 1434, fu un periodo felice per lo Stato sabaudo; l'abile
politica del duca ebbe ragione sia delle aspirazioni espansionistiche di Filippo
Maria Visconti, che aveva occupato la Val d'Ossola e per qualche tempo anche
Vercelli, sia della pressione dei Cantoni svizzeri sul Vallese e sul Vaud. Dopo il suo ritiro nel Castello di Ripaglia (1434) e la sua elezione ad antipapa
durante il concilio di Basilea, tuttavia, cominciò per il ducato un lungo periodo di
decadenza. Occuparono il trono ducale prima il figlio Ludovico, poi il debole
Amedeo IX (1465-72), per il quale governò di fatto la moglie Iolanda, sorella del
re di Francia Luigi XI, che dovette lottare strenuamente per difendersi dalla
prepotenza di Carlo il Temerario e dall'amicizia interessata del fratello. Per
altro, dopo la morte di Iolanda (1478), la preminenza dei re francesi sul Ducato
sabaudo si fece sempre più forte e alla fine del secolo si trasformò in
effettivo dominio.
La sorte della Repubblica di Genova fu, nel secolo XV, mutevole: Per certi periodi di tempo la città fu sotto la dominazione viscontea o sforzesca, in altri momenti si offrì alla sovranità francese. All'interno, la lotta tra le famiglie rivali, come gli Adorno e i Fregoso, era incessante; sul mare, perdute le colonie e gli stabilimenti del Mar Nero, Genova intraprese, prima e più facilmente che Venezia, la navigazione oceanica. Sotto il profilo economico, acquistò grande importanza il Banco di S. Giorgio, fondato come impresa privata, che assunse la gestione delle gabelle, dei monopoli e dei possedimenti genovesi, non solo con intenti di speculazione, ma anche al fine di sanare il debito pubblico.
Gli Stati italiani nella seconda metà del Quattrocento: Firenze - Roma - Napoli
A Firenze la preminenza dei Medici non era garantita da alcun titolo
ufficiale, ma dalla solidità economica della famiglia, che possedeva un
importante Banco di credito, e dalla capacità politica di Cosimo e in
particolare dal suo spiccato senso della misura, per cui non abusava né dei
poteri né del denaro pubblico.
In politica estera Cosimo fu alleato per lungo tempo di Venezia, ma verso il
1450 si avvicinò a Milano. In città si aveva ormai una netta prevalenza delle
Arti medie e maggiori, e su queste classi si appoggiava il governo mediceo.
La morte di Cosimo (1464) lasciava in eredità alla sua famiglia una tradizione
di buon governo, ma il figlio Piero il Gottoso non fu altrettanto abile, pur
riuscendo a reprimere un tentativo di ribellione, promosso dagli esponenti di
altre famiglie fiorentine (Pitti, Soderini, Acciaiuoli) e favorito dal governo
di Venezia (1466).
Nel 1469 a Piero successero i figli Lorenzo e Giuliano, che ottennero da
un'assemblea di notabili il riconoscimento della loro posizione privilegiata in
città.
Con Lorenzo il Magnifico (1469-92) ebbe inizio la liquidazione anche esteriore
degli istituti comunali: furono ridotte le Arti minori e medie, abolita la
Mercanzia, il Consiglio del Popolo e del Comune. I membri della Signoria furono
eletti da una ristretta cerchia di collaboratori costituenti il «Consiglio dei
Settanta», che controllava, subordinatamente alle direttive del Medici, la vita
pubblica e in certi casi anche la vita privata dei Fiorentini. Lorenzo,
intelligente e colto, ma sospettoso e non misurato come il vecchio Cosimo,
trascurò in parte gli affari del Banco di famiglia e per sostenerlo dovette
ricorrere al denaro pubblico. Seppe tuttavia manovrare con astuzia il sistema di
tassazione, in modo da rovinare con gravami fiscali i suoi nemici personali e
favorire con esenzioni gli amici.
La città visse per qualche decennio in pace, infatti l'alleanza con Milano e
Napoli e l'amicizia di papa Innocenzo VIII fecero di Firenze il principale
fattore d'equilibrio, «la bilancia della politica italiana» nella seconda metà
del secolo XV.
Quando ebbe termine il grande scisma, nel 1417, Roma presentava
l'aspetto di una città decadente. La città cominciò a riprendersi con Martino V
(1417-31), ma riebbe un periodo di crisi col successore Eugenio IV (1431-1447),
che da una rivolta popolare fu costretto nel 1434 a rifugiarsi a Firenze, dove
rimase fino al 1443, attendendo ai lavori del concilio che avrebbe dovuto
riunire la Chiesa greca con quella cattolica (Concilio di Ferrara-Firenze,
1437-39).
Il successore Niccolò V (1447-1455) diede l'avvio al generoso mecenatismo
umanistico dei pontefici romani. Il suo papato, tuttavia, turbato dalla notizia
delle vittorie dei Turchi e dal fallimento delle riunioni indette a Roma per
organizzare una crociata, fu anche funestato dalla congiura di Stefano Porcari,
umanista e uomo politico (era stato podestà a Bologna e a Siena), poi scoperto e
condannato a morte (1453), che intendeva rovesciare il governo papale per
instaurare la Repubblica romana.
Con il papa Callisto III (1455-58), della famiglia spagnola dei Borgia, si aprì
una fase di nepotismo senza ritegno, mentre una folla di Catalani affluiva alla
Corte romana.
Fu poi pontefice col nome di Pio II il letterato umanista Enea Silvio
Piccolomini (1458-64), che si adoperò con energia per la lotta antiturca.
Dopo l'autoritario Paolo II (1464-71), che impose un freno al nepotismo e alla
vendita degli uffici, Sisto IV della Rovere (1471-84) suscitò invece una vera
crisi italiana per accontentare le ambizioni dei nipoti Girolamo Riario e
Giuliano della Rovere.
Il successore Innocenzo VIII (1484-1492) fu noto per l'amicizia con il Magnifico
Lorenzo de' Medici, di cui fece cardinale in giovane età il figlio Giovanni.
Nella seconda metà del secolo XV, dunque, due aspetti caratterizzarono dunque la
vita papale: il largo favore concesso dai pontefici ad artisti e letterati
(mecenatismo umanistico) e la consuetudine di favorire i parenti e nipoti,
attribuendo loro importanti cariche nella gerarchia ecclesiastica e nella
amministrazione degli Stati pontifici (nepotismo); di conseguenza, all'interno
della corte papale si moltiplicarono gli uffici e le cariche (segretari
apostolici, piombatori, ecc.), le quali però venivano aggiudicate dietro
pagamento di determinate somme.
Diversi problemi, poi, tennero occupati i papi in questo periodo: anzitutto
quello di ristabilire la piena sovranità sui territori del Patrimonio di S.
Pietro, che erano stati oggetto di alienazioni abusive e di occupazioni
illecite, specie nelle Marche e nella Romagna; poi, il bisogno potentemente
sentito di organizzare una controffensiva cristiana contro i Turchi, facendo
appello, ma senza successo, ai sovrani d'Italia e d'Europa.
Miglioramento i rapporti del Papato con i sovrani di altri paesi, specialmente
con i re di Francia, che al tempo del Concilio di Costanza avevano suscitato
correnti di opposizione al papa e favorito la tendenza gallicana, che intendeva
attribuire la giurisdizione del clero francese al potere civile, distaccandolo
da Roma il più possibile. Un accordo tra Paolo II e Luigi XI portò poi alla
stipulazione di un Concordato (1472), uno dei primi che regolarono ufficialmente
i rapporti tra Chiesa e Stato, favorendo in ugual misura il re e il papa.
Nel Regno di Napoli la situazione caotica che era stata determinata
dal susseguirsi di lotte dinastiche tra Angioini e Aragonesi aveva indebolito e
quasi annullato il senso dello Stato nella parte più ricca e più attiva della
popolazione. L'aristocrazia baronale, il ceto dominante di origine per lo più
straniera, mancava di solidarietà: i baroni erano gelosi gli uni degli altri e
le loro alleanze contro la monarchia riuscivano provvisorie per il sospetto
vicendevole, il rancore e lo spirito di anarchica indipendenza.
La nobiltà di provincia era nobiltà di spada, quella di città per lo più di toga
e prelatizia: essa, comunque, teneva il monopolio degli uffici e delle cariche
più elevate del regno.
Una vera borghesia non si era mai formata, salvo che a Napoli, città capitale
che per la sua vivace attività manifatturiera e marinara costituiva una vera
eccezione.
Il ceto più umile della popolazione era una plebe senza stabile occupazione e
senza aspirazioni politiche, che si spostava dalla campagna alla città, formando
una massa di affamati e di scontenti; l'attività più comune e redditizia — anche
per il re che vi imponeva i suoi carichi fiscali — era la pastorizia.
Conquistando militarmente il paese, Alfonso V d'Aragona (1442-1458) aveva
riportato la pace all'interno e illustrato la propria corte con un fasto che, in
Italia, non aveva eguali; la sua politica, tuttavia, dominata da propositi di
espansione e di aggressione senza precise mete, insidiò sin da principio la pace
di Lodi. A lui successe, con molte difficoltà, il figlio naturale Ferdinando I
chiamato anche Ferrante (1458-1494), mentre la Sicilia e la Sardegna seguivano
la sorte dei possedimenti spagnoli toccati a Giovanni II, fratello di Alfonso. I
trentasei anni di regno di Ferrante furono travagliati dalla contesa con Renato
e Giovanni d'Angiò, durata fino al 1464, poi dallo sbarco dei Turchi ad Otranto
(1480) e, ultimo ma non minore pericolo, dalla Congiura dei Baroni (1486) e
dalla guerra col papa. Con tenacia egli superò queste crisi, ma se da una parte
lo soccorse l'alleanza con Firenze, dall'altra dovette in più di un'occasione
ricorrere alla simulazione e alla vendetta, guadagnandosi la fama di principe
spregiudicato e sleale.
La Congiura dei Pazzi, la Guerra di Ferrara e la Congiura dei Baroni
Dopo il 1478 l'assetto politico italiano fu minacciato da avvenimenti di una certa gravità che, tuttavia, pur coinvolgendo alcuni dei principali stati della penisola, non causarono una vera e propria rottura del sistema dell'equilibrio, faticosamente conservato sopra tutto per l'opera saggia e misurata di Lorenzo de' Medici.
I buoni rapporti tra Firenze e Roma furono anzitutto turbati dalle
preoccupazioni nepotistiche del pontefice Sisto IV Della Rovere (1471-1484), che
per dare al nipote Girolamo Riario la città di Imola venne in contrasto coi
Medici. Questi si rifiutarono di fornire il denaro necessario al riscatto della
città romagnola, allora in possesso del duca di Milano Galeazzo Maria Sforza, e
così il papa si rivolse, per ottenere quel denaro, ai Pazzi, ricca famiglia
fiorentina che acconsentì ed ottenne in tal modo da Sisto IV la gestione delle
finanze papali al posto dei Medici. Questi dissidi e queste rivalità crearono
l'atmosfera adatta alla Congiura dei Pazzi (1478). Poiché Lorenzo aveva
nuovamente ostacolato Sisto IV opponendosi alla nomina di Francesco Salviati,
parente dei Pazzi, ad arcivescovo di Firenze, il papa inviò il Salviati a Pisa.
Poco dopo, però, tra Girolamo Riario, alcuni esponenti della famiglia Pazzi e
l'arcivescovo Francesco Salviati, fu preparata l'aggressione contro Lorenzo de'
Medici e il fratello Giuliano. Qualora l'attentato avesse avuto successo, anche
lo stato politico interno della città di Firenze sarebbe stato modificato in
modo da fornire un sicuro appoggio alla signoria romagnola di Girolamo Riario.
Così, il 26 aprile 1478, in occasione di una funzione in Duomo per l'arrivo in
città del cardinale Raffaele Sansoni, nipote egli pure del papa, alcuni sicari
cercarono di colpire i due Medici; Giuliano fu ucciso, Lorenzo invece poté
salvarsi, benché ferito, fuggendo nella sacrestia, di cui furono immediatamente
sbarrate le porte. Seguì una violenta reazione popolare: molti della famiglia
dei Pazzi furono uccisi dalla folla e la stessa sorte toccò al Salviati, mentre
il Sansoni, sospetto di complicità, fu tenuto come ostaggio.
La conseguenza immediata di ciò fu che il pontefice lanciò la scomunica su
Lorenzo, per violenza contro personalità ecclesiastiche, e colpì con
l'interdetto la città.
La guerra che ne seguì aprì una vera crisi. Col papa si schierarono Ferdinando
d'Aragona, re di Napoli, e la città di Siena; con Lorenzo, invece, stettero
Milano e Venezia. E benché Firenze fosse più debole dei suoi avversari, condotti
dal valente Federico di Montefeltro, vincitore a Poggio Imperiale sull'Elsa, non
si ebbero risultati decisivi.
A Lorenzo si imponeva però la necessità di fare la pace, perché i suoi alleati
non erano in grado o non intendevano dargli un aiuto decisivo, particolarmente
Milano, dove dominava Ludovico il Moro (1479-1500), in buoni rapporti con il re
di Napoli. Pertanto, mentre già venivano offerte mediazioni, anche straniere,
per indurre il papa alla pace, Lorenzo si recò a Napoli e nell'inverno tra il
'79 e 1'80 riuscì a staccare Ferdinando d'Aragona dal papa. Sisto IV a sua volta
dovette venire ad una conciliazione (marzo 1480) che, oltre alle restituzioni
reciproche, importava anche l'assoluzione dei Fiorentini dalle sanzioni
religiose.
Durante la crisi causata dalla Congiura dei Pazzi si era determinato un
accostamento tra Napoli, Firenze e Milano contro il papa e Venezia. Nell'estate
del (~I 480 i Turchi sbarcavano improvvisamente ad Otranto, nella penisola
salentina, prendendo d'assalto la città e massacrando la popolazione.
Il papa Sisto IV si dedicò intensamente al progetto di una «guerra santa»,
richiedendo decime ai paesi cristiani e inviando appelli affinché si
allestissero navi da guerra. La situazione però appariva difficile perché
Venezia era restia ad ostacolare con la sua flotta dell'Adriatico la spedizione
turca e re Ferdinando minacciava di fare la pace coi Turchi se non fosse stato
adeguatamente soccorso. Solo nel settembre 1481 i Turchi, sopra tutto per
l'azione della flotta aragonese e pontificia, furono respinti e Otranto ripresa.
Nel frattempo Venezia, d'intesa con Girolamo Riario e con il papa, preparava
un attacco al Ducato di Ferrara, tenuto da Ercole d'Este.
Questo duca, dopo il suo matrimonio con una principessa aragonese, aveva aderito
all'alleanza con Napoli, staccandosi da Venezia, con cui la Corte estense era
stata sempre in buoni rapporti. Ora i Veneziani miravano ad impadronirsi di
nuovo di tutto il delta del Po, da Rovigo (restituita col Polesine agli Estensi
nel 1438) a Ferrara, non escludendo la conquista di quest'ultima città, che
avrebbe eliminato un fastidioso concorrente nel commercio del sale di Comacchio.
A sua volta il Riario avrebbe allargato i possessi di Romagna, aggiungendo altre
terre alla signoria di Imola e di Forlì, che aveva avuto nel 1480.
Scoppiò così la Guerra di Ferrara (1482-1484), in cui, nonostante la grande
preparazione e l'appoggio della flotta, Venezia non poté ottenere risultati
decisivi, trovandosi di fronte, oltre agli Estensi, l'alleanza di Napoli,
Firenze, Milano, i Gonzaga e i Bentivoglio. Il papa fu il primo ad abbandonare
la lotta, concludendo una pace separata nel 1482 e l'anno seguente passando
addirittura dalla parte della Lega con la promessa di un incarico ben retribuito
per il nipote Riario. Venezia cercò di creare una diversione chiamando in Italia
Renato II d'Angiò, duca di Lorena, nipote di Renato I ed erede dei suoi diritti
sul Regno, ma questi, dopo breve tempo, ripassò le Alpi.
La guerra ebbe altre vicende, tra cui l'attacco di Roberto Sanseverino, Capitano
generale di Venezia, contro Milano, dove si poteva sperare un aiuto dai fautori
di Bona di Savoia contro l'usurpatore Ludovico il Moro, e lo sbarco di un
contingente veneto a Gallipoli, sulle coste pugliesi, per suscitare una
sollevazione contro Ferdinando, d'intesa coi baroni. Si giunse infine alla Pace
di Bagnolo (1484), promossa da Ludovico il Moro e accettata da Venezia e da
Firenze, a spese, però, di Ercole d'Este, che perse Rovigo e il Polesine.
Il malcontento e lo spirito di indipendenza piuttosto anarchico che
costruttivo dei baroni del Regno di Napoli avevano avuto nuovi motivi di
manifestarsi durante gli avvenimenti della Guerra di Ferrara, soprattutto per la
presenza in Italia di un nuovo candidato angioino e per lo sbarco dei Veneziani
in Puglia; così sì giunse all'ultimo episodio della crisi italiana in questo
scorcio di secolo: la Congiura dei baroni (1485-1486). Il governo energico ma
esoso di Ferdinando d'Aragona e l'avversione suscitata dal comportamento del
principe ereditario Alfonso, duca di Calabria, provocarono una congiura, di cui
furono promotori Antonello Petrucci, segretario del re, Francesco Coppola, conte
di Sarno, e Antonello Sanseverino, principe di Salerno. Il papa Innocenzo VIII
(successo a Sisto IV nel 1484) favorì la congiura e si alleò coi baroni per il
rifiuto del re di versare il tributo feudale alla Chiesa. Il conflitto scoppiò
apertamente quando anche la città dell'Aquila si ribellò ai gravami fiscali
imposti da re Ferdinando (settembre 1485).
In questa situazione Lorenzo il Magnifico agì da moderatore, cercando di
attutire i contrasti e di evitare l'allargarsi del conflitto. Il Medici ebbe
successo, infatti si verificò solo uno scontro a Montorio (nel Lazio) tra i
soldati del duca di Calabria e quelli di Roberto Sanseverino, che dalla
Repubblica di Venezia aveva avuto il consenso di recarsi, in forma privata, ad
aiutare il pontefice. L'insurrezione dell'Aquila venne presto soffocata ed
ebbero termine sia la ribellione dei baroni, che anche in questa occasione
avevano rivelato la loro disunione e reciproca sfiducia, sia la stessa guerra
tra il papa e il re di Napoli.
Nella Pace di Roma (agosto 1486) Ferdinando si obbligava a pagare il regolare
tributo dovuto al pontefice ed a perdonare ai feudatari ribelli. Subito dopo,
tuttavia, procedeva a feroci repressioni, facendo condannare a morte il conte di
Sarno e il Petrucci, arrestati a tradimento durante una festa in Castel Nuovo.
L'Italia nel 1494
Gli anni tra la pace di Roma e la morte di Lorenzo de' Medici (1492) furono
anni di relativa calma; i rancori e i dissensi rimasero sopiti, mentre si
verificava il distacco di Milano da Napoli, che portava ad una irreparabile
incrinatura nel sistema dell'equilibrio.
Scomparsi il Magnifico e Innocenzo VIII nell'anno stesso in cui Colombo scopriva
il Nuovo Mondo e morto due anni dopo Ferdinando di Napoli, si entra in una fase
nuova della storia italiana: finita l'età dell'equilibrio e delle contese
locali, comincia l'età delle invasioni e delle grandi guerre per il predominio
nella Penisola da parte delle potenze europee.