CLASSE III - Sintesi di Storia (1) |
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Terminologia storica |
Campo semantico del termine "storia"; oggetto storico e categoria storica
Storia e interpretazione
Cerchiamo di analizzare il campo semantico del termine “storia”.
«è sempre la solita storia!» |
«che storia!» |
«mi hai raccontato un sacco di storie» |
« ... mi ha tirato una storia!» |
«papà, mi racconti una storia?» |
«com'è la storia dell'ultimo film?» |
«la storia dell'agricoltura» |
«il volume di storia» |
« ... due storie in contemporanea?!» |
«le epoche della storia» |
«mi parli della tua storia?» |
ecc. |
Il termine equipollente a “storia” che si mostra adatto per sostituirlo
raccogliendo in sé tutti questi significati è “interpretazione” (hermenéia).
Il verbo interpretare ha tre livelli di significato: decifrare un simbolo
attraverso un gesto codificato (livello debole), tradurre da una lingua ad
un'altra un contenuto di significato (livello medio), interpretare sulla scena o
nella vita un personaggio (livello forte).
Lo studio della storia si raccoglie nella finalità del terzo significato: si
tratterebbe, attraverso l'approfondimento di ciò che ci ha preceduto, di farsi
interpreti responsabili della tradizione di cui siamo lo sbocco, con tutti i
suoi valori e con tutti i suoi errori, per essere autorevolmente presenti per le
scelte da farsi in vista del futuro.
L'oggetto storico
Ci domandiamo che cosa sia l' “oggetto
storico”, vale a dire ciò cui mirano sia la ricerca storica sia lo studio della
storia. Si tratta di un fatto? Ma ... che cos'è un fatto? In che modo un
accadimento diviene fatto storico?
Un fatto è la
comprensione di un divenire di cose che acquista un determinato significato a
partire da un atto di temporalizzazione operato dall'uomo. L'uomo è nel contempo
soggetto, oggetto e interprete della storia. L' “oggetto storico” è il risultato
dell'applicazione dell'interpretazione dell'uomo al corso degli eventi.
La
Storia è la disciplina che fa esistere i fatti interpretandoli secondo una certa
prospettiva nel contesto di uno scenario temporale. Il valore di un fatto
storico è istituito dalla temporalizzazione messa in atto da chi lo studia. La
storia è l'interpretazione che l'uomo dà di se stesso nell'oggi in cui vive.
La prospetticità della storia
Ci sono
fatti che appaiono diversamente interpretati nel corso della storia stessa; i
fatti sono interpretati da vincitori e da vinti, da protagonisti e da vittime,
da spettatori e da interpreti. La verità storica è un difficile e instancabile
accertamento dei risvolti degli avvenimenti sulla cultura, sull'identità e sulla
coscienza delle comunità umane.
Storicizzando, l'uomo si distacca dallo scorrere
degli eventi, i quali, pertanto, si trasformano in un trascorso storico, un “fatto”. La
storicizzazione consiste in un lavoro di dispiegamento e di distensione
dell'accadere lungo la traiettoria del tempo, dimensione che non esiste di per
sé “in natura”, ma che appare come la fondamentale prerogativa storica
dell'uomo, in quanto categoria a sua disposizione per operare un consolidamento
organico della propria personale esperienza.
Distanziando da sé le cose nel
passato e anticipandole nel futuro l'uomo si rende presenzialmente partecipe
degli accadimenti, potendo assumersene una relativa responsabilità (storica). La
presa di distanza dal passato consente la categorizzazione e la periodizzazione,
che non significano la scoperta di qualcosa di dato in natura, ma
l'interpretazione di significati dominanti che rendono possibile il possesso
(come accertamento storiografico) di un certo periodo di tempo. D'altronde, il
tempo non esiste in se stesso: il passato infatti non c'è più, il futuro non c'è
ancora e il presente sfugge al controllo, data la sua inconsistenza di soglia
tra futuro e passato.
Il documento, la testimonianza e il reperto sono ricercati
e indagati dall'interprete per contestualizzarli in un quadro significativo alla
luce dell'esperienza successiva dell'umanità. Il risultato del lavoro storico è
l'appropriazione, da parte dell'umanità, di un grado di consapevolezza maggiore
rispetto a quanto vissuto dalle generazioni precedenti.
La categoria storica. L'esempio del Medioevo
Che cos'è il Medioevo? Risposta: una categoria storica.
Il termine categoria è preso a prestito dal linguaggio filosofico. Di per sé,
poi, esso fa riferimento all'ambiente del foro, vale a dire all'ambito della
giurisprudenza. Letteralmente, infatti, categoria significa “imputazione”, capo
di accusa. Categorizzare, pertanto, vuol dire denunciare una cosa come “rea” di
essere di un certo ordine, di appartenere a un certo tipo.
Dire che il Medioevo
è una categoria storica, allora, significa sostenere che tutto quanto accaduto
attraverso il lungo avvicendarsi dei secoli tra la caduta dell'Impero romano e
la scoperta del nuovo Mondo ha un carattere comune che può essere letto (al di
là del fatto che ciò sia più o meno condivisibile) come parentesi, pausa,
intervallo tra l'antico e il moderno.
Connotare come Medioevo un'epoca significa
orientare la comprensione, indurre una precomprensione, presentare una
determinata prospettiva di lettura dell'esperienza, non senza l'implicita
assunzione di un'enorme responsabilità nei confronti dell'educazione e del
progresso degli uomini.
La crisi della Chiesa: Bonifacio VIII e Filippo il Bello
Bonifacio VIII e l'ideale teocratico
Nel 1294, dopo un conclave durato circa due anni, veniva eletto papa, con il
nome di Celestino V, il monaco abruzzese Pietro da Morrone, il quale, dopo pochi
mesi, rinunciava al suo incarico, ritenendosi inadeguato al compito a lui
affidato, vista la sua inesperienza e le pressioni dei sovrani temporali.
Gli succedette Benedetto Caetani con il nome di Bonifacio VIII, nel quale
rivisse l'ideale teocratico di Gregorio VII e di Innocenzo III, cioè la dottrina
della superiorità assoluta del papa, sia nella sfera spirituale sia in quella
temporale, nonostante che i tempi fossero significativamente cambiati.
Bonifacio decise di rivendicare tutti i diritti che a suo giudizio competevano
al clero e al papato, senza compromessi ma anche senza l'abilità diplomatica che
aveva coronato di successo, precedentemente, l'azione europea di Innocenzo III.
La vicenda di Bonifacio VIII è legata alle sorti della monarchia francese sotto
Filippo IV il Bello (1285-1314), vicenda che vede l'aprirsi di un conflitto tra
l'autorità civile e l'autorità religiosa in Francia.
In passato i re francesi avevano avuto l'autorizzazione dalla Santa Sede di
incamerare decime (tasse ecclesiastiche legate al sostentamento degli apparati
della chiesa e riscosse dal clero in ogni regione) a proprio favore.
Filippo il Bello, in vista di una ripresa delle ostilità nei confronti
dell'Inghilterra, impose contributi al clero senza domandarne il permesso al
papa e accontentandosi del consenso di un gruppo di vescovi francesi. Temendo
che il fatto potesse incrinare l'unità della Chiesa e creare una intollerabile
autonomia locale, Bonifacio VIII rispose a questo atto del re francese con la
bolla Clericis laicos (1296), che proibiva ai principi, pena la
scomunica, di imporre tasse alle chiese senza l'autorizzazione di Roma. A sua
volta Filippo, per rappresaglia, vietava l'esportazione dell'oro e dell'argento
dai suoi Stati, impedendo così di fatto la riscossione dei crediti che i
banchieri italiani compivano in Francia per conto della Santa Sede.
Bonifacio, in un primo tempo, manifestò una volontà conciliatrice, facendo
alcune concessioni a Filippo; quando, tuttavia, il re francese fece imprigionare
un vescovo sotto l'accusa di complotto contro il re, egli ritirò le sue recenti
concessioni mentre, per tutta risposta, Filippo, convocati i tre ordini del
regno (nobiltà, clero e terzo stato), otteneva un nuova conferma della sua
politica di indipendenza dal pontefice.
Lontano dal recedere dai suoi propositi teocratici (che tendevano ad assumere
nella mente del pontefice il valore di un dogma di fede) Bonifacio emise una
nuova e più dura bolla (Unam sanctam, 1302), in cui dichiarava che
affermare l'indipendenza del potere temporale dal potere spirituale significa
asserire ereticamente una posizione risalente al manicheismo e negare
l'universale gerarchia dei valori stabiliti da Dio.
Lo “schiaffo di Anagni”
Dopo una nuova campagna scandalistica scatenata contro il pontefice, su cui
furono gettate le accuse più violente, di usurpazione della carica papale, di
simonia (commercio di cose e valori sacri) e di materialismo, Filippo il Bello,
su consiglio dei suoi più stretti collaboratori, inviò una spedizione in Italia
per catturare Bonifacio e condurlo in Francia, dove sarebbe stato sottoposto a
un processo.
Con l'aiuto delle fazioni romane avverse al papa (la famiglia Colonna)
l'operazione fu compiuta nel 1303, quando il papa fu arrestato nella sua
residenza di Anagni. Subite l'umiliazione e gli insulti da parte dei francesi
(si parla di un leggendario schiaffo infertogli da Guglielmo di Nogaret), fu
però liberato dalla popolazione del villaggio con il concorso di un gruppo di
cavalieri romani, senza che ciò impedisse, nel giro di pochi giorni la morte del
papa, forse dovuta alla durissima prova subita.
La teocrazia si dimostrava definitivamente caduta.
L'impero tra Enrico VII e Ludovico il Bavaro. Il Defensor pacis di Marsilio da Padova
Gli ultimi Svevi e le vicende del mondo germanico
La scomparsa di Federico II (1250) fu per l'Impero l'inizio di
un periodo di anarchia e di disordine. Parallelamente la stessa sorte toccava,
benché in minor misura anche alla corona di Germania, d'altronde
tradizionalmente legata al titolo imperiale.
Successore di Federico II fu il
figlio Corrado IV, che riuscì a stento a farsi eleggere re di Germania, ma morì
prematuramente nel 1254, lasciando come erede il giovanissimo Corradino.
Trovandosi, però, costui in Germania, emerse in Italia la figura di un altro
membro della casa sveva, figlio illegittimo di Federico II, il principe
Manfredi, il quale, diffusasi la notizia della morte di Corradino, si fece
incoronare re a Palermo (1258) e detenne la corona di Sicilia per otto anni.
Manfredi fu però sconfitto e ucciso in battaglia nel 1266; solo due anni dopo,
nel 1268, anche Corradino, sceso in Italia nell'estremo tentativo di risollevare
la parte ghibellina, fu affrontato a Tagliacozzo e sconfitto. Fuggito
rocambolescamente, fu poi catturato e decapitato a Napoli, nell'ottobre. Finiva
la dominazione degli Hohenstaufen in Italia.
L'Impero germanico dopo la fine degli Hohenstaufen
L'interesse mostrato verso l'Italia da diversi sovrani tedeschi aveva fatto trascurare le esigenze nazionali; in più, il carattere elettivo della anarchia tedesca, mantenuto tradizionalmente, aveva lasciato grande potere ai vescovi, ai principi e alle città, aumentando la possibilità di guerre partigiane e dinastiche, rafforzando la tendenza al particolarismo. La progressiva frantumazione e dissoluzione dei beni soggetti alla corona di Germania, per usurpazioni o concessioni, impedì la formazione di uno Stato territoriale politicamente unitario, come in altre parti d'Europa. Le città si unirono in leghe, tanto forti da poter mantenere con i proprio mezzi la propria indipendenza e proteggere il loro commercio: ad esempio la Lega del Reno e la Hansa del mare del Nord. Quest'ultima univa in un'associazione potente le città del Mar Baltico e del Mare del Nord, tra cui Lubecca, Amburgo e Brema. Per merito di questi centri urbani il commercio tedesco rimase intenso anche in questo periodo di decadenza politica.
Nel ventennio tra il 1254 e il 1273 parecchi candidati, tra cui anche
principi stranieri, si contesero la corona di Germania, ma riconosciuti in
talune località e in altre respinti, non riuscirono a consolidare il loro potere
tra le continue crisi, agitazioni e lotte.
Nel 1273 fu eletto re di Germania il Landgravio dell'Alsazia, Rodolfo d'Asburgo
(1273-1291), che iniziò la restaurazione dell'autorità regia. Questi, vincendo
il re di Boemia poté assicurare alla casa d'Asburgo una solida base
territoriale, avviandola ad assumere un ruolo di primaria importanza nella
storia dell'Europa centrale (già il figlio Alberto, duca d'Austria avrebbe
ottenuto la corona regia dal 1298 al 1308).
Morto assassinato Alberto duca d'Austria, grazie a un sussulto di energia da
parte di Clemente V, la corona passò ad Enrico conte di Lussemburgo, che
aspirava nuovamente a una forma di monarchia universale, ottenendo, tra l'altro,
il favore di molti in Italia (Dante Alighieri), che sperarono, almeno
inizialmente che una sua discesa nella penisola avrebbe potuto finalmente
comportare una generale pacificazione.
Sceso dunque lungo la penisola alla fine del 1310 (non senza incontrare delle
resistenze), raggiunse Roma dove poté ottenere la corona imperiale (1312) con il
nome di Enrico VII; ma il successo risultò fugace, per l'opposizione delle parti
guelfe e per la sua improvvisa morte sopravvenuta soltanto un anno dopo, nel
1313 a Buonconvento, presso Siena.
L'ultimo conflitto tra Papato e Impero
Nel 1314 a Enrico VII succedeva sul trono di Germania Ludovico duca di
Baviera (Ludovico il Bavaro), che avrebbe tenuto la corona fino al 1346.
Il papa Giovanni XXII (1316-1334), tuttavia, non voleva riconoscere a Ludovico
il titolo di «Re dei Romani», effettiva premessa all'incoronazione imperiale.
Nel 1327, quindi, Ludovico il Bavaro scese in Italia e, attraverso la Toscana
ghibellina, giunse a Roma, che momentaneamente era in fermento. In Campidoglio, in nome del popolo romano Ludovico, su cui nel frattempo era caduta la
scomunica, ricevette la corona di imperatore, consacrato da due vescovi a loro
volta scomunicati (1328).
Durante questo periodo il principe tedesco era accompagnato dal dotto Marsilio da Padova, insigne giurista, maestro all'Università di Parigi e
autore di un trattato di filosofia della politica dal titolo Il difensore
della pace. Questi si faceva portavoce di una dottrina secondo la quale la finalità suprema e la giustificazione intima dell'esistenza dello Stato (cioè
del potere civile) è il mantenimento della pace fra gli uomini. Il potere laico
del Principe, poi, che si esprime nella legge, trova il suo fondamento nel
consenso popolare, cioè nell'approvazione da parte dell'intera comunità degli
uomini. Analogamente, sostiene Marsilio, anche nell'ambito della Chiesa,
non la gerarchia dei prelati o il papa hanno valore, ma l'intera comunità dei
fedeli, che si esprime attraverso il Concilio generale, vero depositario
dell'autorità religiosa. Dal momento che, secondo Marsilio da Padova, i vescovi e il papa sono un'istituzione umana, storica, non divina, allora
l'organizzazione della Chiesa, la scelta dei papi, la convocazione dei concili,
l'uso del potere coercitivo contro gli eretici e i peccatori appartengono di
diritto al potere civile, cioè al Principe e allo Stato. Lo Stato,
secondo Marsilio, è veramente sovrano, libero dal controllo della Chiesa e
superiore ad essa, e il Principe è il vero difensore della pace.
Tale dottrina sanciva di fatto la fine della monarchia carismatica, introduceva
l'idea del contratto come fondamento dello Stato e negava l'esistenza del
diritto naturale.
Il favore della popolazione romana verso l'imperatore Ludovico, tuttavia, non durò a lungo ed egli dovette riprendere presto la via del nord (1329).
Durante il papato di Clemente VI (1342-1352), poi, fu posta in dubbio e
contestata la validità del titolo di Ludovico il Bavaro (imperatore per volontà
popolare, consacrato da vescovi scomunicati), finché nel 1346 il papa riuscì ad
ottenerne la deposizione. La corona di Germania, quindi, venne attribuita a Carlo IV di Lussemburgo-Boemia (1346-1378). Questi compì un'altra (veloce)
discesa in Italia, ottenendo in Roma la corona imperiale (1355).
Poi, sicuro sul suo trono, promulgò la Bolla d'Oro (1356), che
definitivamente regolava l'elezione a «Re dei Romani» (e quindi a Imperatore).
Il nuovo documento sanciva che l'elezione dovesse essere affidata a sette grandi
elettori, tre ecclesiastici e quattro laici, nelle persone degli arcivescovi di
Magonza, Colonia e Treviri (Mainz, Köln, Trier) e del re di Boemia, del duca di
Sassonia, del margravio del Brandeburgo e del conte del Palatinato; ciò, naturalmente, a
prescindere dall'approvazione del pontefice romano, il quale si riduceva, di
fatto, a un semplice officiante di una cerimonia di incoronazione.
Con la Bolla d'Oro di Carlo IV l'Impero assunse decisamente un carattere
elettivo e germanico.
La "Cattività avignonese" e i Concili di Costanza e Basilea
La “cattività” (prigionia) avignonese
Tuttavia, mentre Filippo il Bello cercava di scagionarsi dell'accaduto, avvenne un fatto importantissimo per la storia della Chiesa: l'insediamento, nel 1305, della Corte papale ad Avignone, per iniziativa del neoeletto Clemente V, l'arcivescovo di Bordeaux, succeduto a papa Bonifacio dopo il breve pontificato di Benedetto IX. La curia pontificia sarebbe rimasta in Provenza fino al 1377.
Durante il periodo avignonese la Chiesa portò a termine la propria
organizzazione monarchica e burocratica interna: si costituirono, infatti, una Cancelleria, completa di personale e di uffici distinti per le pratiche
amministrative, un Concistoro cardinalizio, presieduto dal papa per il
disbrigo degli affari più urgenti, una Camera apostolica, l'ufficio
tributi a cui affluivano le tasse da tutti i paesi del mondo cristiano.
Stante l'aggravarsi delle condizioni della monarchia francese a seguito dello
scoppio della Guerra dei Cento Anni, tuttavia, e divenendo insicura anche la
zona di Avignone, percorsa da soldataglie sbandate, nel 1377, sotto il
pontificato di Gregorio XI la sede del papa fu di nuovo riportata a Roma.
Il Grande scisma d'Occidente
L'anno dopo il rientro dei papi in Roma, nel 1378, moriva Gregorio XI e il
conclave, riunitosi in una situazione di sommosse popolari in Roma, elesse papa
il vescovo di Bari con il nome di Urbano VI. Senonché, i cardinali francesi,
rifiutando questa decisione, riunitisi in un nuovo conclave, elessero papa
Clemente VII, creando all'interno della Chiesa una gravissima divisione che
prese il nome di Grande scisma d'Occidente (1378-1417).
Urbano risedette a Roma, Clemente, di nuovo, si spostò ad Avignone. La
situazione era insostenibile per il mondo cristiano e da più parti si fece
innanzi la richiesta di una drastica riforma della struttura della Chiesa.
La convocazione di un concilio universale si rese perciò necessaria, per
procedere alla deposizione dei papi vigenti e per l'elezione di un nuovo capo
spirituale.
Nel 1409 l'assemblea dei vescovi si tenne a Pisa, ma il tentativo peggiorò la
situazione, perché l'autorità del Concilio pisano non fu riconosciuta dalla
maggior parte del mondo ecclesiastico e si ebbero, di conseguenza, tre pontefici
invece di due:
- Gregorio XII, papa romano,
- Benedetto XIII, papa avignonese,
- Alessandro V, papa pisano.
La situazione poté sbloccarsi soltanto a partire dal 1414, quando, per
iniziativa dell'imperatore Sigismondo, il concilio fu convocato nella città di
Costanza. In quell'occasione (1414-1418) si decise di comune accordo la
deposizione dei tre papi che si contendevano la tiara (in quel momento: Giovanni
XXIII [pisano], Gregorio XII [romano] e Benedetto XIII [avignonese]) e un
conclave di brevissima durata elesse Martino V (1417-1431), con la pacifica
approvazione di tutte le parti.
Poiché a Costanza si era auspicata una convocazione periodica delle grandi
assemblee della cristianità, un nuovo concilio fu riunito a Basilea nel 1431. In
esso si cercò di portare alle ultime conseguenze il principio conciliarista,
implicitamente accettato a Costanza, quello cioè della superiorità del Concilio
sul Papa.
Alla morte di Martino V, tuttavia, il neo-eletto Eugenio IV si adoperò per
invertire la tendenza e riportare la maggioranza dell'assemblea su posizioni
meno drastiche, facendo in modo di riproporre con forza la tesi monarchica, che
sostiene il primato del sommo pontefice sull'autorità del concilio. Di fatto
egli, in contrasto con i membri del concilio, ne ordinò il trasferimento in
Italia, fissando la sede a Ferrara e poi a Firenze (1438-1439), e la conseguenza
fu un nuovo piccolo scisma all'interno della Chiesa, con la nomina dell'antipapa
Felice V (il duca Amedeo di Savoia, già dedito alla vita religiosa).
Questo piccolo scisma durò una decina d'anni, ma le discussioni tenutesi a
Basilea non diedero alcun contributo per definire i rapporti tra l'autorità e le
prerogative conciliari e quelle papali; trasferitosi, infine, il concilio a
Losanna, si finì col riconoscere nuovamente il pontefice romano, mentre
l'antipapa di ritirava della contesa. Da allora la formula monarchica sarebbe
prevalsa nella Chiesa.
Nel frattempo il pontefice Eugenio IV aveva ottenuto con il Concilio di Firenze la riunione tra la Chiesa di Oriente e la Chiesa Romana, rivelatasi però di assai breve durata e indotta soprattutto dalla rapida avanzata dei Turchi, che erano giunti ormai a circondare Costantinopoli da ogni parte.
Le monarchie nazionali. La guerra dei Cento anni
La Guerra dei Cento anni
Intorno al 1337-1339 scoppiava tra Francia e Inghilterra una sanguinosa ed
estenuante guerra che si sarebbe protratta fino al 1453: la cosiddetta Guerra
dei Cento anni.
L'occasione ai belligeranti fu offerta dal tentativo del re francese Filippo VI
di Valois (1328-1350) di estendere il proprio potere sulle ricche città delle
Fiandre e sugli importanti centri cittadini di Bayonne e di Bordeaux.
Più in generale, all'origine della guerra vi fu il potere che la Corona inglese
esercitava ancora su vasti territori della Francia sud-occidentale.
I presupposti
Tutto incominciò nel 911, quando l'allora re dei Franchi (dinastia dei Capetingi)
Carlo il Semplice riuscì a risolvere il grave problema normanno, cioè il
problema delle frequentissime incursioni che gli “uomini del nord” perpetravano
ai danni delle popolazioni stanziate lungo le rive dei grandi fiumi francesi.
Carlo, infatti, concesse a Rollone, il capo di uno dei gruppi più forti di questi
“vichinghi”, di stabilirsi sulle rive della bassa Senna, nella regione che poi fu
chiamata Normandia, di cui lo stesso Rollone divenne duca con atto di omaggio
feudale nei confronti del re Capetingio.
Nel 1066, poi, la monarchia inglese, dopo essere stata dominata dai danesi di
Canuto il Grande, si rese praticamente indipendente ed autonoma, ma alla morte
di Edoardo il Confessore, re degli inglesi, il quale aveva concesso benefici a
molti cavalieri normanni che dalla Francia si erano spostati sulle coste
meridionali dell'Inghilterra, Aroldo, l'audace conte del Wessex, si impadronì
del potere, pur non essendo benvoluto da gran parte della nobiltà inglese. A
quel punto la nobiltà inglese di origine normanna chiamò in proprio soccorso
Guglielmo il Bastardo, duca di Normandia (soprannominato poi Guglielmo il
Conquistatore), il quale, alla testa di un folto gruppo di guerrieri, affrontò e
vinse Aroldo (ucciso sul campo) ad Hastings, ottenendo così la corona inglese.
Il re d'Inghilterra, dunque risultava d'ora in poi vassallo del re di Francia.
Nel 1154 la corona inglese passò ad Enrico II Plantageneta (dal francese genête, che significa ginestra) pronipote di Guglielmo il Conquistatore in
linea femminile. Nelle sue mani si raccoglievano tre eredità:
- quella anglo-normanna per cui era re d'Inghilterra e duca di Normandia,
- quella paterna per cui signoreggiava l'Angiò e il Maine,
- quella portatagli in dote dalla moglie Eleonora di Aquitania (ex moglie di
Luigi VII di Francia) che comprendeva il Poitou e la Guienna.
Enrico II risultava così signore di tutta la Francia centro occidentale, da nord
a sud, ma doveva considerarsi ancora vassallo del re di Francia che,
territorialmente, controllava soltanto la regione di Parigi.
Nel 1180 diventò re di Francia Filippo II Augusto, della dinastia dei Capetingi,
ingegnoso ed energico. Volendo rivendicare i suoi diritti di feudatario nei
confronti del re d'Inghilterra, dopo la morte di Riccardo Cuor di Leone (re
d'Inghilterra), insieme con il quale aveva partecipato alla Terza crociata,
passò all'offensiva nei confronti del re inglese Giovanni senza Terra, fratello
di Riccardo, e metodicamente, dal 1203 al 1207 occupò le terre che il
Plantageneta possedeva in Francia, fino alla Loira, lasciandogli soltanto il
Ducato di Aquitania. Filippo II progettava anche uno sbarco in Inghilterra, ma
Giovanni senza Terra si sottrasse a tale minaccia ponendo il regno inglese sotto
la protezione del papa Innocenzo III, come feudo della Chiesa. Ciò comportò
l'impossibilità, per Filippo Augusto, di mettere le mani anche sull'isola
britannica, nonostante il favore di parte dalla nobiltà inglese che osteggiava
re Giovanni (costretto a concedere la Magna Charta [1215]) e che aveva richiesto addirittura al figlio di Filippo, Luigi, di diventare re
d'Inghilterra.
Filippo II Augusto morì nel 1223. Gli succedettero: il figlio Luigi VIII
(1223-1226), Luigi IX il Santo (1226-1270), Filippo III l'Ardito (1270-1285),
Filippo IV il Bello (1285-1314), il protagonista dei conflitti con Bonifacio
VIII.
Nel 1314 a Filippo il Bello succedevano, l'uno dopo l'altro i suoi tre deboli
figli: Luigi X (1314-1316), Filippo V (1316-1322) e Carlo IV (1322-1328).
Nel 1328 Carlo IV moriva senza eredi, esauritasi la dinastia capetingia.
Si presentavano perciò due pretendenti al trono: Filippo di Valois, figlio di un
fratello di Filippo il Bello, ed Edoardo III re d'Inghilterra, nipote di Filippo
il Bello per parte di madre. Il senso nazionale aveva il sopravvento e veniva
scelto Filippo di Valois con il nome di Filippo VI. Ciò costituiva la causa
remota della Guerra dei Cento anni.
Prima fase (1339-1360)
La guerra è preannunciata da una rivolta nelle Fiandre (1338), paese
economicamente dipendente dall'Inghilterra, che vi inviava la materia prima per
l'industria laniera, ma feudalmente legato alla Francia. L'inizio del conflitto
vero e proprio, però, si ha per iniziativa di Edoardo III nel 1339.
La prima fase è nettamente favorevole agli inglesi, che vincono a Crécy (1346),
grazie all'impiego degli arcieri che neutralizzano la cavalleria francese, ed
occupano Calais. Si ha poi una tregua di qualche anno, durante la quale la peste
nera spopola la Francia; Filippo VI muore (1350) e gli succede Giovanni il
Buono.
Nel 1356 gli inglesi ottengono un'altra vittoria nella battaglia di Poitiers,
durante la quale viene fatto prigioniero lo stesso re di Francia Giovanni.
Il Delfino Carlo, privo di denaro e di soldati chiede disperatamente sussidi
agli Stati generali (nobiltà, clero, borghesia), ma per tutta risposta la
borghesia parigina insorge contro l'aristocrazia che si dimostra incapace di
fare fronte alla drammatica situazione. Giovanni il Buono sarebbe poi morto nel
1364, ancora prigioniero degli inglesi. Nelle campagne, intanto (1358), i
contadini, esasperati dalla guerra e dalla conseguente tassazione, massacrano e
incendiano (moto rivoluzionario detto Jacquerie, dall'appellativo di
disprezzo Jacques le Bonhomme assegnato ai contadini).
Il Delfino Carlo, poi, ottiene gli aiuti richiesti e di nuovo si impadronisce della situazione sia a Parigi sia nelle campagne. Nel frattempo, stretto dalle difficoltà di approvvigionare il suo esercito in Francia, Edoardo III accetta la pace di Brétigny (1360), con la quale rinuncia al trono di Francia, ma ottiene piena sovranità su ampi territori francesi.
Seconda fase (1360-1420)
Nessuno dei due contendenti riesce di fatto a prevalere sull'altro in questa
fase della guerra.
Sotto Carlo V il Saggio (1364-1380) la Francia si risolleva sotto diversi punti
di vista, compreso quello militare, grazie all'assoldamento di compagnie di
ventura nell'esercito francese; gli inglesi a poco a poco sono costretti a
ritirarsi, tanto che nel 1375 tengono ancora soltanto Calais (sulla Manica) e
Bordeaux (alla foce della Garonna).
Sotto Carlo VI, invece, segue per la Francia un nuovo periodo di decadenza,
dovuto alle crisi di follia del sovrano che è letteralmente in balia dei
principi reali, Luigi di Orléans (partito degli Orleanisti, altrimenti detti “Armagnacchi”)
e Filippo l'Ardito di Borgogna (partito dei Borgognoni), i quali esauriscono le
risorse del regno combattendosi. D'altronde, gli inglesi non possono trarre
profitto dalla situazione di debolezza della Francia, perché nel paese, sotto
Riccardo II, sono in corso disordini sociali e la corona è contesa da un ramo
laterale della dinastia Plantageneta, i Lancaster, che, alla fine prendono il
sopravvento con Enrico IV (che soppianta Riccardo), il quale tuttavia si
disinteressa della guerra in Francia.
Terza fase (1422-1453)
Soltanto nel 1413, il figlio Enrico V Lancaster (1413-1422) riprende con vigore
la guerra e, sbarcando in Normandia, mette in rotta l'esercito francese presso
Azincourt (1415), complice il fatto che i Borgognoni si sono accordati con lui.
Il duca di Borgogna si impadronisce di Parigi e fa prigioniero il re Carlo VI;
Enrico V è padrone della situazione e detta le condizioni del Trattato di Troyes
(1420) con il quale viene riconosciuto erede del Regno di Francia per il suo
matrimonio con Caterina di Valois, figlia di Carlo VI.
Quasi tutta la Francia del nord e del centro è dominata ora dagli inglesi.
Soltanto il territorio a sud della Loira rimane fedele alla dinastia dei Valois.
Giovanna d'Arco e la fine del conflitto. La guerra "delle due rose" e la reconquista in Spagna
Nel 1422, tuttavia, muoiono sia Carlo VI di Valois sia Enrico V Lancaster. La
corona d'Inghilterra e la corona di Francia passano sul capo di Enrico VI
Lancaster, un bimbo di pochi mesi, ma la lealtà dei francesi per la dinastia
legittima si risveglia.
Nel marzo del 1429 appare sulla scena Giovanna d'Arco (Domrémy, probab. 1412;
Rouen, 1431). Ella, sentendosi guidata dalla volontà di Dio, raggiunge il
principe Carlo a Chinon, gli si presenta sotto mentite spoglie, e lo convince a
farsi affidare il comando dell'esercito francese, alla testa del quale riesce a
liberare progressivamente il territorio francese dagli occupanti inglesi; la
prima vittoria è la liberazione di Orléans (1429).
L'ultima fase del conflitto
Nello stesso anno, il delfino Carlo viene legittimamente incoronato re di
Francia in Reims, con il nome di Carlo VII. Giovanna, intanto, prosegue nella
sua marcia verso Parigi, ma è ferita durante un fallito attacco a Compiègne e
cade nelle mani dei Borgognoni, che la vendono agli inglesi. Tradotta a Rouen,
viene processata, ritenuta colpevole di stregoneria e arsa viva sul rogo nel
1431.
Carlo VII, nel frattempo, continua a combattere e nel 1436 libera Parigi e tutto
il centro della Francia.
Nel 1453, alla fine delle ostilità, agli inglesi non rimaneva che il distretto
di Calais (che cadrà in mano francese soltanto nel 1558).
Conclusa la guerra, Inghilterra e Francia si avviano, l'una, verso l'isolamento insulare dagli affari continentali, puntando piuttosto sul dominio dei mari, l'altra, risolti i dissidi interni con la Borgogna, verso l'assunzione del ruolo della più forte potenza continentale europea.
La corona inglese dopo Enrico V
Si è visto come, dopo la morte di Enrico V Lancaster, le sorti della guerra
con la Francia avessero volto a favore di quest'ultima. Ciò dipendeva anche dal
fatto che l'eredità di Enrico veniva raccolta da Enrico VI Lancaster, un bimbo
di pochi mesi, incoronato re di Francia oltre che d'Inghilterra, ma per ovvi
motivi in balia delle grandi famiglie, che, negli anni successivi, suscitarono
una serie di congiure e di torbide lotte in cui perì una buona parte
dell'aristocrazia inglese.
Inoltre, dal momento che Enrico VI non aveva eredi, per la sua giovane età, una
parte della nobiltà si schierò a favore di Riccardo, duca di York,
proponendolo come eventuale erede al trono in caso di morte di Enrico VI, debole
e malato. La fazione rivale, al contrario, si schierò per Edmondo, duca
di Somerset, appartenente ad un ramo della famiglia dei Lancaster.
Poiché una rosa bianca era l'emblema dei sostenitori degli York, mentre una rosa
rossa lo era per i partigiani dei Lancaster, i sanguinosi eventi che si
succedettero presero poi il nome, ironicamente idilliaco, di “Guerra delle due
Rose”.
La Guerra delle due Rose
Dopo una funesta serie di scontri interni alle famiglie, nel 1455 (a due soli
anni dalla conclusione delle ostilità in Francia) si ebbe, vicino a Londra, il
primo scontro campale tra le due fazioni.
Edmondo rimase ucciso e gli York trionfarono con Riccardo, già “Protettore del
Regno”, il quale divenne effettivo padrone della situazione. Nel 1460, tuttavia,
in un nuovo confronto armato, fu la volta di Riccardo a soccombere in battaglia,
sconfitto e ucciso presso Wakefield. Ciò, tuttavia, non produsse grandi effetti,
in quanto subito dopo la fazione degli York riusciva comunque a riavere il
sopravvento con Edoardo, figlio di Riccardo di York, il quale, dichiarato
decaduto e rinchiuso nella torre di Londra il re legittimo (Enrico VI Lancaster),
poté vestire la corona con il nome di Edoardo IV e governare dal 1461 al 1470.
Un nuovo stravolgimento della situazione si ebbe in quell'anno, quando i
collaboratori più stretti di Edoardo IV passarono nel partito avverso: Edoardo
fu costretto a fuggire in Olanda ed Enrico VI, tratto dalla prigionia, fu di
nuovo insediato sul trono, benché per un solo anno. Nel 1471, infatti, il
ritorno in forze di Edoardo coincideva con l'uccisione dei fedifraghi ex
collaboratori e con la morte di Enrico VI stesso.
Edoardo IV poté di nuovo regnare fino al 1483, cioè fino alla morte.
La successione al trono del figlio Edoardo V, di soli dodici anni, produsse
di nuovo una forte instabilità nel regno. Il giovane sovrano, infatti, fu
vittima della crudeltà dello zio, Riccardo di Gloucester, che, nello stesso 1483
si impadronì del trono, mentre Edoardo moriva in circostanze sospette.
Riccardo III poté regnare due anni, finché, nel 1485, fu affrontato e vinto a
Bosworth da Enrico Tudor, discendente in linea femminile dai Lancaster; morto
sul campo Riccardo III, il Tudor fu proclamato re con il nome di Enrico VII, con
il quale finalmente si chiuse la luttuosa serie di lotte civili.
Con Enrico VII, visto anche il generale desiderio di pace che animava tutte le
fasce della società inglese, si ebbe un governo stabile, peraltro sempre
controbilanciato dai due rami del parlamento (Camera dei Pari e Camera dei
Comuni) che aveva ormai raggiunto un grado di notevole solidità ed autonomia. Il
governo centrale rafforzò il controllo sul paese aumentando le competenze della Star Chamber, organo di controllo e di difesa della monarchia.
L'Inghilterra dei Tudor si avviava a perseguire d'ora in poi una politica di insularità (cioè disinteresse per gli affari continentali ed estensione del proprio dominio dei mari) che si sarebbe manifestata come costante degli equilibri europei nei secoli a venire.
Le monarchie iberiche
La storia della Spagna negli ultimi secoli del medioevo è la storia della
progressiva riconquista della penisola da parte dei principi cristiani.
Ricacciati dall'avanzata musulmana, piccoli gruppi di cristiani si erano
rifugiati a nord dell'Ebro, tra le montagne impervie dei Pirenei, costituendo il
Regno di Leon, la Contea di Castiglia, il Regno di Navarra, la Contea d'Aragona
e la Contea di Barcellona.
Castiglia e Aragona nel XV secolo. La ricostituzione del Portogallo
Dopo essere stati fermati a Poitiers nel 732 da Carlo Martello, i musulmani
di Spagna, fin dal 929, avevano avuto un loro califfato, quello degli Omaiadi di
Cordova, che aveva interrotto ogni legame religioso e politico con Bagdad.
L'ultima espansione araba risaliva al sec. X, quando Almanzor, un capo
musulmano, era giunto a saccheggiare Santiago di Compostella e a occupare
Barcellona.
Dopo questo periodo gli stati cristiani ricominciarono ad espandersi verso sud, respingendo i musulmani con una specie di guerra santa: numerosi gruppi di cavalieri, soprattutto provenienti dalla Francia, accorrevano a portare il sostegno della loro spada, normanni, borgognoni, provenzali, giovani cadetti della nobiltà che, se l'impresa di guerra era fortunata, restavano in territorio spagnolo e vi facevano sorgere dei piccoli feudi. L'espansione proseguì lungo i secoli XI-XIII, finché, dopo il 1248, i musulmani furono respinti ai margini sud orientali della penisola iberica, aggrappati alle ultime pendici della Sierra Nevada, tra Granada e Malaga, tributari del Regno di Castiglia fino al 1492.
A metà del XV secolo esistevano nella penisola iberica quattro regni:
Castiglia-Leon, Aragona, Navarra e Portogallo.
Il Regno di Castiglia-Leon, si trovava di fatto in uno stato di anarchia,
soggetto alla bellicosità dei nobili feudali detti hidalgos; nel 1474,
però, morto Enrico IV, divenne regina di Castiglia e Leon la sorella di lui
Isabella, sposa del principe Ferdinando erede del Regno d'Aragona, un
avvenimento di straordinaria importanza che preparò l'unione dei due maggiori
regni spagnoli.
In Aragona, dopo Alfonso il Magnanimo (1416-1458), completamente
assorbito dalle vicende italiane (la sua corte era in Napoli), regnò il fratello
di lui Giovanni II (1458-1479), il quale, appunto, riuscì a far concludere il
matrimonio tra il figlio Ferdinando e Isabella di Castiglia (1469).
Il Regno del Portogallo si rivolse alle attività marinare, consolidando,
tra l'altro l'alleanza con l'Inghilterra, una costante della politica europea
nei secoli a venire.
Negli ultimi decenni del secolo XV, con l'unione dinastica fra la Castiglia e
l'Aragona, la Spagna compì un grande passo verso l'unità: dal 1474, infatti,
Isabella e Ferdinando regnarono in Castiglia, e dal 1479, dopo la morte del
padre, Ferdinando prese possesso anche del trono aragonese. Non esisteva una
vera fusione dei due Stati, perché il legame tra le due corone era puramente
personale (legato, cioè al fatto che Ferdinando e Isabella erano coniugi) e, in
Castiglia, Ferdinando era considerato più un consigliere e un amico che un
sovrano. Le monete portavano la doppia effigie e così i sigilli e gli stendardi;
alla morte di Isabella, nel 1504, la Castiglia toccò alla figlia Giovanna col
consorte Filippo d'Asburgo (solo nel 1506, morto anche Filippo, fu lasciata
piena libertà a Ferdinando di Aragona di esercitare la reggenza in Castiglia,
data anche la malattia, vera o presunta, di Giovanna [la loca, cioè la
pazza] e la giovanissima età del nipote Carlo di Gand (il futuro Carlo V
imperatore). Molti, peraltro, erano i motivi di disunione: differenze di lingua
tra il castigliano e il catalano; diverse economie; la popolazione iberica
professava tre fedi religiose diverse, il cristianesimo, l'islam e il giudaismo.
Lo sforzo dei Re cattolici (Ferdinando e Isabella) fu diretto a conseguire
l'unità religiosa come fondamento dell'unità politica e fattore essenziale della
coscienza nazionale spagnola. Per ottenere ciò, da una parte imposero agli Ebrei
la scelta tra l'espulsione e la conversione, dall'altra, espugnata Granada nel
1492, anche ai Mori rimasti in terra spagnola fu imposta la conversione e
l'abbandono delle consuetudini musulmane.
La presa di Costantinopoli e l'Europa centrosettentrionale nel '400
La presa di Costantinopoli
A partire dal 1261 l'Impero Romano di Oriente (vale a dire l'Impero
Bizantino) era stato governato da sovrani appartenenti tutti alla Famiglia dei
Paleologi.
Nonostante le iniziative di diversi tra questi imperatori, la struttura politica
e amministrativa dello stato aveva imboccato un percorso di lento ma inesorabile
declino, sia dal punto di vista della gestione interna (anche a causa delle
pretese e delle ingerenze degli occidentali, soprattutto veneziani e genovesi)
sia da quello dell'estensione territoriale, sempre decrescente soprattutto a
motivo della tendenza all'espansione del mondo musulmano.
In particolare, dalla metà circa del secolo XIV si era presentata alla ribalta
del mondo mediorientale la forte dinastia degli Osmanli (gli “Ottomani”,
discendente dal capostipite Otman o Osman), che si era resa
indipendente costituendo uno stato tanto forte e ben organizzato quanto
agguerrito e avido di conquiste.
A partire dal 1326 tutta la Siria e l'Anatolia erano entrate a far parte del
dominio ottomano e nel 1354 i Turchi erano sbarcati a Gallipoli (sui
Dardanelli), penetrando poi nella regione balcanica. Distrutto poi l'esercito
serbo nella battaglia di Kossovo, nel 1389, i Turchi ottomani risultavano essere
padroni di tutte le terre a nord di Costantinopoli, precedentemente appartenenti
ai bizantini. Soltanto la spinta delle popolazioni mongoliche sotto il comando
di Timur Leng (il Tamerlano) aveva permesso a Costantinopoli di
resistere, ma alla morte di questo capo mongolo (1405), gli ottomani poterono
riconquistare i territori loro sottratti in oriente e subito dopo concentrare le
loro forze nell'assedio della seconda Roma (Costantinopoli).
Il 29 maggio 1453 le possenti mura della città cedevano all'artiglieria turca e la città veniva percorsa e saccheggiate dalle truppe del sultano Maometto II, il quale, catturato l'ultimo imperatore bizantino, Costantino IX Paleologo, lo fece decapitare e fece poi affiggere la sua testa su di un palo al centro della città a titolo di monito per tutti i cristiani.
La notizia della presa di Costantinopoli giunse in Occidente circa un mese dopo l'accaduto, seminando il panico.
I paesi dell'Europa centro settentrionale
Danimarca, Svezia e Norvegia, a partire dal 1397 fino al
1523 costituirono l'Unione di Kalmar, indebolita al proprio interno dalle
rivalità tra svedesi e danesi.
Nel '400, poi, in Polonia, Boemia e Ungheria, dove fino ad allora era stata
accettata la colonizzazione tedesca, si manifestarono reazioni antigermaniche,
dettate dalla risorgente coscienza slava, dall'avversione contro l'invadenza
economica della borghesia tedesca e da motivi religiosi.
In Polonia, i successori di Casimiro il Grande, gli Iagelloni,
regnarono sopra un regno risultante dalla fusione della Polonia e della Lituania;
il re Casimiro IV Iagellone (1444-1492) fu impegnato in una lotta contro i
Cavalieri dell'Ordine teutonico, signori feudali della Prussia e della Pomerania
orientale, conseguendo successi decisivi con la presa di Danzica nel 1466. Nello
stato polacco si svilupparono anche gli studi, che ebbero il loro centro
nell'Università di Cracovia, in cui furono ospitati umanisti italiani e
tedeschi.
La corona di Boemia, attribuita per qualche tempo all'imperatore
Sigismondo, nonostante la violentissima opposizione degli hussiti, passò
poi a un principe di Casa d'Asburgo, la cui autorità fu nulla. Ebbe pertanto
campo libero Giorgio Podiebrad, che finì per ottenere la corona (1458)
come primo re nazionale. Agli occhi del popolo boemo la Chiesa cattolica e
l'Impero erano due poteri collegati e la lotta contro l'uno significava anche
l'indipendenza dall'altra.
Con Mattia Corvino, invece, l'Ungheria trovò un momento di
crescita ai danni della Bosnia e della Boemia. Il Corvino attaccò anche
l'Austria occupandone per un certo periodo tutta la parte orientale, compresa
Vienna. Mattia Corvino, non riuscì, tuttavia, a fondare una dinastia e, alla sua
morte (1490) la corona passò al sovrano di Boemia, Ladislao Iagellone.
L'impero germanico nel '400; la crescita del ducato d'Austria
L'Impero e gli Asburgo
Al centro dell'Europa il Sacro Romano Impero estendeva la propria giurisdizione su un vasto territorio, dalla Pomerania allo Holstein, dalla Lorena al Tirolo, da Trieste alla Boemia; in linea di diritto erano poi feudi dell'Impero anche i Paesi Bassi, la Franca Contea (Giura centrale) il Ducato di Savoia, il Ducato di Milano e il Ducato di Mantova.
L'estensione giurisdizionale dell'Impero
Il Reich (Impero) era un complesso quanto mai eterogeneo, che includeva con
signorie laiche ed ecclesiastiche, città libere e perfino un regno, quello di
Boemia, e non aveva unità né amministrativa né politica; l'imperatore, scelto
dalla Dieta dei principi elettori tedeschi (in numero di sette, come aveva
stabilito la Bolla d'Oro del 1356), era privo sia dell'autorità morale, sia
delle risorse finanziarie necessarie per imporsi alle pretese di indipendenza
dei principi tedeschi. Già si delineava però nel mondo germanico un centro di
forza: il Ducato d'Austria. Gli Asburgo, infatti, signori
dell'Austria, della Stiria, della Carinzia, del Tirolo, di Gorizia, Trieste e
Fiume si erano assicurati la corona imperiale con Alberto II (1438-1439) e con
Federico III (1452-1493). I sovrani di Casa d'Asburgo si adoperarono per imporre
una certa uniformità alla struttura dell'Impero, cercando di far prevalere gli
istituti politici austriaci adatti alla centralizzazione dello Stato su quelli
imperiali, in cui prevaleva il carattere feudale e federale.
Nel 1477 Federico III dovette far fronte alla duplice invasione dei Cechi e
degli Ungheresi, mentre i Turchi si inoltravano fino ai confini della Stiria;
tra il 1485 e il 1490 tutta la Bassa Austria (con Vienna) passò sotto il dominio
di Mattia Corvino re d'Ungheria.
Maggior successo ebbe il sovrano asburgico con la sua politica matrimoniale: nel
1477 egli riuscì a far concludere il matrimonio tra il figlio Massimiliano e
Maria di Borgogna,che portava in eredità le Fiandre e i Paesi Bassi, cui si
aggiunsero (dopo il 1493) l'Artois e la Franca Contea.
Nel 1486 a Massimiliano d'Asburgo, eletto «Re dei Romani» alla Dieta di Francoforte, fu
assicurata la successione al trono imperiale, consolidando la preminenza della
Casa d'Asburgo nell'Europa centrale.
Antichi vassalli degli Asburgo, i montanari elvetici si erano liberati dal
vincolo feudale collegandosi e sconfiggendo ripetutamente i loro signori, i
duchi d'Austria. Dalla prima unione giurata dei tre cantoni di Schwyz, Uri e
Unterwalden nel lontano 1291, dagli scontri vittoriosi con i cavalieri austriaci
a Morgarten (1315), a Sempach (1386), a Naefels (1388), era sorta una
confederazione di nove piccoli Stati pastorali e agricoli. Presi insieme essi
costituivano, come del resto avevano già dimostrato, una ragguardevole potenza
militare, mentre la loro posizione geografica li rendeva arbitri dei valichi del
Sempione e sopra tutto del Gottardo.
All'inizio dell'età moderna la popolazione dei Cantoni svizzeri, assai densa in
confronto alla limitata estensione del terreno abitabile e coltivabile, forniva
le migliori fanterie mercenarie d'Europa. Il servizio militare era divenuto una
risorsa nazionale che la Confederazione regolava quasi fosse una merce di
esportazione. La formazione e la tattica di queste fanterie, che combattevano in
schiere serrate di uomini armati di lunghe picche, vennero presto imitate in
altri paesi, tra cui la Spagna di Ferdinando il Cattolico.
I Cantoni, alleati a Luigi XI, avevano inflitto a Carlo il Temerario, duca di
Borgogna, ripetute e memorande sconfitte ed esercitavano una forte pressione
sopra tutto in due settori: nella valle del Rodano (Vallese) verso le città di
Sion e di Ginevra, soggette ai duchi di Savoia; e nell'alta valle del Ticino
(Canton Ticino e Valle Leventina) che faceva parte dal 1426 del Ducato di
Milano. Gli Svizzeri volgevano lo sguardo alla fertile pianura lombarda,
attraverso cui passava l'arteria vitale che nutriva le popolazioni delle
montagne elvetiche. Da ciò si evince l'importanza che nella prima parte del
secolo XVI ebbero gli interventi armati delle milizie confederate svizzere nelle
vicende italiane.